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De bello Gallico, libro VI capitoli 11-20

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De bello Gallico, libro VI moduli 11-20

Nel presentare la società dei Galli, la cui descrizione occupa i moduli 11-20 del libro VI, Cesare rivolge il suo interesse soprattutto alle strutture socio-politiche, ai rapporti familiari e alle pratiche religiose.

Il quadro che viene a delinearsi  è quello di una società molto frazionata, incapace di superare il particolarismo che la contraddistingue e di raggiungere un’unità politica.

Alla base dell’organizzazione sociale vi è una struttura di tipo tribale, costituita dall’aggregazione di gruppi familiari. Per designare tale struttura Cesare usa il termine latino us, che a Roma indicava il villaggio di camna. L’unione di diversi i forma una civitas, cioè una comunità più vasta, un vero e proprio piccolo Stato, in cui il potere è gestito dai nobili e dai sacerdoti, mentre il resto della popolazione non ha alcuna importanza.

L’uso di vocaboli latini per designare le strutture sociali dei Galli testimonia che Cesare ha sempre la mente rivolta all’organizzazione della società romana, con la quale stabilisce un implicito paragone, anche se non giunge mai ad un confronto diretto.




[11] Quoniam ad hunc locum perventum est, non alienum esse videtur de Galliae Germaniaeque moribus et quo differant hae nationes inter sese proponere. In Gallia non solum in omnibus civitatibus atque in omnibus is partibusque, sed paene etiam in singulis domibus factiones sunt, earumque factionum principes sunt qui summam auctoritatem eorum iudicio habere existimantur, quorum ad arbitrium iudiciumque summa omnium rerum consiliorumque redeat. Itaque eius rei causa antiquitus institutum videtur, ne quis ex plebe contra potentio rem auxili egeret: suos enim quisque opprimi et circumveniri non patitur, neque, aliter si faciat, ullam inter suos habet auctoritatem. Haec eadem ratio est in summa totius Galliae: namque omnes civitates in partes divisae sunt duas.

Traduzione:A questo punto non pare fuori di luogo descrivere i costumi della Gallia e della Germania, e le differenze tra queste nazioni. In Gallia vi sono dei partiti, non soltanto in tutti gli Stati e in tutti i cantoni e disrtetti, ma quasi addirittura in ciascuna famiglia; dei partiti sono capi quegli uomini che a giudizio della gente possiedono il prestigio maggiore: nel loro arbitrio e giudizio deve ricadere la decisione ultima riguardo a tutti gli affari e disegni. E’ chiaro che questa antica forma di organizzazione è stata istituita perché nessuno della plebe mancasse di protezione contro uno più potente: il capo infatti non tollera che i suoi siano oggetto di soperchierie e di raggiri. D’altra parte , se si comporta diversamente, no ottiene alcun prestigio tra i suoi. Secondo questo medesimo sistema è organizzata anche la Gallia nel suo complesso: tutti gli Stati si dividono in due partiti.

[12] Cum Caesar in Galliam venit, alterius factionis principes erant Aedui, alterius Sequani. Hi cum per se minus valerent, quod summa auctoritas antiquitus erat in Aeduis magnaeque eorum erant clientelae, Germanos atque Ariovistum sibi adiunxerant eosque ad se magnis iacturis pollicitationibusque perduxerant. Proeliis vero compluribus factis secundis atque omni nobilitate Aeduorum interfecta tantum potentia antecesserant, ut magnam partem clientium ab Aeduis ad se traducerent obsidesque ab eis principum filios acciperent et publice iurare cogerent nihil se contra Sequanos consili inituros et partem finitimi agri per vim occupatam possiderent Galliaeque totius principatum obtinerent. Qua necessitate adductus Diviciacus auxili petendi causa Romam ad senatum profectus infecta re redierat. Adventu Caesaris facta commutatione rerum, obsidibus Aeduis redditis, veteribus clientelis restitutis, novis per Caesarem atis, quod hi, qui se ad eorum amicitiam adgregaverant, meliore condicione atque aequiore imperio se uti videbant, reliquis rebus eorum gratia dignitateque amplificata Sequani principatum dimiserant. In eorum locum Remi successerant: quos quod adaequare apud Caesarem gratia intellegebatur, ei, qui propter veteres inimicitias nullo modo cum Aeduis coniungi poterant, se Remis in clientelam dicabant. Hos illi diligenter tuebantur: ita et novam et repente collectam auctoritatem tene bant. Eo tum statu res erat, ut longe principes haberentur Aedui, secundum locum dignitatis Remi obtinerent.

