ePerTutti
Appunti, Tesina di, appunto italiano

I partiti politici

I partiti politici
Scrivere la parola
Seleziona una categoria
I partiti politici

  Dopo aver parlato dei vari problemi politici, sociali ed economici che hanno colpito il nostro Paese nell’ultimo cinquantennio del 20° secolo, parliamo adesso dei partiti politici, che tanto sono stati oggetto di discussioni in questi anni, sotto il profilo giuridico.

   I partiti politici sono organizzazioni che hanno come fine la conquista e la gestione del potere politico. In tutti gli Stati contemporanei essi costituiscono il principale canale di collegamento tra la società civile e le istituzioni statali. Da una parte essi agiscono come rappresentanti di settori delle società civile, dall’altra essi determinano l’orientamento politico dello Stato. Essi hanno quindi una doppia natura: sono organizzazioni private e volontarie, ma nello stesso tempo svolgono, di fatto, fondamentali funzioni pubbliche.

   I partiti sono organizzazioni private e volontarie: chiunque è libero di aderire a un partito così come è libero di dimettersi da esso. Qualunque gruppo di cittadini può formare un nuovo partito, in concorrenza con quelli già esistenti.



   Ogni partito tende a esprimere contemporaneamente gli stessi interessi di determinati gruppi sociali (professionisti, borghesia industriale, operai ,contadini, ecc.) e le idee presenti nella società civile (idee liberali, cattoliche, socialiste, comuniste, ecc.).

   A partire dagli interessi che ciascun partito cerca di esprimere e dalle ideologie di cui è portatore, ogni patito forma un proprio programma politico, cioè quella serie di leggi, di provvedimenti che intende adottare all’interno degli organi statali. In questo modo i partiti decidono quali esigenze, presenti nella società civile, vanno sostenute e quali vanno lasciate cadere: in altre parole fanno da filtro tra la società e lo Stato e selezionano le domande politiche.

   I partiti svolgono funzioni pubbliche della massima importanza.

a)      Costituiscono il principale canale di selezione dei dirigenti politici: negli stati contemporanei è molto difficile diventare membro di un’assemblea elettiva senza l’appoggio attivo di un partito. Quindi, salvo eccezioni, chi vuol fare carriera politica deve prima di tutto iscriversi ad un partito o almeno ottenerne la fiducia.

b)      I partiti che ottengono la maggioranza alle elezioni formano il governo dello Stato (e le giunte delle regioni e degli enti locali) e ne designano i ministri. Inoltre i partiti di maggioranza hanno la possibilità di nominare uomini di loro fiducia in incarichi pubblici di varia natura..

c)       L’indirizzo politico dello Stato viene così formulato dai partiti di maggioranza, attraverso un confronto con i partiti di opposizione all’interno delle assemblee elettive.

   Con queste osservazioni mostrano come i partiti costituiscono l’asse portante dello Stato.

I partiti infatti per poter governare devono ottenere la maggioranza alle elezioni; i loro programmi vengono effettivamente soltanto quando sono fatti propri dal parlamento e messi in atto dal governo. Tuttavia i partiti forniscono al parlamento e al governo gli uomini e i programmi: sono dunque i principali protagonisti degli stati contemporanei che perciò possono essere definiti come stati di partiti.

   L’evoluzione dei partiti è stata strettamente collegata, nella storia, all’evoluzione dello stato rappresentativo.

   Finché rimase in vita lo stato assoluto e il sovrano governava senza il bisogno di un esplicito consenso da parte della società, i partiti non ebbero ragione di esistere. Nella storia europea i partiti nacquero con il primo stato rappresentativo formatosi in Inghilterra in seguito al 1688, che pose alla base dello stato un parlamento elettivo. All’interno del parlamento inglese si formarono due partiti: i whigs (da cui deriva l’attuale partito liberale inglese) e i tories (da cui deriva l’attuale partito conservatore inglese). Essi non erano ancora dei veri e propri partiti in quanto non avevano contatti con la società, tranne che nel caso di elezioni, ed esprimevano diversi orientamenti, di tipo progressista i whigs e di tipo conservatore i tories, all’interno della medesima classe sociale, l’aristocrazia e l’alta borghesia.

   Questi tipi di partiti sono detti partiti di notabili perché si formano attorno alle ure di importanti esponenti del mondo politico, senza basi di massa.

   La fisionomia dei partiti cambia a parti re dall’800 con l’allargamento del diritto di voto e ancor più nel ‘900 con il suffragio universale. Il collegamento tra le istituzioni dello stato e la massa crescente degli elettori viene svolto da partiti di tipo nuovo che vengono designati come partiti di massa.

