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Alessandro Manzoni - La vita, Prima della conversione: le opere classicistiche, Dopo la conversione: gli Inni Sacri, Le Tragedie, Promessi Sposi, Coro

Alessandro Manzoni - La vita, Prima della conversione: le opere classicistiche, Dopo la conversione: gli Inni Sacri, Le Tragedie, Promessi Sposi, Coro
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Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni

Nell’invitare i letterati italiani a tradurre gli scrittori stranieri, la De Stael traccia un quadro fortemente critico della cultura italiana del tempo: nel rifarsi continuamente alla mitologia antica, ormai morta, le fantasie si impoveriscono. Per dar vita ad essa non resta che aprirsi alla circolazione viva con la cultura europea, per arricchire le conoscenze e stimolare la creazione con nuovi temi e nuove forme. Negli anni stagnanti della Restaurazione, la staticità degli schemi classici era ormai irrimediabilmente superata. L’intervento della De Stael ebbe il merito di far venire alla luce energie ed idee nuove.

La poesia popolare

Il passo presenta alcuni punti essenziali della nuova nozione romantica di letteratura:

1.     la poesia deve scaturire dalla “fantasia” e dal “cuore

2.     deve esprimere lo spirito nazionale. Per questo Berchet critica il cosmopolitismo illuminista ed il classicismo troppo legato ad un patrimonio inaridito.



3.     questa nuova letteratura deve, infine, indirizzarsi al popolo, inteso non come la plebe(Ottotoni), e neanche come l’aristocrazia(Parigini), ma con le classi medie, quindi la borghesia.

Alessandro Manzoni

La vita

Nacque a Milano nel 1785, dal conte Pietro e da Giulia Beccaria. Ricevette una tradizionale educazione classica, ma in seguito criticò il formalismo religioso e i metodi pedagogici dei suoi collegi. Si inserì poi nell’ambiente culturale milanese del periodo napoleonico e strinse amicizia coi profughi napoletani Cuoco e Lodomaco ed i poeti Monti e Foscolo. Nel 1805 raggiunse la madre a Parigi, dove entrò in contatto con gli “ideologi”(intellettuali eredi del patrimonio illuministico). Ebbe un fitto scambio di lettere con Furiel che divenne un importante punto di riferimento per Manzoni. Sotto l’influenza della moglie Enrichetta Blondel ed in concomitanza con l’inizio delle sue crisi nervose si convertì al cattolicesimo. Nel 1810 torna a Milano dove abbandonò tutta la sua letteratura classicheggiante e si dedicò alla stesura di una serie di Inni Sacri(1812-l815), che aprivano la strada ad altre opere di carattere romantico, storico e religioso. Fu vicino al movimento romantico milanese ma rifiutò di collaborare al “Conciliatore”.

Aveva sinceri sentimenti patriottici e seguì con entusiasmo gli avvenimenti del ’20-’21, anni in cui nascono le odi civili, la Pentecoste, le tragedie, le prime stesure del romanzo, oltre alle “Osservazioni sulla morale cattolica”, al “Discorso sopra alcuni punti della storia lombardica in Italia”, ai saggi di teoria letteraria sulle unità drammatiche e sul Romanticismo. Ma con la pubblicazione dei “Promessi Sposi” si conclude il periodo creativo di Manzoni. Egli tendeva a rifiutare la poesia considerandola falsità di contro al vero storico. L’amicizia con Furiel fu sostituita con quella con il filosofo cattolico Antonio Rosmini. In questi anni della maturità ebbe vari lutti e dissapori familiari. Manzoni era ormai una ura “pubblica”. Seguì con entusiasmo le 5 Giornate del ’48 e pubblicò l’ode patriottica “Marzo 1821”. Costituitosi il Regno d’Italia nel 1860 fu nominato senatore. Era contrario al potere temporale della Chiesa e favorevole a Roma capitale. Negli anni della vecchiaia fu circondato dall’ammirazione della borghesia italiana. Morì a Milano nel 1873.

