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ALCIBIADES

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ALCIBIADES

ALCIBIADE

1. De Alcibiadis diversa natura.

1. Indole contrastante di Alcibiade.

Alcibiades, Cliniae filius, Atheniensis. In hoc, quid natura efficere possit, videtur experta. Constat enim inter omnes, qui de eo memoriae prodiderunt, nihil illo fuisse excellentius

vel in vitiis vel in virtutibus. 2 Natus in amplissima civitate summo genere, omnium aetatis suae multo formosissimus, ad omnes res aptus consiliique plenus - namque imperator fuit summus et mari et terra, disertus, ut in primis dicendo valeret, quod tanta erat commendatio oris atque orationis, ut nemo ei dicendo posset resistere -, dives; 3 cum tempus posceret, laboriosus, patiens; liberalis, splendidus non minus in vita quam victu; affabilis, blandus, temporibus callidissime serviens: 4 idem, simul ac se remiserat neque causa suberat, quare animi laborem perferret, luxuriosus, dissolutus, libidinosus, intemperans reperiebatur, ut omnes admirarentur in uno homine tantam esse dissimilitudinem tamque diversam naturam.

Alcibiade, lio di Clinia, ateniese. In costui, sembra che la natura abbia sperimentato, cosa potesse realizzare. E’ infatti evidente a tutti, che tramandarono alla memoria su di lui, che nulla fu più eccellente di lui nei difetti o nelle qualità. Nato in una famosissima città da nobilissima famiglia, il più bello di molto di tutti della sua epoca, adatto per tutte le cose e pieno di intelligenza – infatti fu comandante supremo e per mare e per terra, eloquente, da risultare tra i primi col parlare, perché la presentazione dell’aspetto e del discorso era così grande, che nessuno gli poteva resistere col parlare -, ricco; quando il momento lo richiedesse, infaticabile, paziente; prodigo, splendido non meno nella vita che nel comportamento; affabile, seducente, adattandosi molto astutamente  alle situazioni: lo stesso, si era lasciato andare e non c’era motivo, per cui sopportasse la fatica dello spirito, veniva trovato sfrenato, dissoluto, capriccioso, intemperante, tanto che tutti si meravigliavano che in un solo uomo ci fosse così grande differenza ed una natura tanto diversa.

2. De Alcibiadis amoribus.

2. Gli amori di Alcibiade.

Educatus est in domo Pericli - privignus enim eius fuisse dicitur -, eruditus a Socrate; socerum habuit Hipponicum, omnium Graeca lingua loquentium ditissimum: ut, si ipse fingere vellet, neque plura bona eminisci neque maiora posset consequi, quam vel natura vel fortuna tribueret. 2 Ineunte adulescentia amatus est a multis amore Graecorum, in eis Socrate; de quo mentionem facit Plato in symposio. Namque eum induxit commemorantem se pernoctasse cum Socrate neque aliter ab eo surrexisse, ac filius a parente debuerit.

 3 Posteaquam robustior est factus, non minus multos amavit; in quorum amore, quoad licitum est odiosa, multa delicate iocoseque fecit, quae referremus, nisi maiora potiora haberemus.

Fu educato nella casa di Pericle – si dice infatti fosse suo liastro -, istruito da Socrate; ebbe come suocero Ipponico, il più ricco di quelli che parlano in lingua greca: così che, se lui stesso avesse voluto crearseli, non avrebbe potuto né immaginare più beni né ottenerne maggiori, di quanto o la natura o la fortuna concedesse. Iniziando la giovinezza fu amato da molti dell’amore dei Greci, tra essi Socrate; e di lui fa menzione Platone nel simposio. Infatti lo introdusse mentre ricordava di aver pernottato con Socrate e che s’era alzato da lui non diversamente da come avrebbe dovuto un lio dal padre. Dopo che diventò più vigoroso, non di meno amò molti; ma nell’amore di costoro, fino a quanto sia lecito fece cose odiose, molte elegantemente e scherzosamente, che riferiremmo, se non avessimo cose maggiori più importanti.

