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FATTORI DI LOCALIZZAZIONE TRADIZIONALI O MEGLIO APPROCCIO TRADIZIONALE DELLA GEOGRAFIA

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FATTORI DI LOCALIZZAZIONE TRADIZIONALI  O MEGLIO APPROCCIO TRADIZIONALE DELLA GEOGRAFIA

Guardiamo cosa facevano i geografi mentre gli altri mentre gli altri usavano i modelli (vedi parte finale della prima parte dei lucidi).

Nel campo della localizzazione dell’industria , mentre Weber e gli altri davano dei modelli, i geografi facevano degli elenchi di fattori (esempio il Toschi).

Gli esempi riportati nelle dispense riguardano un primo elenco fatto tra le due guerre e gli anni ‘50 (la geografia si trova ancor in una fase descrittiva), un altro fatto negli anni ‘70 facente parte di una ricerca statunitense ed infine una ricerca sull’area fiorentina di pochi anni fa. Questi esempio servono per dare un’idea dei fattori di localizzazione.



Tradizionalmente ho una classificazione dei fattori di localizzazione come segue:

·      Fattori naturali: ad esempio le acque perché sono utili come materia prima, fonte di energia, di scarico nel processo produttivo.

Il processo storico dipende molto dai fattori naturali.

Altro fattore è il clima che è un ostacolo o un incentivo per la localizzazione, le condizioni del suolo.

Si può dire che rispunta il fattore naturale in modo più moderno con le “amenities”, le condizioni ambientali più favorevoli, che troviamo soprattutto nel terziario.

·      Fattori tecnici: acqua come fonte di energia; essi riprendono dai fattori naturali; i trasporti e qui le nuove tecnologie fanno si che essi pesino meno.

·      Fattori demografici: legati alla popolazione come forza lavoro, il mercato, la qualità e consistenza dal punto di vista socio-economico.

·      Fattori culturali: “cultura” vista come atteggiamento della popolazione.

·      Fattori storico-culturali: specializzazione che deriva da antiche tradizioni artigianali, quando c’è già una tale cultura risparmio per l’agglomerazione.

·      Fattori economici: terra, capitale e lavoro (cioè i fattori di produzione), l’informazione manageriale, le capacità innovative.

·      Fattori psicosociali: (generali), la governance del sistema locale dove vi rientrano tutti gli attori. Io imprenditore preferisco il varesotto alla Garfagnana perché lì l’impresa è più impregnata di governance innovativa, e questo si traduce, poi, per l’imprenditore in risparmi di costo ad esempio perché la governance prende le decisioni velocemente.

Decisioni extra-economiche prese in base alle condizioni di vita nel sistema locale.

·      Fattori politici: hanno un peso crescente. L’obiettivo politico generale dovrebbe essere di riequilibrare le situazioni attraverso incentivi, tramite un’organizzazione del territorio forte da parte delle governance locali (sgravi fiscali).

In essi perdono importanza quelli strategici in senso militare che a lungo sono stati molto influenti nelle decisioni di localizzazione come ad esempio per la siderurgia di Terni.

Considerazioni su 3 fattori spaziali:

·      Terra: abbiamo già detto dell’accessibilità: le industrie vanno in pianura, nel luoghi meno fertili dove il terreno all’inizio costa meno. La fisicità della terra ha perso importanza, mentre, ne ha acquisita il territorio (le sue qualità).

Oggi con la preoccupazione dello sviluppo sostenibile il fattore terra come fattore limitativo torna poiché, alcune industrie, non possono essere localizzate in un posto poiché inquinano.

·      Capitale: è un fattore mobile ed aspaziale (teoria di mercato) ma dal nostro punto di vista non è così, dobbiamo distinguere la componente tecnica per la quale , il capitale, è ubicato dove vanno a posizionarsi gli investimenti.

Tutti gli investimenti ad alta intensità di capitale vedono concentrarsi il capitale (sua ubicazione).

Inoltre, il capitale finanziario è selettivo anch’esso, è mobile ma si distingue, di solito, dove lo sviluppo è consolidato.

Il capitale, dunque, per queste condizioni non è uguale ovunque perché è legato alle condizioni locali (remunerazione, fattore rischio) quindi non è del tutto mobile ed aspaziale.

Inoltre, le strutture finanziarie (sportelli bancari, istituti) a cui è affidata la mobilità del capitale sono per loro natura ubicate.

·      Lavoro: oggi non è ubicato come in Weber in quanto la mobilità del lavoro è enormemente cresciuta e il fattore lavoro si può dire che è il fattore più distribuito nello spazio.

Nelle teorie economiche neo-classiche è connotato dal suo prezzo, quindi, prescinde dal contesto sociale.

Noi, invece, diciamo che è un fattore radicato nella società, quindi, il suo costo è un fattore diversamente distribuito nel territorio. Il lavoratore porta con sé uno spessore culturale che è radicato, che si trova in certi contesti e non in altri.

Allora si dice che il lavoro è:

- spazialmente diversificato;

- socialmente radicato (questo non vuol dire che non sia mobile).

Naturalmente prescindendo da un ragionamento etico, sociale la disoccupazione non è solo perdita di reddito ma anche del proprio ruolo sociale.

Si può distinguere, in base al fattore lavoro, tra sistemi in cui la localizzazione è riferibile a bassi costi di mano d’opera e paesi in cui, di più antica industrializzazione anche avanzati tecnologicamente, dove è richiesta qualificazione, specializzazione del lavoro.

Fattore lavoro: i lavoratori sono i prodotti più della società che dell’industria, quindi, dobbiamo dire, che c’è una cultura regionale del lavoro che dà luogo a differenziali stabili dell’offerta di lavoro in termini di capacità, autonomia, creatività e che naturalmente si traducono, anche, in differenziali salariali soprattutto nel settore privato.

Dal lato della domanda possiamo riscontrare nel fattore lavoro diverse rigidità:

·      Spesso ci si basa per esempio sull’esperienza acquisita (learning by doing).

·      La segmentazione che da questo punto di vista può essere fondata, per esempio, sul “controllo”: preferenza/avversione verso il lavoro femminile che si basa su certi parametri e stereotipi; preferenza per alcuni diplomi o lauree, considerare il voto di laurea. Questo determina una chiusura della domanda di lavoro, spesso, senza una base.

·      Il dualismo: le diverse condizioni di lavoro che si riscontrano nelle grandi e piccole imprese, il diverso grado di protezione sociale a parità di contratto.

·      L’innovazione, specialmente informatica e telematica, che tende a ridurre la specificità del lavoro che viene banalizzato.

Entrambe sono innovative ma favoriscono la sostituibilità di un lavoratore con un altro e banalizzano la creatività per cui è più facile la sostituzione.

·      Le caratteristiche di ciascun to (commercio e produzione) rispetto alla sua tradizionalità o innovatività. Per esempio il to chimico è più innovativo del tessile.

Le branche innovative e tradizionali creano un insieme di mercati locali del lavoro.

Processi di localizzazione dal punto di vista dei fattori territoriali su un versante tradizionale, dopo ci attaccheremo il ragionamento sulla nuova territorialità.

Ci sono vari approcci:

·      Approcci comportamentistici: sottolineano le modalità in cui le imprese e gli individui influenzano la localizzazione.

Si possono dividere in 2 gruppi:

- il primo raccoglie dati sulle caratteristiche delle singole imprese o imprenditori e li collega al loro comportamento per spiegarli, ad esempio le imprese dell’area fiorentina;

- il secondo si concentra sui fattori che influenzano le decisioni e le loro modalità.

·      Approcci neoclassici: derivano, almeno in parte, dai modelli e dalle ricerche dell’economia neoclassica e danno delle spiegazioni “complessive” cioè valide per tutto il to.

Ad esempio le economie di agglomerazione, per cui certe industrie di base si localizzano in base ad esse.

Entrambe questi due approcci utilizzano una metodologia di verifica delle ipotesi per stabilire dei principi generali.

·      Approcci strutturalisti: adottano un punto di vista olistico cioè le spiegazioni del cambiamento di localizzazione o della localizzazione iniziale vengono ricercate nella struttura del sistema, nella società in cui l’impresa opera.

Indaga sui processi di cambiamento, ad esempio fordismo, post-fordismo che hanno diverse logiche di localizzazione.

Comunque, il processo di localizzazione appare come un processo di selezione di notevole complessità.

Ogni impresa sceglie “contemporaneamente” la tecnologia e la localizzazione, cercando, quindi, i tipi di lavoro necessari, al minor costo o al minor bilancio costo/produttività.

Da questo punto di vista un ambiente che si propone spesso come ambiente ricettivo è la città che si propone soprattutto come luogo funzionalmente più adatto ad espletare il controllo sulla distribuzione territoriale ed economica del reddito, cioè ci dà quello scenario urbano di servizi, infrastrutture ecc.

A questo proposito nella città la merce più diffusa è l’informazione dove la circolazione è facilitata.

Allora, del fattore informazione, dobbiamo considerarne la strategicità: si può tipizzare l’informazione ?

Ho 3 tipi d’informazione:

·      informazione tecnologica che garantisce un flusso di progresso tecnico, delle innovazioni che devono arrivare all’impresa, qualunque essa sia, affinché possa sopravvivere;

·      informazione di mercato;

·      informazione strategica che garantisce il controllo sul processo produttivo.

Il fattore informazione è soggetto a rapida obsolescenza, quindi, va rapidamente scambiata ed utilizzata.

Già i Medici vendevano informazioni su come andavano i raccolti o i mercati quando garantivano delle merci ad una certa fiera. Già nel ‘300 Firenze aveva, quindi, una rete di informatori dal Baltico ai centri carovanieri come Timbuktu.