Prima della conversione: le opere classicistiche

Tra i 16 ed i 25 anni, scrive opere con linguaggio aulico, fitte di rimandi dotti e mitologici secondo il gusto classicistico. Nel 1801 scrive una “visione” allegorica in terzine, “Il trionfo della libertà” che richiama il genere tipico del Monti, dove inneggia alla Rivoluzione Francese e si scaglia contro la tirannide politica e religiosa, ma già rivela l’amarezza per il tradimento di Napoleone. Seguono l’“Adda”,poemetto idillico indirizzato a Monti, e quattro “Sermoni” sul modello del Parini, dove polemizza sugli aspetti del costume contemporaneo. Del 1805 è il “Carme in morte di Carlo Imbonati”, qui immagina che questi gli appaia in sogno dandogli nobili ammaestramenti di vita e di poesia. Si vede nascere l’idea del “giusto solitario”, che si ritrae dinanzi al caos della storia contemporanea e si rifugia nella propria solitudine(Alfieri e Foscolo). Nel 1809 compone un altro poemetto, l’“Urania”, che parla degli uomini primitivi iniziati alla civiltà dalle Muse. “A Parteneide”, invece, è una risposta al poeta danese Baggensen, con cui lo scrittore si scusa di non poter tradurre il suo idillio borghese Parthenais. Manzoni sente ormai il bisogno di una letteratura nuova e abbandona i vecchi progetti.

Dopo la conversione: gli Inni Sacri

Scrive le “Osservazioni sulla morale cattolica”(1819), per controbattere le tesi esposte dallo storico Simonie de Sismondi nella “Storia delle repubbliche italiane del Medio Evo”, e cioè che la morale cattolica è stata la radice della corruzione del costume italiano. ½ si trova qui una fiducia assoluta nella religione come fonte di tutto ciò che è buono e vero.

Manzoni ha così un atteggiamento risolutamente anticlassico: i Romani non erano un popolo virtuoso, ma violento che disprezzava il resto del genere umano. Nasce così in lui l’interesse per il Medio Evo cristiano, e rifiuta la celebrazione dei Grandi. Diviene centrale il problema del male radicato nella storia, della miseria dell’uomo incline inevitabilmente al peccato. Nasce il bisogno di una letteratura che guardi al “vero”. Vi è così il rifiuto del formalismo retorico, dell’arte come esercizio ornamentale, il bisogno di un’arte che si ponga come fine l’“utile” nel campo morale come in quello civile. Nella lettera a Cesare D’Azeglio(1823) fisserà brevemente i principi che muovono la sua ricerca letteraria: “L’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo”.