3. De Hermarum nocturna deiectione.

3. Abbattimento notturno delle Erme.

Bello Peloponnesio huius consilio atque auctoritate Athenienses bellum Syracusanis

indixerunt; ad quod gerendum ipse dux delectus est, duo praeterea collegae dati, Nicia et Lamachus. 2 Id cum appararetur, priusquam classis exiret, accidit, ut una nocte omnes Hermae,

qui in oppido erant Athenis, deicerentur praeter unum, qui ante ianuam erat Andocidi. Itaque

ille postea Mercurius Andocidi vocitatus est. 3 Hoc cum appareret non sine magna multorum

consensione esse factum, quae non ad privatam, sed publicam rem pertineret, magnus multitudini timor est iniectus, ne qua repentina vis in civitate exsisteret, quae libertatem opprimeret populi. 4 Hoc maxime convenire in Alcibiadem videbatur, quod et potentior et maior quam privatus existimabatur. Multos enim liberalitate devinxerat, plures etiam opera forensi suos reddiderat. 5 Qua re fiebat, ut omnium oculos, quotienscumque in publicum prodisset, ad se converteret neque ei par quisquam in civitate poneretur. Itaque non solum spem in eo habebant maximam, sed etiam timorem, quod et obesse plurimum et prodesse poterat. 6 Aspergebatur etiam infamia, quod in domo sua facere mysteria dicebatur; quod nefas erat more Atheniensium, idque non ad religionem, sed ad coniurationem pertinere existimabatur.

Durante la guerra del Peloponneso per suggerimento e prestigio di costui gli Ateniesi dichiararono guerra ai Siracusani; e per guidarla lui stesso venne eletto comandante, (furono) dati due colleghi, Nicia e Lamaco. Mentre la si allestiva, prima che la flotta uscisse, accadde che in una sola notte tutte le Erme, che c’erano in città ad Atene, furono abbattute eccetto una, che era davanti alla casa di Andocide. E così in seguito quello fu chiacchierato il Mercurio di Andocide. Risultando che questo era stato fatto non senza un grande assenso di molti, che riguardava non una cosa privata ma pubblica, nella moltitudine fu insinuato un grande timore, che una qualche forza improvvisa sussistesse in città, che sopprimesse la libertà del popolo. Questo sembrava accordarsi particolarmente verso Alcibiade, perché era considerato sia più potente sia maggiore di un privato. Infatti aveva legato molti con la prodigalità, parecchi pure li aveva resi suoi con l’attività forense. Perciò accadeva, che gli occhi di tutti, ogniqualvolta fosse uscito in pubblico, li attirasse su di sé e che nessuno nella città  si ponesse pari a lui. Così non solo avevano massima speranza in lui, ma anche timore, poiché poteva sia giovare che nuocere moltissimo. Si spargeva pure la cattiva fama, perché si diceva che in casa sua si celebravano misteri; e questo era sacrilego secondo la tradizione degli Ateniesi, e la stessa cosa si pensava non rivolgersi alla religione, ma alla congiura.

4. De inAlcibiadem accusatione eiusque exsilio.

4. Accusa contro Alcibiade e suo esilio.

Hoc crimine in contione ab inimicis compellabatur. Sed instabat tempus ad bellum

proficiscendi. Id ille intuens neque ignorans civium suorum consuetudinem postulabat, si quid

de se agi vellent, potius de praesente quaestio haberetur, quam absens invidiae crimine

accusaretur. 2 Inimici vero eius quiescendum in praesenti, quia noceri non posse intellegebant,

et illud tempus exspectandum decreverunt, quo exisset, ut absentem aggrederentur; itaque fecerunt. 3 Nam postquam in Siciliam eum pervenisse crediderunt, absentem, quod sacra

violasset, reum fecerunt. Qua de re cum ei nuntius a magistratu in Siciliam missus esset, ut domum ad causam dicendam rediret, essetque in magna spe provinciae bene administrandae, non parere noluit et in trierem, quae ad eum erat deportandum missa, ascendit. 4 Hac Thurios in Italiam pervectus, multa secum reputans de immoderata civium suorum licentia crudelitateque erga nobiles, utilissimum ratus impendentem evitare tempestatem clam se ab custodibus subduxit et inde primum Elidem, dein Thebas venit. 5 Postquam autem se capitis damnatum bonis publicatis audivit et, id quod usu venerat, Eumolpidas sacerdotes a populo coactos, ut se devoverent, eiusque devotionis, quo testatior esset memoria, exemplum in pila lapidea incisum esse positum in publico, Lacedaemonem demigravit. 6 Ibi, ut ipse predicare consuerat, non adversus patriam, sed inimicos suos bellum gessit, qui eidem hostes essent civitati: nam cum intellegerent se plurimum prodesse posse rei publicae, ex ea eiecisse plusque irae suae quam utilitati communi paruisse. 7 Itaque huius consilio Lacedaemonii cum Perse rege amicitiam fecerunt, dein Deceleam in Attica munierunt praesidioque ibi perpetuo posito in obsidione Athenas tenuerunt; eiusdem opera Ioniam a societate averterunt Atheniensium; quo facto multo superiores bello esse coeperunt.