Altre considerazioni sulla localizzazione:

·     La tradizione “classica” ha introdotto lo spazio nell’analisi dell’equilibrio economico complessivo d’impresa, come distanza fisica e come costo che si deve affrontare (Thunen, Weber).

Questi modelli classici minimizzano i costi come obiettivo strategico d’impresa. Questa impostazione è superata in un contesto volutamente formale ed astratto in cui l’enfasi è sui costi di trasporto, che hanno via via subito una drastica riduzione e perso, così, importanza; tanto che oggi studi empirici li collocano intorno al 2-3% dei costi complessivi.

Tuttavia questi costi tornano in evidenza quando si parla di costi di distribuzione a distanza (esempio door to door), rapidità e sicurezza nella consegna, quando si hanno delle facilità di comunicazione in termini ad esempio di subappaltatura e poi tendono a rientrarvi tutti i casi in cui si rivaluta il face to face.

Dunque i costi di trasporto tendono a determinare l’agglomerazione delle produzioni urbane ma non hanno più la valenza di un tempo.

·     La tradizione geoeconomica ha potuto dimostrare la sempre minore influenza dei costi di trasporto e dei differenziali salariali (per i prodotti nuovi o tecnologicamente avanzati) nelle decisioni localizzative.

Per quanto riguarda il lavoro ha evidenziato, invece, la disponibilità, la qualificazione, la produttività, la sindacalizzazione ecc. della mano d’opera.

Quest’analisi dice che il costo del lavoro non è così importante per la localizzazione dei prodotti.

·     Ha messo in luce rapporti di dominanza/dipendenza (contesto di derivazione marxista); i rapporti di potere che si instaurano ai vari livelli territoriali, connessi a meccanismi di divisione spaziale del lavoro di tipo gerarchico.

Questa impostazione ha dato contributi per dare una spiegazione sulla distribuzione mondiale del lavoro.

I processi di localizzazione di cui abbiamo parlato si occupano della localizzazione esplicita. Secondo taluni autori le imprese che effettuano una scelta di localizzazione esplicita sono una minoranza.

Si parla di localizzazione esplicita quando si parla di una rilocalizzazione cioè del trasferimento da un luogo ad un altro, si ha , invece la localizzazione implicita quando si parla della nascita dell’impresa.

La localizzazione della maggior parte delle imprese avviene attraverso la natalità delle imprese stesse cioè attraverso una decisione implicita legata a molti fattori tra cui il luogo d’incubazione dell’impresa che può coincidere con quello di residenza o al luogo in cui l’imprenditore lavora. Incubator per eccellenza è l’area urbana.

Siamo partiti considerando degli elenchi di fattori di localizzazione e poi abbiamo visto alcuni approcci di localizzazione.

Continuando, ieri, abbiamo detto che alcuni fattori di localizzazione come il costo di trasporto hanno perso importanza relativa tranne in alcuni casi particolari (tempestività nella consegna).

Sul costo del lavoro si era, poi, notato come ci sono dei mutamenti dei fattori di localizzazione che accentuano o diminuiscono il fattore lavoro.

Altri fattori che pesano sulla localizzazione sono tanti.

L’impresa ha altri obiettivi, tipicamente aziendali, che scaturiscono dalla separazione tra proprietà e management che porta a scomporre i vecchi fattori di localizzazione come ad esempio il fatto che l’imprenditore si localizza nell’ambito tradizionale della residenza.

Questa dicotomia porta a considerare fattori diversi dalla residenza.

Altra cosa che cambia è che, per esempio, in molti casi, aumentano le dimensioni d’azienda è la rilocalizzazione dipende dall’acquisto di nuove quote di mercato per cui i costi passano in secondo piano rispetto alla quota di mercato (per cui i processi di localizzazione vengono distorti).

Il controllo della concorrenza mediante processi tecnologici avanzati o prodotti innovativi richiede scelte localizzative diverse da quelle opportune con i normali fattori di localizzazione.

Il controllo in un settore o di una parte rilevante di esso attraverso l’acquisizione di altre imprese non solo attraverso la fusione come ad esempio il caso del Stato. Paolo che è entrato nella Cassa di Risparmio).

Decisioni strategiche in funzione delle aspettative del mercato, elementi che in qualche misura influenzano i processi localizzativi nella loro linearità, almeno apparentemente, per cui accetto di fare una decisione di rischio.

L’evidenza empirica di queste situazioni trasforma e rende meno significative, meno esplicative le capacità dei modelli marginalisti basati su differenziali, sulle minimizzazioni.

Con questa condizione che la realtà è più complessa, facciamo altre considerazioni riprendendo i fattori di localizzazione più importanti.

Sul mercato del lavoro: abbiamo detto che il livello salariale è rilevante, decisivo se si tratta di un settore maturo; produttività; disponibilità; mano d’opera comune e specializzata e molte volte dipende anche da strozzature della domanda.

Il Veneto ha fatto molti gemellaggi con le imprese pugliesi per la disponibilità di mano d’opera sia comune che specializzata (learning by doing, by searcing).

Il grado di sindacalizzazione era in passato una componente di costo per le imprese perché il sindacato imponeva determinati comportamenti, per cui, in USA si parlava di Runaway shop cioè del trasferimento da uno stato all’altro delle imprese per evitare la sindacalizzazione e l’applicazione delle leggi in materia di lavoro.

Il sindacato forte era visto come un fattore di costo e, ad esempio, l’Alfa Romeo va nel napoletano poiché Arese era troppo sindacalizzato.

Ma, anche, lo spezzettamento o l’assenza del sindacato per l’impresa può essere oggetto di costo (e di localizzazione) come ad esempio nelle FFSS o negli aeroporti poiché, a volte, basta un sindacato in sciopero per arrestare tutto lo scalo.

I costi del lavoro, naturalmente, esercitano una spinta localizzativa in proporzione all’incidenza sui costi totali calcolata attraverso questo indice:

OPLKi = (ti k/ti)

(quota lavoratori specializzati / totale forza lavoro)

OPL = (Wi/Yi)

Dove:

OPL: è l’orientamento al lavoro

Wi: salari

Yi: valore aggiunto

Il lavoro è frutto della società non tanto della fabbrica e sarà guidato dalle tradizioni locali.

Il radicamento del fattore lavoro ci richiama al concetto di mercato del lavoro locale cioè un’area misurata dalla distanza coperta dagli spostamenti dei pendolari rispetto all’area nella quale è collocata l’impresa, in sostanza è il percorso residenza-lavoro.

E’ alla base di alcune localizzazioni, per esempio, in Toscana sono nati i cosiddetti SEL (sistemi economici locali).

Questo principio è stato un elemento importante per la zonizzazione. La Toscana è stata divisa da un ente regionale, l’IRPET (Istituto regionale di programmazione economica in Toscana), in sel sulla base di questi flussi.

Lo stesso è stato fatto in UK, dove le SEL si chiamano TTW cioè travel to work.

Negli USA sono usate aree statistiche standard (spostamento casa-lavoro) e sono più grandi che in Italia poiché hanno dei servizi pubblici più efficienti rispetto ai nostri.

La grande impresa, soprattutto le multinazionali che ragionano in termini globali, trova conveniente segmentare il mercato del lavoro (vicinanza, specializzazione ecc.) e va a cercare il differenziale; questo nelle piccole imprese non esiste.

Nel mercato di sbocco, le imprese “market oriented” sono numerose e tante di queste sceglieranno la vicinanza al mercato.

Cambiano i processi di localizzazione anche in funzione del mercato, ad esempio per i grandi shopping center, che esercitano attrazione sul potenziale mercato.

Un orientamento potenziale al mercato del prodotto i potrebbe essere rappresentato come segue:

OPMi = (Xic / X i)

(proporzione delle vendite finali/vendite totali del settore)

Certamente in letteratura si trovano valori prestabiliti per OPM: se l’indice è alto l’orientamento al mercato è forte e si può calcolare un coefficiente di correlazione R che dà la misura dell’orientamento al mercato del to (correla il mercato al to).

Un altro orientamento è quello verso le materie prime che è lentamente venuto meno con lo sviluppo della tecnologia (simile al mercato) che ha permesso di andare dove si vuole.

Un tempo, ad esempio, la vicinanza dell’azienda di trasformazione ai luoghi di estrazione o produzione (a bocca di miniera) era la localizzazione migliore a causa degli alti costi di trasporto. Ora questo è venuto meno anche se in alcuni settori come il petrol chimico la convenienza ad andare sulle materie prime è ancora forte (vedi ad esempio Sassuolo per le miniere di argilla caolina per le ceramiche)

Oppure, altro esempio, si ha per l’estrazione dell’oro in Sardegna: gli australiani hanno ormai una tecnologia conveniente che consente loro di fare i sondaggi economicamente.

Cambiano gli scenari, quindi, ma non si può fare un caso generale.

Le economie di agglomerazione: nascono dall’intensità dei rapporti tra imprese.

Il problema è che sicuramente sono fattori di localizzazione anche se in molti casi i legami interimpresa non sono noti.

Come si possono conoscere gli scambi intersettoriali ?

Sarebbe necessaria, a tal fine, una matrice intersettoriale input-output. La più conosciuta è quella dei coefficienti di Leontief che vuole vedere cosa entra e cosa esce da un settore.

E’ stata costituita una matrice input output per la Toscana, ma è rimasto un caso isolato.

Con le economie di agglomerazione si hanno, quindi, influenze reciproche tra settori cosicché la localizzazione non dipende dal settore in cui si opera, ma anche dalle influenze provenienti da altri settori.

A

 
Alcuni hanno tentato di capire queste economie tramite modelli di tipo logico-matematico.

Molto spesso nelle economie di agglomerazione confluiscono economie di urbanizzazione ed economie di localizzazione, quindi, in realtà, si misura la relazione che tutte e due hanno con l’area urbana cioè date dal fatto che entrambe appartengono al solito fattore urbano.