Gli “Inni Sacri”(1812-l815), sono l’esempio concreto di una poesia nuova. Manzoni sente la materia mitologica e classica come repertorio ormai morto, “falso”. Ne deriva quindi una poesia che vuole avere un orizzonte più “popolare”; ricorre così a metri dal ritmo agile (settenari, ottonari, decasillabi), lontanissimi sia dalla solennità dell’endecasillabo classico, sia dalla leziosa grazia arcadica. Anche il linguaggio si libera dalle formule auliche del classicismo, senza tuttavia abbassarsi ad una dizione prosastica. Aveva progettato dodici inni che cantassero le maggiori festività dell’anno liturgico, ma ne scrisse solo quattro pubblicati nel 1815: “La Resurrezione”, “Il Natale”, “La Pasqua” e “Il nome di Maria”. Un quinto fu terminato solo nel 1822: “La Pentecoste”. Il modello di quest’opera era fornito dall’antica innografia cristiana ed era costruita su uno schema fisso: enunciazione del tema, rievocazione dell’episodio centrale, commento che affronta le conseguenze dottrinali e morali dell’evento. L’ultima ode, invece, rompe lo schema mettendo da parte i motivi teologici e l’episodio, ed insiste sul rivolgimento portato dallo spirito Spirito, nella sua discesa nel mondo, culminando in un’invocazione affinché esso scenda ancora sull’umanità. Un’analoga forza di rottura possiede anche la lirica patriottica e civile. Dopo due tentativi infelici di canzoni, nel 1821 compone l’ode “Marzo 1821”, dedicata ai moti di quell’anno e alla speranza che l’esercito piemontese si riunisse agli insorti lombardi, e “Il 5 maggio”, ispirato alla morte di Napoleone. Nella prima ode Dio stesso soccorre la causa dei popoli che lottano per la loro indipendenza, perché opprimere un altro popolo è contrario alle sue leggi; nella seconda, l’alternanza di glorie e di sconfitte della vicenda napoleonica è valutata dalla prospettiva dell’eterno. Vicino alle forme di “Marzo 1821” è il coro del “Carmagnola”, che è una deprecazione delle lotte fratricide che dividevano il popolo italiano nel ’400.il primo coro dell’“Adelchi” è un esempio di poesia della storia, la ricostruzione delle vicende di quelle masse che la storia ha sempre ignorato, i Latini dell’VIII secolo, divisi tra due dominatori, Longobardi e Franchi. Il passato è così visto con l’occhio del presente. Poesia psicologica e drammatica è, invece, il secondo coro, dedicato alla morte di Ermengarda: è la ricostruzione dei tormenti interiori dell’infelice eroina, ripudiata dal marito Carlo Magno, che trova una via di liberazione solo nella prospettiva dell’eterno.



Le Tragedie

Manzoni sceglie la tragedia storica e rifiuta le unità aristoteliche. Egli vuole infatti collocare i conflitti dei suoi personaggi in un determinato contesto storico, ricostruito con fedeltà. I principi che lo guidano sono da lui esposti in un ampio saggio, la “Lettre à M. Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie”, concepito nel 1820 come risposta al critico che gli aveva rimproverato il suo non seguire le unità aristoteliche. Egli è convinto che non ci sia bisogno di inventare fatti perché nella storia vi è già il più ricco ed affascinante repertorio di soggetti drammatici. Ciò che lo distingue dallo storico, è che egli ‘completa’ i fatti investigando con l’invenzione poetica i pensieri ed i sentimenti di chi è stato protagonista di quegli avvenimenti; qui vi si nota l’influenza di Shakespeare. A confermare tali convinzioni contribuì anche la lettura delle tragedie storiche di Shiller e di Goethe, e di opere teoriche del Romanticismo come il “Corso di letteratura drammatica” di Schlegel. Il ‘romanzesco’ è così visto come una forzatura artificiosa di caratteri e di passioni che non corrisponde alla maniera d’agire degli uomini nella realtà.

Le sue riflessioni avevano già trovato espressione in una serie di appunti come i “Materiali estetici”, inediti, e la prefazione della tragedia “Il Conte di Carmagnola”. Questa, scritta tra il 1816 ed il 1820, si incentra sulla ura del capitano di ventura de ’400, Francesco Bussone, al servizio del Duca di Milano. Sospettato di tradimento dai veneziani per la sua clemenza verso i prigionieri, venne condannato a morte. Manzoni era convinto dell’innocenza del conte, quindi la tragedia si traduce nel conflitto tra l’uomo d’animo elevato e la Ragion di Stato. Un tema centrale del Manzoni è, infatti, la storia umana come trionfo del male, a cui si contrappongono esseri incontaminati. Il tentativo però è poco riuscito. Lo stesso conflitto si trova anche nella seconda tragedia, l’“Adelchi”(1822). In scena vi è il crollo del regno lombardo in Italia nell’VIII secolo, sotto l’urto dei Franchi di Carlo Magno. Le ricerche storiche da lui compiute avevano dato luogo ad un vero e proprio saggio storico, il “Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia”, in cui Manzoni subiva l’influenza degli storici liberali francesi(Augustin Thierry). La tragedia si incentra intorno a quattro personaggi: Desiderio, animato dalla volontà di vendicarsi di Carlo ed avido di potere; Adelchi, suo lio, che sogna nobili imprese e non riesce a realizzarle in un mondo ingiusto; Ermengarda, che vorrebbe distaccarsi dalle passioni ma è devastata dal suo “amor tremendo”per il marito, Carlo, che l’ha ripudiata ma riesce a tacitare il rimorso per la ragion di Stato e che si presenta “campione di Dio”, difendendo il Papa dall’attacco dei Longobardi. ½ è qui una contrapposizione tra i personaggi ‘politici’, Carlo e Desiderio, ed i personaggi ‘ideali’, Adelchi ed Ermengarda che, nella loro purezza, sono inadatti a vivere nel mondo e quindi destinati alla sconfitta. Viene poi introdotto il ‘coro’, una novità nel teatro moderno. Esso, precisa nella prefazione della Carmagnola, non vuole avere la funzione di spettatore ideale che aveva nella tragedia greca, ma vuole costituire un “cantuccio” dove l’autore “possa parlare in persona propria”. Per Manzoni la tragedia deve quindi essere rappresentazione di caratteri e conflitti oggettivati, in nome sempre del “vero”.