Traduzione: Al momento dell'arrivo di Cesare in Gallia, una fazione faceva capo agli Edui, l'altra ai Sequani. Quest'ultimi, di per sé meno influenti - fin dai tempi antichi la massima autorità era nelle mani degli Edui, che avevano molti clienti - si erano uniti ai Germani e ad Ariovisto, attirandoli con grandi elargizioni e promesse. Riportati diversi successi in battaglia ed eliminati tutti i nobili edui, i Sequani avevano superato in potenza gli Edui stessi, al punto da sottrarre loro la maggior parte dei popoli soggetti, da costringerli a dare in ostaggio i li dei capi e a giurare pubblicamente di non intraprendere nulla contro di loro; inoltre, si erano impadroniti, con le armi, di una parte del territorio eduo contiguo al loro e avevano ottenuto la supremazia su tutta la Gallia. Diviziaco, spinto dalla necessità, si era recato a Roma, dal senato, per chiedere aiuto, ma era ritornato con un nulla di fatto. L'arrivo di Cesare aveva prodotto un vero e proprio capovolgimento: gli Edui si erano visti rendere gli ostaggi, avevano recuperato i vecchi clienti, ne avevano acquisito di nuovi, grazie a Cesare, perché i popoli che si ponevano sotto la loro tutela si accorgevano di ricevere un trattamento migliore e di sottostare a un dominio più equo. Quanto al resto, il prestigio e la dignità degli Edui erano cresciuti, i Sequani avevano perso l'egemonia. Al loro posto erano subentrati i Remi. Il favore di Cesare per gli Edui e i Remi era identico, lo si capiva, perciò i popoli che, per antiche inimicizie, non potevano assolutamente legarsi ai primi, si facevano clienti dei secondi, che li proteggevano con ogni cura, mantenendo, in tal modo, un prestigio nuovo e assunto di colpo. Quindi, al momento, la situazione era la seguente: gli Edui erano considerati i primi in assoluto, i Remi occupavano, in dignità, il secondo posto.

[13] In omni Gallia eorum hominum, qui aliquo sunt numero atque honore, genera sunt duo. Nam plebes paene servorum habetur loco, quae nihil audet per se, nullo adhibetur consilio. Plerique, cum aut aere alieno aut magnitudine tributorum aut iniuria potentiorum premuntur, sese in servitutem dicant nobilibus: in hos eadem omnia sunt iura, quae dominis in servos. Sed de his duobus generibus alterum est druidum, alterum equitum. Illi rebus divinis intersunt, sacrificia publica ac privata procurant, religiones interpretantur: ad hos magnus adulescentium numerus disciplinae causa concurrit, magnoque hi sunt apud eos honore. Nam fere de omnibus controversiis publicis privatisque constituunt, et, si quod est admissum facinus, si caedes facta, si de hereditate, de finibus controversia est, idem decernunt, praemia poenasque constituunt; si qui aut privatus aut populus eorum decreto non stetit, sacrificiis interdicunt. Haec poena apud eos est gravissima. Quibus ita est interdictum, hi numero impiorum ac sceleratorum habentur, his omnes decedunt, aditum sermonemque defugiunt, ne quid ex contagione incommodi accipiant, neque his petentibus ius redditur neque honos ullus communicatur. His autem omnibus druidibus praeest unus, qui summam inter eos habet auctoritatem. Hoc mortuo aut si qui ex reliquis excellit dignitate succedit, aut, si sunt plures pares, suffragio druidum, nonnumquam etiam armis de principatu contendunt. Hi certo anni tempore in finibus Carnutum, quae regio totius Galliae media habetur, considunt in loco consecrato. Huc omnes undique, qui controversias habent, conveniunt eorumque decretis iudiciisque parent. Disciplina in Britannia reperta atque inde in Galliam translata esse existimatur, et nunc, qui diligentius eam rem cognoscere volunt, plerumque illo discendi causa proficiscuntur.