Però, pur eliminando i fattori di disturbo, non riescono a liberarsi dei fattori di disturbo derivanti dalla reciproca influenza esercitata tra settori in virtù dell’appartenenza ad una stessa area urbana, determinando delle difficoltà per leggere le economie di agglomerazione.

Due precisazioni:

La localizzazione può variare anche in funzione delle dimensione d’impresa e per le fasi di produzione: quindi, il processo permette un’ulteriore lettura trasversale.

Per prima cosa possiamo dire che esiste una relazione forte tra la dimensione d’impresa e i processi localizzativi perché, questi, vengono dalla grande impresa, mentre, le piccole e medie imprese nascono e si localizzano nel luogo di residenza dell’imprenditore che le ha create e vi restano.

Le piccole e medie imprese possono essere studiate nella loro localizzazione attraverso le statistiche sulla loro natalità/mortalità fornite dalla Camera di Commercio.

Se ne possono, infatti, ricavare indici di localizzazione e si vede che nascono con una gamma di scelte che si avvicina alla nascita (dall’evoluzione) spontanea del sistema locale.

Nella grande impresa, invece, si vede quando si rilocalizza, ha una sua mobilità.

Interessante, sul piano empirico, che le piccole e medie imprese si rilocalizzano meno delle grandi e quando lo fanno seguono, preferenziano una stessa direttrice.

Ad esempio, dopo l’alluvione molte imprese si sono rilocalizzate sulla direttrice Firenze-Scandicci poiché si tende a ricostituire gli elementi, i legami originari quali la vicinanza tra certe imprese, la disponibilità di alcuni servizi ecc.

In questo processo, spesso, la piccola media impresa calcola le diseconomie che derivano dall’aumento dei costi dovuti al cambio della localizzazione e i benefici, vantaggi che da essa si ottengono (contatti, tessuto dei servizi urbani).

Tra le diseconomie c’è il costo del terreno, dell’impatto ambientale per il rumore o le emissioni per cui, per esempio, molti laboratori non sono tollerati in area urbana o periurbana come invece avveniva trenta anni fa.

“Knowledge economy” sta iniziando ad essere importante per i paesi avanzati. Porta l’attenzione su alcuni fenomeni: nei paesi OCSE la KE è la base di analisi delle potenzialità; uno dei parametri è la spesa in conoscenza, un altro è la res.

L’Italia è bassa in graduatoria poiché non investe abbastanza.

La risorsa umana è il primo fattore della KE: l’Italia è ancora al 9% della popolazione per i laureati; il paese più evoluto in questo senso è ancora la Sa.

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La PMI non fa mai filiera tra di sé, l’integrazione è realizzata in modo indiretto, sfruttando la vicinanza localizzativa delle imprese.

All’inizio le PMI tendono a rimanere nel “core” dell’area urbana, che è incubatrice di imprenditorialità e conoscenza, poi, si spostano verso l’esterno e il centro storico si terziarizza non tollerando più la presenza di un laboratorio artigiano.

Al livello di popolazione si assiste ad un processo simile, poiché, si ha uno spostamento dal centro alla periferia fino ad avere la cosiddetta “desertificazione” del centro.

Le grandi imprese seguono processi di localizzazione mirati che si rifanno a necessità di ampliamento o rilocalizzazione.

Domanda di fattori di localizzazione (fase di produzione):

Si può distinguere tra:

A)  Fasi amministrative: (decisionali e di controllo) esse richiedono soprattutto contratti di tipo face to face.

Queste fasi vanno nel core dell’area metropolitana; quando questa non c’è si può avere anche una disseminazione. La localizzazione dipende dall’accessibilità e dall’efficienza dei trasporti.

B)  Fasi amministrative di routine: ad esempio contabilità, elaborazione dati ecc. Si trovano nelle fasce periferiche grazie all’evoluzione delle tecnologie in questo settore.

C)  Attività di ricerca: luoghi ricchi di amenities, alcune grandi imprese del settore delle buste di carta hanno decentrato la ricerca (dalla Sa Tetrapak) nel modenese, a causa di amenities del tipo culturale, che sono le migliori in Europa, abili con quelle del mondo scandinavo e, quindi, con l’atmosfera giusta per i ricercatori provenienti ad esempio dalla Sa.

D)  Attività di servizio: (market oriented) vicino alle aree di sbocco o di fornitura.

E)   Fasi direttamente produttive: “Foot-Loose” cioè libere di localizzarsi ovunque. Letteralmente un’attività completamente foot-loose non esiste.

La localizzazione può essere “labour oriented” ovvero legata al mondo (costo) del lavoro, o ad un insieme di fattori globali.

Offerta di fattori di localizzazione:

Tutti i fattori visti in termini di domanda possono essere analizzati dal lato dell’offerta.

Esistono fattori “place specific” ovvero tipici del luogo, che possono essere misurati attraverso somme ponderate dei fattori stessi.

Se si chiama P il potenziale di un’area z (zone), esso è una sommatoria di tutte le opportunità specifiche di questa area realizzate alla distanza tra produzione e mercato:

zP = S zs / drs /b

Dove:

/b @ 2;

r, s esponenti di correlazione tra i fattori;

r accessibilità dell’area.

Con il “marketing territoriale” si vende non un bene o servizio ma un’intera area.

Ci sono 2 modelli di delocalizzazione (fino ad adesso abbiamo parlato della localizzazione dell’impresa come se fosse la prima), l’azienda si delocalizza per le motivazioni più disparate.

Si distingue tra:

·      Modelli di delocalizzazione intraurbana: ho una serie di fattori la cui combinazione può variare a seconda della situazione:

- distanza dal core;

- densità demografica;

- densità d’occupazione;

- superficie occupata dalle infrastrutture di trasporto (accessibilità)[1]

·      Modelli di delocalizzazione interurbana o interregionale: gioca di più la disponibilità delle infrastrutture. La forza lavoro locale ha un’importanza che deriva dai tipi di to, possono di volta in volta essere più importanti il tasso di disoccupazione, quello di artigianalità ecc.

Alcuni costi di servizi, quali quelli energetici, possono essere un altro fattore discriminante.

Importanti sono sia le economie di scala che le economie esterne.


POLIMORFISMO D’IMPRESA:

E’ l’interfaccia dei problemi localizzativi fino ad ora considerati. Si tratta delle tipologie organizzative d’impresa, guardando alle quali, ci si trova di fronte ad un polimorfismo.

La grande impresa ha suoi meccanismi di sviluppo e regolazione che fanno riferimento ad integrazione verticale, economie di scala e controllo gerarchico, che danno luogo alla verticalità della struttura.

Questi sono gli stereotipi dell’impresa fordista.

Il management segue un insieme di regole che tendono all’eliminazione dei fattori d’incertezza e di precarietà.

Alcuni di questi elementi, quali ad esempio la ura del “cost killer”, rimangono anche nell’impresa post-fordista.

I fattori di integrazione e allo stesso tempo di limitazione dell’incertezza, attengono, sia alle funzioni produttive che a quelle di mercato.

La grande impresa in molti casi condiziona le scelte della società, ad esempio certi sistema-paese sono stati creati dalla grande impresa, si pensi alla repubblica “delle banane” e a molte situazioni economico-politiche dell’America latina.

Questi condizionamenti rientrano nel tentativo di limitazione delle incertezze di mercato.

L’innovazione tecnologica ha favorito la standardizzazione delle produzioni e, nell’epoca fordista, l’impresa che non si poteva permettere la standardizzazione e le economie di scala, frutto della dimensione, veniva emarginata.

Nasce il modello della “factory town”, luogo di concentrazione della forza lavoro e della produzione in genere. L’impresa fordista ha trascurato, però, di tenere conto della specificità territoriale come fonte di benefici. Il territorio, come si è detto, è supporto, pavimento, le amenities locali non sono considerate.

Il modello fordista è storicamente superato.

Il processo di accumulazione di economie di scala ad un certo punto si arresta per mancanza di uno dei fattori; anche la grande impresa, quindi, si rivolge a cercare anche economie esterne.

Esistono:

·      economie di localizzazione;

·      economie di urbanizzazione;

·      economie di scopo;

·      economie di flessibilità.

Con l’informatizzazione l’impresa tende a dare più importanza alla fase decisionale piuttosto che a quella produttiva.

Abbiamo così un decentramento di segmenti o parti d’impresa (o centralizzazione), out in sourcing.

Ad esempio la Coca Cola aveva decentrato in alcuni paesi, quelli di consumo, la funzione di imbottigliamento.

Ha provveduto, poi, a centralizzare l’imbottigliamento e a decentrare la distribuzione a seguito di varianti locali e usi impropri avvenuti in quei paesi.

MODELLI ELEMENTARI:

Essi sono legati al polimorfismo delle imprese.

1° caso: decentramento o centralizzazione di segmenti o parti d’impresa.

Con questa strategia si ricerca la flessibilità dei fattori, legata soprattutto al fattore lavoro.

Dal punto di vista organizzativo l’impresa è un modello che prevede un nucleo centrale (funzioni direzionali e decisionali) con un fascio di vettori radiali dove vi sono le unità decentrate che hanno la caratteristica di essere totalmente dipendenti dal centro e, quindi, dal centro si organizza la dinamica dei sottosistemi operativi.

Si possono decentrare queste strategie sia con tecniche consolidate sia con tecniche d’avanguardia (franchising, controllo qualità).

Possono essere poco formalizzate ad esempio ordini standardizzati nel tempo: fare una certa produzione entro una scadenza.

E’ stato un modello applicato negli anni ‘70 dalle grandi imprese, che avevano le loro sedi decisionali nel Nord-Ovest, per l’industrializzazione del Mezzogiorno es. ENI, FIAT.

