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Appunti, Tesina di, appunto ITALIANO

Andreuccio da Perugia, Federigo degli Alberighi, Frate Cipolla, Elisabetta da Messina, Calandrino e l'elitropia, Ser Ciappelletto

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Andreuccio da Perugia

Andreuccio si trova a Napoli con una borsa piena di cinquecento fiorini con i quali avrebbe dovuto comperare un cavallo, visto il buon mercato che Napoli offriva a quel tempo.

Una donna, astuta e ingannatrice, vista la ricchezza che possedeva quel giovane, decide di sottrargliela escogitando una beffa, funzionale quanto meschina.

La bella donna invita Andreuccio alla sua casa e gli svela di essere sua sorella della quale lui ne ignorava persino l’esistenza. Fornendo, la donna, una serie di fatti reali e credibili, riesce a persuadere il povero Andreuccio che crede ad ogni parola.

Dopo esser stato ripetutamente invitato a passar la notte in quella casa, Andreuccio accetta e viene accomodato in una stanza a lui riservata. Dopo averla raggiunta e essersi spogliato, Andreuccio si dirige verso il bagno dove sfortunatamente inciampa e cade a terra dolorante.

Approfittando dell’occasione, la donna entra nella stanza e ruba la ricca borsa.

Il povero Andreuccio, trovatosi rinchiuso nel bagno, trova una via di uscita sopra la sua testa e scavalcando un muro è fuori.

Si trova, però, senza i suoi averi, allora bussa e grida alla porta svegliando un grosso e pauroso uomo che affacciandosi minaccia il giovane terrificato che, tenendo alla propria vita, scappa.

Per la strada incontra due “briganti” intenzionati a profanare una tomba nella chiesa dov’era custodito il corpo di un ricci arcivescovo che si diceva essere stato seppellito con un ricco tesoro tra il quale uno straordinario anello di valore superiore a tutti i fiorini che aveva perso Andreuccio.

Il giovane prende parte all’operazione pensando di poter guadagnarci qualcosa, ma sapendo anche che i due l’avrebbero sicuramente tradito. Aperto l’uscio, al momento di entrarvi, i due costringono Andreuccio a farlo e, previdente, prende subito l’anello e passa fuori dalla tomba tutto il resto tranne quello, sapendo che i due manigoldi l’avrebbero chiuso dentro. E così fu.

Andreuccio si ritrova rinchiuso, ma ad un certo punto sente delle voci tra le quali quella del prete che, spavaldo, fa per infilare le gambe nel cunicolo quando si sente afferrare, e lanciando un grido di terrore spicca un balzo e salta fuori. Tutti scappano mortificati lasciando l’apertura che permette ad Andreuccio di uscire.

Il buon Andreuccio riesce così ad essere riato della beffa subita con uno stupendo anello di valore.

Federigo degli Alberighi

 

Federigo degli Alberighi si innamora di monna Giovanna e spende vanamente ogni suo avere per conquistarla.

Rimasto senza alcun podere, Federigo si ritira in una piccola casa di camna con la sua ultima ricchezza: un bellissimo esemplare di falcone, con il quale cacciava.

Monna Giovanna, rimasta vedova e con un lio ormai già grandicello, va, come di consueto, a passare l’estate in una casa vicino a quella di Federigo.

Intanto nel giovane liolo cresce il desiderio di avere il falcone di Federigo, tanto da ammalarsi.

La madre, che ama il proprio lio più di qualunque altra cosa, tenta di accontentarlo nella speranza che guarisca.

Il giorno seguente  si reca, in comnia di un’altra donna, dal buon Federigo che gentilmente l’accoglie. Trovandosi, però, sprovveduto di ogni pietanza degna di una tal donna, pensa di far cucinare il suo falcone a cui teneva tanto.

Finito il pranzo, monna Giovanna fa la sua richiesta e il povero Federigo cade in disperazione non potendo accontentare la donna.

Monna Giovanna, dopo alcuni giorni, si trova a dover piangere il proprio lio e, rimasta sola, pensa bene di maritarsi con Federigo degli Alberighi dal quale poteva aspettarsi solo tanto amore.

