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THEMISTOCLES

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THEMISTOCLES


1. De Themistoclis vitiis emendatis virtutibusque celebratis.

1. Difetti di Temistocle corretti e qualità celebrate.



Themistocles, Neocli filius, Atheniensis. Huius vitia ineuntis adulescentiae magnis sunt

emendata virtutibus, adeo ut anteferatur huic nemo, pauci pares putentur. 2 Sed ab initio est

ordiendus. Pater eius Neocles generosus fuit. Is uxorem Acarnanam civem duxit, ex qua natus

est Themistocles. Qui cum minus esset probatus parentibus, quod et liberius vivebat et rem

familiarem neglegebat, a patre exheredatus est. 3 Quae contumelia non fregit eum, sed erexit.

Nam cum iudicasset sine summa industria non posse eam exstingui, totum se dedidit rei

publicae. Diligentius amicis famaeque serviens multum in iudiciis privatis versabatur, saepe in

contionem populi prodibat; nulla res maior sine eo gerebatur; celeriter, quae opus erant,

reperiebat, facile eadem oratione explicabat. 4 Neque minus in rebus gerendis promptus quam

excogitandis erat, quod et de instantibus, ut ait Thucydides, verissime indicabat et de futuris

callidissime coniciebat. Quo factum est, ut brevi tempore illustraretur.

Temistocle, lio di Neocle, ateniese. Di costui i difetti della iniziante giovinezza furono corretti dalle grandi qualità, tanto che nessuno sia preferito a costui, pochi siano considerati pari. Ma dev'essere cominciato dall'inizio. Suo padre Neocle fu nobile. Egli prese in moglie una cittadina acarnana, dalla quale nacque Temistocle. Ma poiché questi era per nulla approvato dai genitori, poiché da una parte viveva troppo libertinamente e trascurava il patrimonio famigliare, fu diseredato dal padre. Ma questa offesa non lo spezzò, ma lo drizzò. Infatti avendo pensato che essa non poteva essere estinta se non col massimo impegno, si dedicò tutto allo stato. Servendo più diligentemente gli amici e la fama molto trattava nei processi privati, spesso veniva avanti nell'assemblea del popolo; nessuna cosa abbastanza importante era trattata senza di lui; velocemente, quelle cose che occorrevano, le trovava, facilmente con la oratoria stessa le spiegava. E non era meno pronto nelle cose da fare che da pensare, perché sulle presenti, come dice Tucidide, molto veracemente giudicava e sulle future molto astutamente congetturava. Perciò accadde, che in breve tempo diventava illustre.



2. De muri lignei divino responso.

2. Il responso divino circa le mura di legno.

Primus autem gradus fuit capessendae rei publicae bello Corcyraeo; ad quod gerendum

praetor a populo factus non solum praesenti bello, sed etiam reliquo tempore ferociorem reddidit civitatem. 2 Nam cum pecunia publica, quae ex metallis redibat, largitione magistratuum

quotannis interiret, ille persuasit populo, ut ea pecunia classis centum navium aedificaretur. 3

Qua celeriter effecta primum Corcyraeos fregit, deinde maritimos praedones consectando mare

tutum reddidit. In quo cum divitiis ornavit, tum etiam peritissimos belli navalis fecit Athenienses. 4 Id quantae saluti fuerit universae Graeciae, bello cognitum est Persico. Nam cum Xerxes et mari et terra bellum universae inferret Europae cum tantis copiis, quantas neque ante nec postea habuit quisquam - 5 huius enim classis mille et ducentarum navium longarum fuit, quam duo milia onerariarum sequebantur; terrestres autem exercitus DCC peditum, equitum CCCC milia fuerunt -, 6 cuius de adventu cum fama in Graeciam esset perlata et maxime Athenienses peti dicerentur propter pugnam Marathoniam, miserunt Delphos consultum, quidnam facerent de rebus suis. Deliberantibus Pythia respondit, ut moenibus ligneis se munirent. 7 Id responsum quo valeret, cum intellegeret nemo, Themistocles persuasit consilium esse Apollinis, ut in naves se suaque conferrent: eum enim a deo significari murum ligneum. 8 Tali consilio probato addunt ad superiores totidem naves triremes suaque omnia, quae moveri poterant, partim Salamina, partim Troezena deportant; arcem sacerdotibus paucisque maioribus natu ac sacra procuranda tradunt, reliquum oppidum relinquunt.