Si sono affermate in questo modello elementare anche le cosiddette “hollow corporation”: le imprese decentrano a unità minori  che sono del tutto vuote cioè non hanno un vero contenuto.

Un esempio si ha nel settore delle costruzioni dove un’impresa assume la funzione di accollarsi il progetto, finanziarlo, garantirsi le fideiussioni e poi subappalta.

Qualche volta si hanno anche fenomeni di “in soursing” cioè il ritorno al centro dovuto a strategie in cui si riaccentrano funzioni a livello decisionale e non c’è più ad esempio il magazzino.

Alcune di queste tecniche derivano da quelle attuate dalle imprese giapponesi, soprattutto di auto, che hanno saltato alcune fasi  ad esempio producono sulla domanda e non per il magazzino, il just in time che è stato adottato, ad esempio, da alcuni settori maturi come gli elettrodomestici e specialmente quando gli impianti sono vicini ai centri urbani.

Dietro a queste strategie stanno una serie di localizzazioni per cui ad esempio il nucleo centrale è legato alle economie di urbanizzazione ecc.

2° caso: disintegrazione verticale.

Essa è una modalità di riorganizzazione del sistema impresa simile alla precedente, in cui, però, i nuclei di decentramento, molto spesso, sono autonomi anche giuridicamente.

Allora l’impresa madre è la capogruppo e diventa una holding finanziaria; dal punto di vista localizzativo i nuclei hanno una gamma di fattori più ampia rispetto al primo caso.

Mentre la holding starà nei grandi centri urbani (vicino al potere) le unità autonome possono autogestirsi, specializzarsi in un quadro strategicamente deciso, possono essere anche quotate.

Un modello che vi rientra e che è piuttosto comune è il modello delle imprese rete che ha una vasta gamma di tipologie.

Qualche volta, nel caso di grandi multinazionali prende la conurazione del solar system enterprise, come lo era la FIAT, in cui al centro c’è una S.p.a. e poi ci sono le altre imprese che le ruotano intorno con collegamenti forti nonostante la loro autonomia.

3° caso: divisione del lavoro tra imprese.

Siamo nel reticolo delle imprese più collegate al territorio, e presuppone rapporti collaborativi di medio lungo termine tra imprese che realizzano produzioni congiuntive.

Riguarda sia i settori tradizionali (tipici) che quelli innovativi.

Come funziona:

ogni impresa si specializza in una produzione, la più confacente con la sua struttura tecnica, produttiva, organizzativa, poi ci sono accordi per assemblare e mettere sul mercato i prodotti da essa derivanti.

Quando le economie di scala e le economie esterne sono diffuse si possono avere accordi di cooperazione oppure costituire dei consorzi o joint adventure.

Questo fatto, che le imprese siano autonome relativamente alla complementarietà delle produzioni, la parità gerarchica, ha fatto parlare di questo modello come collegato alle reti d’impresa (le costellazioni d’imprese).

Naturalmente ci sono imprese più dinamiche di altre ma c’è una fitta rete di relazioni.

Questo modello si può ulteriormente scomporre:

·      Un modello in cui prevalgono le attività del terziario.

Si tratta di una rete i cui nodi sono costituiti da unità direzionali, di ricerca e sviluppo, le funzioni più elevate del marketing, le funzioni finanziarie, le funzioni operative higt tec cioè le funzioni di servizio al sistema.

Assomiglia molto al parco scientifico che non esiste in Italia.

·      Riguarda le attività più strettamente produttive e magari anche tradizionali insieme ai servizi di base.

4° caso: l’impresa subisce un decentramento o centralizzazione di tipo implicito.

In questo caso non muta la localizzazione dell’impresa fisicamente ma le condizioni del contesto in cui l’impresa è ubicata.

Allora, l’impresa muta la sua organizzazione adattandosi alle esternalità territoriali nel frattempo maturate (esempio le imprese che negli anni ‘60 sono state coinvolte nel processo di industrializzazione quando si trattava di un’area rurale).

Tutti questi modelli danno luogo, con le loro sovrapposizioni riorganizzative, ad uno spazio reticolare.

Siamo partiti dal constatare alcuni modelli elementari organizzativi dovuti alla crisi dell’impresa fordista, da qui nascono i modelli che costituiscono in realtà un unico modello che dà luogo ad uno spazio reticolare passando dalle:

Þ   Reti d’impresa                      Reti territoriali

MODELLI ORGANIZZATIVI D’IMPRESA:

Ci focalizziamo su modelli standardizzati e, in fondo, facendo riferimento alla storia della grande impresa americana, che ha una sorta di natura stadiale (che privilegia la freccia del tempo rispetto allo spazio).

Tenuto conto che ci sono 3 livelli decisionali:

·      superiore: obiettivi strategici e di controllo;

·      intermedio: funzioni importanti ma di coordinamento;

·      inferiore: organizzazione di routine e attività produttiva.

1.    Abbiamo una forma organizzativa “funzionale” che prevede la suddivisione dell’impresa in unità funzionali, specializzate e subordinate ad un unico centro direzionale e decisionale.


2.    Successivamente accrescendosi la diversificazione si arriva ad una struttura multidivisionale  in cui l’impresa è organizzata per linee di prodotto, quindi, in questo caso, le dipendenze hanno una loro autonomia funzionale.

Le divisioni hanno una loro autonomia decisionale ma non finanziaria.


3.    Altra modalità organizzativa, che è una variante della seconda, prevede una diversificazione della nostra impresa per blocchi indipendenti collegati alla sede solo dal punto di vista finanziario.

Qui abbiamo la conglomerata, simile alla 2, ma c’è una holding centrale, che si limita al controllo finanziario, organizzata in subholding che realizzano impianti un po' ovunque.


4.    Imprese di maggiori dimensioni, che sono impegnate in una gamma di produzioni in aree geografiche diverse come nell’impresa globale che deve avere una grande flessibilità delle sue strutture adattandosi ai paesi e ai mercati.

Le decisioni strategiche travalicano le frontiere nazionali adattando le strategie come di convenienza.


Nb. È una scomposizione dei ruoli gerarchici a volte per area, altre per prodotto a seconda della loro rilevanza.

SPAZIO RETICOLARE:

Comprende il passaggio dalle reti d’impresa alle reti territoriali. La maglia della rete può essere:

·      più stretta con dei nodi forti (funzioni importanti) e funzionalmente interconnessi. Di solito questo avviene quando prevalgono le spinte endogene nel passaggio cioè il sistema passa dalle reti d’impresa alle territoriali (fatte dei soggetti più vari) crescendo dall’interno;

·      a maglia larga e ruolo più confuso e appiattito degli attori locali, quando prevalgono le spinte esogene per esempio legate al mercato o alla tecnologia che viene da fuori. Gli attori locali sono in secondo piano.

Un economista americano ha detto che un fax non rappresenta nulla, due fax sono una connessione, 100 sono una rete.

Se i nodi non sono connessi non fanno una rete e ce ne vuole, comunque, un certo numero. Essere in rete è decisivo, importante, lo spazio è una componente che con il ciberspazio (che ha delle coordinate che non sono materiali) si è evoluto; ad esempio molte imprese americane ano chi va in rete perché l’importante è esserci.          

RETI:

Definiamo il concetto di rete che ha assunto vari significati (! le maglie non sono tutte uguali e regolari):

·      rete strutturale che attiene a tutta la materia animata, ad esempio le cellule, materia che presenta una struttura reticolare tra le varie parti;

·      rete funzionale che attiene alle reti di comunicazione. Può essere, ad esempio, una comunicazione di tipo elettro-chimico come nel sistema metabolico cioè ci sono flussi che entrano ed escono. Importanti qui sono i meccanismi di regolazione;

·      rete relazionale cioè un sistema connesso e chiuso entro e sotto un certo sistema di regole operative.

Qui, ad esempio, per isomorfismo si può pensare al nostro sistema nervoso che reagisce agli stimoli, o la rete immunitaria che mi permette di rispondere a stimoli di origine esterna. Essa filtra, è dotata di una chiusura operativa cioè non può stare chiusa perché è fatta per confrontarsi con l’esterno ma fa passare, filtrandole, molte cose bloccando quelle indesiderate.

E’ dotata di una chiusura operativa verso gli stimoli di natura esogena.

Si è parlato di un singolo organismo poiché molti termini del linguaggio sistemico sono stati coniati da 2 neurologi, Maturana e Varela (portoghesi), che hanno formulato una serie di teorie tra cui la principale è l’autoparesi.

Abbiamo 2 tipi di reti:

·      le reti fisiche che possono essere naturali, ad esempio la rete idrografica, di tipo tecnico con una gamma di possibilità come trasporti, energia elettrica, acquedotti, reti telematiche, geodetica;

·      le reti relazionali che dipendono dal livello di relazioni. Sono ad esempio globali, urbane, produttive, sociali (relazioni interpersonali, mobilità).

Quindi, il concetto di rete è vasto ed a noi interessano soprattutto le reti relazionali.

Alla base della nozione di rete c’è una diversità territoriale che si è formata nel tempo.

Con l’avvento delle nuove tecnologie le reti favoriscono nuovi spazi di relazioni che non sono importanti solo dal punto di vista cognitivo, e i vantaggi vengono dall’essere in rete, potendosi così liberare di una localizzazione precisa.

Con le reti si ha un nuovo concetto di accessibilità (distanza e barriere da superare) che è l’accesso alla rete immateriale.

Quindi, si supera il concetto che lega l’accessibilità alla distanza fisica ma si considerano le network prossimity anche se, comunque, non può essere eliminato e rimane importante il contatto face to face.

Per valutare le reti occorre considerare le interazioni; ogni rete è fatta per facilitare il flusso e mostrano l’entità, la consistenza, la portata, la direzione dei fenomeni di relazione (c’è scambio, è unidirezionale ).

