ePerTutti
Appunti, Tesina di, appunto economia

Politica economica europea

Politica economica europea
Scrivere la parola
Seleziona una categoria

Politica economica europea.

Sviluppi futuri.

Agenda 2000                    WTO                            Allargamento.

La politica economica europea tratta argomenti che rientrano nel corpo della teoria economica che va sotto il nome di 'integrazione economica internazionale'.

Al di là degli aspetti della teoria, tratteremo tutte le tappe storiche del processo di integrazione cercando di spiegare le motivazioni dei tempi accelerati o rallentati del processo di integrazione;



vedremo casi di integrazione economica internazionale che si stanno verificando nelle diverse parti del mondo, entreremo poi nello specifico della politica economica europea e concluderemo con una visione di quelle che sono le tappe future del processo di integrazione economica europea.

Questi sviluppi futuri sono sostanzialmente raggruppabili in 3 aree:

1.    Agenda 2000

2.    WTO

3.    Allargamento.

Agenda 2000 vuole essere un documento della Commissione europea che per finalità interne all'unione europea: vuole fare il punto su quelli che dovranno essere gli sviluppi futuri, le strategia future dell'unione europea.

Tuttavia non si può guardare al futuro delle politiche interne dell'unione europea senza tener presente che anche il processo di integrazione economica regionale internazionale (che è proprio il processo di unificazione dei paesi all'interno dell'unione europea), va visto nel contesto degli accordi multilaterali e quindi bisogna capire quello che significa un confronto, portare avanti delle strategie di accordi multilaterali e di regionalismo.

Il terzo problema è quello che da sempre la Comunità Economica Europea di una volta, (l'Unione Europea di oggi), ancora vuole aumentare la massa critica dei paesi, dei cittadini che vivono all'interno di questa area integrata.

Quindi, l'attenzione costante dalla nascita della Comunità economica europea agli anni futuri, è sempre quello di guardarsi intorno e vedere quali sono i possibili paesi candidabili a essere parte integrante di questa Unione Europea.


*PAC= politica agricola comunitaria.

Agenda 2000 è un documento costruito in questo modo (vedi lucido).

Esso da, in modo particolare, grande alternativa alle politiche interne, cioè Agenda 2000 dice quali sono gli sviluppi futuri delle politiche interne all'Unione Europea poi si interroga su che cosa si dovrà invece fare nel contesto internazionale.

Allora vediamo che il documento, per quanto riguarda il versante interno è articolato in:

¨     Lo sviluppo delle politiche interne

¨     Il problema della coesione

¨     Il problema della nuova PAC.

In queste tre voci si trova l'essenza che ha accomnato sempre il processo di integrazione europea.

Questo perché ogni volta che il processo di integrazione europea ha mosso dei passi in avanti , si è voluto interrogare su 3 problematiche.

Più si stringe il processo di integrazione, più si deve vedere quali sono le politiche che danno corpo a questa integrazione ( una politica nel campo della concorrenza, una politica comune nel campo della sicurezza alimentare, una politica comune nel campo della politica industriale, etc..  Tutti aspetti macroeconomici che hanno portato all'unione monetaria di oggi) e quindi lo sviluppo continuo di tutte quelle che diventano politiche integrate dell'unione europea.

Quel processo quindi  spoglia continuamente i Paesi di una parte della sovranità nazionale, delegando, in parte o in toto, queste politiche alla gestione della Commissione, alla gestione del Parlamento, alla gestione del Consiglio dei Ministri Europei.

Così man mano, i gradi dei paesi che partecipano all'Unione Europea diminuiscono, mentre aumentano, invece, le competenze dell'Unione Europea.

Quindi, guardando al 2000, bisognerà vedere quali sono queste politiche che vanno rafforzate.

Detto questo, però nasce continuamente il bisogno di rendersi conto che man mano quest'area diventa sempre più integrata, aumenta il confronto tra diversi, cioè aumenta il confronto tra chi è il più forte e chi è meno forte, tra chi non è in grado già da subito di confrontarsi in un contesto di competizione globale e chi invece già lo è, chi ha problemi di sottoccupazione o di disoccupazione e chi invece non li ha, tra chi per stare in un contesto di competizione globale ha bisogno di politiche di ristrutturazione e di riposizionamento nei diversi settori e chi è invece nella fase in cui già è in condizione di affrontare questo tipo di mondo, questo tipo di confronto globale.

La questione, allora, negli anni del processo di integrazione significava soltanto alcune politiche strutturali che , fatto 100 il bilancio (l'Unione Europea, come qualunque paese, per portare avanti la sua politica economica, ha bisogno di entrare nel bilancio per fare poi l'attività di politica di spesa. Allora bisogna dotare l'Unione Europea di un bilancio proprio. Questo bilancio è la minima parte della dotazione dei bilanci nazionali, siamo nell'ordine dell'1%, 2% del P.I.L. di ciascun paese, ma nella media comunitaria), minimale, la disponibilità di fondi che c'è stata per le politiche che si chiamavano politiche strutturali, cioè politiche capaci di riorganizzare il tessuto produttivo sociale, sono sempre state nell'ordine, all'inizio del 3%, del 5% di quel totale che è soltanto il 2% del P.I.L., quindi una cifra irrisoria.

Man mano che aumentava, come dire, questa gabbia, la perdita dei prezzi del mercato ingabbiava un po’ le politiche e l'autonomia dei paesi, allora è chiaro che aumentava il bisogno di sviluppare le politiche di coesione, cioè quelle politiche di armonizzazione, quelle politiche che consentono lo sviluppo sempre più bilanciato .

Allora nel tempo è aumentata sempre più la disponibilità e il fabbisogno di dotare la politica di coesione economica e sociale, nelle sua accezioni più ampie, di nuove e più abbondanti risorse finanziarie.

Questo discorso lo vedremo quando parleremo nello specifico di Agenda 2000.

In prospettiva per il terzo millennio si preura soltanto una disponibilità di risorse per la coesione dei 15 paesi che già oggi stanno dentro l'Unione Europea, ma si immagina che debba, da subito, essere disponibile una parte di queste risorse anche per quei paesi che


dovranno rientrare, proprio perché quei paesi che dovranno entrare in gran parte sono paesi ad un tasso di sviluppo più basso della media dell'Unione Europea, e quindi ci si preoccupa non soltanto perché si è filantropici, ma perché fare entrare oggi, in un contesto dove i gradi di libertà sono molto ridotti, paesi più poveri, meno strutturati, con un sistema istituzionale più debole, con dei sistemi che, per esempio, hanno poca attenzione per alcuni diritti dei cittadini, è chiaro che crea tensioni all'interno dell'Unione Europea.

Allora si preferisce nella fase transitoria, che precede sempre un ingresso a pieno titolo di un paese, farlo avvicinare quanto più possibile sotto tutti quanti i profili: istituzionali, economici, e anche quelli dei diritti civili.

Come vedete, però, anche nel terzo millennio c'è scritto nuova politica agricola comunitaria PAC.

Questo perché da quando è nato dal trattato di Roma nel 57 l'agricoltura, la politica agricola comune è sempre stata al centro del processo di integrazione.

Si può dire che è logico, perché si parte negli anni 50, nel dopoguerra,  l'Italia era un paese con una popolazione attiva in agricoltura al 40%, e allora è ovvio immaginare l'importanza del settore agricolo.

Ma immaginare questo è importante anche all'interno dell'Unione Europea rivolta al terzo millennio, per paesi come l'Inghilterra, la Francia sempre un poco in anacronismo.

Purtroppo scoprirete, quando parleremo delle diverse tappe del processo di integrazione, che invece la PAC ancora oggi è al centro di una serie di contrasti talmente forti che sono in grado di arrestare i processi di integrazione.

Parleremo degli accordi multilaterali nel 99, negoziato GATT, l'ultimo negoziato GATT era cominciato nell'86 e si è concluso definitivamente nell'aprile del '94, ha rischiato di interrompersi proprio perché gli Stati Uniti e l'Europa non si mettevano d'accordo sulla riforma della PAC.

Anche un paese come gli Stati Uniti non cedeva, era disposto a non chiudere il complesso del negoziato multilaterale che aveva ben 14 dossier sul tavolo, era pronto a chiudere la trattativa sull'agricoltura.

Pensate che ancora oggi, di quel bilancio modesto, che abbiamo detto essere il bilancio disponibile dall'Unione Europea oggi, il 50% del bilancio dell'UE va all'agricoltura.

Quindi dalla somma modesta che è nella cassa dell'Unione Europea, ancora oggi il 50, 55% è destinato all'agricoltura.

Siamo partiti da livelli che erano 70%, 80%, all'arrivo del processo di integrazione europea, però ancora oggi è molto importante questa cosa.


Perché ancora nel terzo millennio si deve ridiscutere la politica comunitaria? È già intuibile per due cose:

1)    innanzitutto perché c'è un 50% dei soldi che stanno messi là, allora è logico che se si deve pensare allo sviluppo delle politiche interne, a rafforzare le politiche di coesione, significa disponibilità finanziaria, si deve immaginare una nuova PAC che spenda di meno.

2)    Su quest'altro fronte incalza ancora questa causa, cioè quando andiamo sul versante esterno, (Agenda 2000 è articolata su questi 2 fronti) trattiamo queste problematiche: allargamento, partenariato, riapertura dei negoziati multilaterali.

Cosa significa allargamento? Significa che l'Unione Europea sta pensando già da diverso tempo a far entrare nuovi paesi all'interno dell'Unione Europea.

L'Unione Europea sta pescando nell'ambito europeo (Europa occidentale) o nell'ambito dell'Europa orientale, e nell'ambito dei paesi del bacino mediterraneo.