Di questa colpa era accusato in assemble dagli avversari. Ma incalzava il tempo di partire per la guerra. Egli vedendo ciò e non ignorando la consuetudine dei suoi concittadini richiedeva, se qualcosa volessero si trattasse di lui, la questione fosse fatta al presente piuttosto che assente fosse accusato di una colpa di odio. Gli avversari dunque decisero di star calmi al momento, poiché capivano che non si poteva nuocere e di aspettare quel tempo, in cui fosse partito, per aggredirlo assente; e così fecero. Infatti dopo che cedettero che lui fosse giunto in Sicilia, lo fecero accusato, perché aveva violato cose sacre.
Perciò essendogli stato mandato un messaggero dal magistrato in Sicilia, perché ritornasse in patria a sostenere il processo ed essendo nella grande speranza di concludere bene l’incarico, non volle non obbedire e s’imbarcò nella trireme, che era stata mandata per riportarlo. Da questa trasportato a Turi in Italia, ripensando molto tra sé sullo smodato capriccio dei suoi concittadini e della crudeltà verso i nobili, ritenendo molto utile evitare la tempesta incombente di nascosto si sottrasse alle guardie e di lì prima giunse in Elide, poi a Tebe. Ma dopo che udì che era stato condannato a morte, confiscati i beni, e ciò che era derivato per usanza, che i sacerdoti Eumolpidi erano stati costretti dal popolo, a maledirlo, e di quella maledizione, perché ci fosse un ricordo più evidente di quella maledizione, una copia incisa su colonna di pietra era stata posta in pubblico, emigrò a Sparta. Ivi, come era abituato a dire chiaramente, fece una guerra non contro la patria, ma i suoi avversari, che erano nemici della stessa città: infatti benché comprendessero che poteva giovare moltissimo allo stato lo avevano cacciato da  esso ed avevano obbedito più alla loro ira che alla comune utilità. E così per  suggerimento di costui i Lacedemoni fecero amicizia col re persiano, poi in Attica fortificarono Decelea e lì posta una guarnigione stabile tennero Atene in assedio; per sua iniziativa tolsero la Ionia dall’alleanza degli Ateniesi; per questo fatto cominciarono ad essere molto superiori in guerra.

5. De victoris Alcibiadis domum reditu.

5. Ritorno in patria di Alcibiade vincitore.

Neque vero his rebus tam amici Alcibiadi sunt facti quam timore ab eo alienati. Nam cum

acerrimi viri praestantem prudentiam in omnibus rebus cognoscerent, pertimuerunt, ne caritate

patriae ductus aliquando ab ipsis descisceret et cum suis in gratiam rediret. Itaque tempus eius

interficiundi quaerere instituerunt. 2 Id Alcibiades diutius celari non potuit. Erat enim ea sagacitate, ut decipi non posset, praesertim cum animum attendisset ad cavendum. Itaque ad Tissaphernem, praefectum regis Darii, se contulit. 3 Cuius cum in intimam amicitiam pervenisset et Atheniensium male gestis in Sicilia rebus opes senescere, contra

Lacedaemoniorum crescere videret, initio cum Pisandro praetore, qui apud Samum exercitum

habebat, per internuntios colloquitur et de reditu suo facit mentionem. Erat enim eodem, quo

Alcibiades, sensu, populi potentiae non amicus et optimatium fautor. 4 Ab hoc destitutus primum per Thrasybulum, Lyci filium, ab exercitu recipitur praetorque fit apud Samum; post

suffragante Theramene populi scito restituitur parique absens imperio praeficitur simul cum

Thrasybulo et Theramene. 5 Horum in imperio tanta commutatio rerum facta est, ut Lacedaemonii, qui paulo ante victores viguerant, perterriti pacem peterent. Victi enim erant

quinque proeliis terrestribus, tribus navalibus, in quibus ducentas naves triremes amiserant, quae captae in hostium venerant potestatem. 6 Alcibiades simul cum collegis receperat Ioniam,

Hellespontum, multas praeterea urbes Graecas, quae in ora sitae sunt Asiae, quarum expugnarant complures, in his Byzantium, neque minus multas consilio ad amicitiam adiunxerant, quod in captos clementia fuerant usi. 7 Ita praeda onusti, locupletato exercitu, maximis rebus gestis Athenas venerunt.