Promessi Sposi

Questa è l’opera che possiede la più forte carica innovatrice nei confronti della tradizione letteraria italiana. Il “romanzo” era ritenuto dalla mentalità classicista un genere letterario inferiore. Per Manzoni, invece, risultò lo strumento ideale per tradurre in atto i principi che ispiravano la battaglia romantica per un rinnovamento della cultura italiana in senso moderno, borghese ed europeo. Inoltre, esso risponde perfettamente alla poetica del “vero”, dell’“interessante” e dell’“utile”. Essendo il romanzo un genere nuovo, dai caratteri non ancora definiti, poteva esprimersi con piena libertà, senza dover lottare con regole arbitrarie imposte dall’esterno. Egli sceglie così di rappresentare una realtà umile ignorata dalla letteratura classica, o vista solo in luce comica: elegge protagonisti due semplici popolani della camna lombarda. La rappresentazione seria della realtà è, infatti, il tratto che più caratterizza il moderno realismo europeo. Il personaggio è rappresentato in rapporto organico con un dato ambiente, in modo che nessun suo gesto o pensiero si possa comprendere se non riferito a quel preciso terreno storico. Vengono così descritti individui dalla personalità unica, complessa e mobile, rifiutando l’idealizzazione del personaggio.

Con la sua opera Manzoni si propone di offrire un quadro di un’epoca del passato, ricostruendo tutti gli aspetti della società, il costume, la mentalità, le condizioni di vita,i rapporti sociali ed economici. I grandi avvenimenti e gli uomini famosi costituiscono così solamente lo sfondo delle vicende vissute dai semplici protagonisti. Egli si documenta con lo scrupolo di uno storico; pur seguendone il modulo, critica, infatti, Scott, che a suo parere tratta con troppa disinvoltura la storia. Egli afferma la necessità di respingere completamente il “romanzesco”, e di “considerare nella realtà la maniera d’agire degli uomini”, evitando di costruire quella “unità artificiosa che non si trova affatto nella vita reale”.