   I primi partiti che adottano questa nuova organizzazione sono i partiti socialisti che si formano alla fine del secolo scorso. Il loro scopo non è quello di gestire il potere politico, ma di organizzare la classe operaia e di lottare per ottenere nuove conquiste politiche. Essi adottano perciò un’organizzazione capillare di massa, aprono sezioni in tutte le zone del paese in cui gli iscritti sono chiamati a svolgere una vita politica attiva e si impegnano a rispettare la disciplina di partito. La complessità e l’ampiezza di  queste organizzazioni fanno si che si crei un apparato formato dai funzionari e dai dirigenti del partito che si dedicano stabilmente e professionalmente all’attività politica. Nascono così i politici di professione.

   Nell’Europa continentale la forma dei partiti di massa viene ripresa, nel corso del 900 da tutti gli altri partiti: sia dai nuovi partiti che sorgo su basi popolari (il Partito popolare italiano di ispirazione cattolica, fondato nel 1919), sia dai vecchi partiti borghesi di stato liberale o conservatore.

   I partiti di massa vengono anche designati come partiti di integrazione sociale perché consentono a larghi strati della popolazione di organizzarsi verso una meta comune attorno a specifici simboli, ideologie, culture, appartenenze.

   Abbiamo visto che la repubblica italiana è nata dal contributo determinante dei partiti che hanno combattuto il fascismo, perciò la costituzione ne riconosce esplicitamente il ruolo affermando che <<tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere in modo democratico a determinare la politica nazionale>>.

   Da questa disposizione si possono ricavare i seguenti principi:

a)       La formazione dei partiti è libera: ogni partito ha diritto di cittadinanza nello stato italiano qualunque ne sia l’ideologia, l’unico limite è contenuto nell’art. XII delle disposizioni transitorie della Costituzione che vieta <<qualsiasi forma  di riorganizzazione dello sciolto partito fascista>>. Tale disposizione è stata adottata soltanto per sciogliere alcune organizzazioni di estrema destra.

b)       La repubblica si fonda sul pluralismo dei partiti. L’uso del plurale “partiti” sta a significare che sarebbe inammissibile un sistema monopartitico.

c)       Ai partiti è riconosciuta la funzione di determinare la politica nazionale, in concorrenza tra di loro.

d)       I partiti devono rispettare il metodo democratico. Per tale principio si intende dire che la minoranza deve rispettare le decisioni della maggioranza, ma ha piena libertà di agire, con tutti i mezzi necessari per diventare maggioranza e passare alla guida politica del Paese.

   Dal punto di vista giuridico i partiti politici sono, in Italia, organizzazioni private ce si conurano come associazioni non riconosciute e godono quindi di ampia libertà d’azione che è prevista dal codice civile per questo tipo di associazioni. Non sono persone giuridiche e quindi non vengono sottoposti a quei controlli statali che il codice civile prevede per tali enti.

   Gestire un partito richiede molto denaro. I partiti hanno infatti bisogno di sedi, di funzionari, di materiale per proande. Anche le camne elettorali costano: ogni candidato, se vuole essere eletto, deve spendere milioni per farsi conoscere dagli elettori.

   Allora il problema è di come procurarsi il denaro.

   Una possibile soluzione è il finanziamento pubblico dei partiti: ogni partito riceve dallo stato il denaro per finanziare la propria attività e le proprie camne elettorali. Alcuni sostengono che i partiti svolgono funzioni di carattere pubblico e che, se non vengono finanziati dallo stato, saranno tentati a ricorrere a pratiche illecite per procurarsi il denaro necessario, il finanziamento pubblico dei partiti è un modo per prevenire la corruzione.

   A causa di questa contrapposizioni il finanziamento pubblico dei partiti ha avuto, in Italia, una storia travagliata. Fu introdotto nel 1974, poi fu parzialmente cancellato da un referendum del 1993, reintrodotto in forma nuova nel 1997 ed è stato ancora oggetto di referendum del maggio scorso, che non è stato valido a causa del quorum non raggiunto del 50% più uno degli elettori.

   L’insieme dei partiti che operano in un paese e delle loro relazioni reciproche costituisce il sistema di partiti.

   I sistemi di partiti si differenziano tra di loro essenzialmente per due aspetti: il numero dei partiti che esistono in un paese e il grado di omogeneità e disomogeneità politica esistente tra di loro. Entrambi questi aspetti dipendo essenzialmente dalle caratteristiche culturali e storiche di un paese: i partiti riflettono infatti le divisioni o le fratture esistenti nella società tra le classi sociali, le aree geografiche, le ideologie, ecc.; più ampie sono queste fratture più ampio sarà il numero di partiti portatori di posizioni particolarmente distanti tra loro, un esempio potrebbe essere quello dell’Italia con un notevole numero di partiti, causa delle ripetute instabilità politiche.

