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Un sistema economico integrato - La domanda e l’offerta di beni: prodotti agricoli e manufatti

Un sistema economico integrato - La domanda e l’offerta di beni: prodotti agricoli e manufatti
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Riassunto del libro “Dall’espansione allo sviluppo. Un storia economica d’Europa”. (Giappichelli)

(con riferimenti ad altre materie quali: Economia Politica I e II, Economia Aziendale)

L’economia del XV secolo. I presupposti dell’espansione dell’Europa.

Un sistema economico integrato

Il territorio

Fernand Braudel applica un modello di sviluppo economico unitario definito “economia mondo”: esso presuppone, all’interno dello spazio territoriale, un’autosufficienza sostanziale nel soddisfacimento dei bisogni e una domanda di beni e manufatti qualitativamente differenziata (esigenze diversa a seconda delle classi sociali); come conseguenza il territorio così individuato afferma la mancanza di convenienza economica nell’effettuare scambi con altre realtà. Questo tipo di modello presenta inoltre un allargamento della dimensione territoriale-economica comprendente anche paesi dell’Africa settentrionale.



Poli urbani di sviluppo e mercati

Sempre secondo il teorico francese, grazie all’azione trainante di alcuni centri urbani (“poli”) si attua un’azione di spinta e di aggregazione di vari settori dell’economia. Fino alla metà del ‘400, accanto allo sviluppo tessile, vi sono i traffici commerciali; si può parlare di capitalismo commerciale, consistente “nell’interporsi del mercante tra produttore e consumatore”. I mercanti sono dotati di cospicui mezzi finanziari e di credito oltre che di competenze merceologiche e tecniche, sia in campo commerciale sia in campo giuridico e contabile. Si vedono emergere due punti di riferimento per i traffici commerciali, il primo si identifica nelle città italiane del Mediterraneo (Repubbliche marinare…) specializzate nel commercio con l’Oriente (spezie, cereali); il secondo nei centri portuali del mar Baltico riuniti nell’Ansa germanica (Anversa…).

I fattori politici contingenti contribuiscono a complicare preesistenti equilibri socio-economici. Anversa fu una delle sedi delle prime Borse merci operanti sui mercati internazionali.

Merci, vie e mezzi di trasporto

Per tutto il ‘400 i settori economici importanti riguardavano gli scambi commerciali e le produzioni tessili. I traffici marittimi riguardano anche merci ingombranti come il frumento, il sale ed il legname. Per altri beni ad alto valore unitario e di minore ingombro, le fiere internazionali sono per lungo tempo punto di incontro.

Le vie terrestri non sono certo agevoli, all’interno dell’Europa vi è pure una forte presenza di fiumi e canali con non pochi ostacoli (dazi, pedaggi, costosi trasbordi); la via preferita rimane quindi il mare, che permette un trasporto rischioso, ma meno costoso.

Il lento formarsi di un efficiente mercato monetario

Tra i diritti tradizionalmente riservati al fisco, vi è quello di battere moneta, considerata il simbolo della sovranità, infatti la zecca è una fonte fondamentale di entrate e speculazioni finanziarie da parte del fisco stesso. L’unica moneta che circola effettivamente, nell’Alto Medioevo, è il denaro d’argento.

L’oro è usato come mezzo di amento, ma non sotto forma di moneta, bensì oggettistica (valutazione a peso).

I secoli fino al XI sono caratterizzati dai “mezzi limite” di amento (definiti così da Frederic Mauro): l’autoconsumo che comprende lo scambio di beni ed è presente nelle camne e nelle economie chiuse; il baratto, effettuato sui mercati regionali e internazionali; i consumi gratuiti, all’epoca assai più diffusi, anche per l’opera della chiesa (utilizzazione dell’acqua).

Dalla metà del XIII secolo, la moneta penetra nella vita economica, come alcuni storici sostengono, la prima moneta d’oro importante è il Genovino.

La formazione di un mercato monetario è stata tuttavia ritardata dalla insufficiente quantità di metalli preziosi monetabili in circolazione. L’oro e l’argento servono per la fabbricazione di gioielli e tesori della chiesa.

Dopo la metà del secolo, il sistema bimetallico dell’Europa si irrobustisce. Le ricerche di nuovi giacimenti diventano più fruttuose, si perfeziona l’applicazione di alcuni nuovi accorgimenti tecnici che caratterizzano l’attività estrattiva del periodo.

Le quantità aumentano: per l’argento grazie al migliore sfruttamento delle risorse tedesche, austriache e ungheresi; per l’oro per l’azione dei portoghesi e per i primi viaggi di Colombo. Ancora poco, tuttavia, di fronte alle sempre maggiori necessità del sistema economico dell’Europa.

Risulta un Europa con molte monete che esperisce tentativi di dare stabilità al mercato internazionale del denaro.

Più difficile risulta, per il XV secolo, una valutazione della velocità di circolazione della massa monetaria.

Il ‘400 rappresenta un periodo di adattamento del sistema economico europeo.

I mercanti-banchieri: i primi strumenti e le istituzioni del credito

Nel quadro del sistema feudale la mancanza di capitali mobiliari e monetari  non è sentita in misura rilevante, ma, in concomitanza con lo sviluppo sempre maggiore dei commerci si cerca di ovviare a questa carenza. L’esercizio del credito rimane tuttavia non regolamentato e spesso illegale e gli alti tassi (30-40%) impediscono ai mercanti e agli artigiani di procurarsi i capitali. La clientela di questi banchieri-usurai è all’inizio costituita da gente bisognosa di denaro per l’acquisto di beni di consumo.

Il ‘400 risente ancora della Chiesa che considera immorale ogni forma di trasferimento oneroso del danaro. È vista con sospetto anche la lettera di cambio; se ne limita la liceità solo al caso in cui sia tratta su un’altra piazza ed in una moneta diversa da quella del traente (l’interesse viene occultato all’interno del tasso di cambio).

Protagonisti sono i mercanti-banchieri cioè soggetti economici non specializzati che aprono conti correnti e ricevono depositi.

Venezia, Genova, Barcellona, ma specialmente la Toscana testimoniano un fiorire di attività in questo settore ed il progressivo perfezionarsi di strumenti creditizi e delle tecniche ad essi connesse. Una delle più antiche istituzioni creditizie pubbliche è il Banco di San Giorgio fondato nel 1408 a Genova.

Caratterizza la metà del XV secolo il diffondersi del credito su pegno, gestito dai Monti di Pietà con finalità prevalentemente assistenziali. Si tratta di una istituzione prettamente italiana che ha il suo maggiore punto di forza nei bassi tassi di interesse richiesti. Il capitale è il risultato di fonti proprie di entrata, non onerose; solo un secolo più tardi alcuni di essi iniziano a raccogliere depositi, ma per un lungo periodo senza corrispondere alcun interesse.

La domanda e l’offerta di beni: prodotti agricoli e manufatti

Andamento e distribuzione della popolazione

Il periodo medievale è caratterizzato dalla popolazione europea costantemente crescente, nonostante una mortalità “catastrofica”. Carlo M. Cipolla la valuta circa 30-35 milioni di abitanti intorno all’anno 1000, mentre calcola una crescita fino a 80 milioni alla metà del ‘300 (a causa della “peste nera”, la speranza di vita media non superava all’epoca i 40-45 anni); solo alla fine del 400 la popolazione totale sarebbe stata di nuovo intorno agli 80 milioni.

Un movimento ascendente sembra iniziare solo dopo il 1450 con la ripresa del sistema economico pesantemente condizionato dalla pestilenza che riduce la domanda e aumenta le risorse a disposizione dei singoli quindi migliora le loro condizioni di vita.

La popolazione europea aumenta e si concentra sempre più nelle città (in media il 20% degli individui risiedeva nei centri urbani).

Più numerosa è la popolazione accentrata, più ampio ed efficiente deve essere il sistema di approvvigionamento e di distribuzione dei beni di consumo primari organizzato dalle attività pubbliche.

Consumi e investimenti

La spesa globale è soprattutto di consumo ed è alimentata dalla domanda dei privati. La spesa pubblica non si differenzia molto da quella privata. Le uniche infrastrutture per le quali gli stati dimostrano una certa attenzione sono le vie ed i mezzi di comunicazione (porti, finanziamenti alla cantieristica, in particolare le spedizioni commerciali).

Sono le necessità primarie della popolazione che assorbono la quota più rilevante del reddito individuale. Circa l’80% del reddito risulta destinato ai beni primari e la domanda di questi beni è rigida ed aumenta proporzionalmente all’aumentare del reddito (vestiario).

Cereali e bevande energetiche sono alla base della dieta delle classi povere. Sale e spezie hanno a loro volta una domanda rigida, anche se limitata a ridotte quantità pro-capite.

Il settore primario: varietà di colture e innovazioni

L’agricoltura è l’occupazione principale della popolazione. Se cresce il reddito individuale del consumatore diminuisce la percentuale dell’investimento dello stesso in risorse alimentari. Esistono varie aree di diverse tipologie produttive:

·      Europa Mediterranea accomuna ai cereali alcune colture specialistiche come la vite.

·      Nelle terre settentrionali si coltivano piante tessili come il lino

·      Nell’Europa centrale e orientale si coltivano soprattutto i cereali

Il disboscamento consente l’estensione della superficie coltivata, incominciano le prime bonifiche. Si tratta di indicatori che permettono di considerare il 1400 periodo non di crisi ma di transizione positiva.

L’innovazione più importante è la rotazione binaria, con la quale, ad anni alterni, i campi venivano parzialmente lasciati a maggese; i vantaggi erano l’accresciuta produttività e una più equa distribuzione del lavoro agricolo. Altre due innovazioni furono l’introduzione dell’aratro pesante a ruote e l’uso dei cavalli come animali da tiro.

Il settore secondario

Nel XV secolo si è nel pieno dell’epoca preindustriale. La fabbricazione tessile e laniera impiega il maggior numero di addetti: le zone di produzione più importanti sono l’Inghilterra e la Sna ma i centri di trasformazione vedono al primo posto le Fiandre e l’Italia Centro settentrionale.

Il mare offre risorse cui sono collegate attività di trasformazione e occasioni di lavoro per le popolazioni più vicine ad esso: corallo, pesce e sale (che serve alle popolazioni di montagna per nutrire gli animali, per conservare le carni etc.).

Le importazioni dall’Asia

All’interno di “un’economia mondo” ipotizzata da F. Braudel esiste un particolare gruppo di beni, le spezie, per il quale gli europei sono dipendenti dall’Asia. Questi commerci si attuano in due fasi: la prima vede i mercanti asiatici consegnare i loro prodotti sulle rive dell’Oceano indiano agli arabi che ne curano il trasporto fino al Mediterraneo.

Veneziani e genovesi, e in misura minore provenzali e catalani, sono stati e continuano ad essere intermediari tra Oriente ed Occidente nel Mediterraneo. I beni di lusso costituiscono un bisogno la cui curva di domanda è tendenzialmente rigida.

I traffici internazionali, dopo la depressione, caduta Costantinopoli e conquistato l’Egitto da parte dei Turchi, attraggono interessi e capitali.

Organizzazione e tecniche di lavoro

La manodopera

  • Industria domestica rurale: la famiglia agricola produce al proprio interno e non si rivolge al mercato. Si tratta di produzioni di sussistenza.
  • Artigiani e corporazioni: nell’Europa urbana le principali attività economiche sono organizzate in gruppi di mestiere, alla base di due principi comuni: l’eguaglianza e la solidarietà dei soci.

Il coordinamento delle singole produzioni arriva anche più in profondità prevedendo gli acquisti collettivi di materie prime; il divieto della concorrenza interna; procedure prefissate per l’ingresso e l’apprendimento dei singoli mestieri; misure assistenziali per gli iscritti al gruppo e forme di culto religioso da svolgersi in comune.

Si tratta di raggruppamenti che prendono il nome di corporazioni o Arti in Italia, di gilde o mestieri in altre zone dell’Europa.

Titolari delle botteghe o laboratori sono i maestri artigiani coadiuvati da apprendisti e garzoni, il cui ingresso nelle corporazioni è controllato dall’elite dirigente.

Le corporazioni garantiscono una qualità stabile del prodotto, guardando con diffidenza qualsiasi innovazione, al punto da ritardare lo sviluppo tecnologico ottenendo un vero e proprio protezionismo doganale. Si impegnano però alla salvaguardia del sapere tecnico.

Di norma, l’artigiano produce per il mercato, difficilmente per il magazzino assumendosi comunque un minimo rischio di impresa.

  • Industria a domicilio: In molte regioni d’Europa gli artigiani collaborano a produzioni complesse, che comprendono molti passaggi di semilavorati. L’artigiano viene ad essere dominato dal mercante-imprenditore, proprietario delle materie prime e degli strumenti di lavorazione oltre al prodotto finito. Retribuiti a cottimo, questi soggetti finiscono per assumere la ura di lavoranti a domicilio.

Si tratta di un sistema abbastanza flessibile, che richiede una buona conoscenza dei mercati. Le retribuzioni vengono ate con anticipi periodici e trasformano l’artigiano in salariato, quindi il rapporto col datore di lavoro diventa esclusivo.

La struttura dell’industria a domicilio non muta nella sostanza quando la sua localizzazione diventa in parte o del tutto rurale.

L’attività tessile svolta nelle camne permette un’integrazione del reddito familiare. Essa determina importanti cambiamenti sociali in quanto inserisce la manodopera femminile.

Le innovazioni di processo

Il ‘400 vede fiorire in Europa una serie di miglioramenti tecnici senza che vi sia una netta cesura tra medioevo ed età moderna.

Nel XV secolo la stampa a caratteri mobili aiuta enormemente la crescita della cultura, ad essa è poi collegato l’aumento della domanda di carta. L’introduzione della polvere da sparo e la sua applicazione alle armi da fuoco è importante per le conquiste oltre oceano.

Le industrie metallurgiche acquistano importanza strategica con riferimento alla diffusione delle armi da fuoco. L’utilizzo della polvere da sparo offre un miglioramento nell’industria estrattiva. Con l’aiuto delle prime pompe per l’aspirazione dell’acqua e dei carrelli su rotaia, si arriva a maggiori profondità. Compaiono i primi altiforni. Rimangono tradizionali i processi tessili e l’industria edilizia. Risulta inoltre una spinta alla diffusione del capitale umano, nonostante ciò la capacità degli Stati di controllare i movimenti delle persone è limitata.

Il moltiplicarsi delle fonti di energia

Nel medioevo, oltre all’energia umana, lo sforzo animale occupa una posizione importante. L’energia inanimata, quella dell’acqua e dell’aria, è gratuita ma discontinua e necessita di investimenti. Legname e carbone di legna risultano tuttavia fornire più del 50% dell’energia necessaria per l’attività economica. Pochi paesi utilizzano il carbon-fossile.

L’ampliarsi degli spazi geografici ed economici

Verso nuovi orizzonti

Al periodo di crescita demografica corrisponde l’epoca delle grandi esplorazioni. Le conseguenze sono l’individuazione di rotte interamente marittime tra Europa e Asia e la colonizzazione di nuove terre occidentali.

Il Mediterraneo perde la centralità ed il monopolio delle spezie.

I protagonisti sono il Portogallo e la Sna che tuttavia non saranno in grado di gestire l’opportunità conquistata e la nuova ricchezza. Questo periodo è stato definito prospero.

Il Portogallo

Sebbene Stato poco popolato e povero, con un’economia prevalentemente di sussistenza e non autosufficiente per quanto riguarda le risorse alimentari, si assicura un vasto impero marittimo in Africa e America ma soprattutto in Asia, dove è padrone dell’Oceano Indiano, e riesce ad esportare sale, pesce, olio, vino, frutta, sughero e pellami.

Questo grazie alle conoscenze accumulate nella progettazione di navi e nelle tecniche di navigazione.

Il principe Enrico si dedica alle esplorazioni. L’opera scientifica e di esplorazione svolta sotto il patrocinio del Re Giovanni II pone però le fondamenta delle scoperte successive. Dopo la morte di Enrico, l’attività di esplorazione rallenta per la mancanza del sostegno regio e per la concorrenza del traffico di avorio, oro e schiavi.

Il Re Giovanni II salito al trono nel 1481, riprende le esplorazioni e nel 1488 uno dei suoi navigatori, Bartolomeo Diaz, doppia il capo di Buona Speranza. Vasco De Gama raggiunge Calicut circumnavigando l’Africa. Malattie, tempeste, etc. decimano la spedizione ma il carico di spezie con il quale si fa ritorno compensa di gran lunga tutti i costi del viaggio. I portoghesi riescono a spazzare via gli arabi dall’Oceano Indiano e nel 1513 una delle loro navi attracca nella Cina meridionale. Si stavano, infatti, allargando sempre più verso Oriente i confini degli interessi economici del vecchio continente.

L’economia snola e il Nuovo Mondo

Il secondo paese protagonista, ma verso Occidente, è la Sna: paese con condizioni economiche particolari ed inoltre con problemi per quanto concerne l’unificazione interna.

L’agricoltura aveva ricevuto una cospicua eredità dai predecessori mussulmani ma i sovrani snoli sperperarono questo patrimonio.

Nello stesso anno della conquista del Regno di Granada e della scoperta dell’America da parte di Colombo essi ordinarono l’espulsione dal Regno degli Ebrei (abili artigiani e commercianti).

La maggiore difficoltà dell’agricoltura deriva dalla rivalità tra contadini e grandi proprietari terrieri. La produzione laniera ha per lungo tempo uno sbocco molto redditizio (pratica della transumanza), essa è una merce di valore ed è tassabile. Privilegio speciale per questa produzione è il diritto di pascolo illimitato sulle terre comuni accordato alla corporazione imprenditoriale della Mesta, in cambio di tasse.

Nel 1483, mentre gli equigi del portoghese Giovanni II stanno ancora aprendosi la strada lungo la costa africana, Colombo chiede al Re di finanziare una spedizione. Solo nel 1492, Isabella di Castiglia, per celebrare la vittoria sui Mori di Granada, acconsente a finanziare la spedizione di Colombo. Egli, dopo aver fatto ritorno in Sna, l’anno successivo torna con una spedizione molto più numerosa e attrezzata con cui inizia la colonizzazione.

Una nuova conflittualità sui mari ed il Trattato di Tordesillas

Ferdinando e Isabella si rivolgono al Papa Alessandro VI affinché stabilisca una “linea di demarcazione” che confermi i diritti snoli sulle terre appena scoperte. Il 1494, nel Trattato, il Re del Portogallo convince gli Snoli a tracciare una nuova linea circa 210 miglia più a ovest di quella del ’93. Nel 1500, durante la prima grande spedizione commerciale portoghese successiva al ritorno di Vasco De Gama, Pedro De Cabral fa vela direttamente verso questa zona e rivendica il territorio su cui approda il Portogallo prima di proseguire per l’India.

Ai mutamenti di prospettive economiche bisogna aggiungere le ricadute culturali, sociali e politiche che questi eventi produrranno successivamente.

Parte seconda: l’espansione europea nel XVI secolo

La demografia

L’andamento della popolazione europea

Il termine espansione si può applicare all’economia europea del 16° secolo. Nello sviluppo demografico si ritrova la prima espressione della vitalità. In molte aree europee si ritrovano registri parrocchiali in mancanza di quelli di stato civile. L’Italia e l’Inghilterra furono le 2 aree nelle quali questi registri presero fortemente piede nel corso del ‘500, mentre gli altri paesi seguirono più avanti.

Con il XVI secolo la popolazione europea recupera totalmente le enormi perdite della pandemia (grande epidemia) del XIV secolo e supera il limite precedente, intorno ai 100 milioni di individui.

In sostanza, si assiste al permanere di una dispersione degli insediamenti, con il prevalere di piccoli centri. L’evoluzione della popolazione nelle diverse aree geografiche fu inevitabilmente differenziata e risentì degli eventi politici e militari che travagliarono i paesi europei.

I 3 mali fondamentali (carestie, guerre, epidemie) nel corso del secolo esplicarono ancora i loro effetti nefasti, ma incominciarono a trovare dei correttivi che limitarono i regressi, come il miglioramento delle condizioni alimentari e interventi sanitari, mentre le guerre provocarono trasferimenti delle popolazioni fra i territori.

Le migrazioni, fra vecchio e nuovo mondo

Il comportamento degli italiani fu, nella prima parte del secolo, di dispersione nei piccoli centri, salvo riprendere il flusso dell’urbanizzazione nella seconda metà del secolo. Nel movimento fra città e camna (secondo ritmi stagionali) si assiste inoltre ad un fenomeno tipico dell’economia agricola che riguarda i soggetti sprovvisti di mezzi di sussistenza definiti come poveri.

Da paese a paese la migrazione avvenne secondo schemi differenziati, ad esempio gli svizzeri migrarono come militari al servizio delle diverse corti europee.

Le politiche mercantilistiche degli stati europei favorirono, inoltre, il trasferimento dei tecnici delle diverse arti e produzioni. L’emigrazione verso le americhe fu alimentata soprattutto da uomini che ricercavano occasioni d’affari con il commercio d’oltre Mare.

Uomini di mare, mercanti, rappresentanti costituirono il nucleo fondamentale dell’emigrazione. Occorre considerare anche gli schiavi.

Verso l’Asia e l’Africa, invece, si recarono gli uomini indispensabili alla gestione delle basi commerciali e militari che i paesi europei organizzarono come punti di riferimento dei loro traffici.

La qualità della vita

Se nel XIV secolo l’Europa aveva vissuto la peste nera, nel corso del XVI secolo si può dire che le malattie contagiose contrassegnarono il quotidiano. Si è osservato che gli individui che venivano colpiti dalle epidemie dovevano ritrovarsi in situazioni di debilitazione fisica, provocate dalle carestie che portarono in evidenza il problema dell’approvvigionamento dei grani. Il commercio dei grani fu occasione di grandi operazioni commerciali con esborsi onerosi da parte delle amministrazioni pubbliche. Le carestie trovavano origine in cause diverse, ossia nella scarsa produttività delle terre, nella carenza di concimi, e nelle guerre.

I corpi militari sarebbero stati appunto i diffusori di germi e parassiti, che alimentarono le numerose epidemie.

Un ruolo secondario nella diffusione delle malattie fu l’espansione degli europei verso altre aree del globo.

L’agricoltura

I rapporti con la terra

Il mondo agricolo del ‘500 si presenta estremamente variegato, soprattutto per le trasformazioni che si vennero a verificare nei rapporti con la terra da parte degli uomini che vi si dedicavano. Lo sgretolamento del potere feudale, la crisi delle istituzioni ecclesiastiche ed il consolidarsi delle terre libere, di proprietà privata, ebbero il loro effetto sull’organizzazione dello sfruttamento agrario delle terre.

Nel corso del secolo, furono riorganizzati e ripresi alcuni Ordini cavallereschi, che esaltarono l’organizzazione di aziende agrarie in termini di nuove facilitazioni nei rapporti con i poteri sovrani. La disponibilità di terre aveva rappresentato uno dei principali problemi per l’agricoltura e si era quindi fatto ricorso a larghe iniziative di dissodamento delle terre vergini. Con la nuova espansione demografica, il problema si pose nella ricerca di una nuova produttività a sostegno della produzione globale.

L’affermazione delle città contribuì a mutare i tradizionali rapporti con la terra. Il ‘500 si può ritenere il secolo in cui si confermarono gli interessi fiscali sulle terre e l’inizio di una sorta di concorrenza fiscale fra Stato e città per garantirsi il gettito corrispondente.

Un aspetto particolare si presenta nel ricorso alle opere di bonifica.

I Paesi Bassi rappresentarono un modello eccezionale per l’impiego su larga scala di sistemi già conosciuti ma con strumenti e risorse energetiche nuove.

Le nuove produzioni agrarie

Per l’alimentazione si ritrovano coltivati ogni sorta di cereali e frutti commestibili esistenti. Olive e uve, sono oggetto di cure particolari.

Per il tessile (lino e canapa) sono oggetto di estese coltivazioni. Uno degli elementi delle esplorazioni lo si ritrova nella conoscenza di nuovi prodotti della terra, come patata, mais, pomodoro etc.

Nuove occasioni di produzione agricola vennero da prodotti conosciuti da tempo in Europa e che si diffusero in piantagioni più estese, come il riso, che si diffuse in Italia settentrionale, trovando occasioni di consumo sulle navi.

Il gelso fu occasione di espansione dell’allevamento dei bachi, iniziando anche la grande avventura della canna da zucchero.

L’incontro con gli altri continenti provocò anche un importante trasformazione nell’allevamento del bestiame. Le navi europee e gli uomini d’arme imbarcati si muovevano trasportando numerosi animali vivi. Due esigenze erano alla base di tale comportamento: la prima derivava dalla necessità di garantirsi la presenza di cavalli per i trasferimenti e le battaglie, mentre la seconda dai bisogni alimentari.

Equini, bovini, ovini, suini, conigli e gallinacei accomnarono gli equigi nelle traversate.

Dal resto del mondo vennero pochi animali, più significativo fu il risultato dei diversi incroci.

Verso la nuova scienza

Innovazioni

Nel XVI non sono ancora applicati i risultati della “nuova scienza”. Il secolo è però caratterizzato dalla presenza di precursori di essa come Copernico, Galilei e Keplero, che incontrano tutte le difficoltà delle controriforma.

La pubblicazione di volumi dedicati alle tecniche di produzioni metallurgiche fu l’elemento più significato per la diffusione delle conoscenze del ‘500. Le esigenze belliche esaltarono la necessità di metalli. L’energia meccanica usufruì della ruota idraulica e di quella eolica, ma l’insostituibile combustibile costituito dalla legna provocò la distruzione di gran parte del patrimonio boschivo, significante la crisi del legname inglese.

La metallurgia offrì ai detentori di capitali una interessante occasione di impiego di reddito. Molte grandi case bancarie investirono e sovvenzionarono imprese del settore. Se ferro e bronzo furono i più richiesti dai militari, altri metalli furono importanti per l’evoluzione delle tecniche metallurgiche. L’innovazione forse più significativa fu la diffusione della tecnica dell’amalgama con il mercurio per l’estrazione dell’argento. Le costruzioni edilizie ebbero un interessante sviluppo con l’adozione di nuove tecniche. Uno dei settori ove più si è esercitata la ricerca di innovazioni è quello della navigazione (cartografia) => Gerardo Mercatore.

Una certa ricaduta di questo lavoro condotto con strumenti di misurazione, si ebbe anche per scopi diversi, come quello dell’agrimensura, soprattutto ai fini fiscali. I mari del ‘500 erano percorsi da imbarcazioni di tutti i tipi quali le galee mediterranee, quelle da guerra, che utilizzavano la forza dei remi e le mercantili che avevano una prevalenza della vela che ebbe un’evoluzione esplosiva.

Si ricercavano sicurezza di navigazione ed economicità dei trasporti. Portoghesi, snoli e inglesi, furono i maggiori costruttori di grandi navi da guerra. Il tradizionale settore tessile trovò nel secolo alcune occasioni fondamentali di sviluppo, soprattutto nella lana.

L’organizzazione della produzione del lavoro

La richiesta di prodotti alimentari e di materie prime, tessili e minerali, ha imposto, a secolo avviato, un aumento della produzione e una diversa organizzazione del lavoro, sia nei campi sia nelle miniere. Si incentivò la attività destinata al mercato.

A facilitare la trasformazione contribuì il superamento degli schemi feudali nel rapporto con la terra e la nascita di aziende agrarie per il mercato. In America, il lavoro dei campi diede origine ad alcuni problemi quali le difficoltà insite nelle condizioni ambientali e nelle tipologie delle colture possibili. L’emigrazione dei coltivatori europei non fu sufficiente a colmare il fabbisogno americano e le risorse di manodopera si esaurirono in poco tempo; per questo il lavoro degli schiavi parve essere rinato anche in Europa dalle esperienze dei portoghesi nella penisola iberica.

Lo sfruttamento delle miniere conobbe a sua volta un processo analogo; i capitali dei ricchi mercanti furono attirati dalle opportunità dell’impiego nell’attività mineraria che determinarono le prime grandi concentrazioni di lavoratori in zone ristrette. Il settore secondario apparve in grande movimento, il lavoro nelle botteghe artigianali svolse un ruolo determinante, anche se le corporazioni denotarono tutti i rischi connessi alle loro regolamentazioni, per costituzione portate a recepire con difficoltà i ritardi e le innovazioni.

Molta parte della produzione manifatturiera fu garantita dall’utilizzo del lavoro disponibile fra gli uomini dei campi. Le lavorazioni agricole erano stagionali e lasciarono ampi spazi temporali per attività differenziate.

Si giunse all’economia della prima società industriale. Protoindustria e preindustria sono stati i termini più usati per definire l’insieme delle organizzazioni produttive. Si incominciarono ad intravedere casi di organizzazioni più consistenti nella cantieristica, nelle miniere e nelle aziende agrarie.

Gli scambi internazionali

I flussi

Le esplorazioni geografiche provocarono mutamenti profondi nella struttura degli scambi internazionali, sia dal punto di vista della quantità che delle linee di traffico. I traffici si ritrovarono a privilegiare sempre più i trasporti per via marittima. Inevitabilmente la crescita dei commerci determinò nuovi centri di attrazione e nuovi collegamenti. Non per nulla il fenomeno dell’urbanizzazione si sviluppò principalmente nelle città poste sul mare o ad esso collegate, con fiumi o canali.

Il bacino del Mediterraneo perde il suo ruolo centrale per il venir meno di una parte delle merci dell’Asia e dell’Africa che potevano ormai passare attraverso la rotta del capo di Buona Speranza. La politica degli Stati nazionali emergenti fu definita come politica mercantilistica, essi cercano di assumere il controllo delle attività economiche in termini di protezionismo, il che provocò scontri anche violenti alla ricerca di una supremazia quasi globale.

A partire dal 1503 gli snoli crearono a Siviglia una istituzione, la Casa de La Contratacion, con il preciso intento di riservare alla Sna il monopolio di tutti i traffici con le Americhe e garantire il controllo su tutto quanto si muoveva verso l’altro lato dell’Atlantico.