Frate Cipolla

 

A Certaldo vi è un certo frate Cipolla che di frate ha ben poco, essendo lui un buontempone e un gran retorico.

Un giorno, frate Cipolla, promette ai contadini presenti alla messa, di mostrar loro una importante reliquia: la penna dell’arcangelo Gabriele.

Due suoi vecchi amici, molto astuti, organizzano una beffa sottraendo la penna al frate. Mentre frate Cipolla è fuori per il pranzo e il suo fante si distrae con una donzella, i due entrano nella sua stanza, trovano la cassetta contenente una piuma di papallo, che lui diceva essere quella dell’angelo, e dopo averla prelevata riempiono la cassetta con alcuni carboni.

Nel pomeriggio, al momento di mostrare la reliquia, frate Cipolla, aprendo la cassetta, si accorge dei carboni e, senza mostrare alcuno stupore, improvvisa una storia per la quale, fra le tante reliquie che lui possiede, ci sono due cassette  identiche per la piuma e per i carboni con i quali fu arso S. Lorenzo.

Dicendo quindi di aver sbagliato cassetta, mostra con molto “successo” i carboni.

I contadini ugualmente contenti e onorati, rendono vana la beffa dei due briganti che stupiti e divertiti dal rimedio di frate Cipolla, gli rendono la penna che gli avevano rubato.

Elisabetta da Messina

Questa novella narra di Elisabetta, una giovane e bella ragazza, che viveva a Messina insieme ai suoi tre fratelli, mercanti di professione, arricchiti dall'eredità del padre; Elisabetta, nonostante fosse una bella ragazza, non si era ancora sposata, ma ben presto s'innamorò di un aiutante dei fratelli di nome Lorenzo, il quale dimostrò subito di contraccambiare i sentimenti della giovane.

Una sera uno dei tre fratelli scoprì casualmente la relazione tra i due ragazzi e, quando la mattina seguente ne parlò con gli altri, tutti insieme decisero di far finta di non sapere nulla, almeno finché non avessero eliminato definitivamente colui che rappresentava una vergogna per la sorella e per tutta la famiglia.

Così un giorno i tre condussero con l'inganno Lorenzo fuori città, l'uccisero e poi lo seppellirono; tornati in città dissero di averlo mandato lontano per portare a termine alcuni affari, e visto che erano soliti farlo, furono creduti.

Elisabetta, vedendo che Lorenzo non tornava, cominciò a chiedere sue notizie ai fratelli in maniera sempre più insistente, finché una notte lui le apparve in sogno: le disse che i suoi fratello lo avevano ucciso, e che perciò non poteva più tornare; le indicò però il luogo in cui era sepolto e poi sve.

Il giorno seguente, senza avere il coraggio di affrontare i fratelli, si diresse verso il luogo che Lorenzo le aveva indicato in sogno e trovato il corpo, sapendo di non potergli dare degna sepoltura, ne tagliò il capo che portò con sé.

Arrivata casa mise la testa dell'amato in un vaso, riempì questo di terra e vi piantò numerosi rami di basilico salernitano, che innaffiò per lungo tempo con le proprie lacrime; questo comportamento fu notato da alcuni vicini, i quali informarono i tre fratelli che, dopo aver più volte rimproverato la ragazza, decisero di sottrarle il vaso.

Elisabetta continuò a chiedere con insistenza la restituzione del vaso, continuando a piangere e ammalandosi. I fratelli, incuriositi da queste continue richieste, guardarno all'intero del vaso e subito trovarono sul suo fondo i resti della testa di Lorenzo, e per paura che questo fatto si venisse a sapere, trasferirono tutti i propri affari a Napoli.

Nel giro di poco tempo, Elisabetta morì continuando a domandare del vaso, e con lei morì il suo grande amore.

Calandrino e l'elitropia

In Firenze vi erano a quel tempo numerosissime persone stravaganti, ignoranti e credulone, e una di queste era un certo Calandrino, un pittore che era solito frequentare due suoi amici di nome Bruno e Buffalmacco.

Maso del Saggio era invece un giovane bello e capace, il quale sentendo parlare di Calandrino decise di giocargli uno scherzo per divertirsi alle su spalle.