Il quadro storico scelto da Manzoni è quello della società lombarda del ’600 sotto la dominazione snola. Egli si colloca nei confronti del passato, con l’atteggiamento polemico dell’illuminista. Il ’600 lombardo, ai suoi occhi, si presenta come il trionfo dell’ingiustizia, dell’arbitrio e della prepotenza, oltre che dell’irrazionalità nella cultura, nel costume e nell’opinione comune. Non mancano però le connessioni con il suo presente; egli risale infatti al passato per cercare le radici dell’arretratezza in cui si trova l’Italia presente, e attraverso la critica di quella società, offre alle nascenti forze borghesi il modello di una società futura da costruire. Don Rodrigo e Gertrude rappresentano la funzione negativa dell’aristocrazia, il Cardinal Federigo quella positiva e l’Innominato, con la sua conversione, il passaggio dal negativo al positivo. Per quanto riguarda i ceti popolari, ad impersonare il modello negativo arriva la folla sediziosa e violenta di Milano, il positivo da Lucia on la sua rassegnazione cristiana, ed il passaggio da negativo a positivo è dato da Renzo. Per i ceti medi, infine, Don Abbondio e l’Azzeccagarbugli costituivano l’esempio negativo, mentre quello positivo era portato da Fra Cristoforo. Questo ideale di società si nutre dei principi della nascente borghesia liberale a cui si aggiunge la componente religiosa. Il modello è quello di una società giusta ma senza conflitti tra le classi, dove gli abbienti donino spontaneamente ciò che loro hanno in eccesso, i diseredati si rassegnino cristianamente alla loro condizione senza pretendere di rivendicare con la forza i propri diritti, ed il ceto medio, uscito dal suo gretto egoismo, funga da tramite tra le due classi. Per Manzoni la religione cattolica è l’unica forza riformatrice e può riuscire dove le riforme politiche hanno fallito. Egli ha una concezione pessimistica della storia risalente al peccato originario, ma è convinto che l’uomo abbia una possibilità di riscatto e debba quindi agire per contrastare il male nella società.

La situazione iniziale del romanzo è di quiete e di serenità, ma l’idillio è solo apparente in quanto i due giovani sono già immersi nel flusso turbolento della storia. Renzo sperimenta il male nel campo sociale e politico(la sommossa di San Martino, il disfacimento della Milano appestata), Lucia, soprattutto nel campo morale(l’<<infame ‘capriccio’ del signorotto, la corruzione della monaca aristocratica), ma attraverso questa esperienza del negativo si compie la loro maturazione. Renzo ha tutte le virtù che sono proprie del popolo contadino, ma anche la convinzione che l’oppresso possa farsi giustizia da sé. Ciò costituisce un pericolo per l’eroe, perché potrebbe portarlo a commettere atti di violenza, che gli alienerebbero la benevolenza divina. I momenti fondamentali della maturazione di Renzo sono la notte passata presso l’Adda ed il perdono concesso a Don Rodrigo morente al Lazzaretto. In Lucia, invece, sembra esserci quella consapevolezza della vanità dell’azione e quel rifiuto della violenza che Renzo non ha, un abbandono fiducioso alla volontà di Dio. Ella inizialmente appare come prigioniera di una visione ingenuamente idillica della vita, convinta che una vita “innocente” e “senza colpa” basti a tener lontane le sventure. L’esperienza le farà capire che non può esistere l’Eden in terra. Compare così al termine del romanzo il concetto di “provvida sventura” tanto caro al Manzoni.




Nella conclusione trovata dai due protagonisti sono presenti i cardini stessi della visione manzoniana. Innanzitutto il rifiuto dell’idillio, inteso come vagheggiamento di un “riposo morale”, che obbliga ogni persona a finalizzare la propria vita non allo star bene ma al far bene, avendo una posizione attiva verso il male. L’interpretazione provvidenziale della realtà è affidata ai soli personaggi. Renzo e Lucia hanno una concezione ingenua della Provvidenza che identifica virtù e felicità. Ma nella superiore visione teologica di Manzoni virtù e felicità possono coincidere solo nella prospettiva dell’eterno. Essi arrivano solo alla fine del romanzo a percepire la stessa visione dell’autore, ed a capire che la “fiducia in dio” è utile “per una vita migliore”.

Manzoni ha lasciato tre redazioni del romanzo: la prima inedita(1821-l823), pubblicata il secolo dopo col titolo “Gli sposi promessi”; “I Promessi Sposi” pubblicati dall’autore(1827); la terza nel 1840-l842, che è quella che oggi abitualmente leggiamo. Tra le ultime due edizioni vi sono più che altro differenze linguistiche, mentre la prima redazione presenta profonde differenze anche contenutistiche.