Di ogni viaggio delle navi si tenne conto in apposite annotazioni, i registros, che avevano uno scopo fiscale e di controllo.

Per quasi tutto il ‘500 i commerci ed i traffici ufficiali con le Americhe furono monopolizzati dalla Sna, con la sola eccezione del Portogallo con il Brasile.

In una prima fase vi fu una prevalenza di invii dall’Europa, di manufatti e di generi alimentari. Poco dopo incominciarono a prevalere negli scambi i prodotti americani, soprattutto l’argento. Inizialmente nei confronti degli Imperi degli Indios, in seguito vennero dallo sfruttamento delle miniere d’argento messicane e boliviane, utilizzando un nuovo metodo di estrazione basato sull’amalgama con il mercurio.

Le esportazioni del vecchio continente aumentarono in modo correlato alla presenza degli europei. Fu in questo periodo che gli Europei iniziarono l’esportazione degli schiavi che vide l’intervento di negrieri soprattutto inglesi e olandesi.

Il ‘500 dovette confrontarsi con il venire meno delle vie tradizionali, delle correnti di commerci e di traffici con l’Asia.

Dopo la circumnavigazione dell’Africa attuata dai portoghesi ed il viaggio di Magellano, le vecchie strade furono sostituite dalle vie attraverso gli Oceani. Lo zucchero e le materie tintorie furono sostituiti dai rifornimenti americani.

La bilancia commerciale dell’Europa con l’Oriente si mantenne negativa, ma poté usufruire dell’argento americano per saldare i deficit.

La moneta

A partire dal XIII secolo avevano visto affermarsi il bimetallismo in oro e argento. Lo sviluppo economico però richiedeva sempre maggiori quantità di moneta, che riducevano sempre più la parte regolata con i meccanismi delle compensazioni.

Esisteva in Europa un sistema estremamente variegato nella coniazione e nella circolazione delle monete, che, se da un lato dipendevano dalla disponibilità di metallo, dall’altro rappresentavano uno strumento di politica economica.

In queste condizioni era risultata obbligata la scelta di operare distinguendo fra monete reali coniate e monete di conto, sulla base di rapporti stabiliti da apposite norme. A partire dalla seconda metà del XV secolo, i sistemi monetari europei dovettero confrontarsi con i rapporti di valore fra oro e argento e argento e rame.

L’oro africano provocò un primo squilibrio, soprattutto nella prima metà del XVI sec., e l’argento americano esaltò lo squilibrio, nella seconda metà. Le monete e i metalli preziosi nel ‘500 invadono l’economia europea; non per nulla è in questo periodo che si ritrovano le enunciazioni delle cosiddette leggi monetarie.

Le leggi mercantilistiche degli Stati determinarono interventi massicci negli affari monetari. Il periodo della seconda metà del ‘500 fu definito della cosiddetta rivoluzione dei prezzi. Il fenomeno però non pare aver interessato contemporaneamente tutta l’Europa, anche perché l’aumento della quantità di metallo prezioso coincise in molti luoghi con i momenti in cui le attività economiche si trovavano in una fase espansiva.

La finanza

La necessità del pubblico

Vi era sul finire del basso medioevo una distinzione abbastanza significativa fra la struttura della finanza pubblica del potere centrale rispetto a quello decentrato e locale.

Le fonti di entrata dei sovrani si basavano sull’imposizione fiscale, sul reddito dei domini della Corona, sull’eventuale alienazione di beni e privilegi e sull’indebitamento. Non molto diverse le fonti delle autorità locali.

L’imposizione fiscale della Corona trovava la sua maggiore consistenza nella forma indiretta, mentre a livello locale prevalevano le imposte dirette. La finanza straordinaria, spesso attivata nel corso del secolo per far fronte alle esigenze emergenti, soprattutto belliche, provocava una commistione nelle due forme di organizzazione.

Il procedimento in pratica prendeva avvio dalle richieste che la Corona inoltrava ai diversi corpi dello Stato a livello locale.

Il sovrano richiedeva quindi l’intervento dei sudditi attraverso forme generiche di tecipazione agli oneri.

Era una contribuzione straordinaria che veniva onorata con fondi raccolti in sede locale, attingendo ai cespiti imponibili normalmente usati e concordati. Una chiara dimostrazione di questo processo si ritrova anche nell’aumentato interesse per i censimenti e le valutazioni delle proprietà, che incominciarono ad essere normate. I dazi ed i pedaggi di competenza sovrana aumentarono notevolmente per l’aumento dei traffici. Nell’Europa continentale le imposte indirette sui consumi continuarono a crescere e costituirono il nucleo centrale delle entrate degli Stati. Le entrate fiscali aumentarono notevolmente ma non sufficientemente, infatti gli Stati europei si ingegnarono nella ricerca di modalità di accelerazione degli incassi, ricorrendo all’intermediazione degli appaltatori per le riscossioni, in modo da usufruire di anticipi pur rinunciando ad una parte del gettito. Anche questi meccanismi non riuscirono a risolvere i diversi problemi di liquidità e nel ‘500 si può notare come il ricorso all’indebitamento si fosse diffuso in tutta Europa.

Il debito pubblico

La diffusione di diversi tipi di prestiti giunse a tali livelli da suscitare interventi del Pontefice per regolamentarne le forme.

Suddiviso nelle due forme tradizionali del redimibile e dell’irredimibile (estinguibile o non), il debito pubblico cinquecentesco ebbe modo di percorrere tutte le tipologie possibili (rendite perpetue, prestiti garantiti da cespiti fiscali etc.).

Si sviluppò un’innovazione che interessò i grandi banchieri, ma anche una miriade di risparmiatori che trovarono occasioni di investimento.

Proprio le crisi finanziarie di Asburgo, Francia e Portogallo, dichiarate nella metà del ‘500, provocarono un rimescolamento nelle capacità dei banchieri europei di resistere. Esse videro affermarsi il predominio dei banchieri genovesi, i quali avevano saputo porsi soprattutto come intermediari fra risparmiatori e finanze pubbliche.

Il livello del debito pubblico di alcuni Stati europei provocò anche casi di insolvenza e bancarotte. Di fronte all’impossibilità di are, i sovrani sospendevano la regolare gestione dei debiti e tendevano a modificarne gli impegni contrattuali. Sostanzialmente si trasformavano i termini di durata e le scadenze dei amenti, se non gli stessi tassi applicati. In questo modo prestiti a breve si trasformavano a lungo od anche in irredimibili. Anche nel caso di prestiti irredimibili, i sovrani si potevano riservare la clausola del riscatto, che si traduceva in pratica in una rinegoziazione dei tassi di interesse applicati.

I diversi ruoli in Europa

Le aree dominanti: Portogallo e Sna

Il trattato di Tordesillas gli consentì di controllare i commerci e le linee di traffico per quasi tutto il ‘500, sino a quando l’intervento di altre potenze europee venne a modificare i rapporti.

I portoghesi si applicarono ai commerci con Africa e Asia; ma dovevano difenderli, come fecero, con un grosso sforzo militare, reso tanto più oneroso per la distanza dalla madre patria. In Africa e Asia essi tesero a costituirsi delle basi di riferimento per le necessarie soste delle navi e per raccogliere e immagazzinare le merci che dovevano essere difese.

Le spedizioni organizzate dal Portogallo duravano più di un anno, le navi partivano con carichi di minerali e metalli e monete; al ritorno avevano pepe e altre spezie. Con il progredire dei commerci, si ritrovavano in partenza anche oli, vini e tessuti e riportavano sete, profumi etc.

Sin dall’inizio il commercio portoghese con l’Oriente richiamò l’interesse di mercanti e banchieri europei, tra i primi gli italiani che erano presenti nelle spedizioni con gruppi guidati da fiorentini e genovesi, seguiti ben presto dai tedeschi.

Caratteristiche del tutto diverse ebbero i rapporti dei portoghesi col Brasile, importante fu il suo legno ed il relativo sfruttamento agricolo.

Si presentarono numerosi problemi perché i portoghesi non erano portatori di una cultura agricola, inoltre le popolazioni indigene non erano predisposte alle produzioni agrarie. Attraverso procedimenti complessi i risultati furono raggiunti con un sistema di concessione delle terre con il patto della messa a coltura e con la disponibilità di manodopera importata (schiavitù).

Fu individuata la produzione più confacente al territorio nella canna da zucchero, seguita dal cotone.

Ben diversa fu la complessa vicenda dell’espansione americana degli snoli, che si trovarono a realizzare un’opera di conquista e colonizzazione. L’aspetto che ha lasciato il segno è l’organizzazione dell’afflusso di metalli preziosi a Siviglia.

I primi prodotti furono ottenuti soprattutto dalle Antille. Fu il momento in cui dalla Sna furono inviate partite di semi di cereali, agrumi etc. Dalle Antille le pratiche della coltivazione e dell’allevamento si trasferirono nel Continente. Dopo la conquista militare gli snoli dovettero confrontarsi con la necessità di arrivare ad un’organizzazione strutturata dei nuovi domini, sull’esempio dei modelli snoli.

Questo processo influenzò le caratteristiche degli uomini che emigrarono impegnando i sovrani snoli in un’attenta regolamentazione degli afflussi, senza dimenticare la Chiesa che aveva pur avuto parte nella promozione della scoperta e degli arrivi nel nuovo continente.

I primi europei arrivati avrebbero privilegiato la possibilità di acquisire domini fondiari. In parte si riprodusse in America lo schema della grande proprietà castigliana, determinando l’impiego della manodopera, che in un primo momento dovette essere garantita dagli abitanti originari e dopo dai neri africani. Il controllo rigido dei traffici impedì un afflusso massiccio e indiscriminato di mercanti, utilizzando delle licenze. Il controllo fu attuato anche nei porti americani. Nelle intenzioni degli snoli le navi mercantili da e per l’America avrebbero dovuto seguire rotte comuni e navigare in flotte che godevano della protezione delle navi da guerra, ma contrabbando e pirateria imperarono fra le due sponde dell’Atlantico.

Le aree in bilico: gli Stati italiani

La prima metà del ‘500 sarebbe stata segnata dalle crisi indotte degli eventi bellici e dalla caduta della produzione nei settori tradizionali come il tessile e quello manifatturiero. La seconda parte, invece, avrebbe visto una sorta di ripresa, che però si sarebbe scontrata con le modificazioni intervenute a livello europeo. La realtà dell’economia italiana del ‘500 si presenta estremamente diversificata.

La distribuzione della popolazione era diminuita nei centri cittadini, con meno botteghe specializzate, al punto che non solo non si riusciva a seguire l’evoluzione dei consumi interni ma neppure il flusso delle esportazioni. Nelle difficoltà generali, inoltre, si dovevano fare i conti con le spese belliche determinando un aumento del carico fiscale e dei costi di produzione, innescando così un circolo pericoloso che tendeva ad un aumento delle produzioni concorrenti. La crisi dell’organizzazione tradizionale non toccò però più di tanto la capacità di iniziative degli uomini di affari. Mentre l’Italia era praticamente a ferro e fuoco, gli uomini d’affari italiani si ritrovarono ad operano in tutto il mondo. Non per nulla ancora all’inizio del ‘500 si veniva in Italia ad imparare l’arte della contabilità e della mercatura. Gli uomini d’affari italiani si ponevano come interlocutori privilegiati per la collocazione di titoli del debito pubblico, soprattutto snoli e francesi.

Nell’ultimo quarto del secolo le galee genovesi si trovarono a controllare un traffico tutto nuovo: il trasporto di ingenti quantità di metalli preziosi che dalla Sna veniva trasportato in Italia come effetto di complessi regolamenti finanziari.

In definitiva nell’Italia del ‘500 si manifestarono molte trasformazioni, che generarono un diverso equilibrio fra le regioni.

Nel settentrione alcune appaiono regredire, mentre altre, come Genova, conquistare un grande sviluppo.

Altre, come Venezia, conservarono un ruolo importante, mentre il mezzogiorno si ritrovò a are gli oneri imposti da Filippo II. Rimane un’area tradizionalmente debole nel Nord Ovest.

Le aree emergenti: Inghilterra e Paesi Bassi

Esse manifestarono un notevole salto di qualità, si affermarono nelle vicinanze più immediate centri commerciali rilevanti come Amsterdam, Brama e Amburgo. La loro collocazione sul mare del nord aveva consentito di usufruire di due grandi linee di comunicazione: verso il mare e attraverso i fiumi, verso l’interno. Quando i portoghesi iniziarono la loro attività con l’Oriente, ritrovandosi Lisbona in una posizione decentrata, furono obbligati a fare riferimento ai porti del mare del Nord e trovarono in Anversa il mercato ottimale.

Venne così creandosi un insieme di centri ove erano disponibili quasi tutti i prodotti oggetto dei traffici internazionali, i quali tolsero spazio a parte delle basi commerciali del mar Baltico e del Mediterraneo.

L’ultimo quarto del ‘500 vede così la decadenza di Anversa e la crescita di Amsterdam come centro principale delle attività economiche dei Paesi Bassi. Anversa era organizzata secondo la modalità antica dei vincoli imposti alle attività economiche dagli Stati centralizzati.

Amsterdam, invece, dava maggiori possibilità di azione con un atteggiamento più permissivo. La riforma protestante, vincitrice in Olanda, permise di raccogliere tanti personaggi allontanati dai paesi di tradizione cattolica.

Gli ultimi anni del ‘500 vedono gli olandesi impegnati nell’organizzazione di consistenti spedizioni verso le indie orientali.

Se i portoghesi avevano uno stretto controllo statale sulle spedizioni in Oriente, gli olandesi lasciarono spazio all’iniziativa privata.

Nei porti e negli empori d’Olanda era ormai possibile trovare tutte le merci oggetto di traffici marittimi.

All’inizio del secolo le statistiche ufficiali testimoniano che ormai i panni di lana avevano largamente superato, in peso, le quantità della lana grezza, soprattutto nella forma delle pannine. L’aumento della produzione di lana provocò conseguenze: da un lato le esigenze del pascolo avrebbero espanso il processo delle recinzioni, che avrebbero procurato l’espulsione dei ceti più deboli dalle camne, dall’altro, ne sarebbe nato un aumento delle persone esposte ai rischi delle violente oscillazioni dell’occupazione delle attività manifatturiere.

Si sarebbero aggiunti la soppressione della proprietà ecclesiastica ed il mutamento dell’organizzazione delle aziende agrarie, con danno per i piccoli coltivatori. Più generale sarebbe stato l’incremento demografico.

Più tardi nacquero le organizzazioni stabili per i rapporti con l’Oriente e le Americhe, dove fu necessario approfittare delle difficoltà dei portoghesi e attaccare le posizioni snole. La flotta inglese era cresciuta tanto da intaccare il valore della sterlina, che subì una svalutazione che esercitò un effetto positivo sulle esportazioni inglesi (vedi Eco.Pol.II).

Verso l’America gli inglesi si mossero cercando di acquisire territori.

Verso la fine del ‘500 la marina inglese aveva assunto un ruolo fondamentale in tutti i mari e si avviò a divenire lo strumento decisivo dello sviluppo del paese. Tutta la politica economica fu tesa al protezionismo della produzione interna; la metallurgia conobbe un notevole aumento. Il problema del combustibile, stante la carenza di legname nell’isola, fu progressivamente risolto con l’utilizzo del carbone.

Le costruzioni navali furono incentivate. La grande espansione demografica provocò uno sviluppo dell’attività edilizia.

La vittoria inglese sugli snoli segnò l’inizio del declino della potenza marinara snola.

L’espansione europea nell’XVII secolo (1600)

Demografia: dalle grandi crisi alla lenta ripresa

Andamenti globali

Il XVII secolo è un periodo di forte ristagno demografico per le forti crisi alimentari ed epidemiche. In età moderna la popolazione non poteva aumentare oltre certi livelli perché era il rapporto tra terra coltivabile ed esigenze alimentari degli uomini a determinare una barriera oltre la quale non era possibile andare. Per far fronte alle accresciute esigenze alimentari non si esitò a mettere a coltura le terre marginali, ma tutto finiva per mettere in pericolo l’effettiva capacità di sfamare la popolazione in crescita.

A partire dal 1590 l’Europa venne colpita da carestie. Una popolazione troppo spesso mal nutrita diventava terreno fertile per malattie sempre presenti a livello endemico. Nell’Europa centrale e nell’Italia centrale settentrionale si era aggiunto un ulteriore fattore negativo: la guerra.

Le differenze regionali

Secondo Michel Morineau questa fu solo la prima fase della crisi demografica, la seconda coincise con la guerra dei 30 anni e colpì l’Europa centrale. Negli anni 20 e 30 gli effetti della peste si sommarono a quelli della guerra. La terza fase fu concentrata soprattutto in Sna. Tra il 1647 ed il 1656 in tutta la penisola iberica si registrò la ssa di oltre un milione di abitanti.

Non tutta l’Europa fu colpita in eguale misura, infatti solo la pianura padana, la penisola iberica e la Germania conobbero un vero e proprio regresso demografico, mentre in Inghilterra, nelle province unite e nell’Irlanda si limitò il trend di crescita.

Gli effetti sul tenore di vita, sui consumi e sui prezzi

Le conseguenze economiche del ristagno demografico provocarono un calo della domanda. Si trattò di un fenomeno rilevante perché collegato soprattutto al settore primario.

Il caso dell’Inghilterra è il più interessante, perché dimostra che, oltre ai fattori demografici, il prezzo delle derrate agricole è legato anche a fattori tecnologici ed organizzativi. Il vero crollo dei prezzi si ebbe nei primissimi anni del secolo XVIII e derivò dall’aumento della produttività nell’agricoltura inglese. Questo fenomeno generò un passaggio dall’agricoltura al pascolo.

Il ‘600 registrò la fine del processo secolare di crescita dei prezzi, avviando una fase di deflazione.

Se per braccianti e salariati si può parlare di miglioramenti, per quanto riguarda piccoli proprietari terrieri, affittuari e mezzadri si può parlare di sostanziali peggioramenti nelle condizioni di vita.

Nel ‘600 i mercati erano meno recettivi e con il crollo dei prezzi piccoli proprietari e coloni erano spesso costretti ad indebitarsi ed a vendere la proprietà o a trasformarsi in salariati. Tale processo andava tutto a vantaggio dei grandi proprietari terrieri.

In ambito urbano il calo dei prezzi dei prodotti agricoli favorì i ceti meno abbienti. Tale miglioramento fu sostenuto anche dalla tendenza alla crescita dei salari nominali, che spingeva ancora più in alto quelli reali.

L’agricoltura e la proprietà terriera: si accentuano le differenze

Tecnologie e nuove colture

In alcune regioni d’Europa i contadini continuavano a rappresentare per tutto il secolo anche il 90% della popolazione, in Europa il 70% era impiegato nel settore primario. Il prodotto agricolo più importante era senz’altro il grano.

Il XVII secolo non rappresentò, dal punto di vista tecnologico, un periodo di grandi progressi: vi è una carenza di opere e studi di agronomia rispetto al secolo precedente.

Nel ‘600 si registrò una ripresa dell’allevamento, della viticoltura (importante complemento per il reddito dei contadini) e della coltivazione delle piante industriali (soprattutto tessile).

L’allevamento e la produzione di cereali erano inversamente proporzionali: se aumentava la domanda di cereali, si aravano anche i pascoli e si allevava meno. Il bestiame era in ogni caso fonte di energia, carne e materie prime conciarie.

L’allevamento allora si sviluppò di pari passo con un’agricoltura fatta di rotazioni più efficienti e maggiori possibilità di concimazione dei terreni. Se la concimazione era insufficiente a causa della scarsezza di bestiame, la resa delle colture risentiva negativamente dell’arretratezza del sistema agrario. Dominava ancora la rotazione biennale, che alternava il frumento ed il maggese. Tra il ‘500 ed il ‘600 si sperimentò il sistema della rotazione triennale, se nella rotazione biennale si coltivava la metà del terreno, con quella triennale si seminava ogni anno su due terzi della terra disponibile e si ottenevano così effetti positivi anche sulla produttività.

Venne importato il mais dall’America che poteva garantire rese nettamente superiori a quelle del frumento e poteva proficuamente essere introdotto nella rotazione triennale, seminandolo tra il grano ed il maggese. Malauguratamente la pianta richiedeva particolari condizioni di terreno e clima, che finirono per contenerne la diffusione a poche zone.

Il primato della bachicoltura rimase all’Italia.

Il processo di concentrazione della terra in Occidente

Accanto alle terre ad uso collettivo, vi erano i campi di proprietà piena dei contadini e quelli del regime signorile.

I primi erano particolarmente diffusi in Inghilterra, nella Francia meridionale e nell’Europa Orientale. I contadini proprietari non erano necessariamente benestanti, anzi erano spesso minacciati dalle fluttuazioni del mercato.

La terra di stretta pertinenza del signore poteva essere lavorata dai coloni sottoposti a corvées, o poteva essere affittata secondo modelli più moderni come la locazione a canone fisso o la mezzadria. Nelle aree più avanzate, dove era prevalente il latifondo, tale sistema non poteva svilupparsi.

Il calo dei prezzi mise in difficoltà i piccoli proprietari a vantaggio dei grandi. In questo modo la proprietà terriera si concentrò ulteriormente in poche mani. Si consolidò un mercato fondiario che, in un regime feudale, non poteva esistere.

La rifeudalizzazione

L’Europa orientale era, da secoli, il “granaio” del continente. La bassa densità demografica permetteva di creare eccedenze che erano regolarmente esportate in Occidente.

A metà del XVII secolo, la Polonia, la Romania e la Russia avevano perciò ristabilito per legge la servitù della gleba e in molte regioni venivano rimessi in uso diritti feudali. Quest’ultimo aspetto si presentò anche in Occidente, soprattutto nel mezzogiorno italiano e in Europa meridionale. Questo movimento fu definito di “rifeudalizzazione”, ma rappresentò soltanto un peggioramento delle condizioni di vita dei contadini.

Città, manifatture, commerci e finanza: mutano le condizioni

Corporazioni e protoindustria

Le attività di trasformazione nel corso del XVII secolo portarono a qualche progresso tecnologico solo in particolari settori (chimica per la produzione della polvere da sparo, tintoria).

Esse continuavano ad essere svolte sia nelle città sia nelle camne. L’industria domestica non era esclusiva delle camne, bensì svolgeva un ruolo centrale anche nel contesto urbano.

Si affidavano ai contadini le operazioni che richiedevano molto lavoro e scarsa capacità, mentre agli artigiani le operazioni più delicate. A questi due sistemi si deve aggiungere la grande impresa accentrata (arsenali, altiforni).

Le corporazioni svolgevano ancora importanti compiti di controllo, esse sono state accusate di essere una delle cause principali del declino economico delle città italiane del XVII e XVIII secolo. Recenti studi hanno invece dimostrato che le corporazioni seppero rispondere in maniera flessibile alle sfide del mercato internazionale, rinnovando metodi di lavorazione e prodotti. Quando il mercato si ampliò, tra XIV e XV secolo, si impose la ura del mercante imprenditore che fu il protagonista fino alla rivoluzione industriale. Esso, che sovente era membro di una corporazione, non limitava la propria attività organizzativa all’interno della città ma ricercava i più bassi costi di produzione. Nacque così il putting-out system ossia quel sistema di produzione basato sul lavoro a domicilio, soprattutto nel settore tessile.

Con l’affermarsi di questo sistema e della protoindustria rurale le corporazioni non persero le loro funzioni economiche ed extraeconomiche. Nell’Italia padana molte arti, in particolare quelle rivolte ai mercati internazionali, si trasformarono in associazioni di mercanti imprenditori. Nei Paesi Bassi e in Inghilterra il declino derivò da un processo di modernizzazione.

Il caso francese è diverso; qui la produzione manifatturiera fu assoggettata ad un rigido controllo statale e le corporazioni divennero lo strumento privilegiato di intervento da parte delle attività pubbliche.

Le vicende sociali ed economiche del XVII secolo finirono per premiare l’Inghilterra, la Francia e i Paesi Bassi la cui produzione manifatturiera e agricola crebbero a scapito di quella italiana e snola.

L’attività manifatturiera era principalmente svolta nelle case dei contadini ma le attività di direzione, organizzazione, controllo e commercializzazione rimanevano concentrate in città.

Alla fine del secolo le città mediterranee avevano mantenuto i livelli di 100 anni prima mentre i Paesi Bassi e l’Inghilterra avevano conosciuto un incremento urbano di dimensioni straordinarie.

Mercati e commerci

L’ampliamento dei mercati determinò una profonda evoluzione nell’organizzazione dell’attività manifatturiera.

La colonizzazione del nuovo continente determinò l’arrivo in Europa di prodotti sconosciuti come il tabacco.

Le stesse rotte commerciali continuavano ad assicurare un consistente flusso di metalli preziosi.

La vera novità del XVII secolo fu la crescita vertiginosa delle rotte dall’Europa all’America. Le popolazioni europee emigrate iniziarono ad esprimere una domanda di manufatti del vecchio continente alle prese con un calo della domanda interna. Questi commerci divennero uno dei maggiori motivi di scontro tra tutti gli Stati colonizzatori.

Nel ‘600 la leadership venne assunta dall’Inghilterra che iniziava una lenta penetrazione anche nei commerci del Mediterraneo e dai Paesi Bassi che controllavano le rotte atlantiche.

La necessità di mettere a coltura gli immensi territori americani e la scarsità di popolazione indigena spinsero il commercio degli schiavi per le piantagioni di zucchero e cotone. Questi grandi traffici oceanici imponevano enormi sforzi economici; nei paesi iberici fu lo Stato stesso che si fece promotore, mentre in Inghilterra e in Olanda, l’iniziativa fu quasi esclusivamente privata anche se godeva di grandi agevolazioni da parte dello Stato.

Metalli americani e bancarotte snole: le difficoltà monetarie e finanziarie

Nel XVI secolo l’arrivo dei metalli americani provocò un’inflazione che venne chiamata “rivoluzione dei prezzi”.

La deflazione iniziò prima della metà del XVII secolo e ad essa contribuì anche il sensibile calo degli arrivi dei metalli preziosi dall’America.

La rarefazione dell’oro e dell’argento americano ebbe conseguenze in campo monetario e finanziario. Gran parte dei metalli americani giungeva in Sna, in parte sotto forma di prelievo fiscale ed in gran parte sotto forma di merci di scambio, in quanto i coloni potevano commerciare solo con la madre patria. La Sna non era in grado di far fronte alla domanda delle colonie, perciò l’oro e l’argento americani presero ben presto la via di Amsterdam, Firenze, Milano e Lione. Ad aggravare al situazione si era aggiunta la rivolta dei Paesi Bassi.

Nel 1609 l’80% delle entrate fiscali snole era già stato ipotecato. 10 anni dopo, Filippo IV, scoprì che tutte le tasse erano in mano a banchieri stranieri. In effetti periodicamente il re di Sna era costretta a dichiarare bancarotta, che in realtà, era un modo per rinegoziare i tassi di interesse sui debiti.

L’Europa non asburgica beneficiò della grande liquidità proveniente dall’America e godette di tassi di interesse molto bassi: soprattutto in Olanda e Inghilterra ma anche in Francia e nella Serenissima i tassi tendevano al ribasso.

Il mercantilismo

L’affermazione dello Stato moderno

Nel corso del XVII secolo cominciarono faticosamente a formarsi gli Stati nazionali. Solo paesi con dimensioni territoriali adeguate potevano permettersi il lusso di mantenere una burocrazia stabile con lo scopo di amministrare lo Stato, ma soprattutto di esigere le tasse, e solo con entrate adeguate gli Stati potevano mantenere eserciti e flotte sempre più grandi e sempre più costosi. Il 1600 segnò la definitiva affermazione del mercantilismo.

Olanda, Inghilterra e Francia furono i primi paesi a sperimentare nuove forme di amministrazione pubblica, di rappresentanza degli interessi e di intervento statale nell’economia. Le 3 diverse esperienze identificano 3 diversi modelli di Stato e 3 livelli diversi di performance economica.

L’Olanda

Dall’indipendenza al primato nel commercio internazionale

Il centro finanziario e manifatturiero di maggiore importanza fu Bruges, fino al XV secolo e quello successivo la leadership passò ad Anversa.

Le principali città delle province del nord aderivano alla lega Anseatica, dalla quale furono escluse nel corso del XV secolo. Nonostante l’esclusione dalla Lega, nel 1471 venne sancita la libertà di commercio nel Mar Baltico anche per le navi olandesi.

Nel ‘600 si concretizzò un sistema dualistico dove Anversa era la capitale finanziaria ed il principale centro commerciale ed Amsterdam assumeva l’assoluto predominio nel Baltico. A ciò si aggiunge un’affermata agricoltura molto evoluta.

Nella seconda metà del ‘500 i Paesi Bassi iniziarono una lunga lotta per l’indipendenza dall’impero snolo; le cause furono i motivi religiosi e la difesa di antiche autonomie municipali.

L’azione repressiva inasprì la lotta e portò, nel 1581, alla divisione dei Paesi Bassi. La regione meridionale rimase sotto il controllo snolo mentre la settentrionale dichiarò l’indipendenza nel luglio di quell’anno.

Fu decisivo l’appoggio dell’Inghilterra e la superiorità in mare che segnò l’inizio del declino snolo.

Dopo 40 anni di guerra, questa giovane nazione era la più sviluppata d’Europa; uno dei fattori che ne favorì il successo fu il grande esodo di protestanti dalle province meridionali. Amsterdam e l’intera Olanda divenne il centro propulsivo dello sviluppo, mentre ci fu la decadenza di Anversa determinata dal blocco del porto, imposto dagli olandesi.

La flotta olandese era superiore a quella snola e francese e rivaleggiava alla pari con quella inglese.

La cantieristica olandese era all’avanguardia e costruiva navi migliori a minor costo. Con questo vantaggio tecnologico e con avanzate conoscenze in campo finanziario e commerciale gli olandesi assunsero il controllo del commercio internazionale e Amsterdam divenne il centro della più ampia rete di commerci esistente.

Il vero salto di qualità avvenne quando gli Olandesi si inserirono nei commerci con l’Oriente (comnia olandese delle Indie orientali: VOC, fondata nel 1602), superando il predominio portoghese.