È importante ricordare che quando si parla di versante esterno, e allargamento, si sta pensando a numerosi paesi, cioè si pensa addirittura da 15 di poter arrivare a 24, 30 paesi.

Se vi rendete conto della diversità, perché fare entrare la Svizzera non è la stessa cosa di far entrare la Turchia, o far entrare la Bulgaria non è la stessa cosa di far entrare la Svizzera e la Turchia.

Quindi vedete che l'immagine di un'Europa che si vuole allargare trasversalmente, passa attraverso situazioni economiche, statiche e culturali totalmente diverse da paese a paese.

Quindi capite quanto è possibile che sia diversa questa Europa nel futuro e quindi di quanto saranno diverse le esigenze di politiche di coesione, per esempio, per la Svizzera rispetto alla Bulgaria o rispetto alla Turchia, di quanto bisognerà lavorare di più o di meno, parlando dei diritti dei cittadini, se parliamo della Svizzera o se parliamo della Turchia.

Quindi è chiaro che i problemi sono enormi, sono enormi però anche sotto il profilo di carattere finanziario.

La tematica dell'allargamento è una tematica forte, perché implica praticamente, una capacità strategica di gestire una nuova visione dell'Europa, che è totalmente diversa da quella che è cominciata nel 1957 quando 6 paesi, molto vicini geograficamente, molto simili sotto il profilo economico, istituzionale e sociale, evidentemente hanno dato vita a quel primo nucleo di Europa.

Però, perché si fa questo? Proprio perché andando in un contesto di globalizzazione dei mercati, ma al tempo stesso nel mondo c'è questa


grande spinta verso il regionalismo, l'Europa non vuole rimanere indietro, l'Europa sa che deve continuare a costruire un'area regionale più forte, che sappia tener il passo con gli altri processi di integrazione regionale nel mondo, e quindi evidentemente ha bisogno di allargare quanto più possibile, compatibilmente con le difficoltà di mettere insieme diversi con le possibilità però, poi, di poter reggere la competizione globale.

Il partenariato, lo vedremo quando parleremo della politica degli accordi preferenziali in particolare, perché quando parleremo delle relazioni esterne, diremo che la politica di relazioni esterne, appunto si basa su accordi bilaterali, accordi preferenziali, su accordi multilaterali, sull'allargamento, cercando di andare a scegliere i paesi.

Allora il partenariato è una sorta di azione strategica che si fa verso i paesi, per esempio in particolare i paesi del bacino mediterraneo, dove si cerca di aprire delle partnership che si basano non tanto, come dire, nel tentare di avere agevolazioni per l'Europa, ma cercando di aprire a questi paesi, possibilità interessanti che l'invoglino, quindi, ad avere delle relazioni con l'Europa.

E quindi sono politiche di partenariato e quindi di messa insieme di interessi però con un occhio solidaristico, e quindi cercando di aiutare questi paesi.

Ecco che tutto questo porta ad affrontare la tematica che sembrerebbe per anni essere stata la tematica rilevante nella prospettiva della strategia di liberalizzazione degli scambi mondiali, invece ci si prepara ad andare nelle trattative di quel tipo tra posizioni di forza cioè, avendo integrato ancora di più paesi dentro l'unione europea, e comunque avendo legato a sé paesi in via di sviluppo che poi diventano alleati dell'Europa nella strategia di trattativa nell'accordo multilaterale.

Allora, nel dopoguerra gli Stati Uniti hanno avuto il rilancio di una politica di relazioni mondiali, anche per contribuire a superare evidentemente tutte quante le difficoltà, i rancori di paesi che si erano combattuti aspramente fino al giorno prima.

E allora qual è la base più facile? È la base economica.

Ovviamente, poi, gli Stati Uniti partivano da una posizione di forza, avevano un paese integro, tutti gli altri invece avevano delle nazioni distrutte dagli esiti della guerra, sia che erano stati vincitori sia che erano stati perdenti.

Sia l'Inghilterra che la Francia come l'Italia o la Germania, erano paesi distrutti comunque dall'esito mondiale della guerra.

Gli Stati Uniti avevano partecipato, ma avevano un paese integro.

Quindi, come dire, apriamo gli scambi mondiali significava anche dire cominciamo perché tanto io sono già pronto.


È partito il negoziato, quindi si è detto, primo anno è stato nel 1947, e la logica era di che cosa parliamo?

Cerchiamo di dare una strategia di lungo periodo in cui i paesi diventino protezionisti dei loro mercati, e quindi che non ci sia anarchia, non ci sia quindi grande protezione nel mercato interno per difendere le proprie produzioni, ma liberamente si liberalizzino gli scambi e quindi chi è più efficiente può entrare e conquistare quote di mercato.

Allora si è detto all'inizio: cominciamo con lo strumento più semplice, cioè lo strumento principe del protezionismo che è la tariffa, quindi quando io importo un bene posso decidere che se alla frontiera quel bene entra a 100 dollari, io posso decidere di applicare una tariffa ad valorem , cioè percentualmente incremento il prezzo che mi offre l'esportatore mondiale.

Quindi se quel bene entra a 100 dollari io gravo quel prezzo, quel prodotto di un 10%, di un 50%, di un 100% etc..

Allora le prime trattative, quelle che abbiamo chiamato i round, cioè si chiamano sempre round, si avvia in una città, in un paese la trattativa, va avanti uno, due, tre, quattro anni secondo quanto deve durare e prende il nome dal posto dove inizia e ci dice quali sono le tematiche che vengono affrontate, i dossier che vengono affrontati.

Allora nel 47, nel 49, 51, 56, 60, 61, si è sempre parlato di tariffe.

I paesi nel mondo che hanno partecipato a questa trattativa multilaterale erano all'inizio 23, poi 13, poi 38, 26, 26.

Fino al 60 vedete che era limitato il numero dei paesi.

Un'altra caratteristica che diremo è che dei paesi in via di sviluppo non c'era presenza.

Arriviamo all'ultimo (ved. grafico) dove invece per la prima volta si inserisce il dossier dell'agricoltura, i paesi sono 105, e quindi a quel punto vuol dire che con l'ultimo negoziato quasi tutte le aree del mondo hanno ritenuto importante entrare in questa trattativa multilaterale, ognuno con la sua posizione di forza.

E quindi all'interno di una trattativa multilaterale si sono presentate diverse aree del mondo integrate regionalmente e quindi dovremmo vedere se c'è compatibilità tra una tendenza a liberalizzare gli scambi, e la tendenza invece al liberalismo.

Quindi quando parleremo di riapertura di negoziati GATT, significa che chiuso il negoziato Uruguay-ruond, cioè l'ultimo negoziato GATT, l'Unione Europea, come il resto dei paesi del mondo, si aspetta di andare oltre quelli che sono stati gli accordi raggiunti con la chiusura dell'accordo di Marachesh.


Allora un documento che abbraccia tutto quanto, proprio perché c'è la consapevolezza che l'Europa nel 3° millennio, per giocare un ruolo ancora più importante sulla scena mondiale, deve avere una coesione interna, e deve aver completato tutti i processi di integrazione che tendenzialmente la portano verso l'unione politica, ma comunque si presenta con una politica economica univoca e con alcuni problemi irrisolti, perché se è vero che l'ultimo negoziato GATT si stava per rompere sull'agricoltura, è chiaro che bisogna andare alla riapertura del negoziato WTO con certi problemi che hanno rischiato di farlo fallire già risolti.

Perché per esempio:


 Anno             tematiche                                             paesi


1947              tariffe                                                      23

1949              tariffe                                                     13

1951              tariffe                                                     38

1956              tariffe                                                     26

1960-61         tariffe                                                     26

1964-67         tariffe Anti - dumping                             62 

1973-79         tariffe- accordi non tariffari e giuridici    102

1986-93         indennizzi, agricoltura e servizi             105

quando si è trattato di affrontare il negoziato GATT, è successo che siamo partiti nell'86 e la posizione negoziale dell'Europa per alcuni anni è stata incerta, si diceva 'siccome questa volta, per la prima volta, l'agricoltura è entrata nei negoziati, ci conviene autoriformare e poi andare alla trattativa e dire questo è quello che possiamo fare e non di più, oppure non riformare e andare alla trattativa con il settore, con la politica ancora da riformare e quindi giocare la partita a sectiune coperte con il rischio però di essere schiacciati da chi è più forte nella trattativa e quindi ci spinge verso una linea che invece è eccessiva socialmente, politicamente per gli interessi interni.

Alla fine, dopo ampie divergenze e riflessioni si è scelta la politica di autoriforma e quindi nel 92 si fece la riforma interna della PAC e poi si andò al tavolo delle trattative dicendo che questa è la riforma, prendere o lasciare, e quindi con minimi aggiustamenti si è riusciti a spuntarla e quindi ancora oggi esiste un corpo di politica.


Ecco quindi cosa significa affrontare questo tipo di problematiche e quindi che cosa significa andare nell'analisi del futuro dell'Europa.

Questo è il percorso che ci porterà a capire di fatto dove siamo oggi e dove intendiamo andare.

Ma dove siamo oggi?

Oggi noi siamo a Marzo 2000, in un sistema in cui il processo di integrazione economica è arrivato quasi al suo completamento, cioè la fase di integrazione economica si è quasi completata, siamo in una fase di unione monetaria.

Che cosa significa unione monetaria? (domanda d'esame)

L'unione monetaria significa che oggi l'Unione Europea ha deciso di avere una sua moneta unica, l'EURO, però per arrivare al momento in cui siranno Marchi, Lire, Franchi, etc.. sarà necessaria una fase di transizione.