Coro dell’atto IV

Vi si trovano rigorose strutture interne. Nelle prime due strofe si trova il motivo centrale della lirica: la ricerca della pace nella vita eterna. Nelle strofe 3-4, a sviluppare questo motivo interviene il poeta che annuncia che la liberazione dal suo “lungo martir” è fuori dalla vita, ma proprio per la sofferenza che deve subire le permetterà di divenire “santa”. Nella quinta strofa si rievoca il passato recente nel monastero, ma il ricordo di quei giorni felici riaffiora prepotentemente. Nel coro si presentano così, in successione, tre livelli temporali:presente(Ermengarda morente), passato prossimo(Ermengarda nel monastero) e passato remoto(vita felice con il marito) incastrati dentro la tecnica del flash-back. L’11 strofa torna al ricordo del passato recente e viene descritta la condizione psicologica di Ermengarda devastata dall’“empia” potenza dell’amore. La strofa 15 riprende i versi della terza strofa, si torna così al livello temporale del presente e rie il motivo della purificazione attraverso la sofferenza. La sventura di Ermengarda qui è “provvida” in quanto le permette di uscire dalla stirpe degli oppressori.

Ermengarda è il “doppio” femminile di Adelchi, ovvero un’anima pura ed elevata, che è estranea ad una realtà retta dalla legge della forza e dell’interesse, e si scontra inevitabilmente con la brutalità del mondo. Ella non è fatta per reggere l’urto delle passioni terrene. Il suo è un amore coniugale quindi lecito e castissimo, eppure “empio” perché la sua forza sconvolge l’animo fragile di lei. La morte risulta così, l’unica soluzione al suo conflitto irriducibile con la realtà.

La poesia manzoniana è epica e drammatica: ha un taglio eminentemente narrativo, si fonda sulla costruzione di personaggi, sull’analisi di moti interiori non soggettivi, ma di individualità oggettivate.

Coro dell’atto III

Lo sfondo della tragedia è la sorte del popolo latino sotto il dominio longobardo. Nel coro l’autore si riserva un “cantuccio” per trattare anche delle masse anonime e dimenticate. A spingere Manzoni a concentrare il suo interesse verso la sorte degli “umili” vi si trova l’influenza di Augustin Thierry, il cattolicesimo, la visione della realtà propria della borghesia europea che rivendicava il pieno diritto della gente comune di suscitare l’interesse della letteratura e che rifiutava la concezione eroica.

Il coro è un perfetto esempio di “poesia storica”, in quanto il poeta completa la storia tramandata dai documenti, ricostruendo i pensieri degli uomini che vi hanno partecipato. È anche un esempio di “poesia politica”, in quanto la ricostruzione del passato è anche analisi del presente, ed il messaggio è quello di non contare su forze straniere per la liberazione nazionale. Le scene che si succedono sono tre: il risveglio del “volgo disperso” ed il suo vagare incerto, la fuga dei Longobardi ed, infine, il sopraggiungere incalzante dei vincitori. Il coro si conclude con un’apostrofe ai Latini(agli italiani del presente).

Il metro utilizzato è il dodecasillabo e la struttura è preminentemente paratattica, ovvero i complementi e le proposizioni si accumulano per asindeto. Si ha così la percezione di come Manzoni mirasse ad una poesia “popolare” di forte intensità drammatica e di immediata presa sul lettore.