Ma per queste cose nè divennero tanto amici di Alcibiade quanto distanti da lui per timore. Infatti conoscendo la intelligenza superiore dell’acutissimo uomo, temettero che un giorno spinto dall’amore di patria si staccasse da loro e ritornasse in favore con i suoi. E così decisero l’occasione di farlo fuori. Alcibiade non potè a lungo essere all’oscuro di ciò. Era infatti di tale acutezza, che non poteva essere ingannato, soprattutto avendo allertato l’animo a star attento. E così si recò da Tissaferne, prefetto del re Dario. Essendo giunto alla sua intima amicizia e vedendo che gli interessi degli Ateniesi si indebolivano per le cose andate male in Sicilia, al contrario (quelli) dei Lacedemoni crescevano, all’inizio parla con intermediari col pretore Pisandro, che aveva l’esercito presso Samo, e fa menzione sul suo ritorno. Era infatti della stessa sensibilità, quale Alcibiade, non amico della potenza del popolo e fautore degli aristocratici. Abbandonato da questo dapprima per mezzo di Trasibulo, lio di Licio, è accolto dall’esercito e diventa comandante presso Samo; poi su richiesta di Teramene per decisione del popolo è riabilitato e pur assente è messo a capo con apri potere insieme con Trasibulo e Teramene. Sotto il comando di costoro accadde un tale mutamento di cose che i Lacedemoni, che poco prima erano vigorosi come vincitori, atterriti chiesero la pace. Erano stati vinti infatti con tre scontri terrestri, tre navali, in cui avevano perso duecento navi trireme, che catturate erano giunte in possesso dei nemici. Alcibiade insieme con i colleghi aveva recuperato la Ionia, l’Ellesponto, inoltre molte città greche, che sono situate sulle sponde dell’Asia, di cui parecchie avevano espugnate, tra queste Bisanzio, ed avevano non di meno aggiunte molte in alleanza, perché avevano usato clemenza sui catturati.

Così carichi di bottino, arricchito l’esercito, compiute grandissime imprese giunsero ad Atene.

6. De Alcibiade coronis aureis donato.

6. Corone d’oro per Alcibiade.

His cum obviam universa civitas in Piraeum descendisset, tanta fuit omnium exspectatio

visendi Alcibiadis, ut ad eius triremem vulgus conflueret, proinde ac si solus advenisset. 2 Sic

enim populo erat persuasum, et adversas superiores et praesentes secundas res accidisse eius opera. Itaque et Siciliae amissum et Lacedaemoniorum victorias culpae suae tribuebant, quod talem virum e civitate expulissent. Neque id sine causa arbitrari videbantur. Nam postquam exercitui praeesse coeperat, neque terra neque mari hostes pares esse potuerant. 3 Hic ut e navi egressus est, quamquam Theramenes et Thrasybulus eisdem rebus praefuerant simulque venerant in Piraeum, tamen unum omnes illum prosequebantur, et, id quod numquam antea usu venerat nisi Olympiae victoribus, coronis aureis aeneisque vulgo donabatur. Ille lacrumans talem benevolentiam civium suorum accipiebat reminiscens pristini temporis acerbitatem. 4 Postquam astu venit, contione advocata sic verba fecit, ut nemo tam ferus fuerit, quin eius casui illacrumarit inimicumque iis se ostenderit, quorum opera patria pulsus fuerat, proinde ac si alius populus, non ille ipse, qui tum flebat, eum sacrilegii damnasset. 5 Restituta ergo huic sunt publice bona, eidemque illi Eumolpidae sacerdotes rursus resacrare sunt coacti, qui eum devoverant, pilaeque illae, in quibus devotio fuerat scripta, in mare praecipitatae.