Allora, per arrivare ad una fase di transizione è stata necessario ad un certo punto dire a tutti quanti i partner, quindi i 15 paesi, siccome tutti quanti sappiamo che ogni paese ha utilizzato il tasso di cambio a fini di politica economica, per essere più o meno competitivi, per recuperare a volte dei livelli di inefficienza interna, quindi svalutando e rivalutando, allora nel tempo si è dovuto ridurre la possibilità di avere un sistema di cambi flessibili, cioè l'inizio della storia degli anni passati, era che ogni paese aveva praticamente un sistema in cui non accettava la parità fissa e quindi diceva: il mio tasso di cambio può fluttuare, in modo tale che questo mi consentiva di aggiustare continuamente, se necessario, la capacità competitiva sui mercati internazionali.

Man man che si è cominciato ad avviare il processo di integrazione, era inevitabile che per far convergere le economie e quindi non far giocare a ciascun paese una partita sleale verso altri ed altro, bisognava sciogliere il problema, il dilemma.

Allora ognuno gioca la sua partita sapendo che la teoria economica ci insegna che nel momento in cui io applico uno strumento che è negativo per il partner con cui io gioco una partita sul piano economico internazionale, l'altro è pronto a fare una ritorsione, questo vale quando io applico le tariffe ed è chiaro che quando io svaluto il mio tasso di cambio per conquistare i mercati, è chiaro che sta applicando una ritorsione contro di lui.

Però questa ritorsione, questo gioco che la teoria qualifica come il dilemma del prigioniero, cioè questo gioco l'uno contro l'altro, normalmente porta un danno per tutti quanti.

Allora la teoria economica ci dice che è meglio convergere.


Per arrivare a questa moneta unica che sarà la tappa finale del 2002, bisognava dire: 'benissimo, piano piano, piano piano, stringiamo le possibilità di far gestire a ogni paese le proprie monete, i propri tassi di cambio'.

E quindi, nella fase finale del processo di integrazione, cioè nella seconda parte degli anni '90, si è cominciato a dire: ' i paesi che vorranno entrare e avere la moneta unica, dovranno rispettare certi criteri di convergenza'.

Questo perché è impensabile che nel momento in cui ci sarà a moneta unica, ogni paese possa continuare ad avere gradi di libertà elevati, per esempio nelle politiche di bilancio, quindi nella tassazione da un lato ma anche nella spesa pubblica nazionale dall'altro.

Per ora si è cominciato a stringere il sentiero e andare in una direzione che consentiva di controllare, di mantenere l'andamento delle politiche di bilancio.

Quindi non politiche di bilancio autonome, controllate e armonizzate totalmente, ma politiche di bilancio monitorate dall'autorità europea.

Questo è stato uno dei punti di forza per consentire ad un certo punto di stringere, e dire 'benissimo, sul versante del tasso di cambio, sempre dalla stessa data, bisogna cominciare a dire che non potete fare più come volete, ma dovete accettare una stabilità dei tassi di cambio.

Quindi i paesi che vogliono entrare nella moneta unica devono accettare da questo momento di non poter giocare più con il tasso di cambio e quindi creando instabilità, valutando e rivalutando a loro piacere, ma anche sul tasso di cambio assumere un sentiero,  una strategia virtuosa.

Questo ha regnato fra i 15 paesi, quelli che erano in condizioni di adottare questo tipo di strategia.

Allora ad un certo punto si è detto: 'benissimo, arriveremo ad un certo punto che è il 1999 in cui ad un certo momento a mezzanotte di quel giorno, diremo il tasso di cambio lira/marco è quello e non si tocca più'.

Quindi non ci sono più margini di flessibilità, ma non c'è neanche più la possibilità di riaggiustare quel tasso di cambio.

Quindi le parità bilaterali ad un certo punto sono state fissate, senza più possibilità di ritornare indietro.

È chiaro che, a quel punto, alcuni paesi hanno accettato, altri no; questo a portato quindi alla situazione in cui ci troviamo oggi.


Quindi dei 15 paesi dell'Unione Europea: [Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Sna, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria, Portogallo, Finlandia, Sa, Regno Unito] solo 11 hanno deciso di accettare questa parità fissa non modificabile e di accettare quindi di entrare nella moneta unica.

 Ecco quali sono gli 11 paesi che sono dentro la schema della moneta unica: Belgio, Germania, Sna, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo,  Austria, Portogallo, Finlandia, Olanda.

Brilla subito un paese: Il REGNO UNITO. L'Inghilterra è sempre stato il paese che ha voluto giocare la partita per conto suo, quando si è cominciato negli anno '50 a parlare di Europa, era al tavolo delle trattative, poi ad un certo punto è uscita e dal '57 al '73 è rimasta fuori.

Oggi, siamo entrati nella moneta unica, e l'Inghilterra è fuori dalla moneta unica.

Un paese che invece sta per entrare e si è dichiarato pronto ad entrare è la Grecia.

Quindi vedete, il meccanismo è diventato un meccanismo in cui si sono date delle regole, bisognava rispettare una convergenza, un processo di convergenza.

Chi era pronto nel 1999 ha accettato il processo di convergenza, mostrandosi d’accordo a non modificare il tasso di cambio, e quindi questo significa dire agli imprenditori da un lato, chi gioca sulle esportazioni, sulle importazioni, stai tranquillo perché puoi comprare a termine senza sapere che ad un certo punto oggi compri, vai a are tra 30 giorni ed è cambiato il tasso di cambio, c'è quindi più stabilità nelle aspettative degli imprenditori.

Da un altro lato, è chiaro che i governi nazionali hanno perso dei gradi di libertà nella loro sovranità.

Dall'altro lato ancora, il sistema bancario dovrebbe avere abbattuto dei costi definiti 'costi di transazione', cioè in sostanza quando voi andate in banca a cambiare lire con dollari, o lire con marchi, o qualunque cosa cambiate, vedete sempre che vi danno il tasso di cambio e poi sotto leggete la commissione, un x% che è la commissione che prende la banca.

Entrando in una moneta unica, quel costo che viene gravato dal sistema bancario, dovrebbe essere eliminato, e quindi questo rende più efficiente il sistema economico in quanto tale.

Allora, quei paesi che hanno accettato questo tipo di entrata nella moneta unica, o di avvicinamento alla moneta unica in modo definitivo, sono stati quei paesi che come vedete erano in grado di rispettare, o quasi in grado di rispettare, alcuni parametri che sono i famosi criteri di convergenza del trattato di Maastricht. 


Ecco quindi la situazione, ci troviamo oggi in un sistema di unione monetaria dove ancora non c'è la vera moneta unica, anche se sapete che le operazioni si possono già fare in Euro, però ancora per uno o due anni i paesi dovranno mantenere la loro moneta nazionale.

Di tutti i paesi dell'Unione Europea solo 11 sono entrati per ora, la Grecia ha annunciato che vorrebbe entrare (9-3-2000) nell'unione monetaria.

Questo evidentemente, poi sarà il problema da affrontare successivamente quando si riparlerà di Allargamento, perché è chiaro che se pensiamo alla Bulgaria e alla Turchia non ci si può aspettare che questi paesi da un giorno all'altro decidano di accettare di perdere la sovranità nazionale sulla gestione della moneta, del tasso di cambio e soprattutto nella gestione del tasso di interesse.

Quindi oggi siamo in questo sistema, il sistema di integrazione economica è quasi culminato, ci sono però alcune politiche che sono a mezzadria, per così dire tra un livello europeo e uno nazionale, si sta spingendo molto sul principio di sussidiarietà in modo tale da dare agli enti locali, alle regioni, alle provincie un certo tipo di autonomia di gestione delle politiche locali, siamo in una fase in cui l'Europa si sta allargando addirittura a 24, 30 paesi e stiamo in una fase in cui si sta cercando di ampliare anche il bilancio comunitario, e siamo in una fase di nuovi negoziati sul piano internazionale.

Quindi oggi, si sta praticamente risplasmando l'Europa non soltanto all'interno, ma si sta preparando l'Europa ad affrontare tutte quante quelle sfide che l'aspettano sul piano internazionale.

Tutto questo ce lo dice con l'ultimo trattato, la storia del processo di integrazione la seguiamo per tratti fondamentali, tutto questo oggi in una situazione un pochino più favorevole quelle che sono le istanze sociali dei cittadini d'Europa.

Cioè negli anni 90 abbiamo, come cittadini, sofferto un po’ perché ci è stato detto 'stringete la cinta perché dobbiamo entrare in Europa, è importante entrare, è importante arrivare alla moneta unica, dobbiamo soffrire un po’'.

Allora problematiche come quella ambientale, come quella della sicurezza alimentare, come quella dell'occupazione, come quella dei diritti dei cittadini, sono state messe in secondo ordine, fino a quando, pronti ormai al salto finale, il trattato di Amsterdam , che è l'ultimo trattato che ci interessa, che ci sta governando, ha detto no, l'Europa deve essere un'Europa più attenta al cittadino e quindi nell'accezione più globale di quello che significa cittadino, ai suoi diritti ma anche ai suoi doveri, la sua attenzione rivolta a creare occupazione a questo cittadino, a tutelarlo e a farlo vivere in un sistema un po’ più stabile, e quindi grande attenzione alle tematiche ambientali.

Questa è la fotografia di dove siamo oggi.

                                            Lez. 15/03/2000


Es. integrazione negativa                   Es. integrazione positiva.

¨     Integrazione settoriale                     1) unione doganale

¨     Aree di libero scambio                     2) mercato comune

                                                             3) completa unione economica

                                                             4) completa integrazione 

                                  politica

                              Richiedono: atti di adozioni di nuove politiche.