Il primo passo di impegnarsi per lo stato fu nella guerra di Corcira; per guidarla eletto comandante dal popolo non solo nella guerra presente, ma anche nel tempo restante rese la città più fiera.
Infatti mentre il denaro pubblico, che rientrava dalle miniere, per la prodigalità dei magistrati annualmente periva, egli persuase il popolo che con quel denaro si allestisse una flotta di cento navi.
Costruita questa velocemente dapprima spezzò i Corciresi, poi inseguendo i pirati marittimi rese il mare sicuro. In questa cosa da una parte adornò di ricchezze, dall'altra pure rese gli Ateniesi espertissimi di guerra navale. Di quanta grande salvezza ciò sia stato per tutta la Grecia, si conobbe con la guerra persiana. Infatti poiché Serse e per mare e per terra dichiarava guerra a tutta l'Europa con così grandi truppe, quante né prima né poi nessuno ebbe - la flotta di questi fu di mille e duecento navi da guerra, che migliaia di navi da carico seguivano; gli eserciti poi di terra furono di settecento (migliaia) di fanti, quattrocento migliaia di cavalieri - e del suo arrivo essendo stata portata la fama in tutta la Grecia e si diceva che soprattutto gli Ateniesi venivano assaliti per la battaglia di Maratona, inviarono a Delfi (una delegazione) per consultare, cosa mai decidessero per le loro cose. Ai richiedenti la Pizia rispose che si munissero con mura di legno. Mentre nessuno capiva a cosa si riferisse quel responso, Temistocle convinse che era proposito di Apollo, che si recassero sulle navi: quello infatti era il muro di legno significato dal dio. Approvata tale decisione, aggiungono alle precedenti altrettante navi trireme e tutte le loro cose che potevano essere mosse, in parte le portano a Salamina, in Parte a Trezene; ai sacerdoti ed a pochi anziani consegnano la rocca e le cose sacre da salvare, abbandonano il resto della città.



3. De Persarum classe apud Salamina.

3. La flotta dei Persiani presso Salamina.

Huius consilium plerisque civitatibus displicebat et in terra dimicari magis placebat. Itaque

missi sunt delecti cum Leonida, Lacedaemoniorum rege, qui Thermopylas occuparent longiusque barbaros progredi non paterentur. Hi vim hostium non sustinuerunt eoque loco omnes interierunt. 2 At classis communis Graeciae trecentarum navium, in qua ducentae erant Atheniensium, primum apud Artemisium inter Euboeam continentemque terram cum classiariis regis conflixit. Angustias enim Themistocles quaerebat, ne multitudine circuiretur. 3 Hic etsi pari proelio discesserant, tamen eodem loco non sunt ausi manere, quod erat periculum, ne, si pars navium adversariorum Euboeam superasset, ancipiti premerentur periculo. 4 Quo factum est, ut ab Artemisio discederent et exadversum Athenas apud Salamina classem suam constituerent.

Ma il suo piano dispiaceva a parecchie città e piaceva più scontrarsi sulla terra. E così furono mandati (uomini) scelti con Leonida, re dei Lacedemini, che occupassero le Termopili e non permettessero che i barbari avanzassero più a lungo.
Questi non sostennero l'assalto dei nemici ed in quel luogo tutti perirono. Ma la flotta comune della Grecia di trecento navi, nella quale duecento erano degli Ateniesi, dapprima presso Artemisio tra l'Eubea e la terra continentale combatté coi marinai del re.
Infatti Temistocle cercava strettoie, per non essere circondato dalla moltitudine.

Qui anche se erano usciti con pari scontro, tuttavia non osarono rimanere nello stesso luogo, perché c'era pericolo, che, se una parte delle navi degli avversari avesse superato l'Eubea, fossero incalzati da doppio pericolo. Perciò accadde che si allontanassero dall'Artemisio e disponessero la loro flotta dirimpetto ad Atene presso Salamina.