   Possiamo raggruppare i sistemi partitici, grossomodo, in due modelli principali: i sistemi bipartitici (o tendenzialmente tali) e i sistemi multipartitici.

   Nei sistemi bipartitici la competizione politica si svolge principalmente tra due partiti che si differenziano per il fatto che uno è orientato su posizioni riformatrici o progressiste (o “di sinistra”), l’altro su posizioni tradizionaliste e conservatrici (o “di destra”). Tale è la situazione negli Stati Uniti dove la competizione politica si svolge tra il partito repubblicano e quello democratico.

   E’ stato spesso sostenuto che i sistemi bipartitici sono in grado di favorire un migliore funzionamento deldemocrazia - Le elezioni - I gruppi parlamentari - Il governo - La Corte Costituzionale" class="text">la democrazia. Infatti il partito che prevale alle elezioni conquista necessariamente la maggioranza assoluta dei seggi al parlamento e forma il governo, mentre il partito sconfitto è costretto a svolgere il ruolo dell’opposizione. A ogni elezione però i ruoli di maggioranza e opposizione possono invertirsi se gli elettori decidono di spostare i loro voti da un partito all’altro. Tale sistema garantisce nello stesso tempo stabilità dei governi (che essendo formati da un solo partito restano in carica per tutta la legislatura) e la possibilità di alternanza al potere. Quest’ultimo aspetto costituisce uno stimolo positivo sia per il partito di governo che per il partito dell’opposizione: il primo sa che a ogni elezione corre il rischio di perdere il potere e quindi cercherà di governare in modo responsabile tenendo conto delle critiche dell’opposizione; il secondo sa di avere una concreta possibilità di passare alla guida del paese e quindi sarà indotto a formulare critiche realiste e costruttive.



   Nei paesi dell’Europa continentale si sono tradizionalmente affermati sistemi multipartitici: la competizione politica non avviene quindi tra un partito 'progressista” e un “partito moderato” ma tra numerosi partiti che esprimono una gamma di orientamenti molto più differenziata. Poiché spesso in questi casi nessun partito, da solo, è in grado di ottenere la maggioranza alle elezioni, i governi sono formati da coalizioni di partiti che sono poco stabili in quanto fondate su un accordo tra organizzazioni che hanno programmi non del tutto coincidenti. Tale situazione ha determinato periodi di forti instabilità politica come la Germania di Weimar (1919-l933) e la Francia durante la IV repubblica (1945-l958).

   Occorre osservare che nel secondo dopoguerra in alcuni paesi europei si è verificata una semplificazione del sistema dei partiti e ci si è avvicinati a sistemi bipartitici. Per esempio nella Francia della V repubblica (dal 1958 a oggi) i partiti principali sono quattro o cinque, ma tutti raggruppati in due soli schieramenti, uno di sinistra e uno di destra. Nella Germania federale la competizione politica si svolge tra il partito socialdemocratico e la democrazia cristiana.           

    Nei primi 48anni di storia repubblicana (1946-l994) il sistema dei partiti si è presentato in Italia come un sistema multipartitico, assai frazionato, ma dotato di notevole stabilità.

   All’inizio degli anni ’90 questo sistema è entrato in profonda crisi. Dalle elezioni politiche del 1994, realizzate con le nuove regole elettorali di tipo maggioritario, è emerso un sistema di partiti notevolmente trasformato.

   In base alla loro origine storica, alla loro ideologia e al loro insediamento sociale, i partiti italiani possono essere classificati in 6 aree o famiglie principali.

   L’area liberal-democratica, è quella di più antiche origini. Non va dimenticato che la classe politica che “fece” l’Italia del Risorgimento era prevalentemente di ispirazione liberale. Finché fu mantenuto il suffragio limitato, la grande maggioranza dei parlamentari proveniva dall’area liberale, anche se non era organizzata in un vero e proprio partito.

   Con l’avvento del suffragio universale maschile (1919) i liberali persero la loro posizione dominante a favore dei nuovi partiti di massa (socialista e cattolico). Da allora non sono più riusciti a riconquistarla. La loro base sociale è rimasta notevolmente ristretta, essendo formata prevalentemente dall’alta borghesia imprenditoriale e professionale.

   Nei primi 50 anni di storia repubblicana hanno fatto parte di quest’area due partiti minori, che vantano origini risorgimentali: il Partito repubblicano italiano (Pri) e il Partito liberale italiano (Pli). La loro influenza sulla politica italiana è stata nettamente superiore al loro peso elettorale perché essi sono stati quasi sempre partiti di governo.