Es. relazioni esterne economiche.

N.B. nella realtà in tutte sono presenti integrazioni economiche positive.

L'obiettivo di fondo dell'integrazione è l'aumento del benessere .

La completa unione economica richiede la messa appunto di un'unione economica, monetaria e di bilancio diversa dalla precedente.

Quando parliamo di forme di integrazione distinguiamo l'integrazione di carattere negativo e classifichiamo una sorta di integrazione settoriale o un'area di libero scambio, e sull'altro versante troviamo l'integrazione di carattere positivo.

L'integrazione negativa è tale perché c'è solo una rimozione degli ostacoli , cioè si mette insieme un settore ma in fondo non si costituisce niente di positivo perché si costituisce una politica commerciale esterna comune, quindi si costruisce una nuova politica di relazioni esterne verso il resto del mondo, che può andare da accordi preferenziali, all'allargamento dell'Unione Europea, alla partecipazione sugli accordi internazionali.

Il mercato comune deve prevedere un sistema di regole per il comportamento degli imprenditori sul mercato, per difendere i consumatori, per riequilibrare eventuali squilibri nati dall'integrazione.

Occorre quindi una politica che consenta che il mercato comune, come forma di integrazione vada a buon fine, massimizzi il benessere e arrivi a ridistribuzione dei benefici;

l'obiettivo di fondo dell'integrazione è aumentare il livello di ricchezza e di benessere.


La completa unione economica richiede la messa a punto di una politica economica monetaria e di bilancio nuova; tutte le forme di integrazione economica positiva richiedono l'adozione di nuove politiche.

Nasce il problema che quando si da corpo ad una forma di integrazione economica internazionale ed esiste già un processo avviato subito dopo la 2° guerra mondiale, che è quello degli accordi Gatt relativo alla politica di deliberazione degli scambi commerciali del mondo, allora dobbiamo capire che da un lato i principali paesi del mondo (oggi + di 100) vogliono liberalizzare gli scambi, ma se c'è una politica di liberalizzazione ci si chiede qual è l'obiettivo;

 allora si dice:  il tuo protezionismo danneggia la possibilità di altri paesi di aumentare il loro benessere perché se quest'altro paese è più efficiente, è più logico che lui venda sul mercato mondiale un particolare prodotto; se ciò fosse consentito, l'assunzione che ne deriva è che il benessere di questo paese, che aumenterebbe, determinerebbe nel complesso dell'economia mondiale un aumento di benessere che si riverserebbe sugli altri Paesi.

Se dopo la 2° guerra mondiale è stato attivato un negoziato multilaterale GATT, allora l'obiettivo è la rimozione di qualunque forma di protezionismo per far si che qualunque paese possa accedere su tutti i mercati del mondo; ma allora perché alcuni paesi si mettono insieme e determinano una forma di integrazione economica regionale?

Occorre a questo punto stabilire se c'è compatibilità fra quello che si opera a livello di accordi multilaterali e quello che è consentito nelle forme di integrazione economica regionale.

Allora, ecco che bisogna capire quali sono le relazioni tra le integrazioni, le forme di integrazione economica e le regole del GATT.

Integrazione economica e regole del GATT.

Anche se le I.E.I. sono associazioni discriminatorie, sono compatibili con le regole del GATT, perché:

¨     Non possono attivare politiche che accrescano il loro livello di discriminazione verso terzi.

¨     Rimuovono le barriere tra i partner.


QUINDI:

I principi del GATT:

1)    Liberalismo

2)    Stabilità e Trasparenza

3)    Non discriminazione

4)    Reciprocità

sono rispettati.

Tuttavia aree di integrazione economica internazionale possono condurre a forme di riallocazione internazionale non sempre economicamente efficiente (trade diversion).

La prima assunzione che noi facciamo è che le forme di integrazione economica internazionale sono associazioni discriminatorie.

Se mettiamo in piedi una forma discriminatoria nel contesto degli scambi internazionali, come può essere compatibile con quelle che sono le regole del GATT  che invece vogliono eliminare ogni discriminazione negli scambi?

Invece, almeno in linea di principio, e almeno per certi situazioni particolari di integrazione è possibile immaginare una compatibilità tra accordi GATT e forme di integrazione economica internazionale. Perché?

 La compatibilità esiste se le forme di integrazione economica internazionale che possono nascere nel mondo, accettino di non poter attivare politiche che accrescano il livello di discriminazione verso i paesi.

Che cosa significa? Fotografiamo il mondo in un certo particolare momento, un momento prima che nasca una nuova forma di integrazione economica internazionale, possiamo dire, stimare, che ogni paese ha nella media, un certo tasso, un certo saggio nominale di protezione ed un certo tasso effettivo di protezione.

Un saggio nominale di protezione ci dice quanto in percentuale, in media, un paese protegge, cioè carica il prezzo di entrata, di offerta proveniente da un paese terzo, di un dazio.

Quindi possiamo dire che il saggio nominale di protezione di un paese o per un particolare prodotto è del 30% se in media il prezzo di offerta da paesi terzi che vogliono entrare sui nostri mercati è gravato di un dazio del 30%.

Poi esiste il saggio effettivo di protezione che è calcolato non sul prezzo ( prezzo interno - prezzo mondiale: il prezzo mondiale x100, cioè questa sorta di indice) ma deve tener conto anche del fatto che per produrre quel determinato bene che viene gravato di un saggio nominale di protezione.


Vengono utilizzati dei beni intermedi. A loro volta questi beni intermedi possono essere stati gravati di una certa protezione.

Allora, il singolo produttore, mettiamo che sia un trasformatore di materie prime, se compra la materia prima gravata di un dazio, per lui un certo tipo di costo, e qui la materia prima è gravata di un dazio del 50%.

Produce quel bene, lo vende e quel bene sul suo mercato è protetto anch'esso. Quindi lui gode a sua volta di una forma di protezione.

Allora è chiaro che quello che conta per lui è il valore aggiunto che praticamente gli fa la differenza tra quanto lui ha venduto e quanti sono stati i consumi intermedi che ha dovuto utilizzare qual è la media ponderata di protezione.

Calcolando tutto sul valore aggiunto effettivamente lui può dire quel protezionismo che è stato accordato sul mio prodotto, cioè io riesco a vendere e a produrre perché sono protetto da concorrenti di paesi terzi sul prodotto che io produco e vendo, non è quel protezionismo del 200% che si vede, ma è qualcosa di meno se io ho dovuto utilizzare a mia volta dei consumi intermedi gravati di protezionismo.

Allora è più corretto dire qual è il saggio effettivo di protezione anche se normalmente ci si accontenta anche grosso modo di quanto è gravato nominalmente questo prodotto.

La sostanza, la sintesi è quindi che ogni qual volta io vado a fare la fotografia di un paese che oggi nella media ha applicato una tariffa media per tutti quanti i prodotti del 50%, nel momento in cui questo paese entra con un altro paese a costituire una forma di integrazione economica regionale non è possibile, per rispettare le regole del GATT, che aumenti il suo protezionismo medio.

Quindi se uno aveva un protezionismo del 509%, non è che nel momento in cui si forma l'unione doganale si dice che, per esempio, il protezionismo aumenta al 70%, perché questo sarebbe contro le regole del GATT.

Allora è comprensibile che si costituisce una forma di integrazione, quindi in un'unione doganale, che mantenga il livello di protezionismo medio del giorno prima e questo non corra contro le regole del GATT.

Perché tutto sommato non corre contro le regole del GATT?

Perché quando noi facciamo un'unione doganale, abbiamo una forma di protezionismo verso il resto del mondo del 50%, però tra i nostri paesi prima io proteggo anche verso il paese B i miei prodotti e viceversa il paese B contro di me, nel momento in cui noi ci mettiamo insieme non c'è più protezionismo all'0interno del nostro mercato.

E quindi rimane il protezionismo medio del 50% con la politica


commerciale estera messa in piedi in comune del 50% al massimo, quindi quello che c'era il giorno prima, e elimino tutte le tariffe negli scambi tra i 2 paesi.

Così, di fatto aumenta la ricchezza interna di questi due paesi perché c'è il libero scambio.

Perché questo è compatibile con le regole del GATT?

Perché nel momento in cui aumenta il benessere nel nostro paese, ognuno di noi ha una propensione media a consumare beni di importazioni e quindi aumenta mia domanda per beni di importazione.

Quindi una quota parte di questo aumento di ricchezza di questi due paesi, che hanno eliminato il protezionismo fra di loro, si sono messi insieme, hanno aumentato il loro benessere, determina anche per i paesi terzi che rimangono fuori una domanda in più, e quindi una tendenza anche per questi paesi, a poter vendere di più, produrre di più e quindi anche aumentare in quota parte anche il loro livello di benessere.

Quindi, sotto questo aspetto, se questo avviene allora non c'è incompatibilità con le regole del GATT che dicono che bisogna rimuovere gli ostacoli agli scambi perché così aumenta il benessere complessivo.

Questo è un piccolo passo verso quella direzione.

C'è compatibilità, quindi, posto che non aumenti il livello discriminatorio verso paesi terzi rispetto al giorno prima rimuovono le barriere, perché questo è previsto dall'unione doganale.

Quindi, i principi del GATT: liberalismo, stabilità e trasparenza, non discriminazione e reciprocità, se queste sono le condizioni, sono rispettati.

Il liberalismo, orientato verso la liberalizzazione degli scambi, non totale ma parziale, comunque un movimento positivo.

Stabilità, evidentemente non ci devono essere passaggi indietro e quindi le regole di scambio che sono consolidate, accettate, vengono mantenute.