Incontro a questi essendo discesa tutta la città al Pireo, così grande fu l’attesa di tutti di vedere Alcibiade, che il popolo cogfluiva alla sua trireme, come se fosse giunto da solo. Così il popolo era convinto che sia le cose precedenti erano accadute avverse sia quelle presenti favorevoli per opera sua.
E così attribuivano a colpa propria la perdita della Sicilia e le vittorie dei Lacedemoni, perché avevano cacciato dalla città un tale uomo. Né sembrava che ciò si pensasse senza motivo. Infatti dopo che aveva cominciato a presiedere l’esercito, né per terra né per mare i nemici avevano potuti essere pari. Questi come uscì dalla nave, anche se Teramene e Trasibulo erano stati a capo delle stesse cose ed insieme erano giunti al Pireo, tuttavia tutti seguivano solo lui e, ciò che mai prima era venuto in usanza se non ai vincitori di Olimpia, dal volgo era premiato con corone d’oro e di bronzo.
Egli piangendo riceveva tale benevolenza dei suoi concittadini ricordando l’amarezza del tempo passato.
Dopo che giunse alla rocca, convocata l’assemblea disse parole così che nessuno fu così duro da non piangere il suo caso e che si mostrasse avversario a coloro, per opera dei quali era stato cacciato dalla patria, come se un altro popolo e non quello stesso, che allora piangeva, lo avesse condannato per sacrilegio.
Dunque gli furono restituiti i beni pubblicamente, e quegli stessi sacerdoti Eumolpidi di nuovo furono costretti a riconsacrarlo, loro che l’avevano maledetto, e quelle colonne, in cui era stata scritta la maledizione, furono precipitate in mare.

7. De Alcibiade iterum ab inimicis accusato.

7. Alcibiade di nuovo accusato dagli avversari.

Haec Alcibiadi laetitia non nimis fuit diuturna. Nam cum ei omnes essent honores decreti

totaque res publica domi bellique tradita, ut unius arbitrio gereretur, et ipse postulasset, ut duo sibi collegae darentur, Thrasybulus et Adimantus, neque id negatum esset, classe in Asiam profectus, quod apud Cymen minus ex sententia rem gesserat, in invidiam recidit. 2 Nihil enim eum non efficere posse ducebant. Ex quo fiebat, ut omnia minus prospere gesta culpae tribuerent, cum aut eum neglegenter aut malitiose fecisse loquerentur; sicut tum accidit. Nam corruptum a rege capere Cymen noluisse arguebant. 3 Itaque huic maxime putamus malo fuisse nimiam opinionem ingenii atque virtutis. Timebatur enim non minus quam diligebatur, ne secunda fortuna magnisque opibus elatus tyrannidem concupisceret. Quibus rebus factum est, ut absenti magistratum abrogarent et alium in eius locum substituerent. 4 Id ille ut audivit, domum reverti noluit et se Pactyen contulit ibique tria castella communiit, Ornos, Bisanthen, Neontichos, manuque collecta primus Graecae civitatis in Thraeciam introiit, gloriosius existimans barbarum praeda locupletari quam Graiorum. 5 Qua ex re creverat cum fama tum opibus magnamque amicitiam sibi cum quibusdam regibus Thraeciae pepererat. Neque tamen a caritate patriae potuit recedere.

Questa gioia per Alcibiade non fu troppo durevole. Infatti essendogli stati decretati tutti gli onori e consegnato tutto lo stato in pace ed in guerra, sicché era controllato dalla volontà di uno solo, e lui avesse chiesto che gli fossero concessi due colleghi, Trasibulo ed Adimanto, e non essendogli stato negato ciò, partito con una flotta per l’Asia, perché presso Cime aveva condotta la cosa meno secondo l’aspettativa, ripiombò nel sospetto. Infatti pensavano che lui non potesse non realizzare nulla. Da ciò accadeva, che tutto quello compiuto meno positivamente l’attribuivano a colpa, dicendo che lui o aveva agito negligentemente o maliziosamente, come allora accadde. Infatti rimproveravano che corrotto dal re non aveva voluto prendere Cime. E così pensiamo che per lui sia stato di male la troppa opinione di genialità e valore. Infatti era temuto non meno che amato, che insuperbito dalla propizia fortuna   e dalle grandi ricchezze desiderasse la tirannide. Per tali cose accadde che a lui assente togliessero la magistratura e sostituissero al suo posto un altro. Come egli udì ciò, non volle ritornare in patria e si recò a Pactia e lì fortificò tre fortezze, Orno, Bisante, Neonico e raccolto un piccolo manipolo, per primo di civiltà greca entrò in Tracia, stimando cosa più gloriosa  arricchirsi col bottino dei barbari che dei Grai. Per la qual cosa era cresciuta sia per la fama che per risorse e si era procurato una grande amicizia con alcuni re della Tracia. Né tuttavia poté allontanarsi dall’amore per la patria.