   Si richiama ai valori liberal-democratici anche il partito di Forza Italia, di cui abbiamo già parlato nel contesto storico, nato nel 1994 per iniziativa di Silvio Berlusconi, diventato il primo partito italiano alle elezioni del 1994 con il 21% dei voti. Si tratta tuttavia di una forza politica totalmente nuova che ha poco in comune con l’antica tradizione liberale e repubblicana.

   L’area socialista Possiamo ricomprendere in questo gruppo tutti quei partiti che, pur avendo attualmente posizioni molto diverse tra di loro, hanno un antenato comune nel Partito socialista, fondato nel 1892 per rappresentare sul piano politico il movimento operaio e sindacale. L’area socialista fu la prima ad assumere le moderne vesti di partito di massa, ma ebbe anche la storia più travagliata con frequenti fratture e scissioni. Il Partito socialista, nato per difendere gli interessi dei lavoratori e degli strati sociali più deboli, si divise ben presto tra i riformisti che intendevano ottenere miglioramenti della condizione operaia all’interno del sistema esistente e i rivoluzionari che si battevano per l’abolizione del sistema capitalistico e l’affermazione di uno stato socialista.

   In seguito alla rivoluzione russa (1917), l’ala rivoluzionaria si staccò dal Partito socialista e fondò, nel 1921, il Partito comunista italiano, che assunse il primo stato socialista del mondo come il suo punto di riferimento fondamentale. Dopo la seconda guerra mondiale, il Pci diventò il maggiore partito della sinistra, superando il Partito socialista, e si affermò stabilmente come secondo partito italiano. Il suo successo dipese da vari fattori: il contributo decisivo dato dal Pci nella lotta antifascista e nella resistenza, il prestigio ottenuto dall’Unione Sovietica nella guerra contro i nazisti, l’adozione di un’organizzazione compatta ed efficiente sotto l’abile guida di Palmiro Togliatti.

   La forza elettorale del Pci si concentrò principalmente nelle “regioni rosse” (Emilia, Toscana e Umbria) e nelle aree industriali del nord. I voti del Pci crebbero costantemente negli anni Sessanta e Settanta fino a toccare la punta massima del 34% nei 1976, cui seguì un periodo di lento ma continuo declino.

   Di fronte al crollo dei regimi comunisti nell’Est europeo, il Pci scelse di rompere con le sue radici comuniste e diede vita, nel 1991, a una nuova formazione politica, il Partito democratico della sinistra (Pds), con un programma democratico e riformista. fl Pds ottenne il 20% dei voti alle elezioni dei 1996, confermandosi come il secondo partito italiano. La svolta non venne però accettata da alcuni militanti dell’ex-Pci che crearono il Partito della rifondazione comunista (Prc) (8% di voti nel 1996).

   Quanto al Psi, pur essendo rimasto fortemente ostile al comunismo totalitario instaurato in Urss, scelse di allearsi con il Pci subito dopo la guerra per contrastare la

Democrazia cristiana e subì, nel 1946, la scissione del Partito socialdemocratico italiano (Psdi), che assunse posizioni filo-occidentali ed entrò stabilmente a far parte del governo. I1 Psdi non è sopravvissuto alla crisi del 1992-l993.

    Anche il Partito socialista italiano compì alla fine degli anni Cinquanta una scelta riformista ed entrò a far parte del governo nel 1964 (il centro-sinistra). Da allora rimase sempre al governo come principale alleato (e concorrente) della Democrazia cristiana. Sul piano elettorale, dopo un periodo di declino negli anni Settanta, crebbe negli anni Ottanta, portandosi attorno al 13-l4% dei voti, grazie alla guida di Bettino Craxi che lo caratterizzò come partito di potere, moderno e spregiudicato. Ma questi stessi aspetti finirono per coinvolgerlo profondamente in pratiche illecite e corruttive. Travolto dalle inchieste “mani pulite”, si è suddiviso in vari tronconi che hanno attualmente un’influenza trascurabile.

   L’area cattolica. Il secondo partito di massa (dopo quello socialista) che ve sulla scena italiana fu il Partito popolare, fondato nel 1919 da don Luigi Sturzo. Esso si propose di rappresentare i cattolici italiani che fino ad allora si erano tenuti al di fuori dalla vita politica per protesta contro la presa di Roma da parte dello stato italiano.