Il successo olandese fu legato, oltre al commercio, anche al grande sviluppo manifatturiero e delle aree agricole.

Oltre all’importante industria tessile, anche altre attività di trasformazione conobbero grande sviluppo, come lo zuccherificio e la cantieristica. Un grandioso sistema di dighe e idrovore allargò di parecchio la superficie coltivabile ed il risultato fu una produttività superiore alla media europea e la possibilità di utilizzare manodopera contadina anche in attività manifatturiere.

La supremazia sui mari e un colonialismo nuovo

Un ruolo determinante fu svolto dalle risorse naturali e dai fattori tecnologici (torba, energia eolica). La mancanza di un potere centrale e la scarsa importanza delle corporazioni permisero il libero sviluppo di nuove attività.

Il ruolo olandese sarebbe stato ridimensionato solo dall’inizio della rivoluzione industriale.

A causa della guerra con la Sna, gli olandesi non poterono più contare sul sale portoghese per conservare il pesce del nord che trasportavano in tutta Europa, così non esitarono a gettarsi nelle avventure coloniali, soprattutto in Asia.

Nel 1600, il numero di navi era già pari a quello portoghese, dieci anni dopo il rapporto era di 4 a 1.

Le navi portoghesi partivano da Lisbona praticamente vuote, con a bordo solo l’argento necessario per acquistare i prodotti, mentre le olandesi erano sempre cariche perché usavano come merce di scambi i manufatti e non solo i metalli preziosi. La VOC derivava dalla fusione di preesistenti comnie che si erano impegnate nel commercio con l’Asia. La sottoscrizione di azioni era limitata a ciascun viaggio. Per la prima volta le azioni della VOC impegnavano invece gli investitori sul complesso delle attività della comnia per un periodo di dieci anni.

Poiché le azioni della VOC erano al portatore, si creò immediatamente un mercato dei titoli; quando, poi, alla scadenza di dieci anni la comnia si rifiutò di liquidare le azioni la VOC divenne a tutti gli effetti una SPA in senso moderno.

La società era responsabile solo di fronte ai propri azionisti.

Il suo capitale non aveva più una scadenza e divenne oggetto di stabili contrattazioni alla borsa di Amsterdam.

Il colonialismo olandese esigeva prestazioni lavorative da parte degli indigeni e per fare questo si assicurava l’appoggio militare ai principi locali, ma non si impegnavano mai in camne militari. La comnia imponeva alle autorità locali le proprie ragioni di scambio ed il prezzo dei prodotti coloniali era estremamente favorevole per gli olandesi. Questo colonialismo riusciva a conciliare la massimizzazione dei profitti con un contenimento estremo dei costi di gestione.

La VOC lasciava molta libertà d’azione ai suoi rappresentanti nelle colonie, il che diede largo spazio agli arbitrii e agli arricchimenti personali a scapito del bilancio della comnia.



La comnia olandese delle Indie occidentale nacque, invece, nel 1621 e si differenziò da quella orientale perché cercò di costruire colonie più radicate (Antille, foce dell’Hudson). La colonia alla foce dell’Hudson raggiunse i 10.000 abitanti e 4 anni dopo la sua capitale, Nuova Amsterdam, dovette essere ceduta agli inglesi che la ribattezzarono New York.

Proprio a seguito di questa sconfitta l’Olanda ripristinò la sua vecchia strategia coloniale.

Le attività tessili vennero massicciamente dislocate nelle camne con l’avvallo delle corporazioni stesse.

Le grandi innovazioni: la borsa e le comnie

Poiché il commercio dava profitti molto alti e la borsa di Amsterdam attirava capitale da tutta Europa, la quantità di moneta circolante in Olanda era sempre abbondante, di conseguenza i tassi di interesse rimasero più bassi e convenienti che altrove.

L’acquisto delle azioni della VOC poteva avvenire anche attraverso l’adesione a fondi comuni di investimento, e fu così che nacquero i futures. Vi era anche un sistema di controlli e garanzie di competenza degli intermediari di borsa.

La crescita costante del mercato immobiliare metteva in circolazione un numero sempre crescente di titoli e di moneta non metallica in tutte le sue forme. Le autorità olandesi non ignoravano la potenziale instabilità di questa situazione.

Ancora una volta i grandi capitalisti, in accordo con il Governo nazionale, organizzarono un sistema istituzionale in grado di bilanciare e dare solidità all’intera economia, un sistema che aveva al suo centro la banca di Amsterdam; tale organizzazione aveva il compito di garantire ogni titolo di credito.

Il controllo della VOC era affidato a 60 direttori. L’assemblea generale dei direttori era formata da 17 membri delegati dai direttori e scelti per la competenza nel commercio (era un organo agile, in grado di prendere decisioni istantanee).

I dibattiti non si limitavano a questioni tecniche ma riguardavano anche la possibilità di influenzare la politica economica o estera: in pratica la VOC si comportava come una lobby (gruppo di potere).

Tutto ciò rendeva l’intera Olanda particolarmente sensibile alle vicende economiche e commerciali.

La Francia

Da potenza continentale alle imprese transoceaniche

Dal punto di vista strettamente economico, la Francia visse un leggero progresso, fino alla metà del XVII secolo.

A partire dal 1660 la crescita si fece più sostenuta. La Francia dell’età moderna si contraddistingueva per una bassa densità demografica. La grande maggioranza della popolazione francese viveva nelle camne con una percentuale di contadini nettamente superiore alla media dell’Europa Occidentale. Gli storici sono per lo più concordi nel riconoscere il ‘600 come un secolo di stagnazione o addirittura di leggero regresso, soprattutto della Francia.

Nel sistema agrario predominava ancora la signoria di stampo feudale. Nelle aree a nord di Parigi si era imposto un abbozzo di mercato fondiario. Questo processo mise nelle mani di gruppi sociali essenzialmente urbani un’ingente quantità di terra. Un fenomeno che determinò la tendenza ad incrementare la rendita fondiaria attraverso un inasprimento dei prelievi a carico dei contadini da parte dei proprietari. L’esito finale di questa evoluzione fu l’affermazione di nuovi contratti come la mezzadria e l’affitto a breve termine. L’aumento dei prelievi e della pressione fiscale limitò l’accumulazione di capitali e quindi il pieno sviluppo di un’agricoltura moderna. Solo nelle terre signorili si registrarono significativi progressi.

Fino al 1630 l’industria tessile fece segnare una costante, benché contenuta, crescita. Ma a partire dalla prima grave crisi demografica a livello continentale, queste manifatture entrarono in una profonda recessione, che durò almeno fino alla metà del secolo. A partire dal 1660 la tendenza si inverte. I contadini vennero impegnati soprattutto nella filatura e nella tessitura. Sotto l’influsso di un forte sostegno statale e di una politica doganale estremamente protettiva, la Francia conobbe un vigoroso impulso nella produzione di oggetti di lusso. Lo sviluppo delle grandi manifatture aveva lo scopo di accrescere le capacità produttive ma anche di perseguire una più solida pace sociale. Durante il regno di Luigi XIV l’industria francese raggiunse i vertici mondiali nella produzione di beni di lusso.

Durante il regno dei Valois la Francia mostrò mire espansionistiche ed egemoniche sul continente europeo, in particolare in Italia e in alcune regioni dell’Europa centrale e nell’espansione coloniale.

In realtà il Regno di Francia fu l’ultimo ad impegnarsi nelle imprese transoceaniche.

La comnia francese delle Indie Orientali venne fondata nel 1604. Fu Richelieu a intuire per primo la grande importanza dello sviluppo coloniale, soprattutto in funzione anti-snola. Nel 1626 i francesi organizzarono alcuni insediamenti in Guyana e nelle Antille e in Canada dove nel 1641 venne fondata Montreal. In altre aree la colonizzazione ebbe maggior successo come in Africa. Colbert diede nuovo impulso alla colonizzazione perché sottopose le due comnie principali, le orientali e le occidentali ad una radicale ristrutturazione.

In Nord America venne ampliato il commercio di pellicce e questo provocò un peggioramento del conflitto con gli indigeni e venne fondata una nuova colonia, la Louisiana. Nel 1682 le navi della comnia delle Indie orientali vennero affittate ad una società privata.

Il colonialismo francese conobbe il suo apogeo nei 2 secoli successivi partendo proprio dalle basi gettate da Richelieu e Colbert in Africa e nell’estremo oriente nel corso del ‘600.

La patria del mercantilismo

Nota: Il mercantilismo aveva come obiettivo principale il raggiungimento dell’attivo nella bilancia commerciale. Era indispensabile aumentare la capacità produttiva del paese, incoraggiare le produzioni destinate all’esportazione e scoraggiare l’importazione di merci estere eccetto le materie prime, occupandosi poco dell’agricoltura.

Le attività di trasformazione venivano in ogni modo incentivate, affinché i manufatti nazionali si potessero imporre sui mercati esteri. Ciò comportava anche una politica volta ad incrementare la popolazione.

Gli economisti avevano individuato il commercio internazionale come uno dei fattori principali del processo di accumulazione capitalistica e avevano intuito la validità della teoria quantitativa della moneta. Su questa base, economisti e governanti cercarono tutti i modi per sviluppare il commercio e la produzione del proprio paese.

Colbert cercò di sanare le finanze pubbliche in deficit a causa delle guerre e di dotare la Francia di un settore manifatturiero e di una marina competitiva. L’istituzione di una chambre de Justice servì per decretare multe salatissime e per abbassare arbitrariamente gli interessi sui prestiti.

Colbert riorganizzò l’apparato burocratico preposto alla riscossione delle tasse fondiarie (taille). Nel giro di 10 anni il netto delle entrate fiscali passò da 31 milioni di livres a 75; questo consentì un forte intervento pubblico nell’economia.

Il sistema di incentivi che Colbert escogitò andava dalla semplice esenzione fiscale all’assegnazione di privative (forma di monopolio). Questo all’interno di un sistema doganale fortemente protettivo (protezionismo).

Colbert fece la scelta di puntare sulla qualità delle produzioni e non sul contenimento dei costi, creò una struttura burocratica preposta al costante controllo dell’economia nazionale e si avvalse del preesistente sistema delle arti delle quali ampliò le prerogative e i poteri. Per migliorare la qualità delle produzioni nazionali non si esitò a favorire l’immigrazione da altri paesi di tecnici specializzati.

L’enquete (indagine sullo stato economico della Francia) sottolineò il ritardo francese anche dal punto di vista commerciale, dovuto anche alla debolezza della flotta. Si registrò inoltre una scarsa propensione all’investimento nelle imprese coloniali e commerciali da parte della nobiltà e dell’alta borghesia francese.

I costi e i benefici della burocratizzazione

I risultati del colbertismo vennero in gran parte vanificati tra la fine del ‘600 ed i primi decenni del XVIII secolo, quando Luigi XIV si lanciò di nuovo in guerre sia in Europa sia in America.

Si formò una rete informativa (intendenti) presenti in ogni provincia e nel Governo centrale. La ramificazione amministrativa diretta dal centro godeva di poteri e prestigio e rimase a lungo uno dei tratti distintivi dell’istituzione francese. A ciò va aggiunto il ruolo del Conseil d’Etat, che era il supremo organo di giustizia amministrativa nelle controversie tra contribuenti ed esattori.

La capacità imprenditoriale risultò indebolita a causa degli impotenti organi di rappresentanza locali e nazionali.

Vi è poi il problema delle protezioni doganali che tagliarono fuori dalla competizione internazionale quei pochi centri in grado di combattere ad armi pari con le grandi potenze mondiali.

Il metodo di prelievo era sproporzionato rispetto alla capacità produttiva del paese.

Il limite del mercantilismo colbertista non stava né nei risultati né nei metodi ma nelle sue motivazioni (finanziare le guerre di Luigi XIV). Allo stato fondato su base giuridica Colbert sostituì lo Stato finanziario.

Solo alla fine dell’esperienza napoleonica, infatti, si consolidò un sistema giuridico-istituzionale che superasse l’assolutismo e fosse in grado di dare allo Stato un assetto moderno, fondato proprio sulla burocrazia creata da Colbert.

Il dirigismo colbertista dal punto di vista economico dotò la Francia di un sistema burocratico e istituzionale in grado di sostenere una forte evoluzione in senso capitalistico dell’economia nazionale.

L’Inghilterra

Tra rivoluzioni  espansione economica

Il 1600 è un secolo di forti conflitti e di nuovi assetti costituzionali, con nuove classi sociali al comando.

Nel XVI secolo l’Inghilterra si trasformò da paese esportatore di materia prima a paese esportatore di prodotti finiti (lana ó tessuti di lana). Si ampliò la quota di pascolo nelle camne, perché le new draperies erano tessuti meno pregiati ma più a buon mercato. Tali tessuti aprirono agli inglesi anche i mercati del nord Europa e del Mediterraneo.

Tra i settori trainanti vi fu anche l’industria siderurgica, poco diffusa in passato, ma che ebbe uno sviluppo rapido.

Carlo Cipolla ritiene che tale aumento sia dovuto alla sostituzione dei rari combustibili vegetali con il carbone, poco costoso ed abbondante. Il settore trainante dell’economia fu il commercio. Alla fine del secolo la marina inglese era la migliore al mondo. Nel 1602 venne fondata la comnia inglese delle Indie Orientali, l’unica in grado di competere con la VOC olandese in Asia e soprattutto in India. La Virginia Company era la comnia che gestiva la colonizzazione nel nord America e che portò oltre oceano agricoltori e commercianti. Nell’America del Sud la penetrazione fu più difficoltosa, ma gli inglesi si assicurarono, comunque, nell’Atlantico i due commerci più lucrosi: schiavi e zucchero. Londra divenne, al pari di Amsterdam, una nazione colonizzatrice ed esperta nella riesportazione.

Alla base dell’espansione vi era sicuramente il progresso agricolo, con grandi incrementi della superficie coltivabile e l’uso più massiccio di fertilizzanti.

Un altro settore che conobbe un’evoluzione decisiva fu quello creditizio: l’aumento dei servizi e delle tecniche andò di pari passo con un continuo calo dei tassi d’interesse.

Nota: Le enclosures e gli atti di navigazione

In Inghilterra, alla base della futura industrializzazione vi era soprattutto il nuovo assetto socio-economico ed istituzionale, oltre alla non belligeranza ed alla minor incidenza delle crisi demografiche.

Il settore agricolo fu dominato e si sviluppò grazie alla concentrazione fondiaria.

Le classi più abbienti percorsero 3 strade per estendere i propri possedimenti: 1. la trasformazione dei contratti colonici da lungo a breve termine e da trasmissibili ereditariamente a non trasmissibili. Questo segnò la fine del sistema della signoria feudale. 2. l’acquisto di lotti di terra dai piccoli proprietari, colpiti dal crollo dei prezzi. 3. l’accaparramento degli openfield, ovvero i terreni comuni: grazie ad esso, i grandi proprietari potevano accumulare denaro proveniente anche dai pascoli, settore sempre più in sviluppo, visto la crescente richiesta di lana nelle industrie.

Tipico fu l’aumento delle coltivazioni di malto, visto l’incremento del consumo di birra.

L’aumento della pressione fiscale fu assorbito meglio che altrove, per merito dell’innovazione tecnologica e organizzativa.

Gli ex coloni o gli ex piccoli proprietari furono indotti a diversificare le produzioni, a investire in fertilizzanti e a sviluppare l’allevamento. Le politiche dei governi era volti all’accrescimento della ricchezza e della potenza nazionali.

Esse coincidevano perfettamente con gli interessi di un’ampia fascia della popolazione inglese. Il mercantilismo si sviluppò in tutti i ceti sociali. Essendo l’Inghilterra un’isola molto importante era il controllo del traffico portuale e nel 1651, infatti, si estendeva a tutti i porti inglesi il divieto di sbarcare merci da navi che non battessero bandiera britannica.

Nel 1663 si stabilì, con lo Staple Act, che le colonie potessero comprare solo in Inghilterra i prodotti di cui avevano bisogno. Questo garantì l’espansione del mercato interno che poteva contare su prezzi costantemente inferiori a quelli praticati al di fuori dell’Inghilterra. Le classiche comnie inglesi erano unioni tra mercanti, prive di un proprio capitale sociale, mentre le nuove, chiamate Joint Stock Companies, si organizzarono sul modello delle comnie olandesi. Molto importante era il commercio di riesportazione.

L’affermazione dell’individualismo agrario e del capitalismo mercantile

L’età degli Stuart fu un periodo decisivo per l’Inghilterra. I poteri che il parlamento riuscì a conseguire crearono un assetto istituzionale nuovo, che gli garantiva ampi poteri economici e fiscali ed, inoltre, garantiva anche per i debiti del Regno, incentivando i sudditi ad imprestare soldi al Sovrano. Il crescente potere politico del Parlamento a discapito del Sovrano, andò a vantaggio delle classi in ascesa. Si generò, dunque, un circolo vizioso che vedeva il reinvestimento del surplus degli affittuari in nuove produzioni.

La nobiltà inglese si distingueva da gran parte di quella continentale anche per il fatto che non disdegnava di impegnare capitali in attività produttive. Le famiglie nobili prestavano soldi e acquistavano azioni delle comnie.

Essi stessi si facevano promotori di imprese commerciali e manifatturiere e investivano in attività minerarie.

L’altra grande possibilità di investimento era quella legata al commercio dove i rischi ma anche i profitti erano più alti.

Con la trasformazione delle comnie in SPA tutte quelle persone che erano riuscite ad accumulare un piccolo risparmio investivano in esse.

Il mondo agricolo e quello commerciale erano rappresentati in parlamento e nessuna istituzione rappresentativa in Europa era paragonabile alla camera dei Comuni inglese in campo politico ed economico.

Il sistema parlamentare inglese non perse mai di vista la politica commerciale, il rafforzamento della marina e la privatizzazione delle terre. Dal punto di vista economico gli inglesi seppero sempre imparare, in particolare dagli olandesi, tutto quello che poteva tornare a proprio vantaggio. Nel 1694 nacque la banca d’Inghilterra, che riuscì a sfruttare a pieno le potenzialità di sviluppo ed investimento di un ben regolato debito pubblico.

Tra espansione e sviluppo economico nell’Europa del XVIII secolo

Nuove prospettive sulla modernizzazione economica e le molte strade percorse dall’Europa verso il XX secolo

L’Europa del XVII secolo è ancora dominata dai dibattiti sulla natura e sul significato della grande crisi economica e demografica; la storia economica del secolo successivo è stata per molto tempo offuscata dalla ricerca sulle origini delle rivoluzioni industriali. Questo secolo è identificato con l’Illuminismo, la guerra americana di indipendenza, la rivoluzione francese e la crisi delle monarchie europee dell’Ancien Regime.

Lo sviluppo economico moderno fu reso famoso dallo studio della prima rivoluzione industriale in Inghilterra, effettuato dallo storico americano Rostow, che considerò la rivoluzione industriale inglese come la base empirica per un modello generale di sviluppo economico moderno.

L’industrializzazione fu il decollo (take-off) verso una crescita economica autosostenuta ed infinita.

I cambiamenti precedenti all’industrializzazione includevano le rivoluzioni: 1. agricola, che permise la liberazione di notevoli quantità di manodopera dal settore primario creando le basi per una nuova forza lavoro industriale;

2. demografica 3. dei trasporti 4. nel credito (nuove istituzioni bancarie) 5. commerciale.

Il modello di Rostow aveva forti sfumature ideologiche ed ora si può leggere come un inno da prima guerra fredda alle virtù del capitalismo liberistico. Per Rostow il capitalismo industriale era il prodotto di un’impresa libera che rese quella generazione di ricchezza potenzialmente infinita e senza termine.

Secondo i critici marxisti di Rostow era, invece, un sistema che sarebbe diventato insostenibile a mano a mano che si andava evolvendo. Nelle economie più avanzate gli elementi di continuità col passato erano così evidenti come quelli dell’innovazione fin dentro il XIX secolo.

L’insediamento dei primi settori industriali è stato una conseguenza di un più profondo cambiamento strutturale. I segni più ovvi di crescita economica dovevano trovarsi ad un livello regionale piuttosto che nazionale.

Le molte economie differenti caratterizzavano notevolmente un luogo per strutture ed organizzazione; ciò significa anche che è diventata meno convincente l’insistenza di Rostow sulle qualità specifiche presenti nelle singole società europee, che promossero o meno la moderna crescita economica.

Secondo un’interpretazione sociologica l’industrializzazione non convinceva per almeno tre punti: 1. non esistevano società nazionali 2. non esisteva la valuta moderna 3. sebbene con minor meccanizzazione, anche altri paesi come la Francia e l’Olanda sperimentavano forme di crescita economica come quella inglese.

L’industrializzazione non è più vista come il culmine inevitabile di tutte le precedenti forme di crescita economica.

Lo  sviluppo economico europeo nel XVIII secolo

Il periodo intercorrente tra la fine del XVII secolo e gli inizi del XIX assistette a cambiamenti che segnarono uno spartiacque fondamentale tra l’Europa medievale, moderna e contemporanea.

L’Illuminismo e il razionalismo erano in parte eredi della grande rivoluzione scientifica del secolo precedente, ma non avevano relazione con il Nuovo Continente.

Il XVIII secolo fu contraddistinto dalla nuova fase di espansione coloniale; queste lotte generano guerre incessanti tra le Monarchie. Nacquero il turismo contemporaneo (con i viaggi del “Grand Tour”) ed una cultura consumistica.

Furono introdotte la statistica, l’amministrazione e l’economia politica, che trovò la sua formulazione nella “Wealth of Nations” di Adam Smith. Venne introdotta l’idea della forza creativa della libera impresa che avrebbe potuto attecchire e fiorire non appena sarebbero stati rimossi i tradizionali limiti e restrizioni della proprietà privata.

La crisi del Vecchio Ordine europeo fu irreversibile.

L’Europa agraria

Nel XIX secolo la maggioranza degli europei era occupata nell’agricoltura, i metodi di allevamento e coltivazione cambiarono e gran parte dell’agricoltura europea precludeva importanti cambiamenti anche se era ancora dedicata a soddisfare le necessità di sussistenza dei contadini e delle loro famiglie.

Vi erano anche regioni dove era più saldamente impiantata l’agricoltura orientata verso il commercio.

Esisteva un’agricoltura mista (arativa, casearia, pascolo e zootecnia), altamente volta al commercio e intensiva, praticata nei polders olandesi e nel Brabante.

La Lombardia era una delle più ricche e fertili regioni agricole europee.

L’Irlanda avrebbe rivelato i pericoli di un’eccessiva dipendenza dalla patata, mentre una dieta basata esclusivamente sul granturco causò la pellagra (mancanza di vitamine). Anche l’espansione della terra coltivata portò alla distruzione del terreno boschivo causando danni ambientali.

In molte aree l’espansione delle colture fu accomnata dalla recinzione della terra e dall’usurpazione delle “common lands da cui dipendeva il sostentamento di molte comunità rurali.

L’agricoltura e l’economia pastorale provvedevano anche le principali forniture di materie prime per l’attività industriale, per lo più fibre tessili. La geografia economica raramente coincideva con quella politica.

La geografica tagliò anche molte regioni da tutti i contatti come le comunità montane perché i costi dei trasporti erano alti. Questo fu un motivo per il quale la Scozia e l’Irlanda scelsero di distillare il loro grano per farne whisky che, sebbene si potesse vendere solo nei mercati di contrabbando, aveva un valore aggiunto molto più alto del grano ed era meno costoso del grano in quanto a trasporto. I fiumi, le vie d’acqua navigabili ed il mare fornivano le reti di comunicazioni più veloci e sicure dell’Europa pre-moderna. Nel XVIII secolo molte città importanti per la manifattura erano in declino. Una ragione erano i privilegi monopolistici, di cui avevano goduto in precedenti periodi, e questi ora rendevano i loro prodotti ultracostosi e diminuivano la loro capacità di adattamento alla nuova domanda.

Molti governanti del XVIII secolo costruirono magnifiche case per i poveri che rimangono a tutt’oggi testimonianza della nascita della povertà urbana. Si liberalizzò il commercio interno soprattutto per le merci di prima necessità.

La tardiva servitù della gleba nell’Europa dell’Est legava i contadini alla terra, rendendoli soggetti al lavoro forzato.

Essa sarebbe continuata fino all’XIX secolo. In molte altre parti dell’Europa il feudalesimo sopravviveva sotto forma di monopoli e tasse, piuttosto che di servitù. Il feudalesimo aveva avuto origine in quanto mezzo per regolare il conflitto di interessi dei governanti e dei loro notabili: ma in termini economici i diritti collettivi esercitati sulle terre feudali avevano originariamente permesso alle popolazioni rurali di rivalersi contro il potere dei grandi proprietari terrieri.

I crescenti incentivi alla produzione commerciale nella seconda metà del secolo incoraggiarono i proprietari terrieri ad espropriare legalmente o illegalmente e a recintare la terra pubblica.

Sia in Sna sia nell’Italia del Sud la regolamentazione del pascolo di transumanza aveva come modello la Mesta (tassa reale per il passaggio) nata in Sna.

I governi cominciarono a sostenere che i diritti di proprietà dovessero essere assoluti ed incoraggiarono il processo di privatizzazione e recinzione. Da ciò nacque il conflitto tra gli agricoltori stanziali e i transumanti.

Uno dei segnali di cambiamento fu la costante crescita della terra privata, soprattutto in Inghilterra, con il risultato che i contadini cominciarono ad essere dipendenti dai salari che guadagnavano dai grandi proprietari.

I poveri rurali non avevano diritti consuetudinari sulla terra e i nuovi metodi di coltivazione erano introdotti più facilmente in Inghilterra e in Olanda del Nord, piuttosto che altrove. In Inghilterra l’agricoltura intensiva e la recinzione significava che il surplus di popolazione si muoveva verso le province. Non è ancora chiaro quale impatto possono aver avuto sulla produttività agricola i famosi esperimenti per migliorare l’allevamento, per introdurre nuove forme di azoto per la coltivazione e per lo sviluppo di rotazioni.

L’epicentro della rivoluzione agricola del XVIII secolo fu nelle Midlands inglesi, risultato di bonifiche del secolo prima.

Prodotti in crescita erano: lana, lino, vino, seta, legname, canapa e pece.

L’enigma del XVIII secolo: la rivoluzione demografica

L’espansione demografica aveva seguito “un grafico con taglio a sega”, ovvero ad ogni aumento seguiva subito una crisi di carestie. Questa volta, invece, non fu così. Le epidemie parvero quasi sire, sebbene non fu certo la scienza medica ad aumentare l’aspettativa di vita. Una tra le spiegazioni di questo cambiamento fu che il prezzo dei cereali continuò a scendere, grazie soprattutto alle produzioni intensive. La “crisi maltusiana (secondo Malthus la crescita della popolazione tende a sopravanzare la crescita dei mezzi di sussistenza, concezione che vede un limite della crescita economica mondiale nell’esaurimento di risorse non riproducibili, quali i minerali) non si ripeté come nel secolo precedente. Possiamo concludere, tuttavia, che la tendenza a sposarsi in età più giovane fu la vera ragione dell’aumento della natalità.

La crescita del commercio

Interno

Le aziende agricole dovevano soddisfare i bisogni di individui non direttamente occupati nell’agricoltura.

Nonostante le famose “cento città” dell’Italia del Nord, l’espansione si ebbe più nei centri rurali che in quelli urbani.

Solo in Gran Bretagna si sviluppò un sistema per attrarre gli investimenti privati nella costruzione delle strade pubbliche grazie ai Turnpike Trusts, associazioni fondate dai proprietari terrieri, che riscuotevano successivamente il pedaggio.

Il commercio internazionale

Fino al 1800 il commercio avveniva all’interno dell’Europa.

Secondo Karl Marx i profitti generati dallo sfruttamento dei paesi non-europei diede un contributo essenziale al processo di accumulazione di capitale; recentemente, Wallerstein ha, invece, sostenuto che furono le grandi scoperte della fine del XV secolo a dare vita ad un sistema mondiale, la cui origine è da ricercarsi nell’Impero Snolo.

Nonostante le grandi risorse disponibili, per tutto il secolo, i territori americani ebbero poche opportunità commerciali.

Come sostenuto da Rapp, le navi olandesi (FluitShip) a quei tempi non avevano rivali, infatti il centro commerciale più importante del mondo nel 1700 era proprio Amsterdam.

Alla fine del XVII secolo gli inglesi ed i francesi cominciarono a soppiantare gli olandesi nel commercio col Nord-America, anche grazie al protezionismo di Colbert ed agli Atti di Navigazione inglesi.

In seguito alle guerre napoleoniche, però, la Francia si trovò in crisi sulla costa occidentale.

Gli inglesi, invece, avevano il problema del deficit nei confronti dei paesi baltici, dai quali ricavavano le forniture di legname, e fu per questo che cominciarono, tra l’altro, ad esportare pesce verso il Baltico ed il Mediterraneo.

Nonostante i dazi imposti dalla madre patria all’America del Nord, che sfociò nelle guerre d’indipendenza, il commercio tra Gran Bretagna e i suoi ex coloni americani crebbe ancor più di prima.

Questo anche grazie alle nuove tecnologie marittime, come il cronometro marittimo (che permetteva un calcolo accurato della longitudine) o lo sviluppo della cartografia.

Nonostante ciò, gli introiti non andavano ad autofinanziare le imprese, bensì erano spesi per la costruzione di nuovi sontuosi palazzi e per stili di vita più fastosi.

Le industrie e le manifatture

Il Belgio

Voltaire sostenne che soltanto la Francia ed il Belgio avevano strade degne dell’Antichità. I canali navigabili in Belgio erano tre volte più grandi di quelli inglesi.

Fu introdotta la forza vapore nell’industria mineraria, usata dopo il 1800 principalmente per azionare i congegni di avvolgimento che portavano il carbone in superficie.

I filatoi intermittenti e multipli si diffusero rapidamente tra i manifatturieri tessili belgi nei primi anni del nuovo secolo dopo essere stati usati per due decenni in Inghilterra. Nel XVIII secolo la crescita economica e la industrializzazione non erano né sinonimi né comni necessari.