8. De Alcibiadis patriae caritate.

8. Amor di patria di Alcibiade.

Nam cum apud Aegos flumen Philocles, praetor Atheniensium, classem constituisset suam

neque longe abesset Lysander, praetor Lacedaemoniorum, qui in eo erat occupatus, ut bellum quam diutissime duceret, quod ipsis pecunia a rege suppeditabatur, contra Atheniensibus exhaustis praeter arma et navis nihil erat super, 2 Alcibiades ad exercitum venit Atheniensium ibique praesente vulgo agere coepit: si vellent, se coacturum Lysandrum dimicare aut pacem petere; Lacedaemonios eo nolle classe confligere, quod pedestribus copiis plus quam navibus valerent: 3 sibi autem esse facile Seuthem, regem Thraecum, deducere, ut eum terra

depelleret; quo facto necessario aut classe conflicturum aut bellum compositurum. 4 Id etsi vere dictum Philocles animadvertebat, tamen postulata facere noluit, quod sentiebat se Alcibiade recepto nullius momenti apud exercitum futurum et, si quid secundi evenisset, nullam in ea re suam partem fore, contra ea, si quid adversi accidisset, se unum eius delicti futurum reum. 5 Ab hoc discedens Alcibiades  Quoniam, inquit, victoriae patriae repugnas, illud moneo,  iuxta

hostem castra habeas nautica: periculum est enim, ne immodestia militum vestrorum occasio detur Lysandro vestri opprimendi exercitus”. 6 Neque ea res illum fefellit. Nam Lysander cum per speculatores comperisset vulgum Atheniensium in terram praedatum exisse navesque paene inanes relictas, tempus rei gerendae non dimisit eoque impetu bellum totum delevit.

Infatti quando presso il fiume Egos Filocle, comandante degli Ateniesi, aveva allestito la sua flotta e non era lontano Lisandro, comandante dei Lacedemoni, che era occupato in questo, di condurre il più a lungo possibile la guerra, poichè ad essi era fornito denaro dal re, al contrario agli Ateniesi esausti non rimaneva nulla al di fuori delle armi e delle navi, Alcibiade giunse presso l’esercito degli Ateniesi e lì, presente il popolo, cominciò a trattare: se volevano, egli avrebbe costretto Lisandro a combattere o chiedere la pace; i Lacedemoni non volevano scontrarsi per questo, perché erano forti più con le truppe di fanti che con le navi; per lui era facile indurre Seute, re dei Traci, a cacciarlo dalla terra; fatto questo necessariamente o avrebbe combattuto o conclusa la guerra. Filocle anche se capiva che ciò era detto veramente, tuttavia non volle eseguire le richieste, perché capiva che lui, accolto Alcibiade, presso l’esercito non sarebbe stato di nessuna importanza e, se fosse capitato qualcosa di favorevole, la sua parte in quella cosa sarebbe stata nulla, invece, se fosse capitato qualcosa di avverso, solo lui sarebbe stato accusato di quel reato. Partendo da costui Alcibiade “Poiché, disse, ti opponi alla vittoria della patria, di questo ti avverto,  di avere le basi navali vicino al nemico: c’è pericolo infatti che per il non controllo dei vostri soldati sia data occasione a Lisandro di sopprimere il vostro esercito”.
Né quella cosa lo ingannò.

Infatti Lisandro avendo saputo dagli informatori che il popolo degli Ateniesi era sceso sulla terra per fare bottino e che le navi erano rimaste quasi vuote, non tralasciò l’opportunità di fare la cosa e con quell’attacco cancellò tutta la guerra.

9. De Alcibiadis fuga apud Persarum regem.

9. Fuga di Alcibiade presso il re dei Persiani.

At Alcibiades, victis Atheniensibus non satis tuta eadem loca sibi arbitrans, penitus in Thraeciam se supra Propontidem abdidit, sperans ibi facillime suam fortunam occuli posse. Falso. 2 Nam Thraeces, postquam eum cum magna pecunia venisse senserunt, insidias fecerunt; qui ea, quae apportarat, abstulerunt, ipsum capere non potuerunt. 3 Ille cernens nullum locum sibi tutum in Graecia propter potentiam Lacedaemoniorum, ad Pharnabazum in Asiam transiit; quem quidem adeo sua cepit humanitate, ut eum nemo in amicitia antecederet. Namque ei Grynium dederat, in Phrygia castrum, ex quo quinquagena talenta vectigalis capiebat. 4 Qua fortuna Alcibiades non erat contentus neque Athenas victas Lacedaemoniis servire poterat pati. Itaque ad patriam liberandam omni ferebatur cogitatione. 5 Sed videbat id sine rege Perse non posse fieri ideoque eum amicum sibi cupiebat adiungi neque dubitabat facile se consecuturum, si modo eius conveniundi habuisset potestatem. Nam Cyrum fratrem ei bellum clam parare Lacedaemoniis adiuvantibus sciebat: id si aperuisset, magnam se initurum gratiam videbat.