4. De rege barbaro victo apud Salamina.

4. Il re barbaro vinto presso Salamina.

At Xerxes Thermopylis expugnatis protinus accessit astu idque nullis defendentibus,

interfectis sacerdotibus, quos in arce invenerat, incendio delevit. 2 Cuius flamma perterriti

classiarii, cum manere non auderent et plurimi hortarentur, ut domos suas discederent

moenibusque se defenderent, Themistocles unus restitit et universos pares esse posse aiebat,

dispersos testabatur perituros idque Eurybiadi, regi Lacedaemoniorum, qui tum summae imperii

praeerat, fore affirmabat. 3 Quem cum minus, quam vellet, moveret, noctu de servis suis, quem

habuit fidelissimum, ad regem misit, ut ei nuntiaret suis verbis adversarios eius in fuga esse: 4 qui si discessissent, maiore cum labore et longinquiore tempore bellum confecturum, cum

singulos consectari cogeretur; quos si statim aggrederetur, brevi universos oppressurum. Hoc eo valebat, ut ingratis ad depugnandum omnes cogerentur. 5 Hac re audita barbarus, nihil doli

subesse credens, postridie alienissimo sibi loco, contra opportunissimo hostibus, adeo angusto

mari conflixit, ut eius multitudo navium explicari non potuerit. Victus ergo est magis etiam

consilio Themistocli quam armis Graeciae.

Ma Serse, espugnate le Termopili subito si avvicinò alla città e, poiché nessuno la difendeva, dopo aver ucciso i sacerdoti, che aveva trovati nella rocca, la distrusse con un incendio.
I marinai terrorizzati da quella fiamma, non osando rimanere e moltissimi esortando a tornare nelle loro case e difendersi con le mura, Temistocle unico resistette e diceva che tutti potevano essere pari, assicurava che dispersi sarebbero periti e ad Euribiade, re dei Lacedemoni, che allora era a capo del complesso del potere, affermava che sarebbe avvenuto ciò. Ma non potendolo smuovere più di quanto volesse, di notte mandò al re (dei Persiani) uno dei suoi servi, che ritenne fedelissimo, per annunciargli con parole sue ( a suo nome) che i suoi avversari erano in fuga: e se essi si fossero allontanati, avrebbe concluso la guerra con fatica e maggior tempo, essendo costretto ad inseguirli singolarmente; ma se li assalisse subito, in breve li avrebbe soppressi tutti. Questo mirava a che, anche per i maldisposti, che fossero costretti a combattere. Udita tale cosa, il re barbaro, credendo non ci fosse sotto nulla di inganno, il giorno dopo in una postazione per lui disagiatissima, al contrario opportunissima per i nemici, si scontrò in un mare così stretto, che la sua moltitudine di navi non poté spiegarsi. Perciò fu vinto anche più dal piano di Temistocle che dalle armi della Grecia.



5. De maxima classe parvo numero navium deviata.

5. La più grande flotta sconfitta da un piccolo numero di navi.

Hic etsi male rem gesserat, tamen tantas habebat reliquias copiarum, ut etiam tum his opprimere posset hostes. Iterum ab eodem gradu depulsus est. Nam Themistocles verens, ne bellare perseveraret, certiorem eum fecit id agi, ut pons, quem ille in Hellesponto fecerat, dissolveretur ac reditu in Asiam excluderetur, idque ei persuasit. 2 Itaque qua sex mensibus iter fecerat, eadem minus diebus XXX in Asiam reversus est seque a Themistocle non superatum, sed conservatum iudicavit. 3 Sic unius viri prudentia Graecia liberata est Europaeque succubuit Asia. Haec altera victoria, quae cum Marathonio possit ari tropaeo. Nam pari modo apud Salamina parvo numero navium maxima post hominum memoriam classis est devicta.