Traduzione: In tutta la Gallia ci sono due classi di persone tenute in un certo conto e riguardo. La gente del popolo, infatti, è considerata quasi alla stregua dei servi, non prende iniziative e non viene ammessa alle assemblee. I più, oberati dai debiti, dai tributi gravosi o dai soprusi dei potenti, si mettono al servizio dei nobili, che su di essi godono degli stessi diritti che hanno i padroni sugli schiavi. Delle due classi, dunque, la prima comprende i druidi, l'altra i cavalieri. I druidi si occupano delle cerimonie religiose, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, regolano le pratiche del culto. Moltissimi giovani accorrono a istruirsi dai druidi, che tra i Galli godono di grande onore. Infatti, risolvono quasi tutte le controversie pubbliche e private e, se è stato commesso un reato, se c'è stato un omicidio, oppure se sorgono problemi d'eredità o di confine, sono sempre loro a giudicare, fissando risarcimenti e pene. Se qualcuno - si tratti di un privato cittadino o di un popolo - non si attiene alle loro decisioni, gli interdicono i sacrifici. è la pena più grave tra i Galli. Chi ne è stato colpito, viene considerato un empio, un criminale: tutti si scostano alla sua vista, lo evitano e non gli rivolgono la parola, per non contrarre qualche sciagura dal suo contatto; non è ammesso a chiedere giustizia, né può essere partecipe di qualche carica. Tutti i druidi hanno un unico capo, che gode della massima autorità. Alla sua morte, ne prende il posto chi preceda gli altri druidi in prestigio, oppure, se sono in parecchi ad avere uguali meriti, la scelta è lasciata ai voti dei druidi, ma talvolta si contendono la carica addirittura con le armi. In un determinato periodo dell'anno si radunano in un luogo consacrato, nella regione dei Carnuti, ritenuta al centro di tutta la Gallia. Chi ha delle controversie, da ogni regione qui si reca e si attiene alla decisione e al verdetto dei druidi. Si crede che la loro dottrina sia nata in Britannia e che, da lì, sia passata in Gallia: ancor oggi, chi intende approfondirla, in genere si reca sull'isola per istruirsi.

[14] Druides a bello abesse consuerunt neque tributa una cum reliquis pendunt; militiae vacationem omniumque rerum habent immunitatem. Tantis excitati praemiis et sua sponte multi in disciplinam conveniunt et a parentibus propinquisque mittuntur. Magnum ibi numerum versuum ediscere dicuntur. Itaque annos nonnulli vicenos in disciplina permanent. Neque fas esse existimant ea litteris mandare, cum in reliquis fere rebus, publicis privatisque rationibus Graecis litteris utantur. Id mihi duabus de causis instituisse videntur, quod neque in vulgum disciplinam efferri velint neque eos, qui discunt, litteris confisos minus memoriae studere: quod fere plerisque accidit, ut praesidio litterarum diligentiam in perdiscendo ac memoriam remittant. In primis hoc volunt persuadere, non interire animas, sed ab aliis post mortem transire ad alios, atque hoc maxime ad virtutem excitari putant metu mortis neglecto. Multa praeterea de sideribus atque eorum motu, de mundi ac terrarum magnitudine, de rerum natura, de deorum immortalium vi ac potestate disputant et iuventuti tradunt.

Traduzione: D’abitudine i Druidi non partecipano alle guerre; non ano tributi come tutti gli altri; sono liberi dal servizio militare ed esentati da ogni prestazione obbligatoria. Sollecitati da tanti privilegi, da in lato di loro propria volontà molti si raccolgono per farsi istruire dai Druidi, dall’altra vi vengono inviati dai genitori e dai parenti. Si dice che nelle scuole dei druidi gli allievi mandano a memoria un gran numero di versi. E così parecchi rimangono in queste scuole per venti anni. E ritengono che sia religiosamente vietato affidare quella dottrina alla scrittura, mentre in genere per il resto, ad esempio nella contabilità pubblica e privata, si servono dell’alfabeto greco. Mi sembra che tale costume si fondi sopra due motivi: perché no vogliono né che la loro dottrina sia divulgata né che i discepoli, fidando nella scrittura, si applichino meno alla memoria; e questo in genere accade ai più, che sentendosi al sicuro grazie ai testi scritti, allentano lo zelo nell’imparare e la memoria. In primo luogo i Druidi vogliono inculcare la credenza nell’immortalità dell’anima; secondo loro l’anima non muore, ma passa ad altri; e ritengano che soprattutto da questa credenza sia suscitato e alimentato il coraggio perché così viene eliminato il timore della morte. Inoltre si dedicano ad osservazioni e studi sulle stelle e sui loro movimenti, sul mondo e sulla dimensione della terra, sulla natura delle cose, sulla potenza e sull’ufficio degli dèi, e trasmettano queste nozioni ai giovani.