Con l'aiuto di un amico, incontrandolo per caso nel Battistero di San Giovanni, Maso cominciò a parlare di pietre dai poteri favolosi e inimmaginabili, di modo che la vittima prescelta sentisse; Calandrino non tardò ad unirsi ai loro discorsi che in realtà riguardavano luoghi immaginari e fasulle faccende, proprio perché erano destinati a farsi beffe dell'ingenuo ragazzo.

Interessato soprattutto ad una pietra con la presunta capacità di rendere invisibile chi la portava con sé, si fece indicare il luogo in cui avrebbe potuto trovarla, e si recò immediatamente a riferire la notizia ai suoi due comni, i quali, capendo che si trattava di una burla, decisero di assecondare Calandrino per divertirsi pure loro.

La mattina della domenica successiva, come deciso, andarono a setacciare il rio, e come Bruno e Buffalmacco videro il loro amico carico di pietre cominciarono a fingere di non vederlo e ad accusarlo di averli lasciati lì da soli dopo essersi preso gioco di loro.

Cominciarono allora a lanciare pietre apparentemente a caso in segno di rabbia ma, in realtà, tutti questi sassi finivano addosso a Calandrino, il quale cercava di soffrire in silenzio per evitare che gli altri due capissero che lui era ancora lì.

Ritornando in città, Bruno e Buffalmacco riuscirono a protrarre la burla con l'aiuto dei gabellieri e del fato, ma appena il giovane fu arrivato a casa capì che la moglie lo poteva vedere, ragione per cui la prese a botte con violenza.

Mentre era ancora intento a percuotere la moglie, giunsero a chiamarlo i due amici, coi quali cominciò a giustificarsi assicurandogli che non li aveva voluti prendere in giro, ma che aveva trovato la pietra e li aveva seguiti per tutto il tragitto mentre loro non lo potevano vedere.

Purtroppo però, proseguì, appena arrivato a casa la moglie lo aveva visto perché, come tutti sanno, le donne sono in grado di far perdere le virtù ad ogni cosa, e per questo motivo l'aveva percossa.

I due gli dissero allora che era stata solo colpa sua perché, sapendo di questo potere delle donne, avrebbe dovuto avvertirla prima di non irgli davanti, e in oltre doveva dir subito loro di aver trovato la pietra magica.

Così, dopo aver riconciliato i due sposi e trattenendo a stento le risate, Bruno e Buffalmacco se n'andarono.

Ser Ciappelletto

Ser Ciappelletto” rappresenta la novella iniziale della prima giornata del Decameron, in cui i giovani ragazzi, protagonisti dell’opera, si lasciano andare al libero piacere della narrazione, senza un particolare tema  o modello da seguire. Pampinea, “regina”della giornata, affida a Panfilio il compito di cominciare il racconto della storia, che si apre con un’interpretazione, attuata dal narratore, molto particolare, della realtà; essa viene vista come insieme di “cose temporali”, quindi soggette al trascorrere degli anni e destinate a morire. A tutto questo, fragile ed insignificante, si contrappone la grandezza e la potenza di Dio, la cui grazia si rivolge agli uomini non per i loro meriti, bensì per via della naturale bontà celeste. Gli uomini, non potendosi rivolgere direttamente a “Lui”, concentrano le loro preghiere e le loro suppliche verso coloro che in vita hanno eseguito la volontà del Signore e che ora sono diventati eterni e beati (i santi). Alle volte capita, tuttavia, che le persone siano ingannate e prendano come intermediario qualcuno che è stato condannato da Dio stesso all’inferno. È il caso del protagonista di questa novella, Ser Ciappelletto, descritto da Boccaccio come “il peggior uomo che mai nascesse”, ma considerato venerabile dalla comunità.

Egli è un falsario pronto ad utilizzare tutti i suoi mezzi per contorcere la realtà, un abile bugiardo e uno spietato disseminatore di litigi e contrasti all’interno di parenti e amici; assassino, bestemmiatore, traditore della Chiesa e della religione (che naturalmente non segue), ladro, ruffiano nei confronti di uomini e donne è, oltretutto, un accanito bevitore di vino: un uomo, quindi, non estraneo al peccato, anzi avvezzo a deliziarsi di ogni colpa e piacere mondani.