Il costo della manodopera nel Belgio nella seconda metà del XVIII secolo era del 60-70% in meno che in Gran Bretagna. Poiché la manodopera era relativamente a buon mercato anche l’incentivo alla meccanizzazione era debole.

Al contrario le province olandesi presentavano un cambiamento inferiore, esse non godevano delle stesse risorse per l’industria e gran parte della terra recuperata dal mare mediante dighe e polders era votata all’agricoltura intensiva.

La proto-industrializzazione

Quest’espressione richiama l’attenzione sulla misura e sull’importanza della ruralizzazione delle industrie manifatturiere nel corso del XVIII secolo. Quest’innovazione stava nel fatto che l’attività artigianale produceva esclusivamente per il mercato. Usando il lavoro rurale i mercanti cittadini potevano ridurre i costi di produzione e aumentare la concorrenza dei loro prodotti sui mercati locali ed esterni. Nelle comunità rurali, dove predominanti erano le attività proto-industriali, vi erano forti spinte all’incremento del tasso di natalità.

Quando la produzione proto-industriale si ampliò anche l’incremento della produzione tessile provocò la caduta dei prezzi e la riduzione dei livelli di redditività.

I mercanti europei si fecero anche strada per rifornire i vasti mercati del Sud America, dell’India e dell’Asia, dove per riuscire dovevano essere competitivi nei costi con le industrie locali e coi produttori locali.

Altri centri europei dell’attività manifatturiera pre-industriale

L’espansione del commercio fu severamente limitata dalla politica protezionistica adottata sia dagli Asburgo sia dai governanti tedeschi. L’assenza di mercati elastici o accessibili era uno degli ostacoli più critici all’espansione.

La Francia ed il Regno Unito

Nonostante gli sforzi dei Governi volti ad impedire che le tecnologie oltrepassassero le proprie frontiere, queste viaggiavano con poca difficoltà.

La Francia aveva industrie tessili estese e altamente specializzate. Essa, a pari del Belgio, possedeva un ricco patrimonio di risorse economiche e naturali. La manodopera era abbondante e a buon mercato.

Presi insieme, questi fattori spiegano perché la propensione verso la meccanizzazione fosse sentita molto meno fortemente nelle industrie e nelle manifatture francesi che in Inghilterra.

Nel caso delle costruzioni di case, i mattoni sostituirono il legno, ma per le costruzioni navali i britannici divennero sempre più dipendenti dalle forniture dei paesi baltici.

Abraham Darby sviluppò un processo di fusione del ferro sostituendo il carbone coke alla carbonella e fu seguito dal processo di puddellaggio di Henry Cort che permetteva l’uso del carbone coke anche negli stadi finali della produzione della ghisa grezza. Si espandono le industrie metallurgiche e minerarie grazie alla domanda di carbone in crescita.

Si espandono anche quella vetraria e quella della ceramica (nelle zone delle Potteries, introdotte da Wedgwood).

Inizialmente il cotone era importato dall’India, mentre con la produzione interna di tessuti leggeri come cotone e, grazie allo sviluppo di nuove tecniche di stamgio, di tintura e filatura, cambiò la moda e aumentò la domanda.

Carlo Poni ha descritto l’azione di Lombe, che aveva fatto un viaggio in Italia per studiare l’industria della seta, come il primo esempio di spionaggio industriale.

In Inghilterra, nelle Midlands, ricordiamo le industrie della fabbricazione della birra.

Il fattore più rilevante, tuttavia, fu la crescita della domanda nei mercati interni.

Le industrie inglesi provvedevano principalmente ai mercati di grosso volume e basso costo, e fornivano merci prodotte ancora da famiglie, mentre i francesi badavano alla qualità (con un ovvio maggior valore aggiunto).

Lo sviluppo della meccanizzazione fu lenta ed inizialmente poco sfruttata.

Queste nuove forme di produzione davano significato concreto ai principi di Adam Smith, che avrebbero ispirato l’era del capitalismo industriale, con la nascita delle fabbriche.

Il ruolo dello Stato

Uno dei temi centrali delle rivoluzioni industriali fu la libera impresa. Questa idea era stata avanzata fin dall’analisi classica, sui collegamenti tra capitalismo ed etica protestante, di Max Weber.

Spesso si sostiene che una delle maggiori restrizioni allo sviluppo derivò dall’intervento statale.

Il mercantilismo era basato sul presupposto che ogni Stato avrebbe dovuto adottare misure protettive per assicurarsi la propria quota commerciale.

Ricordiamo ancora che i Navigation Acts inglesi ordinavano che tutte le merci dovessero essere trasbordate nei porti metropolitani britannici, mentre in Francia il colbertismo aveva funzione protezionista analoga.

Nota: Queste politiche furono causate soprattutto dall’aumento dei costi bellici.

Ciò avrebbe accelerato la crisi politica ed istituzionale dello Stato dell’Ancien Regime.

Gli esperimenti noti come assolutismo illuminato erano tentativi di accrescere i limitati poteri della monarchia, che aveva intense necessità fiscali. In Germania, le classi fondiarie erano ostili all’espansione industriale perché essa avrebbe sottratto forza lavoro agricola.

In Prussia l’80% delle entrate era devoluta alla spesa militare.

Nel caso del commercio estero i principi della liberalizzazione erano persino più difficili, a causa di restrizioni e monopoli. L’Inghilterra aveva imposto al Portogallo il Trattato di Methuen, che gli aveva permesso il completo controllo del commercio col Brasile. Pombal rinegoziò il Trattato sulla reciprocità di concessione su merci specifiche e questa fu la base per successive negoziazioni. Queste si conclusero col Trattato di Eden del 1786 tra la Gran Bretagna e la Francia, che segnò una breccia nelle politiche protezionistiche francesi. La combinazione del liberalismo economico col protezionismo sarebbe rimasta l’indispensabile politica economica fino a dopo il 1805 con l’Impero Napoleonico.

Il protezionismo industriale si concentrò sulle manifatture; il più famoso esempio fu la fabbrica di porcellana segreta di Meissen in Sassonia, copiata da Carlo III di Napoli.

In Francia vennero concessi agli imprenditori patenti reali per sostituire le importazioni.

Le deboli monarchie snole e portoghesi soffrirono una vulnerabilità nel commercio estero, mentre Francia e Gran Bretagna tendevano ad estenderlo.

Un esempio fu la guerra dei 7 anni tra queste ultime due nazioni, definita da W. Pitt puramente economica.

La “guerra dei 200 anni” durò fino al 1815 con la battaglia di Waterloo e vide vincitrice la Gran Bretagna, con la sconfitta di Napoleone.

La chiave di questo successo fu la capacità inglese di non indebitarsi, grazie alla Banca d’Inghilterra ed al rinnovamento all’interno del Parlamento, che garantiva indipendenza finanziaria dalla monarchia e generava sicurezza negli investitori.

L’Inghilterra, in questo modo, riuscì in 20 anni a saldare le spese belliche per la Guerra americana d’Indipendenza, al contrario della Francia, che entrò nella crisi finanziaria che provocò la rivoluzione del 1789.

Londra sostituì Amsterdam come principale porto internazionale.

L’era napoleonica

Napoleone tentò di creare un sistema economico continentale europeo, mentre sul versante Atlantico la vittoria britannica permise l’eliminazione della Francia e della Sna nel sistema coloniale.

A seguito del colpo di Stato di Napoleone del 1799 le rivalità anglo-francesi si inasprirono.

Lo storico francese Bergeron ha descritto il “Blocco Continentale” come un modo particolare di condurre la guerra, che in futuro si sarebbe dovuto fondare sul dominio economico del continente.

In realtà il progetto continentale fu impossibile da realizzare, sia perché incoraggiò il commercio di contrabbando, sia per via della resistenza degli Stati conquistati.

L’aspetto più positivo del retaggio napoleonico fu l’abolizione del feudalesimo. Le monarchie dell’Ancien Regime si ritirarono di fronte a nuove autocrazie amministrative che prendevano a modello il regime napoleonico.

Lo Stato riguadagnò completa sovranità e furono abolite le giurisdizioni private. Si riorganizzarono le tasse per favorire lo sviluppo della proprietà privata e dell’impresa individuale.

Nella confederazione tedesca vennero introdotte riforme (da Von Stein e Von Hardenburg) per la liberalizzazione del mercato. Anche nella monarchia asburgica l’esperienza della sconfitta e della fine del Sacro Romano Impero fu un forte incentivo alle riforme amministrative.

Le monarchie costituzionali dell’Ancien Regime erano rimpiazzate da nuove forme di assolutismo burocratico con relativi oneri fiscali per il loro mantenimento.

Le conseguenze delle politiche economiche di Napoleone non furono affatto sempre negative; per esempio nell’Italia settentrionale portò all’espansione della produzione di seta e della seta grezza, che diventò la principale merce di esportazione, e al ruolo di fornitrice di materie prime.

Il Blocco, però, generò una crisi nei produttori della Renania e della Svizzera, per mancanza di materie prime.

Come sostenuto da Bergeron, la Francia uscì dall’era napoleonica geograficamente trasformata e ridotta, e ciò portò alla staticità dei mercati interni, con una rinforzata offerta, non compensata dalla domanda.

Crollato l’Impero Francese si ritornò al protezionismo precedente. Il quadro europeo si presentava come un mosaico disunito di economie, fino a quando nel 1830 il boom ferroviario segnò una nuova fase di crescita economica, soprattutto in Renania. Tuttavia, il periodo dopo Waterloo (1815) vide la domanda statica ed in contrazione.

Nel XIX secolo, l’industrializzazione portò a nuove rivalità nazionali, anziché alla crescita economica, sebbene le nuove capacità commerciali si sarebbero sviluppate fino al Nord America.

Lo sviluppo economico nell’Europa del XIX secolo

Crescita e formazione dell’economia europea

Un secolo di crescita continuativa

Secondo Maddison, nel corso dello sviluppo, esistono aree guida ed aree inseguitrici. Per economie guida egli intende quelle che sfruttano più efficacemente le conoscenze tecniche disponibili in un dato periodo. I paesi sviluppati, dunque, risultano favoriti dalla cumulazione delle ricerche.

Secondo questa teoria esistono 4 fasi successive corrispondenti a 4 aree guida:

1.     1100-l500: Italia del Nord e Fiandre

2.     1600-l750: Olanda

3.     1750-l890: Inghilterra

4.     1890 ad oggi: USA

La prima vera forza industriale fu l’Inghilterra, grazie alla produzione tessile, siderurgica, meccanica, ma soprattutto grazie allo sfruttamento intensivo del carbone.

L’importanza del settore primario, soprattutto in Gran Bretagna, infatti, andò riducendosi a favore del secondario, per questo si tende ad identificare il progresso con l’industrializzazione. Spesso, però, l’agricoltura non era arretrata ed anch’essa contribuiva allo sviluppo.

Finalmente l’Europa si liberò della forza animale sostituendola con la meccanica, sfruttando meglio le risorse scarse.

A differenza dei secoli precedenti, il 1800 sestuplicò il PIL, secondo l’analisi di Bairoch, senza un corrispondente aumento demografico, aumentando quindi il reddito pro-capite con grande continuità (fattore fondamentale), fino alla vigilia della prima guerra mondiale. L’aumento di reddito pro-capite fu relativamente basso negli USA, invece, perché la popolazione aumentò notevolmente a cause delle immigrazioni.

La crescita economica moderna (vedi appunti di economia politica II)

Essa è rapportata alla quantità di beni prodotti da un Paese. Si calcola sommando i valori aggiunti, per cui la produzione totale è praticamente uguale al reddito. Viene valutata in base alla variazione del PIL a prezzi costanti.

Il PIL è la somma di tutti i beni e servizi finali all’interno di un paese, mentre il PNL è dato soltanto dai redditi dei residenti. Se si vuole confrontare i livelli di diversi Paesi, tuttavia, occorre considerare un altro indice: il PPP (purchasing power parity). I dati della contabilità nazionale sono indici insostituibili, ma non tengono conto delle performance delle regioni-pilota. Il caso italiano è emblematico: secondo le stime di Zamagni nel 1911 il “triangolo industriale” (Lombardia, Piemonte, Liguria) era di un terzo superiore alla media italiana, tedesca e francese. Le stime regionali, comunque, restano di difficile valutazione.

I cambiamenti strutturali

Il tasso di attività, ovvero il rapporto tra popolazione attiva (occupati e persone in cerca di occupazione, cioè disoccupati involontari) e totale, è difficile da calcolare, tuttavia era chiaramente in crescita, soprattutto per l’aumento di attività femminile. L’incremento del reddito pro-capite s’accomnò ad un decremento della fertilità e della mortalità, ad un aumento della scolarizzazione, della urbanizzazione e del commercio internazionale.

Ritmi, fasi e modelli di crescita: l’Inghilterra e gli altri

Sulla crescita della Gran Bretagna e del mondo occidentale focalizzarono le loro attenzioni Adam Smith e Mill, come pure Marx. Quest’ultimo divise la società precapitalista agraria e quella capitalista industriale.

La “scuola storica” tedesca che fondò la storia economica, rifiutò l’esistenza di leggi universali sostenendo che le leggi dell’economia sono determinate dalla congiuntura, dalla logistica e dalle istituzioni. Questa idea trovò la sua massima espressione nella teoria degli stadi di sviluppo.

Tema centrale furono, sia per i marginalisti sia per i teorici neoclassici, le crisi cicliche che perturbavano lo sviluppo, alla ricerca di regolarità empiriche nella storia passata per ottenere delle previsioni.

Cicli, fluttuazioni e attività innovativa

Nello studio della regolarità delle fluttuazioni un notevole studio fu svolto da Schumpeter, che definì 3 cicli principali:

1.     il ciclo classico (detto anche maggiore o Juglar, un francese): dura tra i 7 e gli 11 anni; è diviso in altre 4 fasi:

a.     recessione

b.     depressione

c.     ripresa

d.     boom

2.     il ciclo minore (detto anche Kitchin, un teorico inglese): esso mostra sostanzialmente una corrispondenza con i cicli delle rimanenze

3.     i movimenti di lungo periodo (detto anche Kondratieff, un russo, o onde lunghe): durano circa 50 anni, sono composti da due fasi, una ascendente ed una discendente.

Schumpeter sosteneva che “il progresso rende instabile il mondo economico”. Discostandosi dalla scuola classica, egli distinse invenzioni da innovazioni. Le invenzioni hanno origine scientifica, ma non sono rilevanti per l’analisi economica. Le innovazioni, invece, si sviluppano in modo endogeno al sistema economico in risposta ai bisogni, dando senso anche alle invenzioni. Esse scaturiscono dall’iniziativa degli imprenditori innovatori, che conquistano nuovi mercati e raggiungono una posizione monopolistica (che compensa il rischio iniziale) e vengono successivamente imitati. L’impresa first mover (o leader) è quella che decide senza essere condizionata. L’impresa follower è quella che si adegua (vedi appunti di economia politica I).

Le questioni della crescita tornarono “di moda” dopo la seconda Guerra mondiale, con un obiettivo differente: il progresso dei Paesi sottosviluppati. La riflessione riprese dalla storia della Gran Bretagna, spesso, però, senza considerare la multipolarità e la multilinearità dello sviluppo stesso.

Le teorie della storia economica: gli stadi di Rostow e il take off

Si passò gradualmente dall’imitazione del modello inglese ad un’analisi generalizzante per l’intera Europa.

Gerschenkron e Rostow, negli anni sessanta, non accettarono il modello dei cicli e proposero un’interpretazione incrementale dello sviluppo. Rostow, nel suo “Stages of Economic Growth” del 1960, propose 5 fasi successive:

1.     La società tradizionale:

a.     situazione pre-industriale

b.     preponderanza dell’agricoltura

c.     società chiusa

d.     epidemie e carestie

e.     Tasso di investimento = tasso di incremento demografico

2.     La transizione (il pre-decollo o proto-industrializzazione):

a.     reindirizzamento di lavoro e capitali dalla camna alle industrie

b.     processo di accumulazione di capitali, infrastrutture e know-how

c.     sviluppo del sistema bancario

d.     efficienza nell’import e nell’expor

3.     Il decollo (take off): è il processo di accelerazione spontaneo o indotto, che, nel giro di 30 anni, trasforma permanentemente l’economia portandola a livelli produttivi stabili e molto superiori. Caratteristiche:

a.     autofinanziamento delle imprese

b.     innalzamento dei tassi d’investimento (circa 10% del PIL)

c.     costituzione di un quadro politico tale da consentire un aumento costante dei redditi

d.     sviluppo dei settori guida (leading sectors) e delle industrie sussidiarie

e.     l’industria subentra all’agricoltura come settore fondamentale

4.     La maturità:

a.     il processo si estende

b.     investimenti fino al 20% del PIL

c.     la produzione supera l’incremento demografico

d.     il reddito pro-capite aumenta con continuità

e.     quando calano le necessità di investimento aumentano i consumi

5.     L’età dei consumi di massa:

a.     processi di standardizzazione spinti dal consumismo per abbassare i costi

b.     allargamento dei beni di consumo

Sebbene il concetto di decollo resti discutibile, Rostow diede una visione panoramica dello sviluppo notevolissima, e diede l’opportunità agli storici successivi di mettere a punto diverse cronologie dei propri Paesi.

I suoi difetti sono:

1.     il presupposto “del 10%” non trova riscontro storico

2.     non spiega come si possa passare da una fase ad un’altra

3.     attribuisce eccessiva importanza ad alcuni settori, senza una visione d’insieme (molto più intricata)

4.     non considera le dimensioni del fenomeno: regionale, nazionale, internazionale

5.     è una mera imitazione della storia, senza varianti, che pretende che si possa uniformare per tutte le economie europee

Gerschenkron e i vantaggi dell’arretratezza

Molti Paesi hanno avuto una crescita analoga, ma con differenze. Questo ha condotto Gerschenkron a cercare una spiegazione basata su di esse, focalizzandosi sui meccanismi che mettono i paesi ritardatari in grado di svilupparsi.

Fondamentale è il concetto di arretratezza relativa rispetto al paese leader (G.B.).

Qualora i prerequisiti manchino, si possono cercare dei fattori sostitutivi.

Si tratta di stimolare i processi naturali al fine di un recupero (catching up) veloce. Questo modello somiglia a quello di Rostow, poiché prevede una fase di decollo (big spurt).

Altro concetto fondamentale è il vantaggio dell’arretratezza:

1.     chi arriva dopo può imitare le tecnologie senza il rischio iniziale, e chi parte per primo non è sicuro di mantenere la propria posizione dominante

2.     si sviluppa più rapidamente (industrie soprattutto)

3.     maggiore produzione di beni strumentali anziché di consumo

4.     migliore istituzionalizzazione

5.     minore crescita agricola

6.     maggiore importazione di tecniche

7.     il settore trainante non è sempre quello industriale come in G.B.

8.     le fasi successive allo sviluppo generano diversi tipi di capitalismo, soprattutto nelle istituzioni

Il suo difetto è (visto il peso dell’intervento statale, istituzionale e finanziario) che diventa labile la divisione tra stati leader e follower e che lo sfondo economico era esclusivamente nazionale.

Si giunse a qualificare il caso inglese come un’eccezione anziché un modello.

Il problema delle unità di analisi: Pollard e la regione economica

Con il suo volume “The peaceful Conquest” del 1981, per la prima volta Sidney Pollard analizzò lo sviluppo, per unità regionali e non nazionali, poiché egli sostenne che l’industrializzazione europea si realizzò in ogni nazione su base regionale. A differenza di Gerschenkron, egli introdusse il concetto di differenziale della contemporaneità, di cui è un esempio tipico la costruzione delle ferrovie, che ebbero utilità diverse a seconda delle zone.

Path dependence, istituzioni e svillupo economico, il ruolo dello Stato

Seguendo un approccio più scientifico, tra i concetti significativi troviamo quello di path dependence, elaborato da Paul David. Secondo lui, il cammino dei first comers non può essere imitato perfettamente, poiché catene di eventi casuali delimitano il campo delle scelte.

La competizione porta all’abbassamento dei costi di transizione (ovvero costi di ricerca, organizzazione e diffusione), questo con riferimento anche alle istituzioni.

Douglas North teorizzò, infatti, il mutamento economico come risultato di cambiamenti istituzionali, poiché persino nel paese del “laissez faire” (la G.B.) il ruolo dello Stato fu fondamentale (soprattutto per garantire la proprietà privata).

La presenza dello Stato è dunque giustificata dalla presenza proprio dei costi di transazione.

A questo punto maturarono due teorie:

1.     il liberismo (mano invisibile di Adam Smith): lasciare spazio ai meccanismi di mercato

2.     la dottrina interventista

Già fin dal primo Ottocento, oltre che negli USA (Belgio, Francia e Germania), Hamilton – segretario di Stato di Washington – andava ponendo le premesse politiche poi concretizzate nel corso del ‘900.

Questi paesi erano accomunati dalla fiducia nello Stato per l’industrializzazione.

In Paesi più recenti, tra cui l’Italia, lo Stato ebbe un ruolo fondamentale nell’unificazione politica.

Negli USA si sviluppò il modello di Stato regolatore (modello “debole”), ancor oggi prevalente, mentre in Europa prese consistenza il modello “forte” di Stato e fiducia nel big government, con politiche dirigiste.

Il peso dello Stato è sempre andato in crescendo (spesa pubblica e interventismo).

Si è giunti alla conclusione che il capitalismo non funziona se privo di almeno uno “Stato minimo”: “law and order (leggi, soprattutto per la difesa della proprietà, amministrazione, giustizia e ordine pubblico, istruzione, poste, sanità e trasporti). Questo concetto di Stato minimale si rifà a dei principi liberisti, totalmente opposti a quelli sovietici del 1900 che negavano il mercato.

Dinamiche demografiche e mutamento sociale: il ruolo dell’agricoltura

La rivoluzione demografica europea

Le dinamiche demografiche costituiscono una variabile di primaria importanza per la comprensione dei cambiamenti economici e sociali del XIX secolo su base congetturale (mancanza di indagini sistematiche).

Nel corso del secolo vi è una vera e propria rivoluzione demografica che cambia strutture e movimenti, comportamenti ed insediamenti.

L’Inghilterra ebbe un aumento della popolazione che permise di conseguenza un aumento della forza lavoro sia nelle camne che in sistemi di putting-out. Incrementi simili si verificarono, ad esempio, nell’area austro-tedesca.

Si entrava nella fase di passaggio dal modello di antico regime alla nuova demografia.

Il primo modello era caratterizzato da un’elevata natalità e un’alta mortalità, dove ogni crescita della popolazione determinava una riduzione delle disponibilità alimentari. Furono il ritardo del matrimonio e la diffusione del nubilato a differenziare l’esperienza demografica occidentale dal resto del Mondo.

Dall’800 in poi si sostituì il modello dello sviluppo, un incremento della popolazione favorì la possibilità di espansione del sistema economico complessivo; la svolta consistette nel fatto che tale crescita non conobbe più pause o regressioni.

Alla vigilia della prima guerra mondiale l’Europa contava 480 milioni di abitanti, 3 volte la sua popolazione del 1750.

Nella prima parte del secolo erano le aree del nordovest europeo a crescere, mentre nella seconda del sud-est.

Il rallentamento del ritmo di crescita nella Francia del secondo ‘800 dipese dalla caduta più rapida del tasso di natalità.

L’Italia di fine ‘800 era caratterizzata da una crescita della popolazione su tutto il territorio. Tuttavia, corrispondevano meccanismi demografici diversi: l’Italia del nord presentava sia un basso tasso di mortalità sia di natalità, mentre quella del Sud un alto tasso di mortalità e di natalità.

Il nuovo modello demografico

Sul breve periodo si produsse una crescita dovuta al calo della mortalità più che all’aumento della fecondità. In una seconda fase l’aumento della popolazione dipese dal crescente allungamento della vita.

Mortalità e natalità mutarono strutturalmente: svero le epidemie e le carestie, le difese immunitarie aumentarono.

La diminuzione di epidemie ebbe una causa primaria negli straordinari progressi della scienza medica (Jenner inventò l’antivaiolo), tuttavia non sparirono del tutto come dimostrò il colera europeo degli anni ’30.

La carestia non ve più in Europa anche se lasciò tracce in Irlanda, dove la crisi della patata provocò la morte di oltre mezzo milione di persone. Anche il tifo regredì durante la seconda metà del secolo ed ebbe una contrazione pure la mortalità per le guerre. La natalità non doveva più colmare i vuoti demografici.

Il 1800 segnò un cambiamento fondamentale: né la fecondità, né la mortalità europee dipendevano più dalle disponibilità alimentari. Tra popolazione e risorse il feedback (ritorno) divenne positivo.

Nell’Inghilterra tra 700 e 800, l’incremento demografico e le innovazioni tecnologiche andarono di pari passo.

La rivoluzione agricola permise di produrre di più con un minore numero di addetti a vantaggio delle attività industriali e commerciali urbane. Le cadute produttive potevano essere compensate dalle importazioni.

La vita media degli occidentali salì rapidamente, naturalmente crebbe maggiormente nei paesi che beneficiavano del progresso materiale e scientifico.

In generale, mentre nel corso del XIX secolo la mortalità al di sotto del primo anno di vita non fece segnare sensibili variazioni, le fasce giovanili e centrali aumentarono in modo considerevole le loro speranze di vita.




Un altro importante elemento riguardava la distribuzione sociale della mortalità. La disparità di fronte alla morte è evidente se si confrontano le classi sociali e professionali.

All’inizio della svolta demografica lo sviluppo economico stimolò la natalità, mentre nel medio periodo la tendenza andò comunque verso un abbassamento progressivo e generale dei tassi di natalità.

Il numero dei li venne sempre più messo in rapporto con il problema dei consumi e dello Stato sociale.

Nell’Inghilterra degli anni ’80 il tasso di fecondità era inversamente proporzionale al livello della condizione sociale.

Il modello demografico occidentale si è mostrato capace di migliorare progressivamente il rapporto tra sviluppo economico e della popolazione, contenendo le nascite in modo non traumatico.

Urbanesimo, migrazioni e colonizzazioni

L’industrializzazione procedette parallelamente con l’urbanizzazione. La ferrovia favorì uno spostamento verso gli agglomerati urbani che si riempirono di immigrati. L’urbanizzazione fu uno dei fenomeni più evidenti della trasformazione dei modi di vita.

Il fenomeno che dalla seconda metà del ‘700 interessò l’Inghilterra non aveva precedenti. Col procedere dell’industrializzazione il medesimo trend investì anche Germania e Austria.

Economie di agglomerazione ed una forte dipendenza da risorse minerarie localizzate portarono allo sviluppo di aree urbane ad alta concentrazione industriale.

Sotto la spinta dell’industrializzazione e della rivoluzione dei trasporti si svilupparono sia i piccoli centri sia le grandi città, ma soprattutto si formarono grandi metropoli.

I lavoratori trovarono impiego in nuovi settori produttivi e dovettero muoversi verso le città.

Si è sviluppato un dibattito tra la scuola marxista, capeggiata da Eric Hobsbawm, che ha messo in evidenza un deterioramento degli standard di vita nel passaggio dall’età pre-industriale a quella industriale e la scuola neo-liberista, capeggiata da Max Hartwell, che ha sottolineato un effetto positivo dell’industrializzazione ed urbanizzazione sugli standard di vita.

Il passaggio dalla società rurale ad una civiltà industriale comportò un regresso del settore primario ed un’espansione del secondario e del terziario.

Una parte del mondo rurale manteneva sotto varie forme contatti periodici con quello urbano, si trattava di migrazioni continentali e temporanee. Diverse erano le emigrazioni per sfuggire a persecuzioni religiose o forzate a causa di conflitti politici. La metà del secolo segno l’inizio della più grande migrazione di popoli nella storia.

Si verificarono in India ed in Cina, dall’Asia verso la California, furono gli Europei gli attori principali.

L’Africa subì il popolamento francese; gli inglesi, per evitare il sovraffollamento nelle prigioni modificarono la demografia dell’Australia.

Popolamenti e colonizzazioni ottocentesche segnarono il punto più alto della forza economica, politica, militare e culturale dell’occidente.

L’Europa poteva essere considerata come un insieme di aree d’espulsione e di assorbimento di popolazione.

Le migrazioni interne all’Europa si intrecciarono coi movimenti in America. Il fenomeno dominante divenne quello dell’emigrazione extracontinentale e permanente.

Molti europei emigrarono negli USA che ricevettero 2/3 degli emigranti europei oltre che in Australia, Nuova Zelanda, Canada, Brasile  e Argentina. I russi emigrarono in massa in Siberia.

La migrazione assunse dimensioni rilevanti dalla metà dell’Ottocento favorita dalla rivoluzione dei trasporti marittimi.

Il Governo inglese incoraggiò attivamente l’emigrazione. La carestia che colpì l’Irlanda provocò un flusso emigratorio dall’Isola. La crisi economica e le rivoluzioni del 1848 provocarono flussi migratori sostenuti dalla Germania, Scandinavia, ma anche dall’Europa centro meridionale. La Sna perse un terzo dell’incremento naturale della sua popolazione a causa dell’emigrazione. L’Impero asburgico circa un sesto e l’Italia più di metà.

Le rimesse dei contadini poveri, che erano partiti, diedero un apporto determinante all’equilibrio dei conti dell’Italia con l’estero, nel cui quadro si sviluppò lo slancio verso l’industrializzazione a cavallo tra 800 e 900.

Per contro, le economie del Nuovo Mondo, ricevettero grandi vantaggi dall’esodo del Vecchio.

Più di 28 milioni di europei espatriarono negli USA. Essi contribuirono in modo decisivo all’urbanizzazione e all’industrializzazione del Paese e ne modificarono i caratteri sociali e culturali fondando comunità come Little Italy etc. che avrebbero avuto un ruolo importante nella storia nord-americana.

Il melting-pot (la mescolanza delle razze) si rivelò una delle chiavi dello sviluppo statunitense. La concentrazione di molti emigranti in settori di attività specializzate diede corpo a forme di imprenditoria etnica, rappresentata da quella italiana che avrebbe alimentato nel secondo ‘900 le reti della business comunity italiana nel mondo.