Lo spazio dei flussi descrive in qualche misura la logica spaziale dominante, come si sta organizzando il nostro territorio e dipende dalla governance e dal clima sociale.

Il ruolo delle reti si evidenzia in quello dei nodi che oggi stanno diventando sempre più complessi; si parla di “piattaforme intermodali”, di centro intermodale che riesce a far integrare diversi sistemi di trasporto (ricavo un flusso e lo ritrasmetto in forma diversa).

Di solito nodi delle reti coincidono con le “città”, dalle aree urbane di media consistenza fino alle aree metropolitane e alle megalopoli (anche se in realtà ce n’è una sola l’area che va da Boston a W. D. C., e ve n’è un’altra in formazione tra L.A., San Diego e San Francisco). Un’area urbana sovrappopolata è Città del Messico (@ 30.000.000 di abitanti) che, però, non è una megalopoli ma una metropoli potenziata che svolge funzioni a livello superiore rispetto alla città (per avere megalopoli non basta unire più città).

Considerazioni per la nuova territorialità:

Daremo alcune definizioni, delle considerazioni sui teorici dello sviluppo squilibrato e degli scenari.

Iniziamo con un po' di vocabolario:

·      Concetto di distretto: “agglomerato produttivo (essenzialmente industriale) territorialmente definito con peculiari modalità di relazioni interne ed esterne che finiscono per costituire specifiche economie locali (sistemi locali con loro struttura, processi) difficilmente riproducibili (conoscenza tacita)”.

Il distretto non può essere esportato.

L’atmosfera industriale che c’è nel distretto è il risultato (che facilita la circolazione della comunicazione delle idee) degli effetti sinergici che si creano all’interno del sistema d’imprese ed è legato prevalentemente alle modalità dei rapporti infrastrutturali (cooperativi, più spesso emulativi, competitivi concorrenza pura), facilitando la diffusione delle informazioni e delle innovazioni.

Gran parte del vantaggio strategico di queste imprese risiede in queste forme relazionali grazie alle quali anche le piccole imprese, dotate di poco potere di mercato e di ridotte capacità finanziarie, sono riuscite ad esprimere elevate potenzialità.

Questo distretto è stato chiamato anche mercato comunitario.



Le relazioni tra imprese possono essere verticali, orizzontali, laterali (la specializzazione avviene in classi diverse rispetto allo stesso prodotto) o diagonale (l’impresa è legata ad altre imprese ausiliarie).

Abbiamo, poi, nelle relazioni verticali da tener presenti le subforniture, le relazioni sistemiche e le costellazioni in cui ho un’impresa guida che interagisce con altre per creare una certa solidità finanziaria (abbastanza frequenti anche nel distretto).

Ma non tutti sono distretti:

·      Aree di specializzazione produttive: dove le interrelazioni sono meno frequenti che nel distretto, sono imprese che fanno lo stesso prodotto o la stessa fase di produzione (stessa specializzazione).

La domanda è prevalentemente locale ed il mercato del lavoro locale è efficiente.

·      Sistemi produttivi locali: dove ci sono le piccole e medie imprese concorrenti ma con frequenti interrelazioni di tipo intersettoriale (cultura tecnica più diffusa, più specializzazioni).

·      Area sistema: è una forma di organizzazione efficiente e anche avanzata tal volta. Comprende un’agglomerazione territoriale di imprese dedite a produzioni affini o connesse.

E’ un’evoluzione del sistema produttivo locale in termini di relazioni tra imprese e di maggior ruolo degli imprenditori e della governance che sono in grado di guidare questo processo cioè di esprimere strategie.

Si parla di sviluppo autocentrato.

Il distretto si può articolare in più aree sistemiche.

·      Concetto di milieu: è un concetto complesso fatto di componenti ambientali, socio-culturali, economiche non che di tradizione, istituzioni le quali costituiscono un insieme di condizioni territoriali non riproducibili; un insieme di attori e strutture con interrelazioni reciproche (relazioni di milieu).

·      Il milieu è fatto di apertura, radicamento che è la diade globale-locale dove si gioca il futuro dei nostri sistemi.

Esso percepisce sollecitazioni esterne che lo rendono così vitale, organizzato in strutture dinamiche.

Terminato il discorso delle reti, con Calvino che ci parla di una ipotetica “città rete” nel suo libro “Le città invisibili”, facciamo alcune riflessioni.

Abbiamo analizzato:

Þ  il rapporto uomo-ambiente;

Þ  la teoria dei sistemi;

Þ  i fattori più specificatamente localizzativi;

Þ  la scelta in base ai fattori;

Þ  gli scenari in cui si colloca la scelta.

TEORIE ECONOMICHE DELLO SVILUPPO SQUILIBRATO:

Teoria della crescita:

Già gli economisti classici parlavano della scarsità dei fattori (Ricardo, Mathus: scarsità della terra), ma lo spazio non aveva un peso rilevante.

Nel 1940 C. Clark scrive “Le condizioni del progresso economico” in cui afferma che lo sviluppo procede per fasi poiché il settore primario, rispetto al secondario e al terziario, ha velocità di accumulo inferiore.

Egli analizza le condizioni territoriali dello sviluppo e mette in rilievo il decollo dei settori chiave. Dunque, non ci sono più differenze dei fattori, ma differenze settoriali e spaziali.

Per dimostrare che c’è squilibrio si deve fare riferimento a due punti nello spazio da confrontare.

Nel ‘50 F. Perroux scrive “L’economia del XX secolo”, in cui sostiene che la crescita non avviene ovunque contemporaneamente ma si manifesta in poli ed è basata sul ruolo di un’industria motrice.

La motrice deve avere le seguenti caratteristiche:

·      Grande dimensione ovvero una massa critica tale da muovere il sistema.

·      Appartenenza ad un settore innovativo.

·      Domanda elastica.

·      Capacità di formare un indotto, ovvero forte impatto sugli altri settori.

A partire dalla motrice, tramite il suo inserimento in un contesto con certe precondizioni (buona accessibilità, clima favorevole al progresso), si innesca un circolo virtuoso ed in ultima analisi si creano gli squilibri.

La disparità si crea a causa di difetti nella comunicazione che impediscono il passaggio dello sviluppo dai poli alla periferia (mancanza di progettualità, di infrastrutture, impossibilità di decentrare il processo produttivo).

Perroux parla, inoltre, di risorse latenti, potenzialità.

La sua teoria venne applicata all’industrializzazione del Mezzogiorno, ma le industrie create furono solo “cattedrali nel deserto”, in quanto, seppur grandi ed appartenenti a settori innovativi, mancavano delle capacità di creare un indotto.

Hirshman afferma che la polarizzazione avviene solo in alcuni punti (growing points) nei quali si realizzano condizioni che devono essere trasportate intorno non automaticamente ma tramite un processo cumulativo a spirale.

E’ dunque necessario un intervento per il trasporto dai punti all’intorno.

Egli afferma che sul piano nazionale c’è continuità: per contatto lo sviluppo si trasmette e l’equilibrio si crea; a livello internazionale, invece, il divario è crescente e c’è dunque bisogno dell’intervento.

Mirdal parla, invece, di causa-azione circolare cumulativa che porta al depauperamento progressivo dei paesi poveri e all’arricchimento dei paesi già ricchi.

I divari tendono continuamente a crescere e ciò consente una lettura anche geografica degli squilibri.

Si nega, inoltre, la capacità dei meccanismi di libero mercato di sanare gli squilibri e, anzi, gli si attribuisce il divario crescente che per essere attenuato ha bisogno di cooperazione internazionale.

Una teoria più vicina alla nostra tematica è quella di Vernon, padre della teoria del ciclo del prodotto, che scrive a Cambridge “Metropolis”.

Egli cerca di spiegare le modalità di divisione internazionale del lavoro, la sua è una teoria vitalistica, basata sul ciclo di vita.

I prodotti nuovi dove nascono ?

Dove si rilocalizza l’impresa innovativa ?

La risposta è: nel core, nell’area urbana, ma i potenziali consumatori devono essere ricchi.

Solo quando il prodotto diventa maturo si punta alle economie esterne o anche di scala e si localizza laddove si riesce ad abbassare il costo di produzione e ci si sposta in mercati più ampi.

In seguito, la tecnologia si standardizza, il prezzo del prodotto si abbassa ed il mercato è globale.

E’ dunque importante puntare sui differenziali del costo del lavoro, dato che la tecnologia è alla portata di tutti.

La localizzazione viene dunque determinata dal costo del lavoro o da altri fattori.

Rostow parla, infine, di diversi stadi dello sviluppo economico (anche Marx ne aveva parlato):

·      società tradizionale:

*     scienza e tecnologia pre-newtoniana;

*     attività agricole;

*     gerarchia sociale.

·      società che precede il take-off:

*     l’agricoltura si modernizza;

*     ura dell’imprenditore.

·      stadio del take-off:

*     cresce tutto il sistema sulla spinta della crescita del risparmio;

*     il settore trainante è la manifattura.

·      stadio della maturità:

*     continua il progresso e dura 60 anni.

·      stadio finale:

*     consumismo: consumi diffusi e sofisticati, dura 100 anni.

Rostow banalizza le relazioni spaziali privilegiando lo sviluppo territoriale. Trascura tutto l’apporto della critica radicale marxista che dice che il territorio è rilevante come valore storico e negli sviluppi sociali.

SCENARI:

Fordismo:

Dal 1913 Ford trasferisce la produzione sul lago Michigam e realizza la catena di montaggio facendo nascere l’industria fordista.

Caratteristiche:

*     Accentuata divisione del lavoro.

*     Specializzazione produttiva (modello T).

*     Concentrazione del capitale (soprattutto industriale ma anche bancario).

*     Crescente interconnessione tra industria e finanza.

*     Affermazione di strutture economiche almeno oligopolistiche o anche monopolistiche.