Evitare, quindi, tutte quante quelle forme di ritorsione, che invece molto spesso avvengono quando, per esempio, ci sono situazioni di stress e ogni paese inizia la clausola di salvaguardia che è prevista dagli accordi GATT e quindi applica una ritorsione.

La terza è la non discriminazione, quindi in sostanza non è possibile se un paese applica un dazio del 30%, quel dazio deve essere applicato del 30% verso qualunque paese terzo.

Quindi non è possibile discriminare, non è possibile dire verso un certo gruppo di paesi il protezionismo medio che noi applichiamo è del 30% e verso altri tipi di paesi, invece, è del 50%.


La tariffa esterna media deve essere praticata in modo non discriminatorio verso tutti quanti i paesi del mondo.

Anche qui, però, c'è una variante che è stata sempre accettata perché prevede gli accordi con i paesi in via di sviluppo.

Normalmente questa variante viene inclusa in quelli che vengono definiti 'accordi preferenziali'.

La nascita di questi accordi ha la sua origine nel trattamento che i partecipanti all'unione europea volevano accordare alle loro ex - colonie, o ai paesi del Commowealth, o quindi all'ex impero britannico.

Infine la reciprocità, quindi se io faccio una concessione, evidentemente mi aspetto che questa concessione venga poi rivolta anche nei miei confronti.

Quindi questi sono i presupposti che consentono una piena armonizzazione al fatto che nel mondo si vada verso un tentativo di opzione zero del protezionismo mondiale e invece contemporaneamente nel mondo nascono numerosissime forme di integrazione.

C'è anche qui, però, una possibilità che quanto abbiamo detto non sia vero (causa 50% delle cadute in esame).

Se tutto quello che abbiamo detto fosse vero, qualunque forma di integrazione economica internazionale, anche nella sua forma primaria, che è quella dell'unione doganale, sarebbe compatibile con gli accordi GATT e determinerebbe un movimento verso un aumento del benessere complessivo nel mondo, partendo dal presupposto che questa unione doganale crei veramente una crescita della ricchezza del benessere.

Tuttavia però succede che mettendo insieme alcuni paesi e creando delle unioni doganali, analizzando alcuni particolari settori produttivi può succedere che il benessere non aumenti ma che addirittura, all'interno del paese il benessere peggiori, il paese diventa meno ricco e quindi questo tenderebbe ad importare di meno.

Così anche i paesi terzi sarebbero in una posizione peggiore.

Tutto questo è collegato a questa parola: 'Trade diversion'.

Può accadere che l'unione doganale si può fare per tutte le merci che vengono prodotte all'interno di questo paese o per un particolare to produttivo.

Analizzando settore per settore, quindi facendo analisi statiche di equilibrio parziale, possiamo edere settore per settore che cosa succede.

Poi, ovviamente, sommando e ponderando il tutto possiamo dire se complessivamente c'è stato o meno questo aumento di benessere.


Dove nasce il problema?

Il problema nasce nel fatto che quando si va a proporre un'unione doganale, normalmente, o una qualunque forma di integrazione, la teoria ci insegna a dire: mettiamo insieme quei paesi che determinano, alla fine del percorso, un aumento della ricchezza all'interno di questi paesi.

Tuttavia può succedere che, per assurdo, si mettono insieme due paesi e costituiscono un'unione doganale.

Però , può succedere che, per uno di questi paesi, esiste un to produttivo che è il più strategico, il più importante e quindi pesa tantissimo sulla sua economia.

Si va a fare l'unione doganale e quindi siccome tra i due paesi viene eliminato il protezionismo, è chiaro che l'altro paese comprerà il prodotto più dal paese con cui è stata fatta l'unione doganale.

Ipotizziamo che invece, primo, questo paese che adesso compra dal paese che è entrato nell'unione doganale, comprava nel mercato mondiale lo stesso prodotto ad un prezzo notevolmente più basso.

È chiaro, quindi, che se io compravo prima molto bene  e adesso per il fatto invece che abbiamo mantenuto il protezionismo verso il resto del mondo ed invece ho eliminato il protezionismo verso questo paese che è entrato che produce ad un costo più elevato questo tipo di prodotto, mi va a peggiorare la situazione di efficienza complessiva all'interno del mercato.

Cioè i miei consumatori prima potevano comprare di più e meglio sul mercato mondiale quel tipo di prodotto, a questo punto devono spendere una quota maggiore del loro reddito per comprare quel particolare prodotto.

Se questo avviene, evidentemente, il benessere di questi consumatori tende a peggiorare e quindi si determina l'effetto che è appunto l'effetto di un peggioramento del benessere, di un abbassamento della disponibilità di poter spendere anche verso paesi terzi.

Questa unione doganale, così, non ha creato quella ricchezza in più da poter spendere all'interno e anche nei paesi terzi .

Perché allora abbiamo fatto l'unione doganale in questi termini che va

Contro le regole del GATT e ci fa stare peggio?

Molto spesso la ragione è di carattere politico.

Per esempio: è caduta l'Unione Sovietica, è caduto il muro di Berlino, si è determinato quella rottura nei paesi dell'Europa dell'est, e questo ha squilibrato gli equilibri mondiali, politici e militari.

Qual è stata la risposta dei vari paesi?

È stata di cercare di stringere relazioni con questi paesi, non tanto perché questi costituiscono una risorsa economica, nel senso che


erano paesi ad alta solvibilità, cioè molto ricchi, che potevano comprare, potevano costituire un bel mercato per le nostre produzioni, né perché avevano beni che noi potevamo comprare a prezzi molto più convenienti, il vero problema è che quando si è determinata questa rottura di questa situazione dell'Europa dell'Est, il problema fondamentale era la  Germania innanzitutto di riunificare il proprio paese e tutto questo a cascata portava a grandissima attenzione verso tutti gli altri paesi dell'Est, per cercare di agganciarli, a torto o a ragione, a quella che può essere la logica occidentale e quindi sottrarle ad altre sfere di influenza, e al tempo stesso pur nella consapevolezza che oggi sono paesi ad alta solvibilità, in una prospettiva di medio - lungo periodo possono diventare paesi dove noi possiamo vedere un buon mercato e se poi li aiutiamo a migliorare le loro tecnologie, possono diventare dei fornitori di beni primari, per alcune loro caratteristiche produttive, in particolare per l'agricoltura a costi più bassi.

Se noi dicessimo oggi 'Abbiamo fatto l'unione doganale con i paesi dell'Europa dell'Est, non è che nel breve periodo si è verificato quello che in principio la teoria degli accordi del GATT e la teoria dell'unione doganale postulano.

Abbiamo fatto, infatti, l'unione doganale con paesi che non comprano, che hanno costi di produzione più alti.

Però noi dobbiamo comprare, perché ormai tra noi e loro abbiamo eliminato le barriere e quindi spazziamo i vecchi paesi che ci fornivano questi beni, cioè quelli che abbiamo lasciato fuori da quest'unione doganale.

Quindi le motivazioni sono in gran parte politiche che danno la spinta iniziale nello stesso trattato di Roma, per gli stessi padri dell'Europa, che hanno voluto l'Europa, la spinta è stata risolvere il problema del carbone e dell'acciaio; sottrarre l'Europa dai rischi di un nuovo conflitto mondiale; la spinta è tata quella, quindi, di mettere insieme dei paesi intorno ad un tavolo e a ragionare non più come regioni sovrane che si contrastavano per ragioni politiche, economiche e strategiche su alcune risorse fondamentali, ma ragioni che dovessero cominciare a ragionare con una sola testa, con un solo obiettivo.

LUCIDO N°1

Nel 1948, dopo il trattato di Roma (1957 ?), nasce l trattato di Bruxelles perché con il 48 e poi con il '49 e '52 si cerca di affrontare non solo le questioni economiche, ma sempre perché le motivazioni di partenza erano anche evitare un conflitto mondiale, contrastare una


grande potenza come gli Stati Uniti, si cerca di ingabbiare: diversi paesi non solo sulle questioni di gestione delle risorse carbone, acciaio, energia atomica, non solo sul mercato, ma anche sulle questioni della difesa, cioè si cerca subito di stringere un patto con quei paesi che normalmente si erano combattuti con grande intensità.

Allora nel '48 si affronta, per la prima volta, questo problema della difesa in comune, e si fa un patto di mutua assistenza tra Regno Unito, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo.

L'anno dopo questo nucleo di paesi, che poi erano i paesi europei che avevano vinto la guerra, danno vita insieme a Stati Uniti, Canada, Danimarca, Islanda, Italia, Norvegia e Portogallo, ma come vedete rimane ancora fuori la Germania che era il paese che aveva perso più di tutti la guerra, alla Nato, cioè al trattato del Nord Atlantico.

LUCIDO N°2.

La Nato esiste ancor oggi ed è un'istituzione nata per la difesa (governata dagli USA).

Nel '52 nasce la comunità per la difesa europea.

Quindi la costruzione nasce prima su problematiche di risorse strategiche (carbone, acciaio, energia atomica) poi si va verso il mercato, si mettono insieme i mercati, poi c'è un approccio ad una difesa comune e infine si trova anche lo spazio per costituire il Consiglio d'Europa che è una sorta di istituzione a carattere prettamente culturale (esiste ancor oggi).

Un'ultima notazione ci riporta alla peculiarità del settore agricoltura.