   Il partito dei cattolici risorse dopo il fascismo con il nome di Democrazia cristiana (Dc) sotto la guida di Alcide De Gasperi, e da allora si affermò stabilmente come il maggiore partito italiano. Benché la sua forza elettorale fosse costantemente diminuita, dal 48% del 1948 al 30% del 1992, la Dc restò sempre il partito di maggioranza relativa in Italia e costituì la forza portante di tutti i governi della repubblica, fino alla

crisi del 1993/1994.

L’ideologia originaria della Dc derivò dalla dottrina sociale cristiana: valorizzazione della solidarietà, della famiglia e della piccola proprietà, difesa e diffusione dei valori cristiani.

   A differenza degli altri partiti la Dc non si presentò mai come un’organizzazione compatta sul piano ideologico e programmatico, ma piuttosto come una sede di mediazione tra posizioni e interessi diversi (e spesso contrapposti).

   Nei primi anni Novanta la Dc è entrata in una fase di rapida crisi.

   Nel 1994 si è sciolta, dando vita a tre partiti minori di ispirazione cattolica che sono attualmente schierati in due campi opposti: il Partito popolare (7% dei voti nel 1996) con l’Ulivo; il Centro cristiano democratico e i Cristiani democratici uniti (6% dei voti nel 1996) con il Polo delle libertà.

   L’area della destra post-fascista. Appartiene a quest’area il Movimento sociale italiano (Msi), fondato nel 1949 per raccogliere l’eredità dell’esperienza fascista. Malgrado lo sviluppo delle idee democratiche in Italia, il Msi conservò un discreto seguito elettorale (attorno al 5-6% dei voti). Rimase sempre all’opposizione. e proprio per questo registrò crescenti successi al momento della crisi del vecchio sistema politico, anche grazie al suo radicamento nelle regioni meridionali.

Nel 1994 scelse di allentare i propri legami con il fascismo e adottò la nuova denominazione di Alleanza nazionale. Alle elezioni del 1996 divenne il terzo partito italiano con il 16% dei voti.

   L’area ecologica. Nell’ultimo decennio in tutta Europa i movimenti ecologisti hanno tentato, con successo, di partecipare alle elezioni e di portare in parlamento i temi della difesa dell’ambiente che i partiti tradizionali dimostravano di sottovalutare. Anche in Italia si sono formate liste verdi che a ogni elezione ottengono una quota di voti oscillante tra il 2 e il 3%.

   L’area regionalista. Sono tradizionalmente presenti nel parlamento italiano partiti locali che rappresentano minoranze etniche di particolari zone del paese: così la Sudtiroler Volkspartei (Partito popolare del Sud-tirolo) che raccoglie la stragrande maggioranza dei voti dei cittadini di lingua tedesca dell’Alto Adige e l’Union Valdòtaine presente in Valle d’Aosta.

   A partire dagli anni Ottanta il fenomeno dei raggruppamenti politici localistici ebbe un nuovo impulso con la diffusione di movimenti nelle regioni settentrionali che attaccavano il sistema nazionale dei partiti, mettevano sotto accusa gli aiuti al Mezzogiorno e chiedevano la trasformazione dello stato italiano in senso federale. Il più importante di essi, la Lega lombarda (che ha promosso poi la formazione della Lega nord) ha avuto un rapidissimo successo. Nel 1993 ha conquistato i sindaci di numerosi comuni del nord. Alle elezioni politiche nel 1996, si è affermata come il quarto partito italiano con il 10% dei voti.




   Nel primo cinquantennio di vita repubblicana non si è mai realizzata in Italia l’alternanza al governo, che è invece avvenuta in tutte le altre democrazie europee.

   Si può dire che l’Italia si è conurata come una democrazia bloccata, nel senso che non si è mai verificato quel ricambio tra maggioranza e opposizione che e generalmente considerato come indispensabile per il buon funzionamento di un sistema democratico. Il sistema dei partiti in Italia è stato anche descritto come bipartitismo imperfetto in quanto è stato dominato da due grandi partiti la Dc e il Pci, che per ragioni internazionali e anche interne non hanno mai potuto sostituirsi alla guida del paese.

   L’alto numero dei partiti e la stabilità del loro ruolo al governo o all’opposizione, ha provocato una serie di fenomeni degenerativi. I partiti erano infatti saldamente controllati da apparati relativamente ristretti (i «politici di professione») il cui scopo era più quello di consolidare e rafforzare la propria posizione di potere che di perseguire gli interessi generali del paese. Secondo un’opinione assai diffusa, a un sistema basato sulla democrazia (il potere del popolo), si sarebbe in realtà sostituito un sistema basato sulla partitocrazia (il potere dei partiti).