In definitiva la più importante e drammatica vicenda demografica si tramutò in fondamentale componente del cammino verso la modernizzazione.

Le trasformazioni del settore agricolo

Esse permisero di alimentare una popolazione sempre più numerosa e urbanizzata, fornirono capitale e lavoro agli altri settori dell’economia, crearono correnti di esportazione e domanda di mercato per i prodotti industriali e per i servizi.

La domanda di materie prime industriali, quali la lana ed il cotone, dalla fine dell’Ottocento crebbe meno del relativo consumo a causa dell’impiego dei sostituti sintetici. Dalle prime fasi della crescita economia la composizione dei consumi alimentari era venuta cambiando: da un dieta basata su cereali e vegetali si passò ad una dieta basata su carni e prodotti zootecnici. La produzione agricola ebbe un notevole incremento sia in virtù della crescita intensiva sia estensiva. Le bonifiche furono un esempio della differente forma di crescita estensiva dell’Europa rispetto alle aree americane o australiane, vale a dire una forma bassa sull’incremento della quantità di capitale e/o lavoro per unità di terreno. L’aumento della produttività globale fu il risultato delle innovazioni finalizzate ad aumentare i rendimenti delle terre (land saving) e di quelle finalizzate ad aumentare la produttività del lavoro (labour saving). Essendo la terra il fattore più scarso, le prime innovazioni furono di tipo land saving. Durante la rivoluzione agraria inglese del XVIII secolo la rotazione continua venne perfezionata e si diffuse con il nome di high farming.

La rotazione continentale permise l’aumento di un terzo della superficie grazie all’eliminazione del maggese. La maggiore dotazione di bestiame aumentava anche la qualità del letame e della concimazione.

Si introdussero specie più adatte ai diversi tipi di clima e di terreni (mais, barbabietola, patata e foraggi).

Aumentarono le rese per unità di prodotto. Altra grande innovazione land saving fu l’introduzione dei prodotti chimici.

Le innovazioni labour saving consistettero innanzitutto nel perfezionamento di attrezzi in ferro (falci, aratri, trebbiatrici etc.). L’invenzione del trattore permise l’accelerazione e la diffusione della meccanizzazione agricola.

Dove la manodopera era scarsa si era spinti ad aumentare il capitale investito. Dove s’era formata una grande classe di proprietari agricoli aperti al progresso tecnico la modernizzazione progredì più rapidamente, sia che essi sfruttassero direttamente i terreni, (come la Prussia degli junker), sia affidando la produzione a fittavoli (come i landlords inglesi).

La piccola azienda contadina era ormai improduttiva e priva di investimenti, mentre quella media era favorevole al cambiamento, come in Danimarca o in Olanda.

Lo sviluppo del movimento cooperativo è considerato l’elemento decisivo del successo agricolo danese.

L’high farming non poteva applicarsi alle regioni mediterranee, dato che le foraggiere non sopportavano le siccità estive.

La ricerca aveva un basso tasso di appropriabilità (capacità di godere dei frutti delle invenzioni).

Gli Stati promossero enti specializzati nella ricerca; in Italia, soprattutto sotto il Governo Giolitti, si costituì una rete di cattedre ambulanti di agricoltura.

Il massimo sviluppo agricolo si ebbe nell’Europa nord occidentale, nell’Inghilterra e nella regione compresa tra il bacino parigino e la Prussia orientale, dove i due tipi di miglioramento esercitarono un’azione complementare.

Data l’influenza delle condizioni atmosferiche i prezzi agricoli fluttuano in modo più accentuato di quelli dei prodotti industriali. Ciò nonostante i prezzi agricoli mostrarono tendenze di lunga durata (si ricordino le Corn Laws).

L’allevamento si sviluppò alla fine in maniera indipendente dalla cerealicoltura.

Con la “Grande Depressione” del 1877-l896 tutti i prezzi dei prodotti agricoli calarono e lo sviluppo dell’allevamento fu l’aspetto positivo di tale grave crisi.

Il processo di industrializzazione europea

L’Inghilterra e l’Europa Continentale

Alcuni ritengono che si debba usare l’espressione rivoluzione industriale solo in riferimento all’Inghilterra e industrializzazione per le altre regioni. Industrializzazione e sviluppo, come già accennato, finirono col fondersi, anche perché sarebbe scorretto affermare che i confini politici limitarono la sua diffusione.

Si determinarono divari di reddito incredibili tra le zone industrializzate e quelle non.

Per Phillis Deane la prima rivoluzione industriale fu l’insieme di svariate rivoluzioni: agraria, demografica, commerciale e dei trasporti.

Per Wrigley al centro del processo vi fu il carbon fossile, inserito in un contesto capace di massimizzarne il rendimento, evidenziando come la crescita dipese dall’uso di energia a buon mercato e su vasta scala che permise di vendere di più a prezzi inferiori. Tale processo era ormai in grado di autofinanziarsi.

L’età delle macchine, del carbone e del vapore (prima rivoluzione)

Fu l’industria italiana della seta a creare le prime filatrici automatiche. All’inizio gli inglesi stessi imitarono i progressi raggiunti altrove. Il carattere fondamentale della rivoluzione inglese fu la durata, non la rapidità.

Le macchine ebbero in questi processi un ruolo chiave, che produsse un effetto a valanga: la messa a punto in un settore creava una strozzatura a monte ed a valle, stimolando la ricerca ed innescando così un’espansione infinita.

Il primo brevetto di rulli fu di Lewis Paul, ma l’inventore del filatoio meccanico venne considerato Richard Arkwright, che utilizzandone una coppia lo fece davvero funzionare. Seguirono le invenzioni quali la spoletta voltante (jenny), il mulo (mule) e il mulo automatico (self-acting mule). Si trattava, tuttavia, di macchine costose, che cominciarono a svilupparsi davvero più di 50 anni dopo la loro invenzione (in Italia nel 1815, in Inghilterra nel ’40).

Il paradigma del carbone

A segnare il cambiamento fu, come già accennato, il passaggio dal legno al paradigma del carbone.

Il consumo eccessivo di legno portò alla deforestazione in Francia con gravi ripercussioni geologiche e sul prezzo del legno stesso. L’Inghilterra, ricordiamo, dipendeva dai paesi baltici per il legno. I canali, invece, e la vicinanza delle miniere al mare permisero la distribuzione del carbone con relativa facilità. Thomas Savery, inoltre, brevettò un congegno per eliminare l’acqua dalle miniere, chiamato “amico del minatore”. Thomas Newcomen realizzò una pompa a vapore che utilizzava la pressione atmosferica per estrarre l’acqua che si diffuse anche all’estero.

·      Abrahan Darby, proprietario di una ferriera, come già accennato, riuscì a produrre buona ghisa utilizzando il carbone coke (da lui stesso creato, mediante un processo in assenza d’aria) e l’acciaio mediante il puddellaggio.

·      James Watt, il padre della macchina a vapore, migliorò quella di Newcomen separando il condensatore dal cilindro e dal pistone.

Questi miglioramenti stimolarono la concorrenza nelle fonti di energia. E’ importante notare che quella idraulica era ancora la predominante fino al 1850, e veniva sfruttata soprattutto nell’industria tessile, poiché le ferriere necessitavano di molta più energia di quanta non ne potesse produrre la tecnologia idraulica.

Le macchine utensili e l’American System of Manufacturing

Menzioniamo le filettature di Whitworth, il maglio a vapore di Nasmyth e l’invenzione di una perforatrice basata sul linguaggio binario di Roberts, al quale si dovette anche la self-acting mule.

Negli USA, Whitney, Hall, North e T. Blanchard posero i presupposti dell’American System of Manufacturing:

era un importante sistema basato sulla standardizzazione dei prodotti e sull’intercambiabilità delle parti.

Questo principio dell’intercambiabilità fu adottato dapprima nella guerra di Secessione per la produzione di armi, poi negli altri settori. In Europa si preferiva ancora avere una propensione per la qualità, piuttosto che per la standardizzazione.

L’illuminazione a gas fu utilizzata per prima dagli inglesi per lavorare di notte nelle fabbriche di Manchester e Pall Mall.

La mongolfiera, sperimentata dai fratelli Montgolfier, rimandò alla leggenda del nuovo Prometeo tecnologico che accomnava la rivoluzione industriale.

La seconda rivoluzione industriale: l’età dell’acciaio della chimica e dell’elettricità

Scienza e industria: l’acciaio

Con la seconda rivoluzione industriale apparve più nettamente il legame scienza ó industria.

Prima erano stati gli artigiani geniali, privi di istruzione, a fare la differenza. Divennero importanti le economie di scala, le tecnologie e le esternalità (vedi anche Economia Politica I: effetti che un’attività ha sull’esterno).

Il prodotto fondamentale fu l’acciaio, che sommava i benefici di ferro e ghisa. Esso lo divenne, però, quando Bessemer ne abbassò i costi di produzione inventando il convertitore, e grazie anche a Gilchrist e Thomas che elaborarono un processo di eliminazione del fosforo. Si iniziò a farne grande uso dal 1880.

Chimica ed energia elettrica

La chimica era legata alle ricerche scientifiche di laboratorio ed ebbe il suo centro in Germania, paese leader del settore.

L’illuminazione fu dimostrata da Davy nel 1808, il motore elettrico e la dinamo nel ’21 da Faraday. Le realizzazioni di Bergès aprirono la strada alle centrali idroelettriche. L’uso principale dell’elettricità fu la telegrafia.

Edison e Swan costruirono le prime lampadine, subito applicate nei dintorni di New York.

Dal 1914 il petrolio iniziò a fare concorrenza al carbone e si entrò “nell’era del petrolio”.

Dai congelatori alla macchina da scrivere

L’agricoltura beneficiò più dei fertilizzanti, e dei fungicidi che delle macchine. Pasteur scoprì i batteri ed aprì la strada alle tecniche di preparazione dei cibi. La centrifuga permise di separare il siero del latte, la refrigerazione permise il trasporto delle carni congelate. L’innovazione più famosa fu la tastiera QWERTY, che introdusse la soluzione all’accavallamento dei martelletti. Nel 1846 fu inventata la rotativa. Nel 1800 fu inventata la fotografia, poi diffusa un secolo dopo.

Gli attori dell’industrializzazione: imprenditori e imprese (vedi appunti di Economia Aziendale)

L’imprenditore è definibile come l’individuo o l’insieme di individui che sono in possesso dei mezzi di produzione (capitale fisso e capitale circolante). Si assume il rischio d’impresa e l’utile è il premio che lo compensa.

Il reinvestimento dell’utile nell’impresa (o autofinanziamento o accumulazione di capitale) gli permette la crescita.

L’obiettivo dell’imprenditore è la massimizzazione del profitto, prima ancora del volume di produzione.

Esistevano differenti conurazioni di mercato (vedi appunti di Economia Politica I). La prima a svilupparsi fu la concorrenza perfetta, poi quella imperfetta, quindi oligo/monopoli nel XIX secolo.

Fino al 1860 le imprese erano soprattutto SNC (vedi Eco. Az.), caratterizzate da responsabilità illimitata e solidale.

Il connubio famiglia-impresa rimase, tuttavia, una costante. A poco a poco, visto l’impellente bisogno di finanziamento, cominciarono a nascere società anonime per azioni, fino ad assumere un ruolo fondamentale, sebbene inizialmente risentirono delle limitazioni legislative. Esse vennero risolte nel 1882 con il codice Mancini.

Crebbero allora le economie di scala (vedi Pol.I), ovvero quelle produzioni che minimizzavano i costi con l’aumento delle dimensioni aziendali.

Dato il forte peso dei costi fissi su quelli variabili (vedi Pol.I) le grandi imprese avevano interesse a continuare la produzione per minimizzare le perdite, questo però fece nascere la reazione contro la concorrenza anarchica.

Esistevano due correnti in contrasto: una che voleva la regolamentazione dei monopoli da parte del Governo, l’altra (legge Clayton antitrust, 1914) che puntava al ripristino della concorrenza perfetta.

Nota: Le banche

All’inizio ebbero un ruolo limitato. Le Banche Centrali si limitavano a praticare il risconto (vedi Economia Politica II)

 e fare anticipi allo Stato.

Col procedere dell’industrializzazione nacquero le banche per azioni che si distinguevano in banche d’affari (es.: il Credit Lyonnais) e banche di deposito (es.: Banque de Paris et des Pays Bas).

Le banche di deposito si occupavano di investimenti a breve termine (nel passivo avevano ingenti mezzi dati dai depositi a vista. Per quanto riguarda l’attivo si dedicavano a operazioni ordinarie, quali i conti correnti), mentre quelle d’affari a medio-lungo, termine più rischioso (nel passivo avevano i depositi dei capitalisti e delle imprese, nell’attivo partecipazioni nelle società e prestiti governativi).

Dal 1826 si potevano fare gli assegni (chéque) per rimediare all’offerta anelastica di moneta della Banca d’Inghilterra (vedi appunti di Economia Politica I).

Nel 1914 “le Big Five” controllavano gran parte dei sistemi finanziari d’Inghilterra, dove le banche erano molto specializzate nei diversi settori.

In Francia il Credito Lionese ebbe problemi con i finanziamenti di lungo termine alle imprese e preferì limitarsi al breve periodo e alla sottoscrizione di prestiti governativi.

Il Credit Mobilier fallì nella crisi del ’67 a causa della forte immobilizzazione delle sue fonti a lunga scadenza.

Nota: in Germania il legame tra banca e industria fu molto più stretto (ad es.: la Deutsche Bank).

Esse davano sia credito a breve termine, sia a medio-lungo, superando il limite della specializzazione anglosassone.

Nacquero, dunque, le banche miste (importante).

Esse sostennero in maniera fondamentale le società industriali, favorendo aumenti di capitali, collocazione delle azioni e delle obbligazioni. Possedevano pacchetti delle società per il controllo dall’interno e la riduzione del rischio.

Giunsero sino a regolamentare la protezione del mercato e a far nascere sectiunelli tra imprese.

Il modo tedesco di fare banca venne allora copiato in molti altri stati europei (Svizzera, Sna, Nord-Italia, Sa).

Le istituzioni pubbliche

Paesi a forte autonomia locale, come la Gran Bretagna e gli USA, videro una preponderanza dell’iniziativa privata, altri, quali la Francia o la Prussia, videro un maggiore intervento statale.

Si fece maggior ricorso alle imposte indirette, che colpivano i consumi, aumentando le disuguaglianze sociali.

Si sviluppo un complesso sistema di brevetti, regolamentazioni bancarie, e spese per infrastrutture.

Si può ritenere che il “laissez faire” puro, predicato dai classici, non sia mai esistito.

Il contributo più importante fu nell’educazione, associata a 3 concetti:

1.     Educazione e sviluppo: vide la Germania molto più avanti rispetto all’Inghilterra, sia perché in G.B. l’insegnamento divenne gratuito soltanto nel 1891, sia perché non seppero strutturare un sistema efficiente, cercando di aggregare la classe operaia nel sistema sociale.

2.     Educazione e declino: in Inghilterra commisero lo sbaglio di tralasciare la preparazione tecnico-scientifico-ingegneristica, mentre la preparazione umanistica ebbe splendore ad Oxford e Cambridge.

3.     Educazione e cambiamento economico: l’associazione tra di essi ha dato sempre più peso ai concetti di capitale umano e capitale sociale.

hajktra di essi ha dato sempre più peso ai concetti di capitale umano e capitale sociale.-ingegneristica. Ricordiamo che l'educazione non va intesa esclusivamente in termini di tasso di alfabetizzazione.

I percorsi nazionali: Gran Bretagna e Stati Uniti

Nell’Ottocento le tonnellate di ghisa contavano più delle migliaia di uomini al lavoro.

Fino agli anni ’80 la G.B. mantenne saldamente la prima posizione, poi cominciò a retrocedere dopo USA e Germania.

Gli inglesi sostenuti dal clima di liberalismo ebbero la possibilità di accumulare capitale; nel 1900, però, vennero raggiunti e sorpassati dagli americani, grazie alle risorse naturali superiori, alla protezione doganale, ad un mercato dinamico ed all’ambiente sociale favorevole all’adozione di tecniche moderne (la relativa scarsa manodopera ed il costo alto della stessa negli USA spinse alla meccanizzazione). Anche i tedeschi migliorarono, soprattutto grazie ad intense attività di laboratorio.

Al contrario, gli inglesi erano ormai apati e la loro “mentalità di superiorità ed esperienza” frenò lo sviluppo.

Il Belgio

A metà Ottocento lo sviluppo si disegnava intorno alle miniere di carbone cokizzabile. L’area belga, vista la posizione geografica, era quella morfologicamente più simile alla inglese, favorita dalle stesse risorse naturali.

Vi risiedevano 7,7 milioni di abitanti e per questo ebbe lo sviluppo del “piccolo paese”.

Un esperimento belga degno di nota fu la Société générale de Belgique, una banca di investimenti che deteneva pacchetti azionari di imprese industriali. Nel 1835 si trasformò in Banque de Belgique, dopo aver rilevato ben 24 industrie.

In termini relativi alla sua limitatezza geografica, il Belgio fu il paese più industrializzato fino alla 1° guerra mondiale.

La Francia

Essa si differenziò per il suo percorso evolutivo da Inghilterra e Belgio, poiché, come già accennato, ¾ del suo output era costituito da beni di lusso ad alto valore aggiunto.

Emersero punti di debolezza tra cui: la sconfitta nella guerra con la Prussia, con la perdita dell’Alsazia-Lorena, il protezionismo attuato in un paese fortemente esportatore, la dipendenza dall’energia idraulica.

L’elettricità consentì un recupero nel settore trainante dell’automobilismo.

La Germania

Fu il concorrente continentale più temibile per l’Inghilterra. Seguì un percorso che si differenziava ancora di più da quello inglese, fondato sulla partecipazione dello Stato e sul ruolo propulsivo delle banche miste.

Il modello tedesco, come quello inglese fu unico ed irripetibile, conurandosi come “capitalismo organizzato”.

La tendenza verso il big business lo accomunò a quello americano, però con un diverso approccio legislativo e istituzionale.

I sectiunelli, ad esempio, erano ritenuti legittimi. Alla vigilia della prima guerra mondiale la Germania copriva ¾ delle esportazioni chimiche, grazie a colossi quali la Bayer. Fu la prima nazione ad introdurre la previdenza sociale statale.

L’Impero Asburgico, la Russia e la Sna

Il sistema finanziario tedesco venne imitato dall’Impero Asburgico. La situazione, però, era ben diversa, con un predominio dell’industria leggera. Solo l’Austria, la Boemia e l’Italia del nord erano regioni avanzate, il resto dell’Impero arretrato.

La Russia aveva raggiunto dei significativi progressi, soprattutto nelle ferrovie (col maggior chilometraggio del mondo), ma essi “annegavano” nell’enorme estensione territoriale. Lo zar, inoltre, aveva abolito solo nel 1861 la servitù e l’effettiva privatizzazione delle terre avvenne solo col ministro Solypin nel 1907.

Lo Stato svolse un ruolo sostitutivo dei canali privati e fu la domanda pubblica a fare decollare negli anni ’80 l’industria pesante. L’investimento estero in Russia fu fondamentale, soprattutto per lo sviluppo delle ferrovie.

Il capitale straniero finanziava il debito russo, ma per fare questo si tassarono redditi pro-capite già bassi.

Problemi anche in Sna, vista l’arretratezza dell’agricoltura e dell’istruzione, eccetto la Catalogna ed i Paesi Baschi.

L’Italia

Concentrò nel nordovest le proprie attività, data la ricchezza di energia idraulica e di materie prime. Si trattava di attività tessili, soprattutto di tessuti grezzi, importanti per le esportazioni. La siderurgia e la meccanica versavano ancora in cattive acque, prevalendo le piccole unità e l’artigianato.

Il vero problema fu la frammentazione degli Stati pre-unitari, che rese difficile l’opera dei governi di porre le basi del nuovo Stato Unitario. Tali governi si impegnarono in vaste opere di modernizzazione, facendo largo uso della leva fiscale (compresa la famigerata “tassa sul macinato). Si era penalizzati, tuttavia, dalla mancanza di carbone e dalla ristrettezza dell’autofinanziamento. Il ruolo dello Stato fu particolarmente rilevante  e portò allo sviluppo di tutti i settori nell’ultimo ventennio dell’800 (FIAT, 1899).

Nel sistema bancario italiano crebbe il ruolo delle banche miste alla tedesca a sostegno delle grandi imprese, mentre per quelle di piccole dimensioni c’erano casse di risparmio di impostazione liberale e cattolica.

La forza produttiva si concentrava, come già detto, nel triangolo industriale: Piemonte, Liguria, Lombardia, lasciando squilibri regionali tutt’oggi problematici.

La rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni

Strade e canali

Alla fine del ‘700 la velocità di spostamento era vincolata dall’uso della forza animale o dalla navigazione.

La ferrovia, la nave a vapore e il telegrafo aprirono una nuova era tanto nei trasporti via terra e via mare quanto nelle comunicazioni.

Tra ‘800 e ‘900 l’automobile avrebbe preannunciato la “rinascita della grande strada”, mentre nel 1914 l’aviazione “si preparava ad uscire dall’era delle imprese sportive”. Il trasporto divenne un “mezzo di produzione”.

Sui canali e sulla rete stradale si diressero fino agli anni Quaranta dell’800 i principali investimenti.

In Inghilterra la manutenzione stradale passò dalle parrocchie, che si avvalevano di corvées, ai consorzi di pedaggio.

Le strade a pedaggio (turnpikes) curate da trusts (consorzi) già a metà Settecento coprivano 3.400 miglia.

In molte parti d’Europa solo le strade maggiori venivano tenute in buone condizioni, in primo luogo per il facile spostamento delle truppe.

La Francia era il Paese europeo con la migliore rete di comunicazione realizzata dal Corps des Ponts et Chaussées cui seguì l’Ecole. Il continuo spostamento di truppe impose la necessità di costruire routes impériales anche nel nord Italia, nel Belgio e in Germania. In Italia si dovette attendere l’unità per il potenziamento della rete viaria.

Con l’avvento della ferrovia il trasporto a cavallo cadde in disuso sulle lunghe distanze, mentre per gli spostamenti brevi restò il mezzo principale fino al primo ‘900.

Fiumi e acque interne costituivano da sempre la più comoda e meno onerosa via commerciale.

Nel 1812 aveva fatto il suo esordio il primo vapore europeo, il Comet.

In generale, i canali risentirono della crescente concorrenza della ferrovia. Essa fu l’innovazione con più successo del XIX secolo.

Avvento e sviluppo delle ferrovie

La locomotiva (1825), la più importante invenzione nei trasporti dell’800, diede alla ferrovia la possibilità di diventare autonoma. George Stephenson introdusse la caldaia tubolare e realizzò la linea Liverpool – Manchester.

Da allora l’evoluzione tecnica seguì due direzioni: la ricerca di una velocità elevata e la ricerca del massimo di energia possibile in grado di consentire trasporti di massa.

L’acciaio, che si sostituì alla ghisa e al ferro, negli anni ’70 aumentò la resistenza delle rotaie e la capacità dei vagoni.

Vennero vinti anche gli ostacoli naturali con ponti, viadotti…

All’inizio del XX secolo, il 70% del chilometraggio mondiale apparteneva a comnie capitalistiche, il restante 30% allo Stato. In Europa le linee secondarie ridussero considerevolmente la redditività degli investimenti favorendo all’inizio del secolo la statalizzazione delle ferrovie.

Le ferrovie raggiunsero la massima densità nell’area nord – atlantica. Il sistema ferroviario rappresentò un nuovo settore ad alta tecnologia che attraeva potenziali investitori. In Inghilterra esso rappresentò un fattore essenziale nel sostenere l’industrializzazione già in atto.

Le ferrovie si infittirono sul territorio senza alcun coordinamento finché non venne creato un organismo per il coordinamento del traffico (1842).

La costruzione delle reti ferroviarie assunse un forte ruolo di modernizzazione dando impulso all’industria metalmeccanica, attivando sistemi di finanziamento ad hoc e sistemi di gestione su larga scala.

Il compito di completare le linee secondarie venne lasciato alle comnie private, prima inglesi poi belghe, mediante la garanzia dello Stato. Lo stesso modello di evoluzione si ebbe in Germania e, più avanti, in Russia.

Gli Stati tedeschi e la Francia furono le sole impegnate nella stagione pionieristica delle costruzioni ferroviarie.

La costruzione del sistema ferroviario tedesco non seguì una formula standard, ma puntò sia sull’iniziativa governativa che su quella privata e sull’impiego di forti capitali esteri.

Le locomotive provenivano inizialmente da USA e Inghilterra, ma già dal 1843 la produzione interna copriva oltre la metà della domanda. Nel 1860 lo Stato prussiano gestiva il 55% della rete.

In Francia il sistema dominante fu la concessione all’industria privata sotto il controllo dello Stato.

Il ventennio 1850 – 1870 è stato definito “l’età d’oro della ferrovia”. La Francia ebbe lo sviluppo maggiore grazie alla mobilitazione del risparmio attuata dal Crédit Mobilier dei fratelli Perire, questo le permise di recuperare il distacco dalla Germania e di rivaleggiare con l’Inghilterra. La minor dotazione di carbone spinse i tecnici francesi ad adottare soluzioni energy saving (locomotive a duplice espansione), che posero le loro ferrovie all’avanguardia in Europa.

Nell’area baltica, nell’Europa orientale e mediterranea, l’era della ferrovia si aprì realmente solo dopo il 1850.

In Italia la più importante realizzazione fu la Milano – Venezia. La costruzione avvenne grazie a capitali esteri e lo scarso successo commerciale la fece inoltre pesare sul bilancio dello Stato. Il sistema ferroviario fu di fondamentale importanza per il consolidamento dell’unità nazionale e la modernizzazione del Paese.

Nel 1865 la rete venne privatizzata in 4 gruppi con intervento di comnie straniere. La difficoltà di questa gestione mise in crisi il sistema e mediante la convenzione del 1885 venne affidata a 3 società che si divisero la rete nazionale.

Nel 1905 si arrivò infine alla completa nazionalizzazione.

Nell’impero austro – ungarico lo Stato attivò partnership con investitori stranieri. In Sna e in Russia invece l’investimento straniero venne visto come soluzione ottimale nell’acquisizione di nuove tecnologie.

Nell’ultimo ventennio del secolo (la terza fase delle costruzioni ferroviarie) venne completata la rete secondaria europea e furono realizzati i grandi collegamenti internazionali in Europa e transcontinentali.

Tra il 1883 e il 1893 la prima linea coast to coast fu seguita da altre tre negli Stati Uniti e da una in Canada.

I trasporti marittimi

L’affermazione della nave a vapore fu molto più graduale di quella della ferrovia. Dall’evoluzione delle golette prese forma il clipper a quattro alberi, massima espressione della tecnologia della vela. Il clipper risentì dell’apertura del canale di Suez.

Alcuni velieri cominciarono poi ad adottare le innovazioni introdotte sui piroscafi: scafo in ferro e piccole macchine a vapore per meccanizzare i servizi di bordo. Fino al 1850 i progressi del vapore furono più sensibili nella navigazione fluviale che in quella marittima.

Nel 1838 il Sirius, piroscafo a ruota laterale e con caldaie alimentate da acqua distillata, effettuò la prima traversata dell’Atlantico interamente a vapore; nel 1840 il Great Western iniziò servizi regolari di piroscafi postali a propulsione mista; nel 1843 il Great Britain adottò l’elica.

Fu attorno al 1860 che si verificarono progressi decisivi; l’elica eliminò definitivamente la ruota a pale e verso il 1880 sparì la velatura ausiliaria. Il vapore, inoltre, era un’innovazione labour saving, poiché consentiva di ridurre gli equigi.

Dal 1860 – 65 i piroscafi ebbero il monopolio del traffico dei passeggeri e degli emigranti verso gli Stati Uniti e anche quello del trasporto delle merci pregiate. All’inizio del XX secolo acquisirono una definitiva supremazia.

Le prime petroliere collegarono Stati Uniti ed Europa nel 1870 assumendo un ruolo importante nei traffici internazionali.

La predominanza inglese in materia di costruzione navale rimase un elemento chiave fino alla prima guerra mondiale.

Le nuove imprese si specializzarono nella sola funzione di trasporto. Prima del XIX secolo non esisteva un servizio regolare di navigazione oceanica. Nel 1818 per la prima volta armatori americani istituirono una linea i cui velieri partivano da New York e da Liverpool. Il sistema venne imitato dalle comnie delle navi a vapore. Sovvenzionate dal governo per il servizio postale si assicurarono il traffico più redditizio.

Una delle opere fondamentali del XIX secolo fu l’apertura dell’istmo di Suez che mise in comunicazione il Mediterraneo e il Mar Rosso. Lesseps progettò anche l’istmo di Panama che venne ripreso e completato dagli Stati Uniti con finanziamenti governativi nel 1914.

Le conseguenze economiche

I mezzi di trasporto possono svolgere una funzione “passiva” (trasferimento spaziale di beni e persone) ed una “attiva” (promotori e moltiplicatori dello sviluppo).

Le maggiori conseguenze furono i ribassi dei prezzi dei noli marittimi e la discesa costante delle tariffe ferroviarie. Le città poterono rifornirsi più facilmente di derrate alimentari, energia e beni di consumo.

La geografia economica venne cambiata. In generale, le ferrovie facilitarono l’integrazione dei mercati nazionali ed internazionali e una più razionale allocazione di risorse economiche. La costruzione delle reti ferroviarie nazionali innescò una catena con altri settori del sistema economico (backward e forward linkages). Tra le prime, la mobilitazione del credito per finanziare gli investimenti.

La ferrovia giocò il ruolo di motore dello sviluppo economico. Tra i forward linkages vanno ricordati l’estensione dei mercati, la crescita del settore agroalimentare e la maggiore mobilità delle materie prime; ma anche del mercato del lavoro.

Le ferrovie americane furono le prime grandi imprese a struttura multidivisionale. Per i conteggi relativi a passeggeri, merci, tariffe, percorrenze, orari e redditività si adottarono innovative tecniche di accounting, utilizzando anche i nuovi sistemi meccanografici.

