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PROMESSI SPOSI A.MANZONI

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PROMESSI SPOSI                                                                                                A.MANZONI

LABORATORIO CAPITOLO XVIII

I TEMI

La reazione della massa alla notizia della fuga e dell’arresto di Renzo è quella consueta del popolo: si sparge la voce, nessuno conosce con certezza l’accaduto e viene raccontata in cento modi differenti, che non hanno nulla a che vedere con la realtà dei fatti.

Don Rodrigo, sebbene l’arresto di Renzo non fosse opera sua, immediatamente se ne compiacque. Il signorotto, appresa la notizia, viene incitato dal conte Attilio a perseverare nella sua opera perché si stava svolgendo tutto per il meglio. Passando invece a Lucia, don Rodrigo ritiene che “un monastero era un osso troppo duro per i denti di don Rodrigo; e per quanto egli ronzasse con la fantasia intorno a quel ricovero, non sapeva immaginar né vie né verso d’espugnarlo, né con la forza, né per insidie.”

Durante la sua permanenza presso il monastero, Lucia ha spesso l’occasione di trattenersi a colloquio con Gertrude, la quale espone alla ragazza la sua storia e questo colpisce la povera Lucia, che cambia più volte atteggiamento. Tuttavia quest’ultima non contraccambia la sincerità della Signora perché teme che si sparga la voce della sua storia e che venga riconosciuto Renzo e non racconta neppure il corteggiamento che aveva ricevuto da parte di don Rodrigo prima del matrimonio. Come già detto, Lucia durante questi dialoghi cambia il proprio atteggiamento e la sua maraviglia sospettosa muta in compassione.



Appena le due donne giungono al monastero arrivano loro notizie inerenti al tumulto di Milano e la fattoressa riferisce loro queste notizie con un esplicito accenno a Renzo, di cui però non conosce ancora il nome. Questa notizia diede alle due donne qualche inquietudine, in particolare a Lucia che impallidì, si cambiò tutta, le cadde il lavoro di mano. Agnese e Lucia dicono di conoscerlo perché in un piccolo paese tutti si conoscono. “Il secondo giovedì tornò quel pesciaiolo o un altro messo co’saluti del padre Cristoforo e con la conferma della fuga felice di Renzo.”

Il personaggio che ha l’importante ruolo di fare da tramite tra fra Cristoforo e le due donne è il pesciaiolo di Perscarenico. Purtroppo questo collegamento s’interrompe in quanto il cappuccino viene trasferito a Rimini dal padre provinciale.

Fra Cristoforo viene appunto inviato a Rimini dal padre provinciale perché è stata fatta la richiesta di un buon predicatore e quest’ultimo ha ritenuto che il nostro Cristoforo fosse il personaggio adeguato. Fra Galdino, non avendo compreso la gravità della situazione per Agnese,  le indica altri padri che avrebbero potuto aiutarla quali padre Zaccaria e padre Atanasio.

Il conte zio è sicuramente una delle ure meglio riuscite del romanzo: egli ci viene descritto come togato e come nobile, in quanto può prendere parte alla consulta riservata a tredici uomini di toga e di spada; è un uomo anziano che gode di un certo credito all’interno di questa assemblea.

Attilio, al fine di convincere il conte zio, espone la vicenda per la quale è richiesto il suo intervento in termini molto accesi e talvolta ingrandendo la gravità dei fatti, descrivendoli a favore del suo protetto. Tuttavia il conte zio è spinto ad intervenire dalle parole di Attilio dalle quali ode che fra Cristoforo si è messo parlar male di don Rodrigo, delineandolo come un mascalzone, il che non è vero perché il cappuccino non ha mai parlato di don Rodrigo in pubblico: questo è uno di quei particolari che contribuiscono ai termini alterati del discorso tra i due galantuomini. “…l’onore di Rodrigo che poi è anche il suo”: questa frase significa che tutto ciò che fa Rodrigo, successi, insuccessi, trionfi, sconfitte riguardano da vicino anche lui in quanto i due sono parenti stretti.




LO STILE

Nella narrazione delle vicende di Renzo, vengono adottati diversi punti di vista: il primo è quello di una ura interna alla narrazione, che non conosce tutti i particolari “A poco a poco si viene a sapere che Renzo è scappato dalla giustizia. Il secondo punto di vista consiste in quello di un personaggio appartenente alla famiglia di Renzo “Intanto i parenti e gli amici di Renzo vengono citati a deporre ciò che possono sapere”. Infine l’ultimo punto di vista è quello del narratore onnisciente “Ma noi, co’fatti alla mano…possiamo affermare che…”

Il narratore per presentare il dialogo tra Attilio e il Conte zio utilizza la tecnica della dissimulazione, che consiste nel nascondere i propri pensieri e le proprie intenzioni: “Oh frate temerario! Come si chiama costui?… e il conte zio, preso da una cassetta del suo tavolino, un libricino di memorie, vi scrisse, soffiando, soffiando, quel povero nome.” Interessante è il rapporto tra contenuto del colloquio tra i due e scelte stilistiche, poiché per quanto riguarda queste ultime, sono presenti alcune ure retoriche come l’ossimoro, la metonimia e il climax, inserite in un dialogo che ha lo scopo di convincere il conte zio a eliminare fra Cristoforo, il qual è d’impedimento per don Rodrigo, intenzionato ad avvicinarsi a Lucia.

In questo modulo il tempo della storia è notevolmente accelerato perché, se nei 17 moduli precedenti erano trascorsi sette giorni, in un solo modulo vengono presentati diciotto giorno: questo grazie a numerose ellissi, precisamente tre, che contraggono il tempo del racconto.

Nel modulo diciotto sono numerosi anche gli interventi metanarrativi: “La strada dell’iniquità, dice il manoscritto è larga; ma questo non vuol dire che sia comoda: ha i suoi buoni intoppi, i suoi passi scabrosi; è noiosa la sua parte, e faticosa, benché vada all’ingiù… Rendiamo conto di questi due avvenimenti, cominciando dall’ultimo…Un po’ meglio informati che fra Galdino noi possiamo dire come andò veramente la cosa.”






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