Ma Alcibiade, Essendo stati vinti gli Ateniesi, non ritenendo gli stessi luoghi abbastanza sicuri, si nascose nell’interno della Tracia sopra la Propontide, sperando che lì molto facilmente il suo patrimonio potesse essere occultato. Erroneamente. Infatti i Traci, dopo che capirono che lui era giunto con molto denaro, tesero insidie; ed esse portarono via, le cose che aveva portato, lui non poterono prenderlo. Egli vedendo che nessun luogo in Grecia gli era sicuro per la potenza dei Lacedemoni, passò in Asia presso Farnabazo; e senz’altro così lo accolse con la sua cortesia, che nessuno lo superava in amicizia. Infatti gli aveva dato Grinio, fortezza in Frigia, da cui ricavava cinquecento talenti di rendita. Ma di tale fortuna Alcibiade non era contento e non poteva sopportare che Atene vinta servisse i Lacedemoni. E così era portato da ogni pensiero a liberare la patria. Ma vedeva che ciò non poteva accadere senza il re persiano e perciò desiderava allearselo come amico e non dubitava che facilmente l’avrebbe ottenuto, se solo avesse avuto la possibilità di incontrarlo. Infatti sapeva che il fratello Ciro segretamente gli preparava una guerra, aiutando i Lacedemoni: se avesse rivelato ciò, vedeva che ne avrebbe incontrato  il favore.

10. De Alcibiadis morte.

10. Morte di Alcibiade.

Hoc cum moliretur peteretque a Pharnabazo, ut ad regem mitteretur, eodem tempore Critias ceterique tyranni Atheniensium certos homines ad Lysandrum in Asiam miserant, qui eum certiorem facerent, nisi Alcibiadem sustulisset, nihil earum rerum fore ratum, quas ipse Athenis constituisset: quare, si suas res gestas manere vellet, illum persequeretur. 2 His Laco rebus commotus statuit accuratius sibi agendum cum Pharnabazo. Huic ergo renuntiat, quae regi cum Lacedaemoniis essent, nisi Alcibiadem vivum aut mortuum sibi tradidisset. 3 Non tulit hunc satrapes et violare clementiam quam regis opes minui maluit. Itaque misit Susamithren et Bagaeum ad Alcibiadem interficiendum, cum ille esset in Phrygia iterque ad regem aret. 4 Missi clam vicinitati, in qua tum Alcibiades erat, dant negotium, ut eum interficiant. Illi cum ferro aggredi non auderent, noctu ligna contulerunt circa casam eam, in qua quiescebat, eaque succenderunt, ut incendio conficerent, quem manu superari posse diffidebant. 5 Ille autem ut sonitu flammae est excitatus, etsi gladius ei erat subductus, familiaris sui subalare telum eripuit.

Namque erat cum eo quidam ex Arcadia hospes, qui numquam discedere voluerat. Hunc sequi

se iubet et id, quod in praesentia vestimentorum fuit, arripit. His in ignem eiectis flammae vim

transiit. 6 Quem ut barbari incendium effugisse viderunt, telis eminus missis interfecerunt

caputque eius ad Pharnabazum rettulerunt. At mulier, quae cum eo vivere consuerat, muliebri

sua veste contectum aedificii incendio mortuum cremavit, quod ad vivum interimendum erat

atum. Sic Alcibiades annos circiter XL natus diem obiit supremum.

Mentre macchinava questo e chiedeva a Farnabazo, che fosse inviato dal re, nello stesso tempo Crizia ed altri tiranni degli ateniesi avevano mandato uomini fdati presso Lisandro, che lo informassero, che se non avesse tolto via Alcibiade, nulla di quelle cose che egli aveva stabilito ad Atene sarebbe stato ratificato: perciò, se voleva mantenere le sue azioni, lo inseguisse.