Il telegrafo e la globalizzazione dell’informazione

Importante innovazione fu il telegrafo ottico (sistema di trasmissione di segnali tra postazioni in contatto visivo) presentato durante la rivoluzione francese (1792) dal fisico Claude Chappe.

Dal 1830 il suo uso si aprì anche alla comunicazione commerciale contribuendo alla proanda dei “sistemi di rete”.

Cooke e Wheathstone svilupparono scoperte precedenti, ma il contributo più originale venne dall’americano Morse (1835) che, a partire dal 1843, consentì di mettere in comunicazione in tempo quasi reale città e continenti diversi, unificando il mercato mondiale da quando i fondali marini vennero solcati da cavi.

La simbiosi telegrafo/ferrovia estese così i suoi effetti anche al mercato finanziario: la “railways mania' degli anni 1840 – 1850 ampliò l’attività della Borsa di Londra facendo sorgere una dozzina di borse in provincia che comunicavano grazie al telegrafo”.

Anche nel telegrafo le risorse finanziarie vennero in certi casi dal pubblico per poi passare al privato (USA) o viceversa.

Il passaggio di informazioni divenne ancora più rapido con l’avvento del telefono che trasmetteva 100 – 200 parole al minuto senza alcun operatore presso gli utenti. Solo a fine secolo l’uso si estese alla comunicazione privata.

Infine le prime trasmissioni radio di Guglielmo Marconi nel 1896 aprirono la strada per l’invenzione della radio e la creazione di un sistema di comunicazione di massa.

Scambi internazionali e sistemi monetari

L’Europa e l’economia mondiale

Nel corso dell’Ottocento il commercio internazionale conobbe un incremento prodigioso.

A causa della preponderanza britannica e della stabilità della sterlina, si mantenne durevolmente sotto il segno del gold standard. Nel periodo compreso tra il 1815 e la prima guerra influirono:

  1. il progresso tecnologico: il settore inglese dipendeva per le materie prime dall’Asia e le Americhe. Flusso opposto ebbero prodotti tessili, ferro e acciaio, prodotti chimici e ingegneristici. Il fenomeno dell’imitazione industriale permise di sostituire beni importati con beni prodotti internamente.
  2. il forte aumento delle risorse naturali
  3. la rivoluzione dei trasporti: si pensi ai canali (Suez, Panama, Rotterdam), che ridussero i costi di trasporto.
  4. la crescita della popolazione mondiale: passaggio da 0,9 a 1,6 miliardi di abitanti. Le emigrazioni stabilirono legami culturali, oltre che economici (ad esempio, l’uniformarsi di salari e stipendi dei diversi continenti).
  5. l’accumulazione di capitali: l’unica nazione in grado di autofinanziarsi inizialmente fu l’Inghilterra, ma successivamente molti Paesi followers accelerarono tale performance.

L’affermazione del liberismo e lo sviluppo del commercio internazionale

Il tasso di crescita più elevato del commercio internazionale si ebbe nel periodo del libero scambio (1842-l873). Dopo vi fu un incremento, ma meno accentuato, a causa del protezionismo.

Ricordiamo (da Eco.Pol.II): 1. l’incidenza del commercio internazionale è tanto più rilevante sul PIL quanto lo Stato è piccolo e specializzato in alcuni settori, infatti Olanda e Danimarca erano Paesi molto aperti. 2. un processo di multilateralizzazione, ovvero il processo per il quale non fu più necessario aver una bilancia commerciale (vedi Eco. Pol.II) in pareggio con ogni singolo partner, permettendo maggiore flessibilità.

Il pensiero liberista si concretava nel superamento di barriere naturali e di barriere artificiali (dazi, e proibizioni).

Si è concluso che il protezionismo elevato abbia solo effetti negativi, anche se alcuni teorizzano che un minimo di restrizioni possano essere concepibili. Fatto sta che nessun Paese giunse all’industrializzazione privo di proibizioni.

La maggior parte degli Stati si rifaceva a principi mercantilistici che sostenevano che la bilancia commerciale dovesse presentare un attivo.

L’illuminismo e l’industrializzazione portarono, fin dalla seconda metà del Settecento, a nuove idee.

Adam Smith (The Wealth of Nations), Ricardo e Mill giunsero alla teorizzazione del free trade (libero mercato).

Smith sostenne che la ricchezza aumenta con l’aumentare dell’efficienza nell’allocazione delle risorse.

In questo senso, Ricardo mostrò la “legge dei costi ati” e la “divisione internazionale del lavoro”.

Il punto comune tra questi autori fu il concetto di “Mano Invisibile” espressa in primis da Smith, ovvero che la soppressione di limiti al commercio porta ad un’allocazione ottimale di fattori e produzioni.

I Governi, soprattutto quelli delle nazioni forti, tentarono di agevolare il raggiungimento di “equilibrio naturale” delle economie. List sostenne, infatti, che il liberismo agevolasse i Paesi già sviluppati, mentre per quelli in via di sviluppo il protezionismo fosse necessario per passare da un’economia agricola ad industriale.

Purtroppo le guerre ed il ribasso dei prezzi (che non potevano essere rialzati eccessivamente con le tassazioni) costrinsero i Governi a concentrare il carico fiscale sulle dogane. Tipiche furono le Corn Laws inglesi (dazi sull’import del grano).

L’industriale Cobden formò la lega contro le Corn Laws, sostenendo (vedi Eco. Pol I) che se il prezzo del pane sale, allora si abbassano i consumi anche degli altri beni (“industriali” compresi).

Ciò sfociò nel trattato Cobden-Chevalier (1860) fra G.B. e Francia che diede l’incipit ai rapporti liberisti tra tutte le nazioni.

Prevedeva, tra l’altro, una clausola che legava i due paesi anche per quanto riguarda i rapporti con nazioni terze: qualora un contratto fosse stato stipulato dalla Francia (o dall’Inghilterra) con un altro Stato (l’Olanda, per esempio), tali regole sarebbero state applicate anche tra Inghilterra (o Francia) e l’altro Stato (l’Olanda).

Il ritorno al proibizionismo

Dal 1870 il protezionismo riprese vigore. Analizziamone le ragioni:

  1. il raggiungimento di uno sviluppo considerevole spinse gli imprenditori a proteggersi dalla concorrenza straniera
  2. l’importazione del grano fu criticata dai grandi proprietari terrieri
  3. la sopraggiunta crisi economica
  4. l’affermarsi del nazionalismo e dell’imperialismo (e del “prestigio nazionale”)
  5. le imprese coloniali (ed i relativi scontri)
  6. l’effetto a catena (l’abbandono di alcune nazioni importanti portò ad una rincorsa al protezionismo, come in Germania sotto il Governo Bismarck. L’Italia fu tra i Paesi che seguirono questo trend)

Questa rincorsa al rialzo delle tariffe fu peculiare tra Francia e Italia (stabilizzata soltanto nel 1892 con le tariffe Méline).

L’unica nazione relativamente aperta restò la G.B. avvantaggiata dalla situazione congiunturale europea.

Il Colonialismo

Per la Francia il Settecento significò la perdita dei possedimenti oltreoceano a favore dell’Inghilterra, che ormai possedeva dalla Nigeria al Sud Africa, all’India, all’Australia al Canada. La Francia occupò Algeria, Tunisia, Marocco, Africa Equatoriale, Madagascar e Indocina, mentre l’interesse tedesco e belga era prevalentemente eurocentrico e declinava il dominio portoghese e snolo. Le colonie italiane in Eritrea, Somalia e Libia furono un insuccesso politico ed economico.

L’unico paese che aveva uno stretto legame con le colonie era l’Inghilterra che commise, tuttavia, l’errore di concentrarsi sui prodotti tipici della prima rivoluzione industriale, creando un fenomeno di immobilità produttiva.

L’economia internazionale

Nel 1914 la G.B. controllava ancora il 14% del commercio internazionale (lana, cacao, indaco, legno, grano, gomma etc.), ma era in forte decrescita. La percentuale di investimento del surplus all’estero vede il dominio inglese col 43%.

Stavano, però, prendendo piede gli Stati Uniti, sebbene il centro del Mondo fosse ancora l’Europa (l’80% delle esportazioni europee era comunque diretta all’interno del continente). Londra era il principale porto mondiale ed il principale mercato finanziario e borsistico (nacquero i brokers).

Le bilance dei amenti e il gold standard (vedi Eco. Pol. II).

La bilancia dei amenti è per definizione in pareggio. Lo squilibrio si colloca a livello di bilancia delle partite correnti (che è la somma di: 1. bilancia commerciale = X – Q. 2. partite divisibili, cioè dei redditi da investimenti nazionali all’estero ed il reddito da investimenti stranieri nel paese. 3. trasferimenti netti o rimesse. 4. bilancia degli interessi e dei dividendi). Se il saldo è positivo si dovrà ricorrere ad esportazioni di capitali, se è negativo a riserve o prestiti.

Sebbene la bilancia commerciale britannica fosse costantemente in deficit (gli emigrati trasferivano più di quanto facessero rientrare in patria), l’aumento continuo degli investimenti inglesi all’estero accrebbe il saldo delle partite correnti, delle entrate per dividendi e per interessi, fino a registrare una bilancia (totale) dei amenti positiva e permanente.

Questo fu uno dei principali elementi di forza della sterlina, in un sistema di gold standard, dove tutte le valute potevano essere convertite nel sistema aureo.

Precedentemente esistevano economie del monometallismo (oro, come in G.B.) e del bimetallismo (oro e argento: era un sistema più instabile, date le fluttuazioni di valore tra i due metalli; per contrastarle nacque in Francia l’Unione Monetaria Latina, che coinvolse parecchi Stati, ma fallì per la scoperta di nuovi giacimenti).

Nota: Il sistema aureo (sinonimo di gold standard) fu necessario poiché l’estensione delle pratiche bancarie aveva dissociato il valore nominale ed il valore reale della moneta: non si commerciava più con monete d’oro e d’argento ma con le banconote, che non avevano valore intrinseco.

Bisognava, quindi, che le banche si attrezzassero per disporre di riserve di metalli preziosi per garantire la convertibilità della carta-moneta ad una parità fissata. Poiché non vi era in ogni caso sufficiente oro per convertire tutte le monte, il sistema si reggeva sulla fiducia. In caso contrario, la corsa agli sportelli avrebbe provocato il collasso (vedi Eco. Pol.II).

I Paesi che non erano in grado di far fronte a tali regole di gioco erano costretti a lasciar fluttuare la valutazione della propria moneta al di fuori del sistema. Questo implica che, se il gold standard ha funzionato, era stato grazie ad un periodo (il XIX secolo) di estrema stabilità, soprattutto per quanto riguardava la sterlina (che ispirava una fiducia incondizionata).

Si pensi al cosiddetto potere liberatorio illimitato, ovvero la possibilità di convertire sterline in oro in qualsiasi momento.

Al contrario, certi Paesi, come la Germania dopo la guerra con l’Austria, furono costretti al corso forzoso, ovvero all’obbligatorietà di mantenere moneta cartacea.

Riassumendo: all’inizio l’oro eliminò l’argento, poi il gold standard eliminò l’oro, quindi la sterlina, associata al gold standard, divenne, di fatto, l’unità di conversione internazionale.

Il XX secolo, tra rottura e prosperità

Il punto di partenza

Gli anni dal 1900 al 1914 erano quelli della Belle Epoque e dell’Inghilterra eduardiana. L’economia mondiale risultava globalizzata.

Il tratto dell’economia del principio del XX secolo è la convergenza dei redditi pro capite. Gli strati sociali più poveri del 1900 emigravano verso le Americhe. I poveri di oggi non hanno le stesse opportunità: non possono emigrare verso i Paesi dell’Unione Europea perché non è permesso loro di entrare.

La chiara leadership dei britannici semplificava il mondo e facilitava gli scambi. Il modello andò in rovina quando altri Paesi lo misero in discussione: la Germania, la Russia e gli Stati Uniti.

L’origine delle più importanti multinazionali, infatti, si può far risalire al principio del XX secolo.

Crescita e trasformazione dell’economia

La crescita secolare

Nel complesso, l’economia del mondo aumentò più di dodici volte. Il risultato della minore crescita europea è evidente.

Al contrario di quello che successo nel XIX secolo, quando l’Europa conquistò una posizione economica egemonica nel mondo, nel XX secolo si è assistito ad un decremento abbastanza continuo, che non sembra interrompersi.

Il fenomeno si spiega con l’evoluzione demografica con una crescita della popolazione europea alla metà del ritmo di quella mondiale ma l’aumento relativo del benessere pro capite europeo ha compensato parte del calo.

Durante il XX secolo il benessere degli europei si è accresciuto più che nell’insieme del mondo.

L’evoluzione demografica

Durante il secolo i Paesi europei sono cresciuti di circa 300 milioni di abitanti, qualcosa di più del 60%. I sette Paesi più popolati avevano l’88% della popolazione totale. Era l’epoca delle grandi potenze.

Nei “transwar years”, dal 1913 al 1950, la crescita demografica europea fu molto più lenta. Interessante il dinamismo scandinavo dovuto alla combinazione di un’elevata crescita e di politiche di sostegno alla natalità. L’eccezione è dell’Olanda che guida gli incrementi di popolazione.

Dopo il 1950 e fino al 1998, il ritmo globale di crescita aumenta come frutto dell’ottimismo del dopoguerra. Le eccezioni sono l’Ungheria e la Bulgaria.

In realtà, l’alta crescita della seconda metà del ‘900 è concentrata nel terzo quarto del secolo. Nell’ultimo decennio il comportamento demografico dell’Europa orientale è di stagnazione completa mentre l’Europa occidentale mostra una maggiore capacità di crescita.

I tassi di mortalità, specialmente quella infantile, declinarono fortemente e l’effetto più rilevante è stato quello di una speranza di vita alla nascita in costante aumento.

L’Europa fu, durante tutto il XIX secolo, un continente di emigrazione. Nel periodo tra le due guerre (gli “interwar years”) i Paesi dell’Europa occidentale cominciarono ad attrarre immigranti.

Le periferie mondiali ed orientali continuarono l’emigrazione verso l’America. Nel complesso, le perdite di popolazione dominavano ampiamente il panorama europeo.

Dopo la 2° guerra mondiale la capacità di attrazione di immigranti da parte dell’Europa occidentale ebbe un decollo. Venivano dal Sud e dall’Est dell’Europa e dalle ex colonie. Solo negli anni ’60 l’Europa si trasforma in un continente di immigrazione netta.

Il potenziale economico

Nel “The Rise and Fall of Big Powers”, Paul Kennedy spiegò la competizione tra le grandi potenze facendo ricorso allo sviluppo del loro PIL. Le sei maggiori potenze cumulavano l’85% circa del PIL.

Il PIL è il risultato della moltiplicazione della popolazione per il reddito pro capite. Nell’Europa del 1914 aveva importanza anche il PIL coloniale.

Le analisi più recenti di Maddison consentono di assegnare valori di reddito pro capite alle popolazioni delle colonie.

Il potenziale britannico è molto superiore a quello dei soli territori metropolitani ed il Regno Unito ora guida in modo incontrastato l’insieme delle grandi potenze europee. Anche l’Olanda cresce molto, senza superare l’Italia.

La situazione alla fine del secolo XX cambia, i grandi imperi coloniali sono spariti. In questo modo il Regno Unito e l’Italia stanno praticamente allo stesso livello.

Il reddito pro capite

Nel complesso, la prosperità europea crebbe moderatamente. Nel mezzo, quasi un quarto di secolo (la cosiddetta “golden age”), con una crescita quasi quattro volte superiore.

Verso il 1913 il Paese più ricco d’Europa era il Regno Unito. L’Italia superava i Paesi della periferia mediterranea, quelli dell’Europa centro – orientale e quelli scandinavi, con l’eccezione della Sa. La Russia chiudeva la lista delle grandi potenze.

La situazione nel 1998 è più irregolare. La distanza tra il Regno Unito e il Portogallo nel 1998 era diminuita e prendendo il Paese occidentale più ricco, la Norvegia, la differenza risulta inferiore al rapporto di due a uno. Il nuovo divario è apparso in riferimento all’Est dell’Europa. Tra i Paesi occidentali le differenze sono contenute. Il caso più atipico fu quello dell’Irlanda ancorata alla Gran Bretagna, in una relazione poco produttiva.

Dopo il 1973 si possono distinguere due clubs. Nei Paesi occidentali, le forze propense alla convergenza riprendono ad agire, a vantaggio delle periferie. Questa volta l’Irlanda sarà la più beneficiata. Invece, i Paesi dell’Est affondano irrimediabilmente. Per loro c’è solo divergenza, e molta.

Società con alti livelli di consumi

Gli incrementi del reddito pro capite hanno permesso miglioramenti sostenuti dei livelli di consumo. In primo luogo, il consumo alimentare. Poi il vestiario che si è mantenuto abbastanza stabile percentualmente e dell’abitazione che è aumentato nettamente durante il secolo, in parte per il riscaldamento. I consumi che più sono cresciuti sono stati quelli legati alle spese di trasporto, per il tempo libero, la sanità e l’educazione.

La diffusione di massa dell’automobile è stato il grande processo di socializzazione tecnologica del secolo.

Nel periodo tra le due guerre, la Francia e la Gran Bretagna erano i Paesi più avanzati d’Europa. La maggiore prosperità della Gran Bretagna giustifica la sua leadership europea nell’impiego dei mezzi di trasporto su gomma, ruolo che si andrà perdendo durante la seconda metà del secolo. Verso il 1970 molti Paesi occidentali, guidati dalla Sa, avevano superato il Regno Unito. Nel 1998, l’Italia è il Paese a più alta diffusione dell’automobile. In ogni caso, in tutta l’Europa l’automobile si trasformò nel bene di consumo durevole più desiderato.

Per quanto riguarda l’Europa occidentale, la diffusione degli apparecchi televisivi ha caratteristiche simili a quella delle automobili. Ed anche più accentuate, per il fatto che la Gran Bretagna era il Paese in cui è stata inventata la televisione.

Nel 1950 il Regno Unito era l’unico Paese europeo dotato di televisione, egemonia ancora più chiara nel 1955.

La nuova invenzione non era arrivata nelle periferie europee (Sna…). I Paesi dell’Est s’impegnarono in una corsa frenetica, identica a quella dei Paesi dell’Ovest, per diffondere la televisione. Innovazione molto utile per i regimi dittatoriali.

Nel 1960, solo Sa e Danimarca riuscirono ad emulare il successo britannico del 1955. Nel 1965 la RDT disponeva di tanti apparecchi per abitanti, quanti ne aveva la RFT e la Cecoslovacchia superava i suoi ricchi vicini occidentali, per non parlare dei suoi soci del COMECON (eccetto la RDT). Il leader nella diffusione nei Paesi dell’Est è la Lettonia.

Paragonare la diffusione degli apparecchi televisivi ai PC ha molto senso difatti le nuove tecnologie dell’informazione hanno una componente di inerzia culturale molto elevata. I Paesi leader sono quelli scandinavi. Nei climi freddi del Nord e in quei Paesi con un sostrato educativo molto forte, le nuove tecnologie dell’informazione (NTI) si sono diffuse a gran velocità. Tuttavia, è la Svizzera che guida la graduatoria; sorprende l’elevata posizione dell’Irlanda, che si è convertita in sede delle grandi multinazionali dell’informatica.

I Paesi che ne soffrono coincidono con quelli che mostrano enormi problemi di crescita: l’area balcanica e gran parte dell’ex Unione Sovietica (eccetto i Paesi baltici).

Il ruolo propulsore del progresso tecnologico

Nel quarto di secolo anteriore all’esplosione della guerra, si era assistito all’ascesa di nuove tecnologie: l’elettricità, il motore a combustione interna e la chimica industriale. Nel campo delle comunicazioni la telegrafia non era arrivata nelle periferie europee (SXna a ancora più chiara nel 1955.

 stata inventata la televisione.

.  l'.si era arricchita con la telefonia.

Dopo la guerra il cambiamento tecnologico frenò. L’elettrificazione e la diffusione di massa dell’automobile furono i due fenomeni tecnologici più rilevanti del periodo tra le due guerre.

Il fatto più significativo dell’epoca fu la diffusione dell’uso dell’elettricità nell’industria, nei trasporti, nei servizi e nella vita domestica. La diffusione di massa dell’automobile era già in corso nell’Europa del 1914.

Tuttavia, le grandi innovazioni giunsero dagli Stati Uniti come la “Ford T” che rappresentò la concretizzazione del nuovo modello automobilistico ed inondò l’Europa del dopoguerra.

La chimica ottenne grandi successi nelle applicazioni rivolte alla realizzazione di nuove fibre artificiali e, poi, sintetiche. Penetrò anche nella chimica fine che si sarebbe trasformata nell’industria farmaceutica.

La radio rivoluzionò le comunicazioni di massa e la proanda politica, oltre a ridurre i costi di comunicazione e, soprattutto, quelli d’intrattenimento. Finita la seconda guerra mondiale si sviluppò l’aviazione e la missilistica. Si scoprirono le applicazioni dei raggi laser, la plastica, l’energia atomica.

Il gap o distanza tecnologica tra l’Europa e gli Stati Uniti era cresciuto molto.

L’applicazione sistematica della catena di montaggio (il “fordismo”) fu il nucleo tecnologico organizzativo che l’Europa importò dagli Stati Uniti. Questo sistema dominò la ricostruzione europea e tutta la golden age.

Nell’industria automobilistica, chimica e delle costruzioni meccaniche, le imprese europee, con tecnologia europea, cominciarono a penetrare sui mercati internazionali. La diffusione di massa dell’automobile fu il fenomeno dominante.

Andò così fino al 1973, quando la crisi del petrolio distrusse le basi energetiche del modello. Un’energia cara significava il ridimensionamento del sistema fordista.

Negli anni ’80 i personal computer cominciarono ad apparire come beni capaci di generare una domanda quasi inesauribile. Già nella decade degli anni ’90 l’interconnessione dei personal computer diede inizio alla rivoluzione di Internet. Dietro il dinamismo delle nuove tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni (le ICT) si nasconde la biotecnologia.

Le elevate dotazioni di capitale fisico sommate alle sempre più alte dotazioni di capitale umano, fanno, di quelle europee, economie ad alta intensità di capitale.

La fabbricazione degli strumenti, o dei prodotti che sfruttano le nuove tecnologie, ha incoraggiato la formazione di imprese di grandi dimensioni dedicate specificamente a questo scopo.

La parte più consistente del capitale fisico viene denominata “capitale non residenziale”. La proporzione del capitale propriamente produttivo rispetto al PIL indica il grado d’intensità “capitalista” dell’economia.

Agli inizi del XX secolo, la Gran Bretagna aveva visto aumentare le sue necessità di “capitale non residenziale” per unità di PIL, ma moderatamente. Il rapporto aumenterà dopo la 2° guerra mondiale. Gli altri Paesi europei costituivano, verso il 1950, economie a molto più alta intensità di capitale rispetto a quella britannica.

Attualmente il capitale fisico “non residenziale” rappresenta approssimativamente il doppio del PIL dei Paesi europei avanzati. La crescente complessità scientifica e tecnologica ha richiesto un forte investimento di capitale umano.

Un modo ampiamente accettato di avvicinarsi alla definizione di questo concetto sfuggente è il numero medio di anni di scolarizzazione in ogni Paese.

Il cambiamento strutturale: la decadenza dell’agricoltura

Il settore terziario sostituisce l’agricoltura e l’industria, e, alla fine del XX secolo, si sarà trasformato nel settore dominante quasi dappertutto. Il tratto dominante del secolo è la caduta della popolazione attiva occupata nell’agricoltura.

Verso il 1910 potevano distinguersi quattro Europe. In primo luogo la Gran Bretagna che contava solo un 9% di agricoltori; a grande distanza veniva un blocco di Paesi tra cui il Belgio e la Francia che avevano spostato la loro manodopera dall’agricoltura all’industria. Seguiva la gran parte dell’Europa centro–occidentale. Ad un gradino inferiore, tra il 49 ed il 58% vengono la Sa, la Grecia, l’Irlanda, l’Italia, la Sna, il Portogallo e l’Ungheria. L’ultimo blocco corrisponde ai Paesi che rimanevano quasi esclusivamente agrari come la Romania.

Nel 1950 la tendenza generale era, evidentemente, alla riduzione. Verso il 1980 la graduatoria non è molto diversa, ma le proporzioni sono verso il basso, con diminuzioni che di solito stanno nell’ordine di venti punti percentuali.

Nel complesso, il blocco dell’Est ha seguito lo schema di contrazione dell’agricoltura dell’insieme dell’Europa.

L’evoluzione fino al 1998 è perfettamente prevedibile nei Paesi europei occidentali: sempre meno agricoltori nell’insieme della popolazione attiva. C’è un’eccezione notevole, la Romania che è seguita dalla Bulgaria…

Vi sono indizi per sospettare che verso l’ex URSS si sia prodotto un vero “ritorno all’agricoltura”, per effetto delle grandi difficoltà di sopravvivenza.

La prima guerra mondiale comportò una grande scarsità di alimenti e fame per milioni di persone. Dalla fine della guerra la produzione si risollevò. La seconda guerra mondiale tornò a mandare a fondo la produzione agraria.

I prodotti non parteciparono ai “rounds” della liberalizzazione. Nessuno tentò seriamente di ridimensionare la produzione agraria e l’occupazione agraria della popolazione.

Attualmente, il settore agrario è come qualunque altro settore ma, nell’Unione Europea, è quella che riceve più sovvenzioni attraverso i fondi previsti dalla politica agricola comunitaria e maggiore protezione doganale di fronte al resto del mondo. Ha un potere di negoziazione inabilmente superiore a quello di qualunque altro settore.

Il cambiamento strutturale: industrializzazione e deindustrializzazione

Il XX secolo è stato dominato dalle politiche di industrializzazione. Il prodotto industriale è cresciuto moltissimo, ma ha sofferto le ondate delle due guerre mondiali, della depressione degli anni Trenta e, a partire dal 1975, della crisi industriale più profonda del secolo, che è culminata nel processo di “deindustrializzazione”.

Nel 1960 la tendenza era di una crescita netta della proporzione di popolazione attiva dedita all’industria.

Occorre mettere in evidenza il declino della Gran Bretagna, che è l’unico Paese europeo a procedere verso una deindustrializzazione.



Il risultato è che si  è completata la creazione di un’area intensamente industriale nel cuore dell’Europa, con percentuali di popolazione dedita all’industria che si avvicinano al 50%.

L’esperienza della Gran Bretagna, che aveva raggiunto il suo “tetto” industriale, nel 1911, con un 52%, risulterà irripetibile. Il Belgio raggiungerà il suo massimo verso il 1947. Tutti gli altri Paesi tra il 1960 e il 1980.

Nel 1980 i Paesi dell’Est sono molto meglio piazzati ed i Paesi dell’Europa centrale costituiscono il nucleo industriale dell’Europa. La Gran Bretagna e il Belgio si trovano ben lontani dalla testa. I Paesi scandinavi sono in basso alla graduatoria. La Grecia torna a mostrarsi in grande ritardo;gli altri Paesi balcanici si sono caricati di un vero e proprio furore per l’industrializzazione, tra il 1960 ed il 1980. Tra i Paesi dell’area capitalista, solo l’Irlanda condivide l’intensità di tale esperienza. I Paesi dell’area d’influenza sovietica, verso il 1988 – 1989, staranno ormai per conquistare i primi posti in termini di specializzazione industriale.

Sottoposte allo shock del transito accelerato da economie autarchiche e pianificate ad economie aperte e di mercato, le specializzazioni industriali si sgretoleranno. I crolli di più di 15 punti, in 9 anni, indicano una vera e propria rivoluzione.

La composizione interindustriale: dal tessile all’elettronica

La suddivisione più frequente dell’attività industriale manifatturiera è in 6 settori: alimentazione, bevande e tabacco; tessili e confezioni; produzione di metalli; lavorazione di prodotti metallici; chimica ed altri settori.

Fino al 1975 il settore in maggiore regresso relativo è stato il tessile, seguito dall’alimentazione e, in ultimo, dalla produzione di metalli. Al contrario, la lavorazione di prodotti metallici e la chimica sono state in piena espansione.

I Paesi industriali emergenti tendono a specializzarsi nei settori manifatturieri più maturi dove la nuova tecnologia ha scarso impatto.

I Paesi più avanzati tendono a collocarsi nei settori più progrediti dove la componente del capitale umano è cruciale.

I Paesi con dotazioni più equilibrate puntano su tecnologie intermedie e su settori ad elevata intensità di capitale fisico.

I Paesi ad industrializzazione forzata, dopo la 2° guerra mondiale, privilegiano i settori a tecnologia più avanzata, di modo che, verso il 1973, c’erano poche differenze all’interno dell’industria dell’Europa occidentale e di quella orientale.

Nei Paesi dell’Europa occidentale e meridionale il settore ad alta intensità di lavoro poco qualificato è in declino; viceversa, il settore che ha maggiori esigenze di capitale fisico e di lavoro qualificato continua a crescere nell’Ovest ma sta soffrendo contrazioni notevoli nell’Est.

L’auge della grande impresa industriale

Sebbene il protagonismo nordamericano fosse indiscutibile è evidente il fatto che il Regno Unito e la Germania avessero quasi lo stesso numero di colossi industriali e che gli altri Paesi dotati di grandi imprese fossero, oltre alla Francia, la Russia, il Belgio ed il Lussemburgo.

Tra le britanniche c’erano un paio di imprese tessili (inclusa la maggiore multinazionale tessile del mondo, la Coats), un paio di tabacco, una di birra (la Guinness), un’alimentare (la Lever), due di miniere non ferrose, tre di industria pesante, una di chimica ed una petrolifera.

Le grandi imprese tedesche erano concentrate in 4 settori: 7 nella siderurgia e nell’industria pesante, 3 nella chimica, 2 nel minerario del carbone e 2 in quello del materiale elettrico (Siemens).