Qui anche se il re aveva condotto male la cosa, tuttavia aveva così grandi scorte di truppe, che anche allora con queste poteva sopprimere i nemici. Di nuovo fu cacciato dalla stessa posizione. Infatti Temistocle temendo che continuasse a combattere, lo informò di fare ciò, perché il ponte, che egli aveva costruito sull'Ellesponto, fosse distrutto e fosse bloccato sul ritorno in Asia, e di ciò lo persuase. E così per dove aveva fatto una marcia in sei mesi, per lo stesso (passaggio) in meno di trenta giorni ritornò in Asia e pensò di non esser stato vinto da Temistocle, ma salvato. Così per la saggezza di un solo uomo la Grecia fu liberata e l'Asia cedette all'Europa. Questa (fu) una seconda vittoria, che potrebbe essere paragonata col trofeo di Maratona. Infatti in pari modo presso Salamina con un piccolo numero di navi la più grande flotta a memoria d'uomo fu vinta.


6. De muris Atheniensium restituendis.

6. Le mura degli Ateniesi da ricostruire.

Magnus hoc bello Themistocles fuit neque minor in pace. Cum enim Phalerico portu neque magno neque bono Athenienses uterentur, huius consilio triplex Piraei portus constitutus est isque moenibus circumdatus, ut ipsam urbem dignitate aequiperaret, utilitate superaret. 2 Idem muros Atheniensium restituit praecipuo suo periculo. Namque Lacedaemonii causam idoneam nacti propter barbarorum excursiones, qua negarent oportere extra Peloponnesum ullam urbem muros habere, ne essent loca munita, quae hostes possiderent, Athenienses aedificantes prohibere sunt conati. 3 Hoc longe alio spectabat, atque videri volebant. Athenienses enim duabus victoriis, Marathonia et Salaminia, tantam gloriam apud omnes gentes erant consecuti, ut intellegerent Lacedaemonii de principatu sibi cum his certamen fore. Quare eos quam infirmissimos esse volebant. 4 Postquam autem audierunt muros instrui, legatos Athenas miserunt, qui id fieri vetarent. Eis praesentibus desierunt ac se de ea re legatos ad eos missuros dixerunt.

5 Hanc legationem suscepit Themistocles et solus primo profectus est; reliqui legati ut tum exirent, cum satis alti tuendo muri exstructi viderentur, praecepit: interim omnes, servi atque liberi, opus facerent neque ulli loco parcerent, sive sacer, sive privatus esset sive publicus, et undique, quod idoneum ad muniendum putarent, congererent. Quo factum est, ut Atheniensium muri ex sacellis sepulcrisque constarent.


In questa guerra Temistocle fu grande e non minore in pace. Poiché gli Ateniesi si servivano del porto del Falero né grande né buono, per decisione di costui fu costruito il triplice porto del Pireo ed esso circondato da mura perché eguagliasse in bellezza la stessa città, la superasse per utilità. Lo stesso ricostruì le mura degli Ateniesi col suo stesso rischio. Infatti i Lacedemoni adducendo una causa idonea per le incursioni dei barbari, con cui dicevano che non occorreva che fuori del Peloponneso nessuna città avesse le mura, perché non fossero fortificati i luoghi, che i nemici possedessero, tentarono di bloccare gli Ateniesi che le costruivano. Questo mirava molto diversamente da quanto volevano sembrasse. Gli Ateniesi infatti con due vittorie, di Maratona e di Salamina, avevano raggiunto così grande gloria presso tutti i popoli, che i Lacedemoni capivano che per loro ci sarebbe stata una gara con essi per la supremazia. Perciò volevano che essi fossero quanto mai debolissimi. Però dopo che udirono che le mura si costruivano, mandarono delegati ad Atene, che vietassero che ciò accadesse. Essendo essi presenti desistettero e dissero che avrebbero mandato presso di loro delegati su quella cosa. Temistocle assunse questa delegazione e dapprima partì da solo; ordinò che gli altri delegati partissero allora, quando i muri innalzati sembrassero abbastanza alti a difendere: intanto tutti, schiavi e liberi, radunassero materiale e non risparmiassero nessun luogo, sia fosse sacro, sia privato sia pubblico, e dovunque raccogliessero quello, che ritenessero adatto a fortificare. Perciò accadde che le mura degli Ateniesi risultassero da tempietti e sepolcreti.


