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EPISTULAE AD LUCILIUM (7O)

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EPISTULAE AD LUCILIUM (7O)


(4) Quae, ut scias, non sempre retinenda est; non enim vivere bonum est, sed bene vivere. Itaque sapiens vvet quantum debet, non quantum potest. Videbit ubi victurus sit, cum quibus, quomodo, quid acturus. Cogitat semper qualis vita, non quanta sit. Si multa occurrunt molesta et tranquillitatem turbantia, emittit se; nec hoc tantum in necessitate ultima facit, sed cum primum illi coepit suspecta esse fortuna, diligenter circumspicit numquid illic desinendum sit. Nihil exstimat sua referre, faciat finem an accipiat, tardius fiat an citius: non tamquam de magno detrimento timet; nemo multum ex stilicidio potest perdere. Citius mori aut tardius ad rem non pertinet , bene mori aut male ad rem pertinet; bene autem mori est effugere male vivendi periculum.

(10) Nam post diem tertium aut quartum inimici moriturus arbitrio si vivit, alienum negotium agit. Non possis itaque de re in universum pronuntiare, cum mortem vis externa denuntiat, occupanda sit an expectanda ; multa enim sunt quae in utramque partem trahere possunt. Si altera mors cum tormento, altera simplex et facilis est, quidni hiuc inicienda sit manus? Quemadmodum navem aligam navigaturus et domum habitaturus, sic mortem exiturus e vita. Praeterea quemadmodum non utique melior est longior vita, sic peior est utique mors longior. In nulla re magis quam in morte morem animo gerere debemus. Exeat qua impetum cepit: sive ferrum appetit sive laqueum sive aliquam potionem venas occupantem, pergat et vincula servitutis abrumpat.














La vita, come sai, non sempre merita di essere conservata ; non è un bene il vivere, ma il vivere bene. Perciò il sapiente vivrà tutto il tempo che ha il dovere di vivere, non tutto il tempo che può vivere. Vedra lui dove dovrà vivere, in quale società, in quali condizioni e in quali attività. Egli pensa sempre quale sarà la vita , non quanto debba durare. Se gli si presentano molte disgrazie, che turbano la sua serenità, dà l'addio alla vita; e non soo lo fa nell'estrema necessità, ma appena la fortuna inizia a sembrargli sospetta, considera con cura se non sia il momento di por fine alla vita. Egli giudica cosa di nessuna importanza darsi la morte o riceverla, morire prima o dopo; egli non teme la morte come una grande perdita, nessuno può perdere molto dalla caduta di poche gocce. L'importante non è morire più presto o più tardi, ma morire bene o male; ora morire bene significa sfuggire al pericolo di vivere male.



(10) Infatti uno che deve morire entro tre o quattro giorni, ad arbitrio del nemico, se continua a vivere fai comodi altrui. Pertanto non è una potenza esterna che ordina la morte, non si può dare un giudizio in generale se sia necessario prevenirla o aspettarla; ci sono, infatti, molte circostanze che possono spingere all'una o all'altra decisione. Se uno ha la scelta fra una morte in mezzo ai tormenti e una senza sofferenze, perché non dovrebbe scegliere quest'ultima? Come scegierei la nave sulla quale viaggiare e la casa in cui abitare, faro lo stesso con la morte quando vorrò uscire dalla vita. Inoltre se non è vero che una vita più lunga è sempre la migliore, è vero che è sempre peggiore un amorte che si prolunga. In nessuna cosa più che nella morte dobbiamo seguire l'ispirazione del nostro animo. Esca esso per quella via lungo la quale lo spinge il suo impulso: sia che abbia scelto una spada, un laccio o un veleno che scorra nelle vene, vada fino in fondo  e spezzi i vincoli della schiavitù.




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