Giacomo Leopardi

La vita

Nacque il 29 giugno 1798 a Recanati, nello Stato Pontificio, dal conte Monaldo e da Adelaide Antici. La famiglia era tra le più importanti della nobiltà terriera marchigiana ma si trovava in cattive condizioni patrimoniali. Il padre era un uomo colto, ma di una attardata cultura accademica ed aveva orientamenti politici reazionari. Fu istruito da precettori ecclesiastici, ma a 10 anni non ebbe più nulla da imparare e continuò da solo, passando “7 anni di uno studio matto e disperatissimo”. Imparò in breve tempo latino, greco ed ebraico, compose notevoli lavori filologici, opere erudite quali la “Storia dell’Astronomia”(1813) e il “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi”(1815), tradusse classici latini e greci e compose una massa ingente di componimenti poetici. Sul piano politico segue gli orientamenti del padre e compone l’orazione “Agli italiani per la liberazione del Piceno” nel quale esalta il vecchio dispotismo illuminato contro le aspirazioni patriottiche del tempo. Tra il ’15 ed il ’16 si attua la sua conversione quella che lui chiama la sua conversione “dall’erudizione al bello”: si entusiasma per i grandi poeti come Omero, Virgilio, e Dante; legge poi l’Alfieri, Shiller e Foscolo ed inizia l’amicizia con Pietro Giordani, che costituirà sia una guida spirituale che una confidenza affettuosa. Questo collegamento con il mondo esterno gli rende insopportabile l’atmosfera chiusa e stagnante di Recanati e nel 1819 cerca di scappare. Viene scoperto e questo fallimento, aggravato dall’impossibilità di dedicarsi alla lettura per problemi agli occhi, gli fornisce una percezione lucida della nullità di tutte le cose, punto cardine del suo pessimismo. Tale crisi segna un altro passaggio, quello dal “bello al vero”. Dopo varie sperimentazioni, con l’infinito inizia la stagione più originale delle sue poesie. Scrive più note sul suo diario, lo “Zibaldone”, e scrive varie canzoni.



Nel 1822 si reca a Roma ospite di uno zio, ma ne rimane profondamente deluso. Tornato a Recanati nel ’23 inizia le “Operette morali” a cui affida l’espressione del suo pensiero pessimistico. Si dedica poi alla prosa ed all’investigazione dell’“acerbo vero”. Va a Milano, a Bologna, a Firenze ed a Pisa dove nel ’28 nasce “A Silvia”, che apre la serie dei “grandi idilli”. Successivamente è costretto a tornare a Recanati perché le condizioni di salute non gli permettono di lavorare e qui passa “sedici mesi di notte orribile”. Nel ’30 decide di accettare l’offerta di un assegno mensile per un anno degli amici fiorentini, lascia Recanati e inizia una più intensa vita sociale. Partecipa ai dibattiti politici ma continua a dimostrarsi pessimista di fronte al progressismo dei liberali. Si innamora di Fanny Targioni Tozzetti, dalla delusione di questa passione nasce un nuovo ciclo di canti, “Il ciclo di Aspasia”. Stringe amicizia con il napoletano Antonio Ranieri, con il quale convivrà fino alla morte. Si trasferisce a Napoli, dove la polemica contro l’ambiente culturale trova espressione nell’ultimo grande canto “La Ginestra”. Muore il 14 giugno 1837.

Pensiero

Al centro della meditazione leopardiana si pone il tema pessimistico dell’infelicità dell’uomo. Egli identifica, sensisticamente, la felicità con il piacere sensibile e materiale. Ma l’uomo non desidera un piacere, bensì il piacere, quello infinito sia per estensione che per durata ed essendo questo irraggiungibile, nasce in lui un senso di insoddisfazione perpetua. La Natura però, da lui inizialmente vista come una madre benigna, ha voluto offrire un rimedio all’uomo: le illusioni. Per questo gli antichi Greci e Romani, così vicini alla Natura, erano capaci di tanta immaginazione, mentre gli uomini di oggi non possono esserlo, in quanto il progresso guidato dalla ragione ha mostrato loro il vero e li ha resi consapevoli della loro infelicità. Il progresso della civiltà e della ragione ha spento negli uomini d’oggi ogni slancio magnanimo ed eroico, generando, invece, viltà e meschinità. Leopardi vede la civiltà dei suoi anni, ed in particolare l’Italia(gravata dal peso della Restaurazione) dominata dall’inerzia e dal tedio. Leopardi vi reagisce con un atteggiamento titanico, che vede il poeta, unico depositario della virtù antica, ergersi solitario a sfidare il maligno, e con un pessimismo storico che vede la condizione presente solo come effetto di un processo storico. A questo punto la sua concezione benigna della Natura entra in crisi. Egli comprende che essa mira solamente alla conservazione della specie e per questo può sacrificare il bene del singolo. Quindi il male rientra nei piani della Natura, la quale ha messo nell’uomo il desiderio di felicità senza dargli i mezzi per soddisfarlo. Per uscire dalle contraddizioni, di questa malignità incolpa il fato. Nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”(1824) concepisce, infine, la Natura come un meccanismo cieco indifferente alla sorte delle sue creature. Questa visione afferma così che l’uomo non è che vittima innocente della sua crudeltà. Se prima l’infelicità era vista come assenza di piacere, adesso è dovuta ai mali esterni. Subentra così nella sua visione un pessimismo cosmico, nel senso che l’infelicità diviene un dato eterno ed immutabile di natura.