LUCIDO N°3

Quando si determinano i passaggi per la creazione del mercato comune si dice 'si eliminano progressivamente i dazi e le altre restrizioni quantitative, si sopprimono le forme di discriminazione basate sulla nazionalità, si cerca di abolire le barriere statali (le dogane solo nel 1993) e proprio nell'ipotesi di un mercato comune, una forma di integrazione che non può essere soltanto negativa ma deve essere positiva mettendo insieme un mercato comune vanno scritte le regole per consentire a ciascun soggetto di competere su questo mercato (anti trust, bando degli aiuti statali, etc..).

Rispetto ai punti soppressione delle forme di discriminazione etc.., fa poi eccezione l'agricoltura nei 6 paesi che hanno costituito i nucleo di partenza della comunità europea (Germania, Francia, Italia, Belgio, Lussemburgo, Olanda).


Tutti questi paesi decidono di fare eccezione per queste forme di integrazione per l'agricoltura, perché questa costituiva all'epoca il 20% della popolazione attiva di tutta quanta l'Europa.

Quindi nel dopoguerra, nella media, il 20% della popolazione attiva era occupata in agricoltura, e quindi per questa ragione e per altre che vedremo si decise che il settore dell'agricoltura doveva essere trattato da subito in maniera diversa da quelli che saranno invece gli altri settori per i quali verrà costituito questo mercato comune.



Quindi già alla partenza di questa forma di integrazione europea, di fatto nasce una forma di integrazione economica che non tiene (o mantiene?) in gioco i settori di prospettiva.

Quali sono gli elementi portanti del trattato di Roma?

Si vuole fare un'unione doganale

 

Un limitato numero di politiche settoriali viene inserito.

 


                                                   +


periodo caratterizzato da                       in particolare subito

alti tassi di crescita e bassa                   si pensa ad integrare

disoccupazione.                                     L'agricoltura con una politica

                                                               che si chiama PAC (politica 

                                                               agricola comunitaria).

Nelle fasi in cui l'economia va bene, si accelera il processo di integrazione, invece, nelle fasi in cui l'economia rallenta, rallenta anche il processo di integrazione.

Questo decennio è stato un decennio che ha consentito questo completamento dell'unione doganale sotto il profilo tariffario, perché è stato il boom degli anni '60, quindi con alti tassi di crescita e bassa disoccupazione.

Quindi i paesi governanti, liberi da problematiche di carattere occupazionale e di bassa crescita si sono concentrati sul problema dell'integrazione europea.


LUCIDO N°4

Problemi della difesa Europea.

1948 - trattato di Bruxelles:

¨     Patto di mutua assistenza tra Regno Unito, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo.

1949 - Nato:

¨     Trattato del Nord Atlantico siglato dai paesi del trattato di Bruxelles più USA, Canada, Danimarca, Islanda, Italia, Norvegia, Portogallo.

1952 - Comunità per la difesa europea (EDC).

LUCIDO N°5

Aspetti politici e culturali.

1949 - Consiglio d'Europa.

Passaggio per la creazione di un mercato comune.

¨     Eliminazione progressiva di dazi e altre restrizioni quantitative.

¨     Soppressione delle forme di discriminazione basate sulla nazionalità.

¨     Abolizione barriere statali.

¨     Politica della concorrenza (anti trust, bando aiuti statali, etc..)

Eccezione a questi 4 punti fu fatta per l'agricoltura (20% occupati) nei 6 paesi membri (Germania, Francia, Italia, Belgio, Lussemburgo, Olanda).

Essa entrò come parte integrante della CEE così come la Politica Commerciale esterna.


LEZ. 31/05/2000

Per ciò di cui parleremo ora è essenziale aere padronanza del linguaggio del libro di testo.

Politica del consumatore.

La politica del consumatore ha acquistato rilevanza nella PEE quando fu stilato l'AUE (o AVE?).

In passato tale argomento aveva cittadinanza, veniva trattato per quanto riguarda i trattati relativi alla PAC, cioè relativamente all'art. 39 del Trattato di Roma, solo attraverso tale articolo veniva garantito un prezzo (fu solo un tentativo) ragionevole e (l'obiettivo n. 3 del trattato di Roma) sicurezza degli approvvigionamenti.

La chiave di lettura era intesa:

politica dei prezzi bassi e quantità sicure in termini di approvvigionamenti alimentari.

Man mano che si va avanti, in particolare quando si arriva alla firma dell'AUE, gli argomenti che interessavano il consumatore andavano verso:

¨     La sicurezza alimentare con un taglio diverso ( si parla di igiene, di qualità, di salubrità ).

¨     La salute del consumatore.

La sicurezza alimentare: l'attenzione fu posta sulla disponibilità dei prodotti:

v    Materiale disponibile

v    Contaminazione di natura chimica

v    Contaminazione di natura biologica

v    Sofisticazione, adulterazione, contraffazione

Le aree interessate alla sicurezza alimentare erano prevalentemente:

v    Inquinamento ambientale

v    Produzione agricola

v    Tecnologia industriale

v    Metodi di conservazione

v    Modalità di utilizzo degli alimenti.

In tale ambito c'è tutta una casistica che riguarda le possibili contaminazioni.

Sostanzialmente la sicurezza alimentare va letta in questi termini.


Come vedete, qui c'è poca attenzione alla questione della qualità dei prodotti in termini intrinseci.

Questo poi viene ripreso nel Libro Bianco dell'UE.

Anche nel Libro Bianco l'argomento viene trattato con un taglio di tale genere.

Un altro aspetto che si accomna alla sicurezza alimentare è la Politica dell'Informazione, ciò perché è necessario che esista un ente 3° in grado di offrire un'informazione adeguata.

Le informazioni, altrimenti, sono interessate (pubblicità, etichette)        

         quest'ultimo tipo di informazione è dato dal produttore ed è soprattutto a scopi lucrativi, non è obiettiva, ma si vuole conquistare solo le quote di mercato.

Ma la capacità finanziaria di poter informare i consumatori è nelle mani dei produttori, allora anche la politica dell'informazione in tal casa esercita un danno per il consumatore, perché lo spinge verso un certo prodotto e non verso un altro.

Quando ad esempio un imprenditore piccolo non può fare pubblicità perché non è un grande produttore che ha mazzi, l'informazione del consumatore viene danneggiata perché non è completa.

Al consumatore verranno cioè sottoposti solo i prodotti delle grandi catene di distribuzione (limitando la gamma).

Il problema è che sull'etichetta sono scritte delle cosa e delle altre no, ci sono degli standard.

Certi standard sono modificati e quindi l'etichetta non è attendibile per informare il consumatore.

Quindi occorre una politica dell'informazione gestita da enti 3°, occorre cioè mettere il consumatore nella capacità di saper leggere e poi mettere i piccoli produttori in condizioni da essere avvicinati dai consumatori.

Nel nostro paese c'è un istituto preposto, l'ISMEA: la sua funzione fondamentale è di offrire le informazioni in modo corretto, autonomo e indipendente e offrire sui prodotti (in particolare i prodotti locali) informazioni idonee.

Uno dei programmi era il 'programma di educazione alimentare (il professore faceva parte di tale programma) nelle scuole' : era finalizzato a far capire ai consumatori come leggere e come orientarsi tra i vari messaggi propinati (propinati = offerti).


Quali sono le attività comunitarie che vengono condotte a tal proposito?

Attività comunitaria

Cerca di migliorare la protezione legale a vantaggio dei consumatori attraverso azioni legislative che hanno spinto i governi a creare delle normative capaci di informare il consumatore e rafforzare la sua posizione.

Al tempo stesso se si ottiene l'obiettivo voluto e cioè quello di informare il consumatore, questo può andare a vantaggio della PMI che non è capace di mettere all'interno del proprio budget una spesa per la promozione dei propri prodotti.

Tale compito è diventato un compiuto istituzionale delle regioni.

Quali sono gli strumenti in mano all'UE?

Strumenti

v    Obiettivi vincolanti

v    Decisioni rispetto ad uno specifico problema

v    Raccomandazioni non vincolanti.

In tale ambito ci si muove a partire dagli anni '70, emergono i primi movimenti  consumatoristici, si comincia a vedere un'Europa dal volto umano.

Sono molti gli Stati che aderiscono a questi movimenti e dell'UE vengono riconosciuti 5 diritti fondamentali:

1)    Protezione, salute e sicurezza dei consumatori

2)    Protezione degli interessi dei consumatori

3)    Diritto all'informazione

4)    Diritto al risarcimento

5)    Rappresentanza e partecipazione dei consumatori.

Con tali diritti si costituisce poi tutta la politica dell'UE per la protezione del consumatore (salute e sicurezza).

 

Anche gli interessi economici sono tutelati, ci possono essere dei danni al consumatore perciò c'è il diritto al risarcimento.

Nel '73nasce il 'Comitato Consultivo dei consumatori'  e di definisce cosa si intende per sicurezza attraverso:

a)    standard

b)    una politica di informazione sui rischi

c)    prevenzione dei danni fisici

d)    prevenzione dell'abuso.


Strumento chiave.

v    Buon funzionamento delle norme informative

v    Divieto di fornire informazioni ingannevoli e fuorvianti

La fase finale di tutto cioè è l'AUE del 1985.

In particolare viene emanata una direttiva 25/7/'85: vengono fissati gli obiettivi giuridici delle responsabilità civili, la ripartizione del rischio e fornire un deterrente per le frodi attraverso la costituzione di multe.

La politica dell'informazi0one trae la sua forza, come anche la politica ambientale dell'AUE.

Rimodulando: l'attenzione verso il consumatore comincia negli anni '70, in cui cambia l'approccio alla politica agro alimentare dell'UE.

Non c'era mai stata una politica che cercasse di vedere il consumatore come un cittadino che andasse difeso nella salute, nella frode, etc..