Lo Spartano mosso da queste cose decise che lui doveva trattare più accuratamente con Farnabazo. A costui dunque disdice, le cose (concordate) che c’erano per il re con i Lacedemoni, se non avesse consegnato Alcibiade vivo o morto. Il satrapo non lo protesse e preferì violare la clemenza piuttosto che gli interessi del re fossero diminuiti. E così inviò Susamitre e Bageo per uccidere Alcibiade, mentre egli era in Frigia e preparava il viaggio verso il re. I messi danno l’incarico alla popolazione, in cui allora era Allibiate, perché lo uccidano. Quelli non osando aggredirlo col ferro, di notte raccolsero attorno a quella capanna, in cui riposava, della legna e la accesero, per finire con un incendio, colui che diffidavano poter essere vinto con la mano. Ma lui come fu svegliato dal frastuono della fiamma, anche se gli era stata sottratta la spada, strappò l’arma a tracolla di un suo comno.
Infatti c’era con lui un tale ospite dall’Arcadia, che mai aveva voluto andarsene. Ordina a costui di seguirlo e arraffa, quello che al momento c’era vi vestiario. Gettati questi nel fuoco, oltrepassò la violenza della fiamma. Quando i barbari videro che aveva sfuggito quell’incendio, scagliati giavellotti da lontano lo uccisero e portarono la sua testa a Farnabazo. Ma la donna, che era solita vivere con lui, copertolo con la sua veste femminile  lo cremò morto con l’incendio dell’edificio, che era stato preparato per ucciderlo vivo.
Così Alcibiade a circa quarant’anni affrontò il giorno supremo. 

11. De Alcibiadis vitiis virtutibusque maximis.

11. Grandissimi difetti e virtù di Alcibiade.

Hunc infamatum a plerisque tres gravissimi historici summis laudibus extulerunt: Thucydides, qui eiusdem aetatis fuit, Theopompus, post aliquanto natus, et Timaeus: qui quidem duo maledicentissimi nescio quo modo in illo uno laudando consentiunt. 2 Namque ea, quae supra scripsimus, de eo praedicarunt atque hoc amplius: cum Athenis, splendidissima civitate, natus esset, omnes splendore ac dignitate superasse vitae; 3 postquam inde expulsus Thebas venerit, adeo studiis eorum inservisse, ut nemo eum labore corporisque viribus posset aequiperare - omnes enim Boeotii magis firmitati corporis quam ingenii acumini inserviunt -; 4 eundem apud Lacedaemonios, quorum moribus summa virtus in patientia ponebatur, sic duritiae se dedisse, ut parsimonia victus atque cultus omnes Lacedaemonios vinceret; fuisse apud Thracas, homines vinolentos rebusque veneriis deditos; hos quoque in his rebus antecessisse; 5 venisse ad Persas, apud quos summa laus esset fortiter venari, luxuriose vivere: horum sic imitatum consuetudinem, ut illi ipsi eum in his maxime admirarentur. 6 Quibus rebus effecisse, ut, apud quoscumque esset, princeps poneretur habereturque carissimus. Sed satis de hoc; reliquos ordiamur.

Costui, diffamato da parecchi, tre importantissimi storici lo esaltarono con grandissimi elogi: Tucidide, che fu della stessa epoca, Teopompo, nato un po’ dopo, e Timeo: e proprio questi due molto maldicenti, non so in che modo, concordano nel lodare unicamente lui. Infatti quelle cose che abbiamo scritto sopra, le hanno dette di lui e questo in più: essendo nato ad Atene, splendidissima città, aveva superato tutti nello splendore e nella bellezza della vita; dopo che espulso di lì giunse a Tebe, a tal punto ha corrisposto alle loro attese, che nessuno poteva eguagliarlo per fatica e forze del corpo – infatti tutti i Beoti mirano più alla saldezzadel corpo che all’acutezza dell’ingegno -; lui stesso presso i Lacedemoni, secondo i cui costuni il massimo valore si poneva nella sopportazione, si era dedicato tanto al rigore, che vinceva tutti per risparmio di vitto e sfoggio; fu presso i traci, uomini ubriaconi e dediti alla cose di sesso; anche questi li ha superati in queste cose;
era giunto tra i Persiani, presso i quali era massimo elogio cacciare con forza, vivere lussuosamente: di costoro aveva tanto imitato la tradizione, che loro stessi lo ammiravano soprattutto in queste cose.
Ma con queste cose aveva fatto in modo che, presso chiunque fosse, fosse ritenuto e considerato il primo, il più caro.
Ma (è) sufficiente su costui; cominciamo gli altri.



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