Tra quelli francesi, le comnie minerarie dominavano. La nazionalizzazione del 1945 le annientò tutte. Nel caso di quelli russi furono tutti nazionalizzati con la rivoluzione del 1917.

Malgrado le nuove tecnologie è predominante il peso della prima industrializzazione come quelle tessili…

Solo le imprese tedesche produttrici di materiale elettrico, AEG e Siemens, venivano associate alle nuove tecnologie.

Verso il 1937 sorgono grandi imprese chimiche e petrolifere mentre scompaiono le tessili e siderurgiche e le minerarie.

Nel 1958 l’insieme dei colossi imprenditoriali legati all’automobilistico è già dominante.

La chimica ed il materiale elettrico completano la terna delle imprese dotate di nuove tecnologie. Verso il 1973 entrano in scena le imprese farmaceutiche. Venticinque anni dopo esse si sono moltiplicate e costituiscono la forza tecnologica ed industriale dell’Europa. Brillano per la loro assenza le imprese del settore informatico mentre vi sono grandi imprese per le telecomunicazioni.

Solo quelli che sono riusciti a sviluppare le nuove tecnologie si sono adattati alle nuove condizioni del mercato mondiale.

La diversificazione dei servizi

La legge di Clark, secondo la quale alla crescita dell’industria sarebbe seguita quella dei servizi, si è attuata con una precisione straordinaria. Il processo ha avuto varie fasi:

  • La prima fu costituita dallo sviluppo dei servizi moderni per il XIX secolo: l’auge dell’impresa moderna e l’apertura di nuovi tipi di lavoro per le donne, completò lo scenario di crescita del settore dei servizi tra il 1913 ed il 1950;
  • La seconda con la crescita dello Stato del Benessere (Welfare);
  • La terza fase ha origine nella decade del 1980 quando comincia la rivoluzione informatica ed esplode nel decennio seguente, quando l’informatica si combina con le telecomunicazioni.

I Paesi con reddito pro capite più elevato sono andati più avanti nel cammino della terziarizzazione.

I dati del 1998 fanno notare come sia molto interessante che la prima impresa di servizi europea non fosse altro che l’ottava, se la classificassimo insieme con quelle industriali.

Le attuali imprese di telecomunicazione hanno sostituito le antiche grandi imprese di trasporto. Sono i grandi Paesi europei ad avere grandi imprese di telecomunicazione. La presenza dell’Italia è eccezionale. Lle imprese tedesche occupano un posto molto avvantaggiato tra quelle di servizi, ma non le francesi. Alcuni piccoli Paesi, che eccellono nel campo dell’industria, come la Sa, non ottengono successi equivalenti nel campo dei servizi.

Modelli nazionali di crescita. I Paesi della prima industrializzazione

La prima precauzione è stata quella di classificare i tassi di crescita dei PIL pro capite in ordine decrescente.

Il risultato sono due “clubs” nel gergo degli economisti della crescita. Da un lato, i Paesi occidentali, che sono tanto più cresciuti quanto più erano poveri all’inizio del secolo e, dall’altro, gli orientali, che sono cresciuti poco nonostante fossero poveri.

Tra gli occidentali, il Regno Unito era il più ricco nel 1913 ed è quello che meno è cresciuto durante il secolo. I Paesi scandinavi sono cresciuti molto nel XX secolo e la periferia occidentale e meridionale. Al contrario tutti i Paesi dell’Europa centro – orientale.

I Paesi della prima industrializzazione

L’economia britannica ha gestito molto male il suo ritorno alla pace. I due dopoguerra rappresentarono periodi di stagnazione economica. La crisi del 1929 fu poco profonda, come anche quella del 1973. Quest’ultima si trovò a coincidere con la tardiva integrazione britannica nella CEE. L’evoluzione successiva al 1979 è migliore di quella del 1973. La Gran Bretagna reagì con capacità innovativa di fronte alla seconda crisi energetica di modo che il suo andamento, ato con quello degli altri Paesi occidentali, risulta migliore. E’ anche certo che nel 1945 il Regno Unito era il più ricco d’Europa mentre, nel 1979, si trovava in condizioni di decadenza fino al “sorpasso” italiano all’inizio della decade degli anni ’80.

Il Belgio patì le due guerre mondiali ma riuscì ad effettuare la ricostruzione a buon ritmo. Soffrì lievemente la grande depressione. Il suo legame con il gold standard fece sì che tutto il decennio dal 1929 al 1939 fu di stagnazione.

Esso non si servì del Piano Marshall e nel decennio del 1950, venne in evidenza l’invecchiamento industriale belga.

A differenza del Regno Unito, l’integrazione iniziale nella CEE fu molto favorevole al Belgio. La crisi petrolifera lo colpì duramente. Per compensare la caduta dell’occupazione, il Belgio, incrementò l’occupazione nel settore pubblico.

Il fallimento di questa strategia impose soluzioni trovate con la concessione di agevolazioni massime per l’ubicazione di tutti i tipi di multinazionali. Così, il Belgio, è riuscito a rilanciare la sua economia.

L’Olanda subì perdite importanti del PIL durante la seconda guerra mondiale, ma, a differenza della prima, non fu sottoposto a grandi distruzioni di capitale.

Essa recuperò il suo dinamismo grazie al dispiegamento sistematico delle tecnologie della seconda rivoluzione industriale, che liberarono l’economia olandese dalla dipendenza dal carbone.

Essa fu neutrale durante la prima guerra mondiale ed approfittò della sua posizione, soprattutto, dopo il conflitto.

Verso il 1929 nessun Paese occidentale era cresciuto tanto, in questo periodo crebbe di più degli Stati Uniti e di tutti i Paesi che erano stati neutrali.

Furono loro a controllare il mercato petrolifero tedesco; grazie a ciò gli olandesi svilupparono la Royal Dutch che, in seguito, si fuse con la britannica Shell Trading, formando la Royal Dutch/Shell, una delle multinazionali più importanti durante tutto il secolo. Nel campo degli elettrodomestici saranno loro a sfruttare tutto il mercato centroeuropeo, grazie alla leadership tecnologica e commerciale della Philips. La buona vicinanza e l’intenso commercio con la Gran Bretagna hanno permesso che uno dei colossi del settore alimentare fosse parzialmente olandese: la Unilever.

Quando nel decennio del 1970 l’Olanda godrà di una risorsa naturale come il gas naturale, gli olandesi avranno la tentazione di vivere della sua rendita. In questo consisteva il Dutch disease (il male olandese), del quale essi si liberarono alla fine del decennio degli anni ’80.

La Svizzera seppe arricchirsi senza disporre delle risorse naturali proprie della prima industrializzazione. Uscì frenata dalla guerra europea ed approfittò a fondo della rovina della Germania. Tuttavia, la crisi del 1929 generò una stagnazione prolungata durante tutta la guerra mondiale. Il suo grande momento venne con la fine della guerra. L’arrivo massiccio di questi tesori modificò improvvisamente il livello di vita della Svizzera. La golden age vi fu anche per l’economia svizzera, che trasse beneficio solamente nel 1949 e nel 1958. La crisi del petrolio la colpì più che nessun altro Paese europeo occidentale. Altri due fenomeni hanno reso stagnante l’economia dal 1990 al 1996: la deregolamentazione finanziaria e la caduta del muro di Berlino. La Svizzera è tornata a basarsi sulle sue imprese industriali.

Modelli nazionali di crescita. Il protagonismo secolare dei second comers

Durante tutto il secolo, i protagonisti dell’economia europea furono la Germania e la Francia; in minore misura, l’Italia; all’ultimo posto, la Russia.

La Germania soffrì di grandi cambiamenti territoriali, in conseguenza delle due guerre mondiali. Furono ancora più radicali quelle che seguirono alla seconda guerra mondiale. A partire dal 1949, con la creazione della Repubblica Federale Tedesca (RFT) e della Repubblica Democratica Tedesca (RDT), si consolida una divisione che durerà 40 anni; nel 1990 entrambe si riunificheranno. Il secondo dopoguerra finì per essere straordinariamente buono a differenza del primo. Alcuni autori hanno interpretato il boom economico come una opportunità di recupero.

Negli anni ’50 l’industria tedesca recuperò il suo tradizionale dinamismo e tornò a trasformarsi nella fornitrice di macchinari e di materiale di trasporto per i suoi vicini.

La caduta del muro di Berlino, nel 1989, aprì le porte alla riunificazione della RFT e della RDT avvenuta nel 1990. Questa modifica ha fatto in modo che la sua economia fosse, alla fine del XX secolo, la maggiore dell’Europa.

Per l’economia francese del XX secolo, le due guerre furono devastanti poiché la Francia le subì sul proprio territorio. Il periodo tra le due guerre fu dominato dalla stagnazione demografica e dell’arretramento economico. Il secondo dopoguerra fu molto diverso dal primo. La Francia inaugurò una lunga fase di crescita. Con la scommessa della CEE, la Francia riuscì ad accrescere i suoi mercati e ad eliminare i rischi di un conflitto con l’antico nemico: la Germania.

Con le crisi del petrolio, la Francia seguì una strategia di espansione della domanda. La coincidenza, nel 1981, dell’ingresso al governo di una maggioranza di sinistra provocò una svalutazione del franco rispetto al marco. L’impatto politicamente negativo fu tale che nessun governante francese ha osato, dopo il 1981, staccarsi dal marco. Verso l’anno 2000 l’economia francese è la seconda economia europea per le dimensioni del suo PIL, superata solo da quella tedesca.

Di tutti i grandi Paesi europei che si avversarono nella grande guerra, l’Italia è quella che ha goduto dei tassi di crescita più elevati durante il secolo.

L’iniziale neutralità, nella prima, e la lontananza dai fronti di guerra consentirono all’economia italiana di prosperare durante gli anni del conflitto bellico. Il dopoguerra, invece, fu molto duro. Il periodo italiano tra le due guerre è originale, perché quasi tutto (dal 1922) è dominato dal regime fascista. La ricostruzione, invece, fu un successo completo; l’Italia, come la Francia e la Germania, utilizzò i fondi del Piano Marshall. Riuscì anche ad inserirsi nei circuiti commerciali intereuropei, che diedero luogo alla CEE. Il miracolo cominciò a dissiparsi dopo il 1962 ma durò ancora per 11 anni.

L’Italia è stata la patria di alcune delle politiche più originali del secolo. E’ il caso del salvataggio di banche ed industria e delle politiche di sviluppo regionale. Negli ultimi due decenni l’Italia fu un esempio per gli ideatori di politiche industriali.

Il XX secolo è il secolo dell’Unione Sovietica. La sua origine, nel 1917, e la sua fine, nel 1991, segnano i momenti culminanti del secolo. La nascita dell’URSS è stata percepita come un risultato inevitabile del fallimento dello zarismo.

I bolscevichi ebbero la loro opportunità nell’ottobre del 1917, la presero al volo e non la mollarono per nessun motivo durante quasi tre quarti di secolo. Tuttavia ,nel 1991, l’URSS si dissolse.

Le grandi tappe dell’economia sono:

  • Il primo periodo è noto come comunismo di guerra, copre dal 1917 al 1921;
  • Segue l’epoca della NEP (Nuova Politica Economica), che arrivò fino a poco prima del 1927. La pianificazione centralizzata sarà la politica ufficiale durante il resto dell’esistenza dell’URSS. Vanno, però, distinte alcune fasi:
    • prima assistiamo alla creazione di una grande industria pesante
    • poi alla ricostruzione bellica
    • seguono i tentativi di riforma successivi alla morte di Stalin (1953);
  • Infine si entra nel periodo del breznevismo, caratterizzato da una continuità nella decadenza.

All’inizio della decade del 1980 si rinnovano gli sforzi di riforma, che si accelereranno con Gorbachov e la sua Perestroika (ricostruzione). La NEP fu già un vero e proprio recupero economico. La seconda guerra mondiale tornò a ridurre drasticamente il potenziale produttivo del Paese. La caduta del PIL sovietico, dal 1989, è nettamente peggiore di quello dei Paesi dell’Europa centro - orientale. Le ragioni di un tale fallimento sono complesse, è stato cruciale il modo in cui si è realizzata la transizione all’economia di mercato. Nell’URSS si cominciò liberalizzando il commercio estero.

L’ex URSS è entrata in un percorso distruttivo, che ha forti somiglianze con le fasi iniziali del processo di diffusione del sistema feudale in Europa. L’assenza di un periodo di adattamento al mercato ha fatto saltare tutte le possibilità di un adeguamento progressivo alla nuova struttura dei prezzi.

Modelli nazionali di crescita. I destini delle periferie

I Paesi europei che più sono cresciuti nel XX secolo hanno un tratto in comune: sono situati nella periferia dell’Europa occidentale. Tutti questi Paesi erano, agli inizi del XX secolo, relativamente poveri tranne la Sa.

Al principio del XX secolo, nel 1905, la Norvegia ottenne l’indipendenza dalla Sa. Nel 1920 la Finlandia ottenne l’indipendenza dall’URSS.

L’elemento dominante dell’esperienza economica scandinava del XX secolo è la velocità e la continuità della sua crescita. La parziale neutralità durante le due guerre mondiali ed il modesto impatto della crisi degli anni ‘30 fecero si che tale economia godesse di una crescita superiore a tutti gli altri Paesi europei nel periodo dei “transwar years”.

L’uscita scandinava dalla crisi ebbe una forte componente di “nuovo contratto sociale”, con politiche di benessere.

La ricostruzione successiva alla seconda guerra mondiale e la golden age fornirono a questi Paesi mercati in espansione ed un contesto internazionale molto favorevole. La crisi del petrolio li colpì tutti, anche se la Norvegia, grazie al petrolio del Mare del Nord, riuscì ad emergere tra tutti i Paesi europei. Furono anche colpiti dalla crisi europea dei primi anni ‘90, soffrì di più la Finlandia. La Finlandia era orientata al commercio di intermediazione con l’Unione Sovietica, la caduta comportò la perdita di questo lucroso commercio. Per questo motivo dovette orientare diversamente la sua economia e specializzarsi in nuove attività come l’elettronica e le telecomunicazioni.

Nell’estremo occidentale dell’Europa, l’Irlanda, dopo l’indipendenza del 1920, crebbe alla velocità della Gran Bretagna.

Fu neutrale nella seconda guerra mondiale, ma riuscì a ricevere gli aiuti del Piano Marshall. Un certo autarchismo, di matrice agraria, dominò la politica economica fino alla fine del decennio del 1950. Essa non partecipò alla CEE, né all’EFTA. L’integrazione nella Comunità Europea, nel 1973, fu poco propizia. Non le rimase che sperare in nuove tendenze espansive soprattutto a partire dal 1993. Alla fine del decennio del 1980 l’Irlanda decise di aprirsi completamente agli investimenti esteri. Da Paese con livelli di disoccupazione molto alti, è passato ad essere un Paese importatore di manodopera.

Nel primo terzo del XX secolo il Portogallo ebbe una vita politica convulsa. La soluzione più stabile, una dittatura repubblicana, imposta da Salazar nel 1927, sarebbe durata fino al 1974. Il Portogallo fronteggiò bene la crisi degli anni ‘30 ed ebbe il suo momento migliore durante la seconda guerra mondiale (fu neutrale) e nell’immediato dopoguerra.

Crebbe con progetti autarchici, nonostante facesse parte dell’EFTA, nelle decadi del 1950 e del 1960. Il Paese subì il salasso economico ed umano delle guerre coloniali, dal 1961 al 1974. Con la “rivoluzione dei garofani”, che pose fine alla dittatura di Salazar nell’aprile del 1974, il Portogallo inaugurò una nuova fase. Il suo eccellente tasso di crescita, durante il secolo, conferma il successo dei suoi sforzi di convergenza.

La Sna fu neutrale durante la guerra europea. “Naturalizzò” tutti gli investimenti stranieri e riuscì a dotarsi, fino al 1936, della quarta maggiore riserva d’oro del mondo, che dilapidò nel corso della guerra civile. Benché la Sna avesse goduto di forte espansione negli anni ‘20 ed una blanda depressione nella prima metà degli anni ‘30, la sua vita politica e sociale fu molto agitata, fino alla guerra civile lunga (dal 1936 al 1939) e sanguinosa. La seconda guerra mondiale non fu messa a frutto dalla Sna. L’alleanza con le potenze dell’Asse la privò completamente di capacità di manovra. Solo con la sopravvivenza del regime la crescita economica si mise in moto. Nel decennio del 1950 la crescita si realizzò in un sistema essenzialmente autarchico, che si rese maggiormente flessibile nel 1959. Il turismo, le rimesse degli emigranti e gli investimenti esteri aiutarono la ristrutturazione dell’economia snola che dal 1960 al 1973, crebbe molto in fretta.

La crisi petrolifera segnò anche per la Sna la fine della golden age. I nuovi impulsi di crescita sono derivati dall’integrazione nella CEE e nell’economia internazionale.

La Grecia ha uno dei migliori risultati globali in termini di crescita. Agli inizi della decade del 1920 dovette accogliere i 2 milioni di greci che fuggirono dalla Turchia. Occupata durante la seconda guerra mondiale dalle truppe dell’Asse, la Grecia subì notevoli distruzioni che durarono fino al 1949 a causa della guerra civile. La Grecia, che si integrò nella Comunità Europea nel 1980, non è riuscita a trasformare gli aiuti comunitari in una leva di modernizzazione economica.

A fronte dei successi più o meno precoci delle periferie occidentali, vi sono i fallimenti della periferia centro - orientale.

Corrispondeva a tutti gli Stati che si estendevano tra l’URSS, la Germania e l’Italia. Dedicarono gli anni ‘20 a dotarsi di una minima struttura statale ed a costruirsi un’identità nazionale, vi riuscirono parzialmente. L’economia rimase nel dimenticatoio e, quando la crisi degli anni ‘30 si impose, si trovarono esposti al rischio di dittatori molto spesso fascisti.

Dopo la seconda guerra mondiale, rimasero quasi completamente sotto il controllo sovietico, con scarsissime eccezioni: la Finlandia e l’Austria.

L’Austria è stata l’economia dell’Europa occidentale che ha passato peggio tutto il periodo dei “transwar years”.

La dissoluzione dell’impero diede origine ad un Paese con un capitale smisuratamente grande per il suo livello di attività. Dopo un modesto recupero negli anni ‘20, il crack borsistico di New York scosse le deboli fondamenta della nuova economia austriaca. La prolungata crisi si superò solo durante l’Anschluss ossia l’assorbimento dell’Austria nello spazio economico nazista. I “buoni anni” finirono con l’occupazione alleata nel 1945. Il miracolo austriaco fu che l’occupazione alleata finì senza divisioni territoriali, ma la contropartita fu una costruzione lenta, completatasi solo nel 1953. A partire da quel momento l’economia austriaca comincia la sua golden age. La neutralità da tutti i blocchi sarò una prerogativa di grande utilità, dopo la crisi petrolifera e, soprattutto, con la caduta del blocco sovietico. Nel complesso, l’Austria recupererà tutti i suoi arretramenti bellici e tornerà ad essere tra i Paesi prosperi dell’Europa.

Tutti gli altri Paesi dell’area centro - orientale si integrarono, volens nolens, nell’area sovietica, tra il 1945 ed il 1948. Restarono in quel blocco fino al 1989 quando sperimentarono una rivoluzione che li restituì alla vita democratica.

Con il collasso della fine del 1989, l’Europa orientale (come l’URSS) cade in picchiata. Verso il 1993 si è ormai toccato il fondo e l’insieme dei Paesi torna a crescere.

Il linea generale, i 3 Paesi più avanzati (Polonia, Ungheria e l’antica Cecoslovacchia) soffrirono una crisi economica aspra e tornarono a crescere immediatamente dopo. Al contrario, l’area balcanica soffrì una prima crisi più forte (Albania, ex Jugoslavia), dalla quale si rimise debolmente ed è tornata a subire nuove cadute, prima di rialzare la testa.

Le grandi tappe

Le fluttuazioni dell’economia del XX secolo

Per riassumere l’attività economica il miglior modo è l’analisi del PIL, ma le guerre, i cambiamenti di confini e le interruzioni delle rilevazioni statistiche la ostacolano pesantemente. Maddison risolse la questione analizzando il PIL totale.

Esso, inoltre, nei dati dell’epoca, non comprendeva i servizi, in quanto considerati non produttivi e non calcolati.

1. L’esplosione della prima guerra mondiale provocò una riduzione del PIL 2. Gli anni di guerra osservano alti e bassi,

3. La fine determinò una caduta fortissima, dovuta alla disorganizzazione immediatamente successiva.

Si partirà dal minimo del 1921 al massimo del ’29. Il recupero si ebbe dal 1933 in poi, sebbene gli anni trenta puntarono più a preparare nuovi conflitti bellici. Nel 1945 la caduta del PIL totale del 15% fu la più forte del secolo.

Il 1949 (o il ’50, per semplificazione) è la data che segna la fine dei “transwar year”.

Dal 1946 fino al 1975 si ha la “golden age (o, alla francese, “les trente années glorieuses”), che separano l’inizio del piano Marshall dall’ultimo periodo di prosperità. Il periodo più luminoso dei “golden age” fu sotto la presidenza Kennedy.

Gli Stati Uniti sospesero  la convertibilità del dollaro nel 1971. Dal 1975 alla fine degli anni ’80 si ebbe stagnazione.

Nel 1989, la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione del blocco sovietico non generarono, stranamente, alcuna crescita.

Il 1993 fu “l’annus horribilis” paragonabile soltanto al 1975.

Dal ’93 al 2000 (Governo Clinton, vedi Eco Pol.II) la crescita fu costante.

La Prima Guerra Mondiale e Pace interna

Nel 1914, con l’esplosione della Grande Guerra, il mondo economico crollò. Essa non soltanto fu terribile durante il suo decorso, ma lasciò anche un’eredità pesante, che generò (molti sostengono) la seconda Guerra e la nascita del modello sovietico come contrapposizione al capitalismo. Una volta cessato il conflitto fu impossibile tornare indietro.

Il gold standard fu smantellato, il liberalismo morì, i Governi organizzarono un’economia di guerra.

Tutti i Paesi neutrali goderono di un vero boom, come la Danimarca e l’Olanda. L’Italia (anche la G.B.) cadde nella depressione postbellica, che generò il fascismo. Germania, Ungheria, Austria, Turchia e Bulgaria compirono uno sforzo di recupero immenso. Il maggiore costo della guerra fu, tuttavia, in vite umane (9 milioni di militari e 5 di civili).

I Governi non esitarono a ricorrere al finanziamento più facile: l’emissione di moneta, che, come sappiamo da Eco Pol. II, genera intensa inflazione. Questo fattore, unito al deficit pubblico pesò terribilmente sullo sviluppo.

Gli effetti peggiori furono definiti da Keynes come “le conseguenze della pace”:

  1. la ricomposizione della mappa politica, che generò non pochi problemi sociali
  2. le pretese degli alleati sulle potenze vinte di amenti astronomici (generarono deficit delle bilance commerciali)

I felici anni venti e le crisi degli anni trenta

Il 1922 fu il primo anno di prosperità, che permise di dare per conclusa la ricostruzione postbellica.

Con il Trattato di Versailles, la Germania fu castigata molto duramente. Vista la sua impossibilità di are i danni di guerra, la Francia ed il Belgio si appropriarono dei bacini minerari dell’ovest tedesco.

Per contrastare questo appropriamento il Governo finanziò gli scioperanti emettendo moneta; la spirale inflazionistica fu così vasta che si tornò al baratto. Questo caos fu superato soltanto con il credito nordamericano del piano Dawes.

Dal 1925 le grandi invenzioni americane (ad esempio: l’automobile, grazie a Ford, e gli elettrodomestici), sviluppate mentre altrove si combatteva, arrivarono in Europa. Il piano Dawes voleva incoraggiare i Governi a tornare al sistema aureo, simbolo di stabilità e prosperità. La G.B. accettò nel 1925, l’Italia nel ’27, la Francia nel ’28.

Questo ritorno, tuttavia, si realizzò mediante sopravvalutazioni eccessive delle monete e ciò portò alla recessione.

Altri due importanti squilibri erano:

  1. il bisogno di ristrutturazione o “deflazione strutturale”: le guerre distrussero campi fertili e stimolarono la nascita di industrie belliche di difficile riconversione; inoltre le esportazioni in Paesi che ormai erano tornati alla normalità generarono eccesso di offerta, quindi un ribasso dei prezzi.
  2. l’isolamento americano: a parte la totale indifferenza alla ricostituzione della pace e la non partecipazione ai trattati, ad incidere pesantemente fu soprattutto l’improvvisa chiusura all’immigrazione (basata sull’imposizione di una quota, sistema tutt’oggi in funzione); la concorrenza dei poveri immigranti era un problema per le classi salariate statunitensi. Visto l’impoverimento europeo c’erano più motivi di prima per emigrare in America. Oltre a questo, gli Stati Uniti attuarono, per la prima volta, misure protezionistiche.

Queste chiusure portarono benessere in America fino a far nascere “l’American way of life”.

In un ambiente pieno di sicurezza, nel quale tutti i commerci funzionavano, si estese notevolmente l’investimento in borsa.

Ma i dati dei profitti, dopo l’estate del ’29, indicavano un raffreddamento del mercato, sino a giungere, in Ottobre, al venerdì nero.

Il meccanismo iniziale della crisi fu, essenzialmente, creditizio: troppi avevano comprato azioni a credito, e le banche si affrettarono a reclamare tali crediti, mettendo in moto la contrazione.

Particolare fu la reazione totalmente assenteista della Federal Reserve (FED): essa pensava che la crisi fosse dovuta ad una sopravvalutazione di imprese marginali e a degli azzardi eccessivi da parte delle banche.

La critica più autorevole fu quella di Friedman che sostenne che la FED dovesse combattere tanto l’inflazione quanto la deflazione, emettendo moneta.

Mentre la crisi borsistica si trasformava in crisi bancaria e finanziaria, sorse un altro problema: per ripicca, gli altri Paesi aumentarono i dazi sui prodotti americani, scatenando una guerra commerciale.

Per sfuggire a questo clima di tensione, la soluzione era svalutare, ma per farlo bisognava uscire dal gold standard.

Con grande sorpresa, il primo Stato a farlo fu quello più conservatore: l’Inghilterra che, dimenticando i suoi dogmi economici ormai superati, fronteggiò bene la crisi.

Anche altri Paesi la subirono con leggerezza (la Danimarca non ebbe alcun calo del PIL) o con brevità (Italia e Sna, la seconda soffrì piuttosto la guerra civile). I Paesi Balcanici, invece, erano talmente arretrati che quasi non se ne accorsero.

Anche l’URSS era una storia a parte, impegnata nell’industrializzazione pubblica, denominata “forzata”.

L’uscita dalla crisi, però, aveva sempre due elementi comuni: il protezionismo e l’intervento pubblico (Roosvelt per gli USA, l’autarchia di Hitler in Germania e quella i Mussolini in Italia).

La seconda Guerra Mondiale: cosa succedeva nei vari Paesi?

La seconda guerra mondiale fu molto più devastante della prima. Morirono 16 milioni di militari e 26 milioni di civili.

Il PIL tedesco aumentò, negli anni della guerra, grazie allo sfruttamento dei Paesi occupati. In alcuni Paesi, per contro, esso crollò di 2/3. L’URSS, nonostante si fosse preparata al conflitto, perse grandi territori ed un quarto di PIL.

La Gran Bretagna fece leva sulle sue risorse imperiali e su quelle in prestito dagli Stati Uniti, senza le quali avrebbe avuto seri problemi. Nacque in questo periodo il “miracolo americano”: con la contesa lontana dai suoi confini, gli USA raddoppiarono il loro PIL, lavorando come mai prima di allora.

I Paesi neutrali furono Portogallo, Sa e Svizzera. Finlandia e Sna furono non belligeranti per altri motivi: la Sa aveva perso territori a favore dell’URSS, mentre la Sna era appena uscita dalla guerra civile.

La Svizzera fece la sua fortuna, prima riciclando il denaro tra i due blocchi, poi, nel ‘45, quando la sua neutralità attirò molti nazisti ed i loro grandi capitali.

Preparando la ricostruzione

Sebbene le distruzioni della seconda guerra superarono quelle della prima, il secondo dopoguerra sperimentò una crescita mai vista, questo per i seguenti motivi (che corrispondono all’esatto opposto di quanto accaduto dopo la prima):

  1. Volontà di cooperazione, soprattutto tra G.B. e USA
  2. La non indifferenza degli Stati Uniti verso i Paesi in ricostruzione
  3. L’aver imparato una lezione importante: non massacrare di debiti le nazioni sconfitte
  4. L’istituzione di una nuova architettura internazionale.

Riguardo a quest’ultimo punto, a Bretton Woods, negli USA, si svolse una conferenza che fissò un orizzonte, verso il quale incamminarsi, ancora oggi in vigore, con la fondazione di:

  1. OCI: Organizzazione del Commercio Internazionale, non arrivò nemmeno a nascere, e fu sostituito con il GATT
  2. BIRS: la Banca Mondiale, che doveva contribuire agli investimenti di lungo termine
  3. FMI o Fondo Monetario Internazionale: (il più importante) si occupò della difesa di un sistema a cambi fissi, talvolta finanziando Paesi deboli perché non soffrissero i deficit con l’estero. Senza FMI, il mondo avrebbe conosciuto una crescita decisamente inferiore, anche il Piano Marshall se fu molto più sbalorditivo.

Ricostruzione postbellica, divisione in blocchi e integrazioni regionali

Nei primi due anni del dopoguerra, le Nazioni Unite per l’Aiuto e la Ripresa (UNRRA), aveva l’obiettivo della sopravvivenza dei Paesi in crisi per colpa del conflitto.

Anziché applicare subito, prematuramente, quanto detto a Bretton Woods, gli Stati Uniti, vista la corsa dei Paesi europei all’importazione di beni americani, proposero il piano Marshall (chiamato così dal Generale G. Marshall, l’allora Segretario di Stato), detto anche ERP: European Recovery Program. Gli aiuti raggiunsero la cifra di 13 miliardi di dollari dell’epoca.

L’obiettivo era il finanziamento, appunto, delle importazioni di cui l’Europa aveva bisogno.