Tutto ciò comincia lentamente negli anni '70 e si completa lentamente nell'AUE con la direttiva del 25/7/'85.

Politica ambientale, fondi strutturali, politica del consumatore      sono dei punti innovativi: e sono quelli a cui bisogna guardare nel futuro; territorio e cittadino camminano insieme.

Su tali cose si costruisce l'Europa del futuro.

Strategie dell'UE (sul fronte interno ed internazionale)

v    Efficienza allocativa

v    Sviluppo bilanciato

v    Qualità della vita

v    Relazioni esterne.

Gli strumenti fondamentali sono dati dai fondi strutturali.

Fondi strutturali.

Hanno una finalità politica di carattere generale che è: ridurre gli squilibri esistenti per promuovere la coesione economica e sociale all'interno dell'UE.

Se non si raggiunge tale obiettivo si blocca ogni politica di integrazione all'interno dell'UE.

La coesione economica e sociale serve ad avere una crescita omogenea in modo che la crescita non vada a danno dei cittadini e dei consumatori.


Strumenti finanziari dei fondi strutturali.

Essi sono di tipo finanziario, ormai, hanno una grande importanza.

Sono partiti nel '94-'99 e circa 1/3 del bilancio dell'UE è allocato nella politica dei fondi strutturali 141 miliardi circa.

Tali strumenti si articolano su diversi fondi, che sono:

FESR:         fondi di sviluppo regionale con finalità specifiche: ridurre le 

                    disparità di sviluppo nelle regioni della comunità.

FEAOGA:     sezione orientamento, c'è ancora la sezione garanzia.

Ora tale distinzione non esiste più ma c'è né è una unica, mira allo sviluppo e alla diversificazione dello sviluppo agricolo nelle zone rurali comunitarie.

Con Agenda 2000 tale fondo è ormai a disposizione di tutte le politiche di sviluppo integrate.

FSE             fondo sociale europeo, finalizzato a migliorare le possibilità di occupazione nell'area comunitaria.

SFOP          strumento finanziario di orientamento alla pesca.

I principi centrali dei fondi strutturali sono 4:

¨     Concentrazione di stock finanziari

¨     Partnership tra Commissione Europea e autorità nazionali in ogni fase della programmazione, vale il 'principio di sussidiarietà'.

¨     Programmazione: per un periodo di 6 anni vengono fissate le procedure da seguire, le scadenze da rispettare e il campo di applicazione dei fondi 2000 - 2006

¨     Addizionalità: sulla base del principio di sussidiarietà anche le risorse comunitarie devono essere aggiuntive agli aiuti nazionali nel settore.

Gli obiettivi della 2° fase  e cioè di Agenda 2000.

n     il 1° programma (valgono per il 1994 - 1999)

1.    promuovere lo sviluppo e l'adeguamento strutturale nelle regioni in ritardo di sviluppo.

2.    Riconvertire le regioni

3.    Lottare contro la disoccupazione di lunga durata, lottare per l'inserimento professionale dei giovani e integrazione di persone minacciate di esclusione dal mercato del lavoro.

4.    Agevolare l'adattamento dei lavoratori e delle lavoratrici ai mutamenti industriali e all'evoluzione dei sistemi di produzione.

5.Q Promuovere uno sviluppo globale accelerando l'adeguamento delle strutture agrarie nell'ambito della politica agraria comune per realizzare una misura di adeguamento delle strutture nella pesca e nella..


5.b Agevolare l'adeguamento strutturale delle zone rurali.

6. Promuovere lo sviluppo delle regioni a bassissima densità di popolazione; obiettivi più ampi presenti nel programma '94 - '99.

Rispetto a tale modo di procedere, la nuova politica dei fondi strutturali punta l'attenzione su 3 obiettivi fondamentali (valgono per il 2000-2006):

a)    promuovere lo sviluppo e l'adeguamento strutturale dei territori che presentano ritardi nello sviluppo. Racchiude gli obiettivi vecchi 1 e 6 e i fondi usati sono FERS, FSE, SFOP.

Rientrano le regioni il cui PIL negli ultimi 3 anni è inferiore al 75% della media comunitaria (solo queste regioni infatti verranno aiutate attraverso questi fondi). Si usa il 70% dei fondi.

b)    Favorire la ripresa economica e sociale di zone con difficoltà strutturali e ciò racchiude il 1, 5Q e 5b degli obiettivi vecchi. I fondi usati sono Fers, Frs, Feoga (sez. garanzia). Rientrano le zone in fase di inflazione socio - economiche, le zone rurali in declino, le zone urbane in crisi e le zone di pesca con difficoltà. In termini percentuali, l'11,5% dei fondi è tutto dedicato a tale obiettivo.

c)    Favorire l'adeguamento e l'ammodernamento elle politiche che riguardano l'istruzione, la formazione, l'occupazione. Riguarda le regioni a cui non si applica l'obiettivo 1. Si usa il fondo Fers e grava per il 12,3% dei fondi strutturali complessi.

Nel perseguire tali obiettivi la comunità contribuisce a promuovere uno sviluppo armonico ed equilibrato delle autorità economiche, lo sviluppo delle risorse umane, la tutela dell'ambiente, l'eliminazione delle disuguaglianze, la promozione della parità tra uomo e donna.

Tipo di partenariato istituzionale.

       Amministrazione centrale a cui compete la funzione di indirizzo, assistenza tecnica, valutazione e attuazione di impatto.

       Regioni a cui compete la selezione di obiettivi e del quadro programmatico, la gestione dei programmi.

       Autonomie locali a cui compete l'identificazione delle opportunità locali, proposte concettuali, gestione degli interventi (mai avvenuto fino ad ora).

Partenariato economico e sociale.

Si basa sulla logica del confronto preventivo per lo sviluppo dell'occupazione.

Scopi: individuare i fabbisogni del territorio, creare le condizioni favorevoli per la loro soddisfazione.


Rapporti di partenariato.

Verticali

Amministrazione centrale                             regioni


   Regioni                                               autonomie locali

Orizzontali

Regione                 soggetto economico - sociale

Forme di intervento, destinazione fondo.

Fondi strutturali


                               FEOGA    FERS     FSE   SFOP

Per sezione orientamento si intende il fondo europeo agricolo di orientamento, la sezione garanzia mira allo sviluppo e alla diversificazione del settore agricolo delle zone rurali comunitarie.

1° OBIETTIVO: utilizzo fondi FEOGA (sez. orientamento) + FERS + FSE + SFOP.

2° OBIETTIVO: utilizzo fondi FEOGA (sez. garanzia) + FERS + FSE.

3° OBIETTIVO: utilizzo fondi FSE.

LEZ. 11/04/00

Abbiamo affrontato il problema relativo alla formazione e alla costituzione del Mercato Unico, questa volta vediamo l'aspetto relativo alla teoria e poi, la prossima volta vedremo come tutto questo viene inserito nel processo di Integrazione Europea attraverso l'Atto Unico e gli altri passaggi strutturali.

Allora vediamo cosa definisce un Mercato Unico o un Mercato Comune.

(lucido)                  Mercato Comune

v    Movimento dei capitali

¨     Investimenti di portafoglio o finanziari : attività finanziarie, obbligazioni e azioni; causa: differenze nei rendimenti e diversificazione nei rischi.

¨     Investimenti diretti: reali, impianti, beni capitali, terra, scorte (gestione diretta da parte dell'investitore); causa (rendimenti, rischi) non perdere il controllo delle conoscenze di tipo produttivo o manageriale, assicurarsi il controllo su materie prime; evitare i dazi e restrizioni; sfruttare i sussidi alla produzione entrare in un mercato oligopolistico; acquistare un potenziale concorrente.

¨     Effetti dei trasferimenti internazionali dei capitali: più efficiente allocazione delle risorse, aumento della produzione e del benessere, ridistribuzione del reddito fra capitale e lavoro, bilancia dei amenti (diversione dei flussi commerciali); base imponibile e volume delle tasse ; leadership tecnologica, controllo dell'economia.

v Migrazione della forza lavoro: aumento della produzione e del benessere ( ridistribuzione tra paesi); ridistribuzione del reddito tra capitale e lavoro; lavoro specializzato.

Ci sono 2 possibilità all'interno del Mercato Unico che ci sia un movimento di capitali: Investimenti di portafoglio o un movimento di investimenti diretti.

Poi all'interno del Mercato Unico ci può essere la libera circolazione del lavoro, tutto questo si aggiunge alla fase che abbiamo già qualificato come Unione Doganale che era relativa alla libera circolazione delle merci e dei prodotti, avendo eliminato tutte quante le barriere alla frontiera.


Allora i percorsi sono: il movimento dei capitali può essere effettuato con investimenti di portafoglio o finanziari; capitali che si spostano per attività finanziarie, per acquisire obbligazioni e azioni in altri Stati e le cause sono dovute evidentemente alla differenza nei rendimenti, ma anche alla volontà di voler diversificare il rischio.

Quando di fatto avvengono movimenti di questo genere, si può pensare al mercato azionario di questo periodo, si va a vedere nei diversi Paesi se c'è la possibilità di far circolare internamente i capitali, la possibilità di andare a collocare i propri investimenti finanziario con attività obbligazionari o azionali dove il rendimento è più alto, oppure modificando o diversificando nei vari paesi le varie attività, questo cerca di diversificare, quindi di eliminare quanto più possibile il rischio in investimenti focalizzati soltanto in un paese o soltanto in un'attività.

La seconda possibilità, cioè un'assunzione diretta di impianti, di beni capitali, di terra, di scorte.