    I partiti (e soprattutto quelli di governo) si sono infatti mostrati fortemente inclini al clientelismo, cioè alla concessione di favori a particolari categorie di cittadini in modo da ottenerne il consenso elettorale. In queste condizioni la politica governativa è riuscita raramente ad assumere un indirizzo chiaro e unitario, ma si è frammentata assai spesso in una miriade di provvedimenti scoordinati diretti a soddisfare questo o quel gruppo sociale.

Inoltre i partiti, per consolidare la loro posizione di potere, hanno cercato con successo di accaparrarsi il numero maggiore possibile di incarichi pubblici ponendo alla guida degli enti che dipendono dallo stato (gli enti pubblici, le imprese pubbliche, la Rai, le Unità sanitarie locali ecc.) uomini di propria fiducia. Tali incarichi hanno finito per essere distribuiti (o «lottizzati») tra i partiti di1 maggioranza in proporzione alla loro forza elettorale, e senza alcun criterio di competenza professionale. In sostanza i partiti hanno mirato più all’occupazione dello stato, che al perseguimento di una precisa linea politica, estendendo in modo del tutto improprio la loro influenza diretta su tutte le istituzioni pubbliche.

   In queste condizioni hanno dilagato i fenomeni di corruzione tra gli uomini politici dei partiti di governo (ma talvolta anche in quelli di opposizione) nella convinzione che l’impossibilità di un ricambio al governo conferisse loro una completa impunità. I proventi illegali della corruzione sono stati destinati a finanziare i partiti (i loro costosi apparati e la loro proanda), ma spesso hanno avuto anche l’effetto di creare rapidi arricchimenti personali.

   Attraverso tali fenomeni il sistema politico si è rivelato sempre meno efficiente: ha prodotto il risultato paradossale di avere nello stesso tempo governi instabili (di breve durata), ma formati dagli stessi uomini e dagli stessi partiti; ha dimostrato di non saper prendere decisioni dì vitale importanza per il paese, se non dopo estenuanti contrattazioni tra i partiti per ragioni spesso tutt’altro che nobili e non ha saputo fare nulla per migliorare la qualità dei servizi pubblici o per ridurre l’ingiustizia fiscale.

   Il sistema dei partiti che aveva caratterizzato, con una notevole stabilità, il primo cinquantennio di vita repubblicana, è stato completamente travolto nei primi anni Novanta anche per effetto della legge elettorale di tipo maggioritario varata nel 1993. L’Italia è infatti l’unico paese europeo che abbia conosciuto, negli ultimi anni, un completo ribaltamento del proprio sistema politico. Attualmente non sopravvive nessuno dei partiti esistenti nei primi anni Novanta: alcuni sono completamente ssi dalla scena, altri hanno cambiato nome (e anche sostanza).

   Se osserviamo i risultati delle elezioni del 1996 possiamo constatare che il numero dei partiti non è diminuito, malgrado l’adozione di un sistema elettorale maggioritario: viviamo quindi ancora in un sistema multipartitico. Ma ora essi sono organizzati in due coalizioni o due poli:

* una coalizione di sinistra, l’Ulivo, che comprende cinque partiti principali: il Partito democratico della sinistra (Pds), Rifondazione comunista, il Partito popolare, Rinnovamento italiano e i Verdi;

* una coalizione di destra, il Polo delle libertà, che comprende quattro partiti prin-cipali: Forza Italia, Alleanza Nazionale, il Centro cristiano democratico e i Cristiani democratici uniti.

   Un eccezione per la Lega nord, che non si riconosce in nessuno dei due poli: corre per conto suo, perché ha un programma — l’indipendenza della «Padania» — che non è condiviso né dagli uni né dagli altri.

   I1 sistema dei partiti si è dunque avviato verso una situazione bipolare. Ma non è detto che sia una conurazione stabile. In ciascuno dei due poli esiste un partito dominante: il Pds nell’Ulivo e Forza Italia nel Polo; ma essi raccolgono soltanto il 20% circa dei voti: hanno quindi bisogno di altri alleati e possono essere fortemente condizionati dalle loro richieste.

   I partiti sono i canali principali di collegamento tra i cittadini e lo stato, ma non sono gli unici. Nelle società contemporanee esistono numerose organizzazioni che, pur non presentandosi alle elezioni e non proponendosi la gestione del potere politico, hanno una concreta influenza sulle decisioni dello stato e quindi contribuiscono indirettamente a formulare la politica del paese.