*     Strumento più comune: il sectiunello cioè imposizione del prezzo mediante accordi.

*     Scontri sindacali tra associazioni.

*     Stato come elemento correttore.

*     Articolazione politica tra stato e grande monopolio o oligopolio.

Non esiste un solo fordismo; in esso, inoltre, si inseriscono dei processi di terziarizzazione e differenziazione.

Si inserisce via via uno scenario post-industriale, che potremmo definire “neo-fordismo”, poiché esso deriva dal precedente senza rotture.

Neo-fordismo:

Si assiste a:

*     Terziarizzazione dei sistemi.

*     Aumento del tempo libero, poiché i lavoratori hanno le prime conquiste in seguito alle loro rivendicazioni (orari di lavoro ridotti, vacanze più lunghe).

*     Incremento della produttività, data la meccanizzazione dei processi produttivi.

*     Potenziamento del ruolo dell’informazione.

*     Funzione sociale dominante degli specialisti e dell’organizzazione.

Post-fordismo:

Questo scenario deriva dal precedente con notevole continuità.

Difficoltà:

Distinguere tra il fordismo classico e le diverse tesi post-fordiste (vedi fotocopie).

Esiste un ampio ventaglio di sperimentazioni fordiste, nelle varie regioni.

Negli anni ‘70 inizia il declino dell’impostazione fordista.

Negli anni ‘80 si cerca di modificare alcuni aspetti più forti (concentrazione dei fattori, rigidità d’impresa) grazie all’avvento delle nuove tecnologie che consentono l’impostazione di nuove forme di organizzazione d’impresa.

Questa evoluzione produce soluzioni sempre più flessibili, fino ad arrivare alla cosiddetta “slim production” o produzione snella.

L’obiettivo di rispondere allo sfaldamento dello “stato Keynesiano” viene raggiunto in vari modi.

Viene, infine, riscoperto il “senso del limite” delle risorse disponibili, rie il problema ambientale “limite dello sviluppo”.

Viene proposto un Neo-fordismo conservatore: si tratta di un’impostazione che tende a frenare il passaggio tra fordismo e post-fordismo.

E’ dovuto al fatto che molte categorie vedono in pericolo i loro interessi e chiedono tutela: esempio persone in cerca di lavoro, commercianti, impiegati.

Si sviluppano rielaborazioni che hanno un senso più “corporativo”.

Le categorie “protette”, conservative, sono sia a destra che a sinistra.

Un altro scenario è il post-fordismo fondamentalista.

La prospettiva post-fordista può essere adottata in pieno: si hanno principi precisi che vanno applicati.

Il pericolo è che questo automatismo venga visto come un’automatismo sociale che è in grado di risolvere ogni problema.

Un esempio è quando si dice che il mercato si autoregola.

Il pericolo dipende soprattutto dal fatto che i problemi non sono mai o solo economici o solo sociali, ma economico-sociali.

Questa impostazione è una specie di cocktail tra l’evoluzione tecnologica ed il darwinismo sociale.

Il rischio è che le nuove tecnologie abbiano un carisma di consenso, che “colonizzino” il consenso sociale.

Espressioni del tipo “il nuovo è meglio del vecchio”, “il mercato insieme alla tecnologia è in grado di risolvere i problemi”, sono da verificare.

C’è, poi, il post-fordismo progettabile che punta su energie e consenso sociale.

Il consenso sociale filtra le tecnologie ed il mercato.

L’innovazione dovrebbe essere frutto di regole socialmente elaborate e condivise.

Si dovrebbe dare un senso collettivo anche alle scelte individuali.

Spetta alla politica riaffermare certi caratteri universali ad esempio diritto all’informazione.

SCENARIO POST-MODERNO:

C’è un netto cambiamento del “sistema dei valori”:

*     Pluralismo non solo sul piano politico, porta ad una diversa organizzazione d’impresa.

*     Solidarismo

*     Autorealizzazione

*     Partecipazione

*     Decentramento

*     Parsimonia nell’uso delle risorse in funzione dello sviluppo sostenibile.

Ne discendono:

Þ  Tecnologie soffici (= clean technologies) per uno sviluppo sostenibile.

Þ  Il lavoro si modella sulle esigenze per tempo, luogo e forma.

Þ  Valorizzazione delle culture locali.

Þ  Partecipazione volontaria-lavoro non per il mercato.

Considerazioni sugli scenari:

Sul fronte dell’interpretazione dei nuovi fenomeni si è sviluppato un dibattito interdisciplinare: le gabbie teoriche non riescono a contenere l’interpretazione dei nuovi fenomeni.

Alla logica funzionale, che presuppone la suddivisione spaziale delle funzioni e una gerarchia determinata, si contrappone e talvolta si accomna, una logica territoriale, per la quale protagoniste diventano le interdipendenze e le relazioni che si attivano territorialmente (localmente) tra imprese e altri soggetti (economici, sociali, istituzionali).

Si creano così reti di scambio e di cooperazione che, fornendo ai soggetti localizzati un supporto logistico, culturale ed istituzionale necessario al loro operare, definiscono percorsi di sviluppo localmente differenziati.

Il territorio non è, quindi, un supporto passivo di eventi di provenienza esterna, ma è capace di attivare proprie opportunità o politiche di sviluppo.

Questa “riscoperta” dei fattori territoriali nell’analisi dei processi di sviluppo economico ha una serie di conseguenze teoriche ed empiriche:

·      Consapevolezza dei limiti dei modelli “ortodossi”, come ad esempio polarizzazione di Perroux, divisione spaziale del lavoro, modelli ciclici e sequenziali, nella spiegazione dei nuovi fenomeni di natura territoriale.

·      Considerazione della complessità ambientale delle unità territoriali oggetto di analisi, dove organizzazione e performances produttive non sono scindibili dalla storia e dal patrimonio culturale ereditato.

Nb. Quest’ultimo può, però, anche essere un freno.

Quindi una complessa dialettica tra comportamenti d’impresa e sviluppo territoriale.

·      Pur tenendo conto delle differenti traiettorie dei singoli sistemi, i vantaggi di agglomerazione rientrano significativamente negli schemi interpretativi.

Ad esempio competenze specifiche localizzate di tipo tecnologico o culturale, flessibilità del lavoro, cooperazione tra imprese, riduzione dei costi di transazione e di trasporto, reti di distribuzione e di fornitura, infrastrutture coerenti.

·      La piccola impresa è spesso la protagonista dei nuovi fenomeni di sviluppo locale.

L’introduzione di tecnologie informatiche ed elettroniche e la crescente volatilità dei mercati, riconsegnano alle PM imprese un ruolo che sembrava perduto anche alle grandi imprese non rigidamente organizzate.

 

·      Le tipologie territoriali sono molteplici e ,quindi, l’idealtipo come ad esempio il distretto o l’area sistema, è solo una delle possibili, tra le tante, nella dinamica economica del mondo contemporaneo.

Quindi, non guardiamo come chi vede distretti ovunque o non vede niente ma sappiamo che ci sono posizioni intermedie per esempio in Toscana i veri distretti sono solo 2 e cioè Prato e Santa Croce, mentre gli altri, tra cui Arezzo, non lo sono almeno in senso marshalliano (gli oligopoli non scompaiono).

Quello che è assodato è che è presente, nel sistema che noi osserviamo, una notevole discontinuità delle forme organizzative collegabili, come tipologia, al moderno “capitalismo”.

Abbiamo uno schema sequenziale:

Una selezione dei                               modalità                                decisioni

 comportamenti                                      di                                     localizzative

     strategici                                       crescita

Tutto questo, poi, è compreso in uno scenario di per sé complesso.

A questo punto affrontiamo uno degli scenari più complessi ed in cui siamo più coinvolti la cosiddetta globalizzazione.

I prodomi si trovano anche nelle teorie classiche (Ricardo, Smith) che verificavano, già, come alcuni fattori agiscano su scala globale.

E’ un concetto recente, prima si parlava di internazionalizzazione in cui le imprese vendevano/compravano con l’estero.

Questa difficoltà di definire i fenomeni si ritrova anche in letteratura che è quasi tutta critica nei confronti della globalizzazione.

La globalizzazione non è solo un fatto finanziario.

Definizioni di tipo tecnico:

·      Definizione del FMI (uno dei grandi protagonisti della globalizzazione): “l’interdipendenza economica crescente dell’insieme dei paesi del mondo, provocata dall’aumento del volume e della varietà delle transazioni internazionali di beni e servizi, come dei flussi internazionali dei capitali e, in pari tempo, dalla diffusione accelerata e generalizzata della tecnologia

L’OCSE (OCDE), organizzazione nota come l'organizzazione per la cooperazione economica, nacque nel subito dopo guerra come OECE riunendo quei paesi che rientravano nell’orbita statunitense.

Raggruppa una serie di paesi per ognuno dei quali essa fa un libretto con un rapporto annuale per esempio sul problema della liquidità monetaria in Irlanda.

Essa ha contribuito all’abbattimento delle barriere (prima della CEE).

Prima della CEE abbiamo la CECA, composta da Francia, Germania, paesi del Benelux e Italia, anche se non aveva ferro e poco carbone, ma che vi entra per una scelta politica (usciva perdente dalla guerra) e con la quale si inizia ad attivare un meccanismo che nel ‘57 porterà alla CEE con il Trattato di Roma.

·      Definizione dell’OCSE: “processo attraverso il quale mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più dipendenti tra loro, a causa della dinamica di scambio di beni e servizi e attraverso i movimenti di capitali e della tecnologia”.

Questa è una definizione non omnicomprensiva in quanto gli aspetti sono piuttosto ampi.