Ne deriva, in un primo momento, l’abbandono della poesia civile e del titanismo, lasciando spazio ad un atteggiamento contemplativo ed ironico, rassegnato. Suo ideale non è più l’eroe antico, ma il saggio antico, la cui caratteristica era atarassia. Questo atteggiamento caratterizza le “Operette morali”, ed al termine della sua vita, nella “Ginestra”, arriverà ad elaborare tutta una concezione della vita e del progresso.

La poetica del vago e dell’infinito

La “teoria del piacere” del 1820 costituisce da una parte il nucleo del suo pessimismo, dall’altra il punto d’avvio della sua poetica. Nelle ine dello “Zibaldone” Leopardi passa in rassegna tutti gli aspetti della realtà sensibile. Costruisce così una vera e propria “teoria della visione”(immagini vagamente ciò che non puoi vedere), ed una “teoria del suono”(suoni affascinanti perché vaghi). A questo punto la teoria filosofica dell’infinito si aggancia alla teoria poetica. Il “bello poetico” per Leopardi  consiste nel vago e nell’indefinito e si manifesta attraverso immagini suggestive che evocano immagini che ci hanno affascinato da fanciulli. Così, la poetica dell’indefinito e la poetica della rimembranza si fondono: la poesia non è che il recupero della visione immaginosa della fanciullezza attraverso la memoria. Gli antichi avevano questo carattere fanciullesco. Leopardi, attraverso la De Stael, riprende una distinzione proposta da Shiller, tra poesia d’immaginazione e poesia sentimentale. Egli, pur conscio di appartenere ad un’età moderna a cui queste sono precluse, non si rassegna a escludere il carattere immaginoso dei suoi versi.

 

Leopardi ed il Romanticismo

Nella polemica tra classicisti e romantici, Leopardi doveva inevitabilmente prendere posizione contro questi ultimi. Lo fece in due scritti: “Lettera ai compilatori della <biblioteca italiana>”(1816) in risposta al famoso articolo della De Stael e “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”(1818). In realtà le sue posizioni risultano molto originali rispetto a quelle dei classicisti. Egli rimprovera agli scrittori romantici un’artificiosità retorica simmetrica e contraria a quella di questi ultimi, il gusto per il truculento ed il predominio della logica sulla fantasia, l’aderenza al “vero” che spegne ogni immaginazione. Leopardi ripropone dunque i modelli classici, ma con uno spirito schiettamente romantico, si parla così di classicismo romantico. Egli, tra le varie forme poetiche, privilegia soprattutto la lirica, intesa come espressione immediata dell’io. In questo si contrappone alla scuola romantica lombarda, che tende invece ad una letteratura oggettiva, realistica, animata da intenti civili, morali e pedagogici. Egli appare quindi, più vicino alla poesia romantica d’oltralpe per la sua tensione verso l’infinito, l’esaltazione dell’io e della soggettività, il titanismo, il conflitto illusione-realtà, l’amore per il vago e l’indefinito, il culto della fanciullezza e del primitivo.


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