Si ha una gestione diretta da parte dell'investitore, quindi sostanzialmente la discriminazione; se gioco in borsa ovviamente non gestisco l'impresa, io investo direttamente e perciò sono quello che è chiamato direttamente a gestire questo tipo di investimento.

Quali possono essere anche qui le cause, ovviamente vale quello di sopra, i rendimenti diversi in paesi diversi, la diversificazione del rischio, ma sono soprattutto altre ragioni, cioè non perdere il controllo delle conoscenze di tipo produttivo o manageriali e assicurarsi il controllo.

Gli aspetti che ci interessano sono questi ultimi, nel momento in cui, il processo di integrazione in Europa, per esempio, è andato avanti e quindi nel momento in cui le normative riguardano i paesi che fanno parte dell'Unione Europea, allora è chiaro che altri paesi che non fanno parte di questa integrazione economica internazionale, vogliono tentare di far passare quella che è la politica commerciale esterna, che invece si trova come barriera di fronte a loro e quindi dazi e tutte le altre vessazioni di vario genere.

Allora vogliamo andare a gestire direttamente un impianto, quindi acquisiscono un impianto e a quel punto non hanno più il problema di produrre fuori di questa area integrata e poi far arrivare i prodotti e sottostare a tutte quante le restrizioni.

Una seconda possibilità è pure, ad esempio, nel campo dell'Unione Europea, che tutta la politica dei fondi strutturali consenta tutta una serie di aiuti alle imprese; allora è chiaro che stando fuori, producono fuori, c'è una differenziazione dei costi di produzione.


Un Paese, cioè, che è fuori dall'Unione Europea, produce con un certo standard di costi, se invece andasse ad insediare l0investimento diretto nell'area dell'Unione Europea avrebbe diritto anch'esso ad avere tutti quanti questi incentivi e tutti questi aiuti di carattere strutturale.

Allora questa è un'altra delle ragioni per cui si cerca di entrare e acquisire delle imprese e quindi a pieno titolo far parte dell'area integrata e quindi aver diritto a questo tipo di sussidi della produzione.

Un'altra possibilità è quella di entrare in un mercato oligopolistico oppure tagliare l'erba sotto i piedi ad un potenziale concorrente, non forte e non formato, quindi acquisirlo e toglierlo alla propria competizione.

Qual è l'obiettivo di fondo che analizzeremo al netto di tutte queste cose che abbiamo detto?

Evidentemente se i capitali si possono muovere liberamente il presupposto è che dovremo giungere ad una più efficiente allocazione delle risorse, ad un aumento della produzione e del benessere.

Perciò i due parametri che adesso analizzeremo più nel dettaglio, sono:

1)    allocazione efficiente delle risorse

2)    aumento della produzione e del benessere

Quindi evidentemente una riallocazione di questo benessere e di questa produzione fra i fattori della produzione e quindi terra, capitale e lavoro.

Poi vedremo che ci possono essere degli effetti nella bilancia dei amenti e alcune valutazioni possono invece nascere se nei diversi paesi c'è una differente imposizione fiscale, quindi ci si va a collocare nel Paese in cui questo tipo di imposizione fiscale è più favorevole.

Poi vedremo che invece ci possono essere dei problemi, una spinta a fare questo tipo di investimento è quella di acquisire un particolare settore, una leadership tecnologica, ossia acquisire il controllo di alcune materie prime strategiche e uno dei rischi, che vedremo in seguito, ma anche un vantaggio, che è collegato con questo, permeando tutte le economie nazionali di questi investimenti che si muovono in tutto quanto il mondo; è il rischio o il vantaggio di controllare il sistema economico.

Se in un determinato Paese, la quota di investimento diretto dall'estero è h, quota che va al di sopra di un limite di guardia, evidentemente diventa difficile per la politica economica del governo nazionale gestire obiettivi di politica di occupazione, disoccupazione, di crescita economica, che possono sfuggire al suo controllo, nel momento in cui invece il capitale, che ha il pieno controllo della situazione e quindi si


sposta rapidamente, investe e disinveste evidentemente dà rischio a tutte quante le scelte strategiche di politiche economiche.

Allora, fatta questa premessa di carattere generale, vediamo quali sono gli schemi che ci interessano.

Il riferimento bibliografico lo troviamo in questa forma esatta nel testo di Salvatore .

In questi due grafici che andremo a sezionare, c'è l'analisi degli effetti di una libera circolazione di capitali (nel grafico di sopra) e l'analisi degli effetti di una libera circolazione del lavoro (grafico di sotto).

Quali sono i due aspetti che dobbiamo analizzare.

All'esame i grafici devono essere grandi e chiari.

Abbiamo due piani sectiunesiani che si confrontano, quindi asse delle ordinate e asse delle ascisse in entrambi, quindi sostanzialmente abbiamo una situazione messa a confronto tra due paesi.

Allora il ragionamento che viene fatto è quello di dire: ipotizziamo che tutto il mondo sia sintetizzato in due terzi, quindi ipotizziamo che tutto il capitale circolante nel mondo sia nelle mani di solo 2 Paesi, quindi, assumiamo questo fatto, e perciò la disponibilità complessiva del capitale la leggete sull'asse delle ascisse, perciò significa che 00' è tutto il capitale disponibile per fare investimenti diretti.

Sull'asse delle ordinate abbiamo il valore del prodotto marginale del capitale del Paese 1, sull'altro abbiamo il valore del prodotto marginale del capitale del Paese 2.

Seguiamo il ragionamento che fa il 'Salvatore'.

Nel Paese 1 ipotizziamo lo stock di capitale OA, quindi il segmento OA lo assumiamo come dotazione di capitale del Paese.


GRAFICI:


 


                                                                          

Quindi ve lo ritrovate nel grafico in alto. Nel Paese ' abbiamo che lo stock di capitale evidentemente dà la differenza residua, quindi O'A.

Allora dovete ricordare che se, nel costruire il vostro grafico, all'esame volete ricopiare esattamente il mio grafico riportando anche le stesse lettere, sbagliate quasi sicuramente.

Dovete invece costruire il grafico arbitrariamente e collocarvi dove meglio credete.

Prima di tutto dovete fare un bel disegno grande, a quel punto abbiamo detto che qua c'è il valore del prodotto marginale, qua c'è la


situazione di dotazione, voi dovete rappresentare per il Paese 1 come meglio credete la curva che identifica il valore del prodotto marginale del capitale di questo Paese.

Ciò significa che se qua c'è il valore e questa è la funzione decrescente vuol dire che quanto più questo Paese 1 è ricco di capitale e quindi c'è una relazione inversa tra il valore del capitale, cioè il rendimento del capitale, che è una risorsa scarsa, e più scarsa è la risorsa e più alto sarà il valore che si detiene, più ampia è questa risorsa sarà quindi viceversa quella conclusione.

A questa punto fare la stessa cosa per il Paese 2, non vi preoccupate dove vi andate a collocare nel punto di intersezione, tirate a vostro piacimento queste due linee.

Solo dopo aver fatto questo, fate la seconda vostra ipotesi, cioè dite: io ipotizzo che adesso per il Paese 1 la dotazione di capitale, tenendo conto che tutto quello che c'è è 00', scelgo in modo arbitrario la dotazione del Paese 1 e per differenza quella del Paese 2.

Se invece ipotizzate prima qual è la dotazione di capitale, io vi chiedo a quel punto qual è il rendimento del Paese 2. A quel punto entrate nel pallone.

Alcuni per essere sicuri di aver individuato il valore, allora assumono che questo sia il rendimento del capitale del Paese 1 e questo è il rendimento del Paese 2.

A quel punto vi faccio la domanda perché vi mando via subito.

Questo perché è chiaro che questo livello di valore del rendimento del capitale non lo potete fissare a vostro piacere, la forma, l'inclinazione della curva del valore del prodotto marginale.

Siete liberi di fissare la dotazione che volete dare al Paese ma dopo di che è gioco forza che il rendimento nasce dall'intersezione.

Non fate mai questi errori, se no io vi boccio!

La cosa migliore da fare è dire: io ipotizzo che questa sia la curva del valore del prodotto marginale del capitale del Paese 1, poi sempre a piacere ipotizzo che questa sia l'altra curva, l'altra funzione.

Non vi interessa dove si vanno ad intersecare e nemmeno quanto sono inclinate, l'importante è che sia chiaro il disegno.

A quel punto arbitrariamente fissate quant'è la dotazione di capitale del Paese 1 e quant'è per differenza l'altra.

A questo punto per essere sicuri che quando tirate la perpendicolare vi si va a posizionare nel punto migliore per voi, comunque si devono intersecare tutte e due le curve, scegliete dal punto di equilibrio verso destra cercando un punto ragionevole.

Adesso ho la dotazione di capitale OA e la dotazione per l'altro Paese O'A.


Quando ho stabilito tutti e due i parametri, la funzione, la quantità di capitale, a quel punto dico 'qual è il rendimento?'.

Perpendicolare sulla prima, punto di intersezione sulla curva e tirate una parallela.

Allora capite se per sbaglio mettete prima questa intercetta e fate poi la costruzione, alla fine la parallela non si trova.

In questo caso avete sbagliato il grafico, il grafico vi deve aiutare, non è una difficoltà aggiuntiva, ma è il modo per avere chiaro quello che dovete dire.

Allora viene fuori nel nostro disegno il livello OC, che è il rendimento di capitale nel Paese 1.

Poi da questo punto A proseguite, tirate l'intercetta per intersecare la seconda curva, arrivate al punto di intersezione, parallela e identificate il valore del prodotto marginale del capitale dell'altro Paese.





© ePerTutti.com : tutti i diritti riservati
:::::
Condizioni Generali - Invia - Contatta