Gli USA eliminarono il plafond (tetto massimo) per la Germania, facilitando l’industria europea, notoriamente tedesco-dipendente. Gli effetti negativi furono la divisione della Germania (nel 1961 fu costruito il muro di Berlino) e la divisione, anche economica, dell’intera Europa in due blocchi, con la nascita della cosiddetta “guerra fredda.

Nel 1949 la svalutazione della sterlina fu un avvenimento straordinario.

A seguito di questa tempesta nacquero prima l’UEP (Unione Europea dei Pagamenti), poi la CEE (Comunità Economica Europea), col Trattato di Roma del ’57.

Nel ’51, col Trattato di Parigi, era nata anche la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), grazie all’iniziativa del ministro francese Schuman, che ebbe l’idea di rinunciare alla sovranità sulla Germania, dandole la possibilità di crescere e, con lei, l’Europa.

Alcune nazioni, prevalentemente i piccoli Stati che commerciavano con l’Inghilterra, restarono al di fuori della CEE ed entrarono nell’EFTA (European Free Trade Association).

Altri, quelli sotto l’influenza sovietica, furono costretti a rifiutare l’offerta del Piano Marshall.

Gli americani, sconfitti i comunisti alle urne (in Italia e in Francia), crearono la NATO (Organizzazione del Trattato Nord Atlantico).

Per contro, i Paesi comunisti crearono il COMECON, che raggruppava le nazioni socialiste.

Quest’organizzazione aveva grandi limiti, derivanti dalle imposizioni russe:

  1. gli scambi erano vantaggiosi soltanto per la Russia
  2. le negoziazioni erano assoggettate all’autorizzazione sovietica
  3. praticamente si commerciava soltanto tra Russia e altri Paesi, e non tra tutti i Paesi
  4. la mancanza di competitività data anche dall’ignoranza del prezzo di mercato, fissato arbitrariamente

L’emergenza del terzo mondo. La “Golden Age”

Il primo mondo è quello sotto l’influenza nordamericana, il secondo, comunista, sotto quella sovietica. Il terzo mondo comprende tutto il resto; soprattutto era più povero. Gran parte del terzo mondo erano ex colonie occidentali (particolarmente inglesi e francesi, la cui decolonizzazione si ebbe tra il ’45 ed il ‘65) o giapponesi.

Proprio la loro decolonizzazione fu il fattore unificante principale, per entrare nel club dei Paesi cosiddetti “non allineati”.

L’indipendenza offrì loro opportunità che furono incapaci di sfruttare. Il GATT ne limitava lo sviluppo commerciale.

Nonostante ciò, durante la Golden Age, i loro risultati furono positivi, così come quelli globali in generale.

Questo grazie a svariati fattori quali le tecnologie, lavoratori qualificati, politiche nazionali concepite per il consenso politico e la coesione sociale, l’apertura dei mercati dentro e fuori la CEE, la politica economica trainante della Repubblica Federale Tedesca, l’allineamento su scala europea dei redditi ma, soprattutto, il sistema a tassi di cambio fissi.

I continui solleciti britannici per entrare nella CEE furono immediatamente accettati, una volta che il generale De Gaulle abbandonò il potere; con lei entrarono anche Irlanda e Danimarca. L’EFTA, in concreto, venne meno.

Crisi petrolifere, stagflazione e sfide extraeuropee

Nixon, come già detto, decise la sospensione della convertibilità in oro del dollaro nel 1971. Gli USA sentivano la necessità di svalutare, visti gli impellenti fabbisogni militari per il Vietnam. Ciò inaugurava un periodo di instabilità monetaria.

Si rafforzarono, invece in Europa, i meccanismi di cooperazione tra le monete con l’adozione di quello che fu conosciuto come “serpente monetario”: si fissarono dei limiti al di sopra ed al di sotto dei quali le fluttuazioni non potevano andare.

Lo shock arrivò dal rialzo del petrolio (‘73), da parte dell’OPEC (Organizzazione Paesi Esportatori Petrolio), come protesta per l’atteggiamento pro-israeliano dei Paesi Occidentali nella Guerra dello Yom Kippur. L’età dell’energia poco costosa finì.

Vista la rigidità della domanda di petrolio, ormai più importante del carbone, si fu costretti a subire un prezzo quadruplicato.

A parte USA ed URSS, che disponevano di riserve proprie, tutti subirono la crisi petrolifera.

Le risposte alla crisi furono diverse: i tassi di cambio tornarono a fluttuare liberamente per dare possibilità di manovra ai Governi. Possiamo distinguere 3 tipi di politiche di governo, per contrastare la situazione:

  1. In alcuni Paesi, come la Sa e la Sna, si passò ad una riduzione delle imposte.
  2. Italia, G.B. e Francia cercarono di applicare un certo risparmio energetico, ma i sindacati, visti gli aumenti dei prezzi, ottennero anche l’aumento dei salari ed il Governo fu costretto ad emettere denaro, generando inflazione.
  3. Il Giappone si rassegnò all’impoverimento, puntando allo sviluppo di settori poco intensivi dal punto di vista energetico, come  l’elettronica. Anche la Bundesbank costrinse le famiglie a ridimensionare i propri redditi, cercando di contenere l’inflazione. Questa fu la “manovra migliore” e il marco ne uscì molto rafforzato, come l’intera economia tedesca.

La combinazione di stagnazione economica e inflazione è denominata “stagflazione” (vedi Eco. Pol.II), situazione imprevista nelle teorie keynesiane e per questo difficile da affrontare.

Quando qualcosa cominciava a fare effetto, si ebbe la seconda mazzata: lo shock petrolifero del ’79.

La rivoluzione islamica in Persia creò un clima di tensione che si ampliò con la guerra tra Iran ed Iraq, l’anno dopo.

Stavolta i prezzi salirono di 2,5 volte, ma i Governi erano più preparati ed adottarono soluzioni uniformi. Si riattivò lo SME (Sistema Monetario Europeo) con oscillazioni ristrette, facendo trionfare il principio della lotta comune all’inflazione.

Le monarchie arabe, diventate ricchissime, reinvestirono, con sorpresa, i loro capitali in borsa e nei “Paesi ricchi”. In alcuni casi, investirono persino nelle industrie pesanti.

Nel ’71, anno della fine della convertibilità del dollaro, con l’arrivo di Reagan alla presidenza e Volcker alla FED, i tassi di interesse salirono, parallelamente al debito pubblico americano.

Ci si aspettò l’emissione di moneta, invece gli USA, forti della loro posizione economica positiva, lasciarono che il debito pubblico salisse, ma aumentando enormemente il valore del dollaro dall’80 all’85.

La Polonia (col sindacato Solidarnosc che lottava per il potere), come tutti i Paesi dell’Est ed anche il Messico, si era fortemente indebitata ed il rincaro del dollaro non permetteva la restituzione dei crediti.

Il panico ebbe l’effetto identico (crisi creditizia) a quello del ’29: i banchieri richiedevano i propri prestiti indietro.

Tra il 1985 e l’86 tutte le tendenze si invertirono. Il dollaro scese come i tassi nordamericani. L’Arabia Saudita ruppe il sectiunello dell’OPEC e il prezzo del greggio tornò al suo valore reale (non monetario). In questo clima ottimistico anche Portogallo e Sna entrarono nella CEE, che emanò l’Atto Unico, che rappresentava l’unificazione economica europea.

Caduta del blocco sovietico, rilancio dell’integrazione europea e globalizzazione

“L’annus mirabilis” (1989) del capitalismo passò alla storia per la caduta del Muro e delle dittature dell’Est.

Nella prima crisi petrolifera, visti i prezzi fissi stabiliti dalla COMECON, i Paesi dell’Est ebbero persino l’opportunità di speculare sui rialzi nel resto del Mondo. Era stata la seconda crisi petrolifera a colpirli maggiormente.

Tutto andò sempre peggio dall’81 in poi, quando le economie occidentali recuperavano il loro ritmo di crescita.

Le spese militari per la guerra russa in Afghanistan erano ingenti.

Gorbachov introdusse riforma nel clima della libertà, nell’informazione (Glasnost), nella vita politica, ma poco nell’economia. Nel 1991 il golpe (o colpo di Stato) per ritornare all’ortodossia comunista fallì, ma il leader sovietico fu soppiantato da Yeltsin, che accelerò i cambiamenti verso il capitalismo.

Il rovesciamento fu traumatico fino al 1994, quando le economie si aprirono, cominciò la fondamentale corsa alla privatizzazione e i tassi tornarono a livelli positivi quasi istantaneamente, come un “big bang”.

Di grande successo fu la conversione polacca, che riuscì a minimizzare le perdite, mentre la Cecoslovacchia, a causa della separazione tra Cechia e Slovacchia, non riuscì a tanto e nemmeno l’Ungheria.

La Romania e la Bulgaria, dopo aver conseguito tassi di crescita positivi, ebbero una ricaduta, a causa delle difficoltà di adattamento al mercato e dell’arretratezza.

La Yugoslavia, la cui frammentazione non fu pacifica come quella cecoslovacca, nonostante la pre-esistenza di imprese private e la conoscenza di pratiche mercantili occidentali, fu dilaniata dalla guerra.

Caso singolare fu quello della RDT (Repubblica democratica tedesca), assorbita dalla RFT.

L’assorbimento richiedeva ingenti investimenti. La politica di Khol (simile a quella di Reagan), fu quella di approfittare della potenza economica tedesca per alzare i tassi di interesse ed accogliere capitali dal resto d’Europa.

Il peso dell’unificazione fu così effettivamente assorbito dall’Europa intera. Il marco raggiunse livelli incredibili.

La risposta collettiva a questo problema fu l’Unione Economica e Monetaria.

I criteri di Maastricht agevolarono la riduzione dell’inflazione e l’impegno politico per il contenimento del debito.

Le parità fisse vennero approvate nel 1998 e nel 1999 l’Euro era già quotato sui mercati monetari.

Subito, per esigenze di sviluppo si svalutò, poi fino a un paio di mesi fa era scambiato ad 1,16, ai posteri l’ardua sentenza.

La globalizzazione

Ne esistono svariate definizioni. Può essere definito come una crescente interdipendenza economica tra i Paesi del Mondo oppure come un’integrazione mondiale dei mercati.

Tra i mercati stessi, si sono integrati molto di più quelli finanziari (borse valori) che non i mercati delle merci e del lavoro.

I fattori determinanti sono stati politici economici e tecnologici.

Telecomunicazioni, informatica e trasmissione dei dati a distanza sono state le basi per lo sviluppo dell’interconnessione delle borse mondiali. Questo è un effetto della deregulation (liberalizzazione ed alleggerimento dei vincoli, caduta dei monopoli nazionali, privatizzazione delle imprese Statali).

Internet ha avuto un impatto inferiore nella UE (Unione Europea) che negli USA, ma non la telefonia mobile.

Il 2001 è stato l’anno del crollo borsistico di queste società “tecnologiche”, che tanto ricordano i cicli delle ferrovie ed elettrici. In linea di massima, si è assistito ultimamente ad un fallimento europeo rispetto all’area del dollaro.

Le politiche economiche e sociali

Il tratto caratteristico dell’economia europea del XX secolo è stato il ruolo crescente dello Stato. Il XX secolo europeo è stato sperimentazione politica.

Le politiche dei diritti di proprietà

Il processo storico può andare in due direzioni, la statalizzazione o la privatizzazione. Il XX secolo si inaugura con la rivoluzione bolscevica dell’ottobre del 1917, che provocò l’abolizione della proprietà privata e la sua sostituzione con la proprietà socializzata. L’espropriazione su grande scala e senza indennizzo, realizzata dall’Unione Sovietica, fu uno dei fatti economici più importanti del XX secolo e di tutta l’età contemporanea. I settori conservatori rimasero atterriti e si mobilitarono immediatamente contro l’URSS e contro qualunque barlume di politica comunista.

L’universo politico delle sinistre restò frammentato. La sinistra moderata, socialdemocratica, che aveva appoggiato la rivoluzione del febbraio del 1917, guidata da Kerenskij, si allontanò completamente da Lenin e dal bolscevismo. L’ingresso dei socialdemocratici al governo, nella Germania del dopoguerra, ad immagine e somiglianza del partito comunista dell’Unione Sovietica raffreddarono ancora di più l’entusiasmo del settore riformista e moderato nei confronti della rivoluzione russa. La grande espropriazione bolscevica colpì non solo la proprietà privata dei cittadini russi ma anche quella degli stranieri, che avevano investito in modo massiccio in Russia, provocando un conflitto diplomatico, che avrebbe bloccato le relazioni tra l’URSS ed i Paesi occidentali per molte decadi.

In Sna, il generale Primo de Rivera espropriò (con indennizzo), nel 1924, tutte le imprese telefoniche e quelle destinate alla raffinazione ed alla distribuzione del petrolio, con l’obiettivo di creare monopolio.

In Italia, Mussolini nazionalizzò la grande banca di investimento e tutti i suoi investimenti, a causa della crisi dell’inizio degli anni ‘30. Il “salvataggio” si realizzò nel 1931 ma ebbe il significato dell’appropriazione, da parte dello Stato, del capitalismo italiano. In questo caso non solo lo Stato italiano non dette indennizzi, ma dovette rimettere in sesto con il denaro pubblico le imprese salvate dal fallimento. Mussolini creò l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) per raggruppare le imprese di carattere industriale nelle sue mani. Anche la Germania di Hitler impose la fusione di imprese. L’interventismo di nuovo tipo di Roosvelt, negli Stati Uniti, incoraggiò la sinistra non comunista a scommettere sulle nazionalizzazioni, come elementi plausibili del suo programma di governo.

Il primo caso fu la nazionalizzazione delle ferrovie francesi, nel 1936. Il governo dittatoriale del generale Franco fu molto attivo al momento di nazionalizzare e di formare nuove imprese di proprietà pubblica, concentrate, nell’Istituto Nazionale dell’Industria (INI).

Dopo la seconda guerra mondiale si verificò una vera e propria ondata di nazionalizzazioni in Europa. Nell’Europa occidentale i grandi Paesi democratici, come la Gran Bretagna, la Francia e l’Italia, nazionalizzarono alcune delle grandi imprese industriali e di servizi durante gli anni di governo delle sinistre. I servizi pubblici ed i settori industriali con una proprietà più concentrata passarono allo Stato.

Vi furono due tipi di conurazione giuridica per le imprese nazionalizzate:

  1. La soluzione britannica: tentare di conservare il meglio della flessibilità della gestione privata, però, esplicitando che la proprietà era della nazione;
  2. Il modello alternativo, usato in Francia ed Italia, era quello di un’impresa pubblica, responsabile dinanzi ad un dipartimento ministeriale. Nel caso estremo le imprese nazionalizzate si trasformavano in dipendenze pubbliche (ferrovie e, in generale, servizi pubblici).

In Italia si nazionalizzò l’industria elettrica nel 1962. In capo a 2 anni dalle nazionalizzazioni francesi, la Thatcher, nel Regno Unito, cominciava già le prime privatizzazioni. Verso il 1979 l’impresa pubblica aveva raggiunto la massima importanza nelle economie del Regno Unito, della Germania e dell’Italia. La Francia conseguirà questo massimo dopo le nazionalizzazioni del primo governo Mitterand. La Sna realizzerà anche le nazionalizzazioni delle imprese con perdite, fino al 1983 dopo il secondo shock petrolifero.

Solo dopo il 1989 vi è stata un’accelerazione del movimento grazie alla caduta del socialismo reale che permise e giustificò un processo di privatizzazione su grande scala. Questo capitalismo popolare, che fu la base del progetto thatcheriano o reaganiano, si è diffuso in tutto il mondo. Le privatizzazioni più radicali si sono verificate nell’URSS e negli altri Paesi ex comunisti europei. Nell’Europa orientale, a differenza di quello che è successo nei Paesi occidentali vicini, si è generata una depressione che ha compresso il valore di mercato degli attivi offerti.

L’interventismo pubblico

In generale, l’interventismo pubblico del XX secolo è stato fatto risalire al tentativo di conseguire obiettivi extra - economici, normalmente militari o strategici. Possiamo distinguere:

  • l’interventismo sistematico che conosciamo come pianificazione;
  • l’interventismo selettivo che è quello che si nasconde dietro le cosiddette politiche strutturali;
  • l’interventismo ordinario concentrato in alcuni mercati.

A) Le politiche di pianificazione

Contemporaneamente alla rivoluzione sovietica, l’Europa assisteva ad un’altra rivoluzione: la pianificazione economica. Si sviluppò prima in Germania, poi in Gran Bretagna per essere abbandonata dopo la 1° guerra mondiale. La recuperarono, nel 1927, i governi di Stalin nell’Unione Sovietica ed i governi fascisti. Nell’immediato dopoguerra, la rivendicarono, i laburisti britannici e, poco dopo, attraversò il Rubicone della destra. Nel 1960 la assumerà il governo franchista. Fece i suoi ultimi passi con il primo governo socialista di Mitterand.

La pianificazione si adattava bene ad un mondo di tecnologie su grande scala e con scarso numero di unità produttive, come gli impianti siderurgici ma andava molto male per tecnologie di uso e gestione individuale, come l’automobile.

B) Le politiche di sviluppo o strutturali

Le politiche di promozione della crescita economica nelle aree arretrate erano sconosciute prima del 1945. Si diffusero solo a partire dal secondo dopoguerra mondiale. Tali politiche erano propugnate dagli economisti dello sviluppo, che argomentarono la necessità di un deciso impulso pubblico, orientato alla creazione di infrastrutture che permettessero alle regioni o ai Paesi poveri di dotarsi del capitale fisico indispensabile per la loro crescita. Lo sviluppo, dopo la guerra, dei Paesi balcanici distrutti fu il primo caso proposto dal fondatore della “economia dello sviluppo”, Paul Rosenstein - Rodan. I grandi organismi di cooperazione economica, come la Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite prima, l’OCSE poi e, sempre, la Banca Mondiale, hanno scommesso su questo tipo di piano. Un esempio di intervento dello Stato fu la creazione della Cassa per il Mezzogiorno (1950). Questo tipo di politiche è alla base della CEE e dell’UE.

Con la crisi e la successiva ristrutturazione industriale degli anni a cavallo degli anni ‘70 e ‘80, le politiche strutturali furono utilizzate per sovvenzionare le regioni ed i settori in declino verso un futuro più promettente. Oggi tutte queste politiche sono collegate a regioni concrete, a settori concreti o a programmi predefiniti, normalmente, di investimento in capitale fisico o in capitale umano.

c) L’intervento nei mercati

Dal 1914 al 1918 si dispiegò un’ampia gamma di strumenti di intervento. Molti di essi si limitarono ad un mercato concreto, come fu il caso del denaro. In occasione delle mobilitazioni militari precedenti alla seconda guerra mondiale o durante la guerra tornarono gli interventi pubblici tra cui molti furono mantenuti. L’esempio più evidente di intervento transitorio nei mercati è fornito dai libretti di sussistenza. La fissazione di prezzi controllati, da parte delle amministrazioni pubbliche, si è trasformata in routine, in molti Paesi (es. affitti bloccati, salari minimi).

Spesso, la regolamentazione pubblica è arrivata fino a precisare le modalità di produzione e di commercializzazione che sono state messe in discussione solo quando la rivoluzione reaganiana e thatcheriana cominciò a contrastarle sistematicamente.

Le politiche di spesa

Prima della prima guerra mondiale le spese pubbliche ordinarie dovevano finanziarsi mediante le entrate erariali ordinarie ed il deficit doveva essere nullo. Faceva anche parte dell’ortodossia liberale il contenimento delle dimensioni delle amministrazioni pubbliche. Lo Stato doveva limitarsi alle funzioni di provvista dei beni pubblici. I compiti economici erano ridotti alla promozione ed all’amministrazione di beni e servizi pubblici.

Il XX secolo sarà caratterizzato da un ampliamento delle funzioni assunte dagli Stati e dal correlativo incremento della spesa pubblica e delle entrate necessarie per finanziarla.

Dopo le guerre, lo Stato mantenne numerose funzioni, che aveva assunto in via transitoria durante gli anni dei conflitti bellici. Il risultato fu quella spinta continua all’incremento della spesa, messa in discussione solo in anni recenti, quando i partiti conservatori hanno contrastato la voracità fiscale dello Stato ed hanno sostenuto un adeguamento dell’utilizzo delle risorse pubbliche. Fu inevitabile il finanziamento delle spese pubbliche con le imposte sui cittadini, come quella sul reddito (introdotta nel XX secolo), per far fronte a finalità sociali durature.

Le politiche di benessere sociale si fondarono su programmi di sovvenzione pubblica. Gli scandinavi furono i precursori di queste politiche, ma il loro grande fautore fu Lord Beveridge, quando ancora il Regno Unito lottava contro Hitler. Le politiche del benessere sono all’ordine del giorno in quasi tutti i Paesi europei.

I programmi di scolarizzazione obbligatoria furono i più remoti di tale politiche. La prima esperienza di assistenza sanitaria e pensionistica corrisponde alla decade del 1880, nella Germania del cancelliere Bismarck. Il momento più significativa della sua diffusione fu nel secondo del dopoguerra mondiale quando parteciparono i diversi partiti di sinistra in cui era affermato il principio secondo cui bisognava garantire i bisogni minimi della cittadinanza. Dopo la seconda guerra mondiale si svilupparono nell’Europa orientale.

La spesa pubblica destinata al benessere della cittadinanza soffre di una forte rigidità: si tratta di compromessi permanenti, ai quali bisogna far fronte, quali che siano le circostanze in cui si trova l’economia. Al contrario, le imposte sono una funzione diretta delle attività economiche. Ci troviamo di fronte ad un paradosso: la spesa pubblica è molto stabile, mentre le entrate sono sottoposte molto al ciclo. La saldatura provoca fasi di deficit e fasi di surplus.

Economisti come Keynes e politici di diverso orientamento ideologico provarono a far ricorso alla spesa pubblica deficitaria, come meccanismo per elevare le aspettative economiche (moltiplicatore). Riuscirono a farlo, ricorrendo al finanziamento di programmi di opere pubbliche…. Come Keynes indicò, queste politiche erano giustificate quando l’equilibrio dell’offerta e della domanda aggregate si stabiliva in sotto-occupazione. Quanto più basso era quest’equilibrio, tanto più era indispensabile elevarlo con l’immissione di denaro pubblico.

Il successo di queste politiche, nel trovare una via di uscita dalla crisi economica diede loro un grande credito. Furono conosciute come politiche “keynesiane”, in onore dell’economista britannico che le giustificò teoricamente nella sua grande opera sulla Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta. Negli anni del dopoguerra il keynesismo influenzò buona parte delle politiche di spesa pubblica. Il deficit nei conti pubblici fu accettato purché fosse giustificato. Inoltre, il fatto che l’incremento della spesa fosse destinato essenzialmente ad obiettivi sociali, permise di renderlo politicamente accettabile. Nel breve termine, il keynesismo si concretizzò nelle politiche di stop and go, cioè, di freno alla spesa pubblica. Quando la golden age arrivò alla sua fine, tutte le politiche di impostazione keynesiana entrarono in crisi. Nell’Europa del decennio del 1970 il contenimento della spesa pubblica aveva effetti recessivi, ma l’ampliamento non aveva effetti espansivi. I critici del keynesismo furono considerati monetaristi per le loro reinterpretazioni del ruolo macroeconomico del denaro. E’ tornata di moda la giustezza dell’ortodossia fiscale e si è insistito sulla necessità di ridimensionare la spesa pubblica, come di ridurre le imposte.

Le politiche commerciali

Nel XX secolo tutte le altre politiche si potrebbero tradurre in termini di politiche commerciali. La prima guerra mondiale comportò un’enorme introduzione di protezionismo in tutte le politiche nazionali. La proibizione di commerciare con i nemici fu sfruttata dai Paesi neutrali. La guerra sottomarina fece rincarare i costi, fino a divenire, in molti casi, proibitivo commerciare via mare.

Gli anni dal 1919 al 1921 corrisposero ad una precipitosa marcia verso il protezionismo generalizzato. Il colpo di grazia lo diede il Congresso degli Stati Uniti, quando approvò un forte aumento della protezione doganale mediante la cosiddetta tariffa Hawley - Smooth. L’effetto fu tremendo. Se nel 1921 gli Stati Uniti avevano chiuso le porte all’immigrazione, nel 1929 annunciarono l’intenzione di chiudere il loro mercato.

La decade del 1930 fu caratterizzata da una chiusura commerciale sempre più intensa. In alcuni Paesi il fenomeno arrivò fino alla definizione di politiche autarchiche, cioè all’abbandono del commercio estero come fece la Germania.

Invece, in buona parte del mondo, l’involuzione protezionistica favorì l’attuazione di nuove misure di intervento pubblico nel commercio estero. Si moltiplicarono gli accordi di “clearing” (la compensazione bilaterale dei saldi esteri), i amenti in contanti ed un’infinità di meccanismi che furono progettati in un contesto di diffidenza e di sfiducia reciproca e che tesero alla generalizzazione del baratto.

Gli accordi di Bretton Woods del luglio del 1944, nacquero con la convinzione che un nuovo ordine economico internazionale doveva garantire il libero commercio. La dichiarazione de L’Avana (1948), basata su una maggiore liberalizzazione degli scambi, doveva trasformarsi nella pietra angolare del nuovo edificio regolatore del commercio internazionale. La difficoltà di fissare delle condizioni di liberalizzazione una volta per tutte fu tanta e la creazione di una Organizzazione per il Commercio Internazionale (Bretton Woods) fallì. Al suo posto si stabilì un accordo con la sigla GATT che non si trasformò in un’organizzazione internazionale fino al 1995, con il nome di Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Le conferenze e l’insieme di negoziazioni furono conosciute come rounds. La più famosa (il Kennedy round, nella decade del 1960) facilitò la riduzione delle tariffe doganali e la libertà di commercio in tutto il mondo. Più importante fu l’Uruguay round che culminò nella creazione dell’OMC.

CEE e l’EFTA dedicarono enormi sforzi alla definizione ed all’applicazione della loro politica commerciale comune. Quest’ultima ha tre grandi ambiti di sviluppo:

  • le relazioni con i Paesi aspiranti all’ammissione;
  • le relazioni con i Paesi poveri;
  • la politica commerciale estera ordinaria.

Il maggiore successo della CEE fu quello dell’integrazione, per tappe, dei Paesi dell’EFTA. Dalla formazione della CEE, nel 1957, fino all’entrata della Gran Bretagna, dell’Irlanda e della Danimarca, nel gennaio del 1973, passano 3 anni molto importanti. Lo stesso tempo per l’ingresso della Sna e del Portogallo, nel gennaio del 1986, ed altri 9 per l’Austria, la Finlandia e la Sa, nel 1995 (la Grecia entrò nel 1980). Il buon risultato, in termini di club dell’UE, deve interpretarsi come il trionfo della centralità della politica commerciale. Stare nel club permette di approfittare di una combinazione di politiche strutturali e di politiche commerciali.

Le politiche di stabilizzazione

Si intendono quelle orientate a ridurre la variabilità dei tassi di cambio e dei prezzi.

Poiché la cooperazione internazionale e la negoziazione salariale costituiscono l’abilità nella gestione delle politiche economiche internazionali e nazionali, vi sono sempre state politiche di stabilizzazione.

La prima guerra mondiale significò l’immediata sospensione del gold standard, in quasi tutto il mondo. Le banche Centrali annunciarono che non avrebbero più convertito in oro la moneta. Tutti i Paesi uscirono dal gold standard per controllare l’oro in circolazione e le transazioni internazionali del metallo prezioso.

La sospensione della convertibilità portò ad un incremento della massa monetaria, producendo inflazione. In cambio, gli Stati potevano spendere più di quello che incassavano ma con livelli di inflazione molto superiori.

Con il ritorno alla normalità ritornò il gold standard; le deflazioni furono frequenti. Già nel 1931 alcuni dei più grandi Stati erano tornati ad abbandonarlo. Negli anni ’30 la grande decisione era quella di stabilire se svalutare o no, mentre il gold standard impediva la svalutazione. Il circolo vizioso delle svalutazioni competitive sembrò non finire mai.

Il gold standard non rappresentò più che delle gabbie d’oro per i Paesi che l’adottarono. Eichengreen ristabilisce la validità di Keynes sugli anni ’30, in ogni caso in questi anni il nuovo gold standard andò in crisi in maniera definitiva.

Gli anni ’30 furono l’ultimo periodo di deflazione generalizzata. Durante la seconda Guerra Mondiale, non vi furono politiche di stabilizzazione. La preoccupazione per la stabilità monetaria evitò le iperinflazioni. Alcuni Paesi, che si orientarono verso politiche inflazionistiche furono sollecitati dagli Stati Uniti ad abbandonarle. A questo scopo, l’aiuto del Piano Marshall fu un incentivo poderoso. Verso il 1950 si entrò in un lungo periodo di stabilità monetaria.

Con la sospensione della convertibilità in oro del dollaro nel ’71 e con le crisi petrolifere gli intensi conflitti redistributivi, in tutta Europa, provocarono l’assenza di controllo dell’inflazione. Il recupero di credito delle politiche di stabilizzazione sarà lento. Il decennio successivo alla Seconda Crisi del petrolio assisterà al ritorno all’inflazione della golden age.

Solo l’imminenza della completa integrazione monetaria europea rappresenterà uno stimolo efficace per mobilitare le volontà dei Governi ed il consenso dei cittadini.

Le politiche di cooperazione

Si distinguono in:

  • Nazionali: sono volte all’intermediazione tra le parti sociali (padronali e sindacati)

Si è notato che, maggiore è la frammentazione sindacale, maggiore è il numero degli scioperi, i salari nominali crescono, ma il Governo per assicurare liquidità alle imprese emette moneta e genera inflazione.

La Germania e i Paesi Scandinavi, sono, al contrario, il migliore esempio di organizzazione sindacale, che portò in questi Paesi una drastica riduzione delle conflittualità, ed una buona distribuzione delle entrate.

  • Internazionali: FMI, GATT, Bretton Woods, Marshall, OPEC, CECA, G7, CEE, etc.

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