Esistono almeno 2 filoni di pensiero sulla globalizzazione: 

·      Ineluttabilità dei fenomeni globali che non si possono evitare, non possono essere né contrastati né frenati (Economist, Financial Times);

·      l’economia deve essere a servizio della società (un po' come nel post-fordismo progettabile), le spinte globalizzanti vanno, quindi, gestite in modo opportuno. Esse sono frutto di una ideologia e possono e devono essere modificate (Le mond).

Queste due correnti di pensiero si rifanno un po':

·      al capitalismo anglosassone: guarda soprattutto alla valenza finanziaria delle strutture del mercato, regimare la finanza (è legato al mercato e alla libera circolazione dei capitali);

·      al capitalismo renano: associazione stretta tra imprese, banche e Stato (bene sociale, intermediario importante) che formano un insieme che gestisce questi fenomeni; si ha un’osservazione dei fenomeni pilotandoli verso il risultato desiderato.

I legami economico-finanziari sono sempre esistiti tra i sistemi, l’internazionalizzazione economica non è, quindi, un fenomeno nuovo in quanto era presente già nell’800 e si pensi ,poi, nel dopoguerra alla formazione delle CECA e della CEE.

Le specificità della globalizzazione consistono essenzialmente in 2 fattori:

·      intensità dei nuovi legami che si formano;

·      natura essenzialmente diversa di questi legami rispetto al passato.

Questo meccanismo, si può dire, che nasce intorno al 1971 quando Nixon decretò l’inconvertibilità a tasso fisso del dollaro in oro (dollaro moneta di riferimento del Bretton Wood).

Nel ‘74 gli Stati Uniti dichiarano la liberalizzazione dei movimenti di capitali da un sistema all’altro.

Nei fenomeni di globalizzazione si individuano almeno 4 segmenti:

·      Segmento politico: istituzioni, relazioni internazionali, grandi aree socio-politiche di integrazione.

·      Segmento finanziario: borse valori, investimenti finanziari, Debito Pubblico.

·      Segmento tecnico-scientifico: sapere, conoscenza esplicita, sapere scientifico in senso lato, ricerca e le ricadute in termini d’innovazione tecnologica.

·      Segmento economico-produttivo: le reti internazionali, l’internazionalizzazione delle imprese anche produttive, la subfornitura internazionale. E’ questo segmento modifica più tangibilmente l'organizzazione dei settori economici.

La globalizzazione economico produttiva non significa che il mercato di sbocco della fornitura è ampliato a tutto il mondo e che, quindi, si abbattono tutte le barriere agli scambi ma che lo spazio d’impresa e le sue funzioni si allargano a spazi territoriali più ampi rispetto alla sua localizzazione originale.

Allora il mondo, lo scenario globale è lo scenario di riferimento in cui applicare le azioni strategiche: è il modo di operare, la mentalità.

Fatti stilizzati, tendenze che si consolidano nello scenario globale:

1.    Considerazione in essa: l’applicazione delle nuove tecnologie (informatica, telematica, elettronica) permetterebbero una produttività incrementale del 3-4% all’anno. La tendenza è produrre di più con meno input (risorse) sia umani che, soprattutto, risorse; per questo alcune drammatiche previsioni degli anni ‘70 sull’esaurimento delle risorse non si sono verificate.

2.    La delocalizzazione che riguarda una serie di fenomeni: la produzione teoricamente è localizzabile ovunque sia per i beni che per i servizi. Questa delocalizzazione porta ad un altro fenomeno cioè ai processi di concentrazione-diffusione nei quali ci sono due spinte di segno opposto una verso la delocalizzazione delle attività banali ed una verso la concentrazione delle attività strategiche.

3.    L’accentuata transizione verso un modello snello dei tempi di lavoro. Basta pensare alla segmentazione delle mansioni, alla flessibilità e al fatto che si distinguono 2 categorie di lavoro:

- il lavoro fisso: che è il lavoro che era ritenuto necessario, ineliminabile ma    che è sempre più eroso dalle nuove tecnologie;

- il lavoro flessibile: che è nato dalla fascia bassa professionale (bracciante     aggiunto) ma che oggi si è esteso anche al manager ed ha una crescente       variabilità.

Questo è un fenomeno importante nelle società avanzate dove si trovano i “working poors” cioè ci sono sempre più categorie sociali il cui lavoro non è sufficiente a coprire i costi per un certo livello di vita (la carenza di risorse non basta per dire povertà).

Negli USA l’85% di coloro che sono considerati sotto la soglia della povertà hanno un lavoro regolare.

4.    Mutamenti nei bilanci tempo cioè come le persone spendono il loro tempo (fattore di organizzazione razionale sociale e territoriale).

Si vede diminuire il tempo speso per il lavoro retribuito ed aumentare quello per il lavoro non retribuito cioè volontario ma non gratuito poiché costa ad esempio i corsi di aggiornamento.

L’americano medio lavora un mese di più a causa della formazione permanente, del fatto che si deve produrre da sé certi servizi, a causa del pendolarismo.

5.    Transizione dalla società dei posti di lavoro alla società delle attività lavorative: cioè la segmentazione (tante funzioni che posso svolgere nella mia attività lavorativa).

Ecco che, davanti a questa situazione di cambiamento, molti dicono, che occorre puntare su politiche attive, vanno gestiti questi fenomeni e non si può impostare tutto su quello che è il tasso di consumatività (spesa per consumi di tutti i tipi) come punto di riferimento per l’efficienza di una società.

A volte, però, si dovrebbe riguardare più con criteri di qualità.

Aspetti tecnici costitutivi:

¨    Finanziarizzazione dell’economia:

E’ la formazione di un mercato finanziario globale frutto di quel processo iniziato negli anni ‘70 (‘71-’74).

2 componenti della finanziarizzazione sono :

·      il dilatarsi della superstruttura finanziaria (continuo) rispetto al lato reale dell’economia;

·      il suo assumere sempre più carattere di mercato.

In sostanza finanziarizzazione vuol dire crescita molto forte delle transazioni finanziarie per unità di prodotto nazionale[2].

Che cosa ha contribuito alla finanziarizzazione ?

La standardizzazione di alcune attività finanziarie, alla quale ha contribuito, quasi ovunque fino all’inizio degli anni ‘90, la crescita del Debito Pubblico.

Le transazioni sono cresciute enormemente infatti nei primi 10 paesi industrializzati ammontano a 1.000 miliardi di dollari.

Quindi, la struttura finanziaria dell’economia ha sopravanzato il lato reale riguardante gli scambi creando delle situazioni che non erano state previste da nessuno.

Negli anni ‘30 quando Keynes metteva in guardia verso l’eccessiva finanziarizzazione il volume era 60-70 volte inferiore.

¨    Ruolo delle nuove tecnologie dell’informazione:

La società dell’informazione si basa su 3 elementi:

·      intelligenza;

·      sapere;

·      conoscenza.

Siamo nella struttura della conoscenza, non più nella tecnostruttura, che diviene come la finanza un elemento fondamentale della struttura economica.

Esistono conoscenze codificate che sono trasferibili ma imitabili, ed una conoscenza tacita, specifica di certi sistemi ed in essa si gioca la nuova territorialità in quanto se la so mantenere mi darà un vantaggio duraturo.

Il problema del learning by doing, imparare facendo, ha perso rilevanza poiché importante è la componente tacita della tecnologia.

Però, la tecnologia, affinché diventi nostra conoscenza tacita, ha bisogno di investimenti, apprendimento che non sono né automatici né gratuiti.

Altrimenti, avrò soltanto dei vantaggi competitivi temporanei, dunque, è necessario investire in vari tipi di apprendimento, tra cui, un livello di cultura media più elevato affinché tutti i cittadini possano accedere alle nuove tecnologie.

Quali sono le conseguenze ?

La tecnologia importata è utile se in precedenza si sono accumulate capacità tecnologiche adeguate che possono essere anche solo di percezione.

Perdere la competitività, spesso, equivale a perdere identità, immagine nel globale.

Da qui discende che la tecnologia odierna non si incorpora tanto nelle merci, come un tempo, ad esempio come faceva il Giappone, ma bisogna aver incorporato una soglia informativa.

La liberalizzazione degli scambi è di per sé un vantaggio ma non è da sola sufficiente a diffondere la tecnologia come lo era alcuni decenni fa. Quindi, i paesi del terzo mondo ricavano utilità da ciò che importano ma non acquistano tecnologia e non diventano più competitivi.

La conoscenza scientifica è un potente fattore di polarizzazione, un fattore che impedisce l’aggancio “catch up”. L’innovazione tecnologica è conservatrice.

¨    Iperconcorrenza:

E’ fondamentalmente l’intensificazione della concorrenza, non tanto vista come irrobustimento ma come cambio delle regole.

Nell’iperconcorrenza i vantaggi differenziali sono erosi molto rapidamente, quindi, si dovranno, spesso, sacrificare prodotti o servizi che sembrano avere ancora buone opportunità di successo ma con i quali si corre il rischio di essere raggiunti dalla concorrenza. Sempre più conta non tanto fare i concorrenti leali ma disarticolare la concorrenza.

L’iperconcorrenza ha degli aspetti legati, oltre che alle caratteristiche del prodotto, anche alle tecniche con cui ci si fa la concorrenza; essa richiama la concorrenza trasversale attraverso la disarticolazione della concorrenza stessa attraverso mosse fatte per confondere gli avversari, notizie immesse sul mercato per ledere i concorrenti (pubblicità ativa) oppure, anche, attraverso mosse positive come per esempio attraverso un aumento dei servizi offerti alla clientela come è successo nel settore automobilistico.

In questa situazione i vantaggi differenziali sono rapidamente erosi.

Ci possono essere situazioni in cui le imprese si contentano di profitti bassi pur di restare sul mercato e dedicano le loro energie per spostarsi su nuovi fronti per nuovi prodotti, o più spesso, verso nuove idee che creano nuovi bisogni come ad esempio è successo per il cellulare.