Egli viene assunto da Musciatto Franzesi  per la gestione dei suoi intricati affari sparsi in innumerevoli regioni. Durante il suo viaggio, trova accoglienza in casa di due fratelli usurai e qui, inaspettatamente, è vittima di un malore. I due proprietari, timorosi delle ripercussioni che la diffusione della notizia della morte di un personaggio simile nella loro abitazione senza l’estrema unzione avrebbe comportato, cominciano a interrogarsi sul da farsi. I loro dialogo, però, non sfugge alla orecchie vigili del moribondo, che rassicura i suoi ospiti garantendo loro nessuna preoccupazione futura. Proprio per questo motivo, ordina di far venire al suo capezzale un parroco, il più “santo”possibile, per una sua prima ed ultima confessione. Durante la visita del prete, Ciappelletto gli fa credere di essere un uomo timoroso di Dio, assiduo frequentatore della Chiesa nonché cristiano abituato a fare l’elemosina, ad ammonire i peccatori più spudorati a calibrare accuratamente ogni più piccola azione ed ogni più minuscolo pensiero in base alle leggi del Signore. Il frate, stupito da tanto candore e da una simile purezza, dopo la morte dell’uomo, raccoglie tutti i suoi fratelli in riunione con il solo obiettivo di tessere le lodi del defunto. I due usurai, intanto, preparano, servendosi dei soldi di Ciappelletto stesso, il suo funerale. Alla straordinaria cerimonia, posteriore ad un’altrettanto solenne veglia funebre, partecipa un gran numero di persone che, convinte che ciò che è stato detto riguardo il morto sia del tutto vero, adorano la sua salma proprio come se si trattasse di un individuo degno di essere beatificato ed adorato.

Introduzione alla 1^giornata

Nell'introduzione alla 1ª giornata possiamo distinguere due parti nelle quali è possibile riconoscere dei precisi indicatori temporali. Nella prima parte si trova l'anno in cui la pestilenza si abbatté su Firenze, cioè il 1348, e il periodo in cui questa raggiunge il suo culmine, ovvero la Primavera, soprattutto il mese di Maggio. A questi indicatori temporali corrisponde una serie di indicatori spaziali che ci indicano lo stato della città di Firenze e dei suoi abitanti descritti a partire dal centro cittadino, dove dimoravano i nobili, fino a raggiungere il contado posto fuori dalle mura cittadine. Dal racconto che ne fa l'autore emerge molto chiaramente il carattere distruttivo dell'epidemia e il suo effetto disgregante su tutta società cittadina e persino sulla famiglia ('l'un fratello l'altro abbandonava e il zio il nepote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e,,li padri e le madri i liuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.') dal quale deriva l'isolamento dei malati che vengono abbandonati al loro triste destino senza il minimo conforto morale o religioso.

Nell'introduzione vengono anche descritti gli usi che entrarono a far parte del quotidiano in quel periodo, cioè: saccheggi nelle case lasciate deserte, morti lanciati fuori dalle finestre, becchini che giravano per la città come padroni incontrastati, funerali di massa, fosse comuni, bare comuni, ecc.; ma l'aspetto forse più importante che ne emerge sono le reazioni di coloro che non erano ancora stati contagiati dal morbo che rappresentano con la loro grande varietà di comportamenti, e quindi di convincimenti, la diversità dei cittadini dovuta alla loro estrazione sociale (i nobili si dedicavano a tutti gli svaghi possibili ed immaginabili o scappavano nei possedimenti in camna, i borghesi si limitavano a girare con strani unguenti sotto il naso per evitare il contagio, ecc.) . In tutte le credenze, popolari o aristocratiche che fossero, era comunque ben leggibile una grossa dose di superstizione  che riuniva i fiorentini che, d'altra parte, si trovavano nella stessa situazione di paura e di incapacità di agire.

Il Boccaccio descrive, inoltre, la totale inadeguatezza delle cure prescritte dai 'medici', tra le quali erano molto in uso salassi e purghe che avevano lo scopo di purificare il corpo, ma che ottenevano l'effetto opposto a quello sperato, perché altro non facevano che indebolirlo e quindi esporlo maggiormente agli attacchi degli agenti esterni.