   Queste organizzazioni vengono chiamate gruppi di interesse, nel senso che sostengono gli interessi di particolari categorie sociali, oppure gruppi di pressione, nel senso che “premono” sui partiti o direttamente sugli organi dello stato per ottenere decisioni a loro favorevoli

   I gruppi di pressione più importanti sono i sindacati dei lavoratori e le associazioni degli imprenditori (la principale, tra queste, è la Confindustria). La loro influenza è tale che raramente il governo prende provvedimenti di politica economica senza consultare preventivamente i sindacati dei lavoratori e le associazioni degli imprenditori. Anzi, le più importanti politiche economiche e sociali del paese, quelle per esempio che riguardano le pensioni, lo stato sociale, l’occupazione ecc. vengono spesso concordate in incontri «triangolari» tra il governo, i sindacati dei lavoratori e la Confindustria. Questa pratica, detta concertazione, è molto diffusa in tutti i paesi europei e ha conosciuto un notevole sviluppo in Italia negli ultimi anni.

   Allo stesso modo agiscono numerosissimi altri gruppi di interesse: si può dire che ogni categoria di cittadini è rappresentata da specifiche organizzazioni che ne tutelano gli interessi nei confronti dello stato e che premono sui partiti e sul governo per ottenere provvedimenti a esse favorevoli. Per esempio le organizzazioni degli agricoltori, degli artigiani, dei commercianti, dei medici, dei farmacisti, degli autotrasportatori, dei proprietari di casa, degli inquilini, dei cacciatori, delle società di calcio o di pallacanestro, degli automobilisti ecc. Più in generale ogni associazione può trasformarsi in gruppo di pressione se è abbastanza forte da trovare ascolto presso i partiti, i membri del parlamento, i ministri, la pubblica amministrazione.

   L’azione dei gruppi di interesse può essere, inoltre, un potente fattore di corruzione. Pur di ottenere un provvedimento favorevole che può far guadagnare miliardi, un gruppo di industriali o di uomini d’affari può essere disposto a are centinaia di milioni a deputati, ministri, funzionari di partito. La corruzione non dipende solo dagli uomini politici che hanno bisogno di denaro. Spesso dipende anche dai gruppi di pressione che hanno interesse a are. In molti paesi l’azione dei gruppi di pressione è stata regolamentata in modo che sia condotta in modo palese e trasparente. Per esempio, gli uomini politici che ricevono denaro da un’impresa devono dichiararlo pubblicamente, in modo che si sappia da chi sono finanziati. Il potere del denaro sulle scelte di governo rimane comunque uno degli aspetti più inquietanti delle democrazie contemporanee.

4.1 – Les   partits   politiques   en   France    et   les     
          institutions

   L’univers politique français met en evidence une forte tendance à la bipolarisation: la droite d’un còté, la gauche de l’autre.

   Après la remontée d e la droite aux élections législatives de 1986, une victoire de la gauche aux législatives de 1988 et enfin un nouveau succèss de la droite aux législatives de 1993, la majorité des Français a choisi comme Président de la Republique Jacques Chirac, soutenu par les forces politiques de droite.

Les partis de gauche:

  

 Le Parti Socialiste (PS.)

   Il est l’héritier du mouvement socialiste fondé au début du siécle. Dirigé par François Mitterrand, il accède au à l’occasion des élections présidentielles et legislatives de 1981. Il a soutenu la candidature de Lionel Jospin à la Présidence de la République en mai 1995.

 Le Parti Communiste Français (P.C.F.)

   Fondé lors du Congrès du Parti Socialiste en 1920, le Parti Communiste Français revendique, depuis, le titre de parti de la classe ouvrière.

 Génération Ecologie

    Ce parti a pour but la sauve-garde de l’environnement, la lutte contre le nucléaire.



Les partis de droite:

 

 Le Rassemblement pour la République (R.P.R.)

   Fonde en l976 par Jacques Chirac, il est aujourd’hui le prernier parti de droite

 

 L’Union pour la Démocratie Française (U.D.F.)

   L’Unione pour la Démocratie Française, née en 1978 pour soutenir le Président Valéry Giscard d’Estaing. Cette confédération regroupe le Parti Républicain (P.R.), le Parti Radical, le Parti Social-Démocrate (P.S.D.) et des groupes liberaux et conservateurs.

 

 Le Front National (F.N.)

Parti d’extréme droite, le Front National est né en 1972, fondé par Jean-Marie Le Pen.

  Les institution

La France d’aniourd’hui est une république laique et démocratique à régime semiprésidentiel, régie par la Constitution élaborée en 1958 et approuvée par référendum populaire.

 LE POUVOIR EXECUTIF

Le pouvoir exécutif appartient au Président de la Ré~ublique et au Gouvemement.

Le_Président de la République, élu pour 7 ans au suffrage universel direct depuis 1962, joue un ròle décisif dans la vie puiitlque de la nation.