Infine: cosa succede quando queste regole entrano nei sistemi ?

I sistemi creano il dilemma tra l’acquisizione di nuovi vantaggi competitivi stabili e la rete di sicurezza sociale: a seconda della solidità del sistema tutti cercano un vantaggio competitivo attraverso il dumping sociale cioè si abbassa la copertura sociale per abbassare i costi o si fanno delle riforme che si confrontano con la spesa e non con le reali necessità, ad esempio, in Italia per entrare in Europa si è fatta la riforma delle pensioni.

Altra conseguenza dell’iperconcorrenza è che, in tale contesto, le tradizionali strategie sull’export non bastano più poiché è tutta l’impresa che va pensata in modo innovativo ad esempio la scelta della subfornitura per le grandi imprese è una scelta strategica, scelta basata sul costo di transazione, sui confronti di efficienza e sulla produttività dei concorrenti, le fonti di finanziamento vanno diversificate, le strategie commerciali (vanno tutte viste su uno sfondo globale).

Non esiste un ente globale che dia delle regole per cui ci troviamo tutti questi fatti stilizzati a cui ci si deve aggiungere la fine dello Stato-nazione poiché gli stati perdono la capacità di gestire certi fatti perché hanno devoluto queste strategie ad un livello sovranazionale (CEE od altri enti internazionali) anche se, comunque, sono chiamati a dirimerne le conseguenze come ad esempio per le quote latte.

Tutto questo crea la necessità di creare una società civile globale in cui certi principi sono accettati da tutti, altrimenti i problemi, almeno nel breve medio termine, si aggravano.

Altro modo di pensare vede così la questione:

TINA                                                              NIMBY

Non c’è alternativa                                             Non nel mio cortile1

Questo confronto è il peggiore perché le due posizioni massacrano chi sta in mezzo.

L’ordine economico globale che andrebbe creato non può esistere se non si porta dietro tutta una serie di principi.

Il problema è che si dimenticano le necessità della società civile che non necessariamente sono legati a fattori economici.

Principi della nuova territorialità:

La globalizzazione non è un fenomeno totalizzante ma lascia spazio a modelli storicamente specifici.

E’ totalizzante nei confronti dei sistemi deboli, quindi, le singole specificità dei sistemi sono il fondamento della concorrenza e all’origine dei vantaggi competitivi.

Alcuni fenomeni macrostrutturali che fanno da sfondo alla nuova territorialità sono:

Le nuove tecnologie, soprattutto legate all’informatica e alla telematica. Si tratta della moltiplicazione dell’intensità ed estensione dei contatti transnazionali.

Questo è possibile in quanto è disponibile una nuova base tecnologia, l’elettronica, che rende possibile l’uso universale dei computer.

Nello stesso tempo c’è la comunicazione a distanza in tempo reale attraverso la telematica e, poi, l’impiego della robotica nella produzione (automazione flessibile).

Tutto questo ha reso possibile la codificazione di una quota crescente delle nostre conoscenze.

La complessità richiesta dalla globalizzazione richiede maggiore codificazione che permette all’informazione di fluire da un livello all’altro (globale-locale) senza perdere di significato (un tempo, invece, l’informazione si distorceva).

Quindi si entra a far parte di una rete mondiale articolata fino ai nodi locali: è un veicolo sia per la globalizzazione che per l’affermazione delle specificità locali.

Tutto questo mediante codici condivisi.

Questi devono essere esaminati, valutati insieme alle strategie e ai processi sociali al cui interno la tecnologia viene:

·      Scelta: può essere scelta attraverso:

*     processi consapevoli cioè pianificati e che possono essere attuati in risposta a strategie pubbliche o private;

*     processi inconsapevole cioè non è pianificata e non è legata ad una strategia, ad esempio, nel caso del processo imitativo;

*     processi indotti cioè è la grande impresa che costringe l’indotto ad adeguarsi alle proprie scelte.

·      Sviluppata questo avviene tramite l'organizzazione territoriale del nostro sistema locale e le reti.

·      Diffusa con varie possibilità di risposta, essa dipende dalle caratteristiche del nostro sistema locale (attori + governance).

Si può dire che le tecnologie dell’informazione, che sono molto rilevanti, sono alla base dell’affermazione di nuove forme organizzative dell’impresa (o meglio dell’economia) e della società.

Queste forme sono sintetizzabili in 3 categorie:

¨    Flessibilità organizzativa del sistema economico e sociale:

E’ una diretta conseguenza  della rivoluzione delle nuove tecnologie.

Si ritrova, non solo, nell’impresa ma anche nel mercato del lavoro da un punto di vista etico-morale.

Gli elementi più rilevanti sono:

·      Modificazioni radicali nella struttura occupazionale, nuove conurazioni rispetto alla rigidità precedente basata sull’incertezza e sui mutamenti ad esempio lavoro part-time, lavoro temporaneo, orari flessibili, orari scivolati, segmentazione delle mansioni.

·      Mutano i tradizionali rapporti tra soggetti pubblici e soggetti privati.

Al disimpegno dello Stato in molte sfere dell’economia si accomna un crescente sostegno ad alcune attività di solito generatrici d’innovazione.

Dipende da alcune condizioni:

*     costi crescenti della ricerca;

*     ridotto ciclo di vita dei prodotti che richiede interventi di regolazione;

*     supporto organizzativo per favorire la crescente integrazione tra le diverse tecnologie;

*     investimenti pubblici per la formazione ed il sostegno dell’occupazione, per i grandi processi di ricerca.

·      Per rispondere alla complessità di un ambiente che non è più solo economico ma anche tecnologico e ha una crescente entropia sociale, l’impresa deve compiere il passaggio da impresa-struttura (organizzata gerarchicamente e sulle economie di scala) a impresa-progetto (strutturalmente instabile).

Il vantaggio competitivo si acquisisce in misura crescente nel produrre prodotti e servizi appropriati nel tempo, nel modo, nel luogo in cui essi sono richiesti dal mercato.

Si deve notare, comunque, che l'organizzazione dell’impresa è condizionata ma non determinata dalla tecnologia, essa è un prerequisito dello sviluppo tecnologico stesso, essendo la scelta tecnologica parte integrante della strategia complessiva dell’impresa.

¨    Crescente instabilità delle strutture d’impresa:

La ricerca di rapporti di interdipendenza e di collaborazione tra le imprese è all’origine di forme organizzative diverse rispetto a quelle consuete formali o di mercato.

Per esempio, accordi di cooperazione sempre più diversificati, alleanze strategiche anche di breve periodo, le joint ventures.

Quali fatti scaturiscono da queste nuove forme organizzative:

·      Vista la forte interdipendenza tra le imprese, l’efficienza economica scaturisce da effetti sistemici piuttosto che a livello di singola unità.

La competitività si gioca tra sistemi non più tra imprese.

·      Le transazioni sono regolate da una varietà di forme contrattuali.

·      La simmetria dei ruoli porta a situazioni di cooperazione-dipendenza e alle reti di potere che si appoggiano a 3 tipi di potere:

*     macchiavellico;

*     hobbessiano;

*     di Focault.

·      In genere le strategie d’impresa sono reticolari e possiedono flessibilità e gestione della conoscenza almeno ai livelli superiori.

·      L’intercambiabilità dei partner riduce l’irreversibilità dei processi d’integrazione.

 

¨    Nuovi e complessi comportamenti e processi spaziali:

La dimensione spaziale del comportamento d’impresa acquista nuove e ulteriori complessità.

Si accentuano:

·      Il bisogno di essere presenti nei nodi delle reti d’informazione, comunicazione, commerciali, finanziarie ai livelli di scala.

·      L’esigenza per l’impresa di presentarsi come partner efficiente.

·      Il vecchio modello di unità distribuita spazialmente monofunzionale e specializzata è sostituito da reintegrazioni funzionali alla ricerca di nuove sinergie sia all’interno della propria struttura sia all’esterno.

Queste 3 situazioni portano una serie di conseguenze per cui sono messi in discussione e tal volta in crisi:

*     Le forme di organizzazione tradizionali che tendevano a controllare l’intero sistema (filiere come pure le integrazioni verticali ed orizzontali).

*     L’antico concetto di economie di urbanizzazione è rivitalizzato in termini di sinergie ed interazioni di funzioni di rete.

*     Si affermano tendenze verso la riconcentrazione spaziale, favorita proprio dalle nuove tecnologie.

La segmentazione funzionale fra concezione, progettazione ed esecuzione dei processi dà luogo a nuove forme di polarizzazione.

*     Diffusione e riconcentrazione (certe attività strategiche le voglio qui) sono due forme che si intrecciano senza cancellarsi: si parla di “diffusione concentrata”.

Si decentrano le funzioni banali e si accentrano le funzioni strategiche ma in realtà c’è una gamma di forme intermedie tenendo conto della ricerca dei fattori di produzione a minor costo.

L’innovazione tecnologica, specie se radicale, è un processo conservatore dal punto di vista territoriale, richiedendo vantaggi specifici localizzati e, quindi, che non esistono ovunque.

*     Si affermano forme organizzative più orizzontali e con logica localizzativa flessibile e nuovi vincoli (no foot loose) che pongono, come determinante, la presenza di strutture e infrastrutture di ricerca, apparati di formazione di alto livello, servizi alle imprese di valenza strategica, qualità ambientale, bacini di forza lavoro qualificati.



[1] Ad esempio la Manetti & Roberts quando si è spostata da Rifredi a Calenzano ha dovuto approntare un servizio di pullman dalla stazione alle nuove sedi.

[2] Il valore medio tra le attività finanziarie ed il PIL è del 7% in USA, Giappone e Francia mentre in Italia è del 5%.

1 Ad esempio le discariche sono necessarie ma fatele lontano. E’ di nuovo un problema globale-locale.





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