[15] Alterum genus est equitum. Hi, cum est usus atque aliquod bellum incidit (quod fere ante Caesaris adventum quotannis accidere solebat, uti aut ipsi iniurias inferrent aut illatas propulsarent), omnes in bello versantur, atque eorum ut quisque est genere copiisque amplissimus, ita plurimos circum se ambactos clientesque habet. Hanc unam gratiam potentiamque noverunt.

Traduzione: L’altra è la classe dei cavalieri. Questi , quando c’è bisogno, o capita qualche guerra (cosa che soleva accadere quasi ogni anno, prima dell’arrivo di Cesare, o che essi stessi muovessero all’attacco, o respingessero gli attacchi portati da altri contro di loro) tutti prendevano parte alla guerra e quanto più ciascuno di essi è potente per nascita e per ricchezze, tanto più numerosi servi e sottoposti ha intorno a sé. Questa è l’unica forma di prestigio e di potenza che conoscono

[16] Natio est omnis Gallorum admodum dedita religionibus, atque ob eam causam, qui sunt adfecti gravioribus morbis quique in proeliis periculisque versantur, aut pro victimis homines immolant aut se immolaturos vovent administrisque ad ea sacrificia druidibus utuntur, quod, pro vita hominis nisi hominis vita reddatur, non posse deorum immortalium numen placari arbitrantur, publiceque eiusdem generis habent instituta sacrificia. Alii immani magnitudine simulacra habent, quorum contexta viminibus membra vivis hominibus complent; quibus succensis circumventi flamma exanimantur homines. Supplicia eorum qui in furto aut in latrocinio aut aliqua noxia sint comprehensi gratiora dis immortalibus esse arbitrantur; sed, cum eius generis copia defecit, etiam ad innocentium supplicia descendunt.

Traduzione: Tutto il popolo dei Galli è assai dedito alle pratiche religiose: così quelli che sono affetti da malattie più gravi e quelli che ritrovano in guerra e nei pericoli o immolano uomini come vittime o fanno voto di immolarli e si servono per questi sacrifici del servizio dei Druidi. Il sacrificio umano si spiega così: pensano che non si possano placare gli dèi se non si dà la vita di un uomo per la vita di un uomo; sacrifici di questo genere hanno forma di istituzioni pubbliche. Altri hanno statue di immane grandezza, fatte di vimini intrecciati; le riempiono di uomini vivi, vi danno fuoco; la fiamma li avvolge e gli uomini vengono uccisi. I Galli pensano che i supplizi di coloro che sono stati arrestati in flagrante colpa di furto o brigantaggio o d’altro siano graditi agli dèi immortali; ma quando non siano disponibili uomini colpevoli, si sacrificano anche degli innocenti.

[17] Deum maxime Mercurium colunt. Huius sunt plurima simulacra: hunc omnium inventorem artium ferunt, hunc viarum atque itinerum ducem, hunc ad quaestus pecuniae mercaturasque habere vim maximam arbitrantur. Post hunc Apollinem et Martem et Iovem et Minervam. De his eandem fere, quam reliquae gentes, habent opinionem: Apollinem morbos depellere, Minervam operum atque artificiorum initia tradere, Iovem imperium caelestium tenere, Martem bella regere. Huic, cum proelio dimicare constituerunt, ea quae bello ceperint plerumque devovent: cum superaverunt, animalia capta immolant reliquasque res in unum locum conferunt. Multis in civitatibus harum rerum exstructos tumulos locis consecratis conspicari licet; neque saepe accidit, ut neglecta quispiam religione aut capta apud se occultare aut posita tollere auderet, gravissimumque ei rei supplicium cum cruciatu constitutum est.

Traduzione: Degli dei venerano soprattutto Mercurio; di questo esistono moltissime statue, riconoscono in questo l’inventore di tutte le arti, la guida delle vie e dei viaggi, credono che questo abbia grandissima influenza per la ricerca di denaro e per i commerci. Dopo di questo, Apollo e Marte e Giove e Minerva. Su questi hanno la stessa concezione che hanno gli altri popoli: e cioè che Apollo vinca le malattie, che Minerva insegni i principi delle attività e delle arti, che Giove regga il governo degli dèi celesti, che Marte governi le guerre. A questo, quando hanno deciso di svolgere un combattimento, consacrano ciò che hanno preso in guerra: tra le cose che hanno conquistato, sacrificano gli animali catturati e radunano i beni restanti in un solo luogo. In molte città si possono vedere nei luoghi consacrati dei tumuli sopraelevati di queste cose; e non accade spesso che qualcuno, disprezzando la religione, osi o nascondere da lui le cose catturate o togliere le cose già depositate, è stato stabilito il supplizio più grave per questo reato in mezzo alla tortura.



