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VERISMO ITALIANO

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VERISMO ITALIANO

L’esperienza francese ebbe vasto eco in Italia, costituendo un punto di riferimento essenziale per la narrativa italiana.

Intorno agli anni Sessanta si cominciò a usare il termine ‘Verismo’ per indicare una nuova letteratura, capace di rappresentare il ‘vero’ nella sua concretezza e semplicità.

Fu proprio dopo una recensione fatta da Luigi Capuana al romanzo “L’ammazzatoio del francese Zola, che cominciò a prendere piede l’intenzione, fra alcuni letterati italiani, di progettare la nascita, anche nel nostro paese, del romanzo verista.

Per far questo, bisognava ovviamente prendere spunto dal Naturalismo francese. ˝ furono però alcune differenze tra le due correnti:

-         riduzione del naturalismo ad un metodo di scrittura;

-         maggiore importanza attribuita all’aspetto formale (canone dell’impersonalità, forma inerente al soggetto…)*;

-         differenza di contenuti: non vengono descritti più operai, ma masse contadine; e ciò che viene messo in primo piano è la questione meridionale.

* Si adotta il canone dell’impersonalità per riprodurre la realtà, astenendosi da ogni indagine di tipo psicologico, così come da ogni mediazione o intervento da parte dell’autore.

L’introduzione del dialetto nei testi letterari fu una differenza nell’aspetto lessicale dell’opera.

Il Verismo italiano si caratterizza per essere un movimento regionalistico, cioè affronta attraverso le opere degli scrittori le problematiche politico-sociali ed economiche in un periodo storico che è quello dell’Italia unita (1861, Proclamazione dell’unità d’Italia), perciò principalmente i problemi dell’Italia meridionale.

Le opere più significative della narrativa italiana del secondo Ottocento sono quelle di Luigi Capuana, Giovanni Verga,  Federico De Roberto.






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