In totale contrasto con questa prima parte è la seconda che è identificata da un indicatore temporale molto preciso (Martedì) nella quale avviene l'incontro tra le sette ragazze (di età compresa tra i 18 ed i 28 anni) ed i tre ragazzi (attorno ai 25 anni) all'alba nella Chiesa di Santa Maria Novella che è descritta in modo tale da sembrare lontana anni luce dalla ferocia dell'epidemia. In contrasto ancora maggiore è la parte seguente all'incontro, cioè il trasferimento in camna che, se la chiesa era già lontana anni luce dall'atmosfera cittadina, è quasi paragonabile al Paradiso ('Era il detto luogo sopra una montagnetta da ogni parte lontano alquanto dalle nostre strade, di vari albuscelli e piante tutte di verdi fronde ripiene piacevoli a riguardare; in sul colmo della quale era un palagio con bello e gran cortile nel mezzo, e con logge e con sale e con camere, tutte ciascuna verso di sé bellissima e di liete dipinture raguardevole e ornata, con pratelli da torno e con giardini maravigliosi e con pozzi d'acque freschissime'). Il trasferimento si svolge il giorno seguente all'incontro, il Mercoledì, sempre all'alba. Dopo essere arrivati nella loro nuova dimora i giovani stabiliscono i compiti della servitù e decidono anche, approvando la proposta della 'regina' Pampinea, la scansione dei periodi della giornata: la mattina ci si alzava di buon'ora e si poteva fare ciò che si voleva, dopo pranzo si andava a dormire fino alle tre, nel pomeriggio ci si ritrovava e si raccontava una novella a testa su un tema stabilito la sera precedente dalla nuova regina, poi si cenava e dopo la cena ci si intratteneva con balli e canti fino all'ora di ritirarsi nelle proprie stanze. 

Griselda: la Vergine di Boccaccio

Il marchese Gualtieri di Saluzzo non si decideva a sposarsi, ma un giorno, stanco delle insistenze dei suoi  consiglieri, decide di sposare una contadina molto bella.

Gualtieri si accorda col padre delle ragazza, che si chiamava Griselda, e dà inizio ai preparativi per le nozze.

La mattina della cerimonia Gualtieri si reca a casa della sposa e si fa promettere da lei obbedienza eterna. Griselda accetta e Gualtieri la veste riccamente e la sposa; Griselda si dimostra una buona padrona di casa e, nonostante le umili origini, si adatta facilmente alla vita da nobildonna.

Dopo un po' di tempo Griselda dà alla luce una bambina, ma Gualtieri, per mettere alla prova l'ubbidienza di lei, manda un suo servo a prendere al bimba facendo credere alla madre che l'avrebbe uccisa; in realtà la bimba viene mandata a Bologna presso dei parenti che l'avrebbero allevata.

Nonostante l'ubbidienza dimostratagli dalla moglie in quell'occasione, Gualtieri ripete l'operazione anche con il secondo lio dato alla luce da Griselda che, anche questa volta, accetta tutto senza fiatare.

Per mettere definitivamente alla prova Griselda, Gualtieri le comunica di volerla ripudiare e lei, dopo tredici anni di matrimonio, torna a casa dal padre solo con una camicia, perché lei di suo non aveva nulla.

Al colmo della crudeltà Gualtieri ordina a Griselda di venire a lavorare per lui per organizzare il banchetto delle sue nuove nozze e le chiede la sua opinione sulla nuova fidanzata.

Griselda ammette la bellezza di lei, ma avverte Gualtieri di non mettere alla prova la ragazza come aveva fatto con lei, perché, a causa delle sua educazione nobile, non avrebbe potuto sopportare quello che aveva sopportato lei.

A questo punto Gualtieri rivela a Griselda che i getti delle nozze erano in realtà i loro li, che lui l'amava veramente e che l'aveva solo sottoposta a delle prove per testare la sua ubbidienza.

Dopo la riconciliazione la famiglia viene riunita e allargata anche al padre di Griselda. Guatieri e Griselda vissero a lungo insieme e lei fu sempre pienamente rispettata dal marito per il coraggio e la pazienza dimostrati .



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