[18] Galli se omnes ab Dite patre prognatos praedicant idque ab druidibus proditum dicunt. Ob eam causam spatia omnis temporis non numero dierum sed noctium finiunt; dies natales et mensum et annorum initia sic observant ut noctem dies subsequatur. In reliquis vitae institutis hoc fere ab reliquis differunt, quod suos liberos, nisi cum adoleverunt, ut munus militiae sustinere possint, palam ad se adire non patiuntur filiumque puerili aetate in publico in conspectu patris adsistere turpe ducunt.

Traduzione: Tutti i Galli vanno dicendo di essere discendenti dall'avo Dite, e dicono che ciò è stato tramandato dai druidi. Per questa ragione determinano la durata di ogni tempo non dal numero dei giorni, ma delle notti; calcolano i compleanni e gli inizi dei mesi e degli anni in modo tale che il giorno segua la notte. Nelle altre usanze di vita differiscono dagli altri generalmente in questo: e cioè che non permettono ai loro li di avvicinarsi loro in pubblico a loro, se non quando sono cresciuti tanto da potere prestare servizio militare, e considerano sconveniente che il lio di età impubere stia in pubblico al cospetto del padre

[19] Viri, quantas pecunias ab uxoribus dotis nomine acceperunt, tantas ex suis bonis aestimatione facta cum dotibus communicant. Huius omnis pecuniae coniunctim ratio habetur fructusque servantur: uter eorum vita superarit, ad eum pars utriusque cum fructibus superiorum temporum pervenit. Viri in uxores, sicuti in liberos, vitae necisque habent potestatem; et cum paterfamiliae illustriore loco natus decessit, eius propinqui conveniunt et, de morte si res in suspicionem venit, de uxoribus in servilem modum quaestionem habent et, si compertum est, igni atque omnibus tormentis excruciatas interficiunt. Funera sunt pro cultu Gallorum magnifica et sumptuosa; omniaque quae vivis cordi fuisse arbitrantur in ignem inferunt, etiam animalia, ac paulo supra hanc memoriam servi et clientes, quos ab eis dilectos esse constabat, iustis funeribus confectis una cremabantur.

Traduzione: Gli uomini, quando si sposano, istituiscono un fondo comune composto della dote della moglie e di una parte ad essa equivalente tratta, dopo aver fatto la stima, dal proprio patrimonio. Di tutto questo capitale si tiene un conto unico e i frutti vengono conservati: chi sopravvive al coniuge riceve la parte di entrambi insieme con gli interessi accumulati. I mariti hanno potere di vita e di morte sulle mogli come sui li e quando muore un capo famiglia di illustre stirpe, i suoi parenti si radunano e,se la morte appare sospetta, eseguono un’inchiesta a carico delle mogli secondo la procedura che si applica agli schiavi e, se risultano colpevoli, dopo averle torturate col fuoco e con tutti i tormenti, le uccidono. I funerali, tenuto conto del grado di civiltà dei Galli, sono magnifici e suntuosi; mettono sul rogo tutto quel che pensano fosse caro al morto, anche esseri viventi, e non molto tempo addietro schiavi e clienti, che si sapeva essere stati amati dal defunto, venivano cremati insieme col morto, compiuti i riti funebri secondo il dovuto.

[20] Quae civitates commodius suam rem publicam administrare existimantur, habent legibus sanctum, si quis quid de re publica a finitimis rumore aut fama acceperit, uti ad magistratum deferat neve cum quo alio communicet, quod saepe homines temerarios atque imperitos falsis rumoribus terreri et ad facinus impelli et de summis rebus consilium capere cognitum est. Magistratus quae visa sunt occultant quaeque esse ex usu iudicaverunt multitudini produnt. De re publica nisi per concilium loqui non conceditur.

Traduzione: Le nazioni, alle quali si attribuisce un efficace sistema di governo, hanno stabilito per legge che, se qualcuno raccoglie una informazione riguardante lo Stato da un paese vicino per mezzo di voci e dicerie, la riferisca al magistrato e non ne faccia parte ad altri, perché è noto che i Galli, uomini impulsivi e ignoranti, per false dicerie si spaventano, si lasciano spingere ad agire e prendono decisioni di capitale importanza. I magistrati tengono segrete le notizie che pare loro opportuno, e comunicano al pubblico quelle che giudicano utile far conoscere. Non è concesso di parlare di affari di Stato se non in assemblea.






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