Les fonctions du Président sont multiples:

il nomme le Premier Ministre qui soumet à son approbation le choix des autres membres du Gouvernement;

           il préside le Conseil des Ministres, le Conseil de la Défense Nationale et le Conseil Supérieur de la Magistrature;

il promulgue les lois, signe les décrets et les ordonnances qu’on a délibérés en Conseil des Mirustres;

il dirige la politioue étrangère qui est entièrement entre ses mains: il nomme les ambassadeurs et les Hauts Fonctionnaires à l’étranger;

il peut soumettre au référendum tout projet de loi concernant l’organisation des pouvoirs publics ou la ratifìcation des traités au référendum

après consultation du Premier Ministre et des Présidents des Assemblées, il peut dissoudre l’Assemblée Nationale et ordonner de nouvelles

   Le Président  dispose de pouvoirs exceptionnels en cas de menace grave et immédiate; il peut prendre toutes les mesures qu’il juge nécessaires à la sècurite de la nation.

   Le Gouvernement est dirigé dans tous les secteurs par le Premier Ministre, qui joue un role de coordinateur entre le Président de la République et le Parlement.

Le Gouvernement est responsable devant le Parlement. Il conduit la politique nationale et assure l’execution des lois. Il se compose de ministres et de secrétaires d’Etat qui dingent les différents ministères. Leur nombre varie en fonction de la structure gouvemementale. Chaque ministre est entouré d’un cabinet de collaborateurs

   L’Assemblée Nationale peut voter une motion de censure ou désapprouver le programme du Gouvernement, ce qui entraine la démission de ce dernier.

 LE POUVOIR LEGISLATIF

Le pouvoir législatif est exercé par le Parlement, formé par l’Assemblée Nationale et le Sénat.

L’Assemblée Nationale est composée de 577 députés, àgés d’au moins 23 ans, élus au suffrage universel direct pour 5 ans. Elle siège au Palais Bourbon.

Le Sénat, comprend 306 sénateurs, àgés d’au moins 35 ans. Ils sont élus au suffrage indirect, pour 9 ans, par un collège électoral composé de députés, de conseillers généraux, de conseillers régionaux et de délégués des conseils municipaux. Les sénateurs sont renouvelables_par tiers tous les trois ans.

           

 LE POUVOIR JUDICIAIRE

   Le pouvoir judiciaire est exercé par les magistrat qui veillent au respect et à l’application des lois.

Les tribunaux d’instance, les tribunaux de grande instance, les cours d’appel, les cours de cassation administrent la justice civile: les tribunaux de grande instance, les cours d’appel, les cours d’assises et les cours de cassation, administrent la justice pénale.

On distingue les tribunaux de commerce et les conseils de Prud’hommes pour la justice professionnelle; le Conseil d’Etat, la Cour des Comptes et les tribunaux administratif départementaux pour lajustice administrative.

Le        Président de la République est garant de l’indépendance de l’autorité judiciaire. Il est assisté par le Conseil supérienr de la Magistrature qui se compse de 9 membres désignés par le Président de la Rèpublique.

La Haute Cour de Justice, juridiction supreme, est composée de 24 juges, élus par l’Assemblée Nationale le Sénat aprés chaque renouvellement des assemblées.

Le Conseil Constitutionnel veille à ce que les lois soient conformes à la Constitution et vérifie la régularité des élections et des référendums. Il cornprend 9 membres, dont trois sont nommés ar e Président de la République.

Le Conseil Economique et Social, désigné par les organisations professionelles et par le Gouvernement, donne son avis sur toutes les lois, tuos les s ou tous les projets à càractere economique ou social.

 4.2 – Government

   Great Britain has a form of democratic government with the monarch who is not only the Head of State but also the symbol of the nation’s unity, but its constitution is made up of a number of customs and laws that can be changed by parliament.

   Parliaments made up of the House of Commons and the House of Lords. The function of Parliament is to pass laws, vote for taxation, examine the government’s policies and administration, and debate the major political issues of the day.

   The House of Commons consists of 650 members elected every five years.

   The House of Lords, which has just over 1,100 members, is not an elected body and consists of members of the royal family, of the old aristocracy, bishops, lawyers and retired  politicians.

   There are three main politicai parties in Britain: the Conservative Party, the Labour Party, and the Social-Democratic and Liberal Alliance. The government is formed by the party which has the majority in Parliament. The Prime Minister is generally the leader of that party and is appointed by the Queen. The Prime Minister chooses his (or her) ministers to form the Cabinet (about 30 members), to govern the nation.






Privacy

© ePerTutti.com : tutti i diritti riservati
:::::
Condizioni Generali - Invia - Contatta