7. De Themistoclis dolo in Lacedaemonois.

7. L'inganno di Temistocle verso i Lacedemoni.

Themistocles autem ut Lacedaemonem venit, adire ad magistratus noluit et dedit operam, ut

quam longissime tempus duceret, causam interponens se collegas exspectare. 2 Cum

Lacedaemonii quererentur opus nihilo minus fieri eumque in ea re conari fallere, interim reliqui

legati sunt consecuti. A quibus cum audisset non multum superesse munitionis, ad ephoros

Lacedaemoniorum accessit, penes quos summum erat imperium, atque apud eos contendit falsa

iis esse delata: quare aequum esse illos viros bonos nobilesque mittere, quibus fides haberetur,

qui rem explorarent; interea se obsidem retinerent. 3 Gestus est ei mos, tresque legati functi summis honoribus Athenas missi sunt. Cum his collegas suos Themistocles iussit proficisci hisque praedixit, ut ne prius Lacedaemoniorum legatos dimitterent quam ipse esset remissus. 4 Hos postquam Athenas pervenisse ratus est, ad magistratum senatumque Lacedaemoniorum

adiit et apud eos liberrime professus est: Atheniensis, suo consilio, quod communi iure gentium facere possent, deos publicos suosque patrios ac penates, quo facilius ab hoste possent

defendere, muris saepsisse neque in eo, quod inutile esset Graeciae, fecisse. 5 Nam illorum

urbem ut propugnaculum oppositum esse barbaris; apud quam iam bis classes regias fecisse

naufragium. 6 Lacedaemonios autem male et iniuste facere, qui id potius intuerentur, quod

ipsorum dominationi, quam quod universae Graeciae utile esset. Quare, si suos legatos recipere vellent, quos Athenas miserant, se remitterent; aliter illos numquam in patriam essent recepturi.


Temistocle dunque, come giunse a Sparta, non volle presentarsi ai magistrati e fece in modo di protrarre il tempo più a lungo possibile, adducendo come causa che egli aspettava i colleghi. Poiché i Lacedemoni si lamentavano che non di meno l'opera si faceva e che lui tentava in quella cosa di ingannare, intanto gli altri delegati lo raggiunsero. E avendo sentito da loro che non rimaneva molto (alla conclusione) della fortificazione, si presentò agli efori dei Lacedemoni, presso i quali sta il potere supremo, e davanti a loro contestò che ad essi erano state riferite cose false: perciò era giusto che essi inviassero uomini onesti e nobili, in cui si avesse fiducia, che esplorassero la cosa; intanto lo tenessero come ostaggio. Si fece a modo suo e furono inviati ad Atene tre delegati, che avevano adempiuto altissime cariche. Con questi Temistocle ordinò che patissero i suoi colleghi ed a questi dichiarò che non congedassero i delegati dei lacedemoni prima che lui fosse stato rilasciato. Dopo che ritenne che questi fossero giunti ad Atene, si presentò alla magistratura ed al senato dei Lacedemoni e davanti a loro molto liberamente dichiarò: che gli Ateniesi per suo consiglio, cosa che potevano secondo il comune diritto dei popoli, per poter difendere più facilmente le divinità statali, i propri patrii ed i penati, avevano fortificato con mura ed in quello non avevano fatto nulla, che fosse inutile alla Grecia. Infatti la loro città si era opposta come un baluardo ai barbari; e davanti a quella le flotte regie già due volte avevano fatto naufragio. I Lacedemoni dunque facevano male ed ingiustamente, perché guardavano più ciò che fosse utile al loro dominio che a tutta la Grecia.
Perciò se volevano riavere i loro delegati, che avevano mandati ad Atene, lo rilasciassero; altrimenti mai avrebbero riavuti quelli.


8. De Themistoclis exsilio.

8. L'esilio di Temistocle.

Tamen non effugit civium suorum invidiam. Namque ob eundem timorem, quo damnatus

erat Miltiades, testularum suffragiis e civitate eiectus Argos habitatum concessit. 2 Hic cum

propter multas eius virtutes magna cum dignitate viveret, Lacedaemonii legatos Athenas miserunt, qui eum absentem accusarent, quod societatem cum rege Perse ad Graeciam opprimendam fecisset. 3 Hoc crimine absens proditionis damnatus est. Id ut audivit, quod non satis tutum se Argis videbat, Corcyram demigravit. Ibi cum cives principes animadvertisset timere ne propter se bellum iis Lacedaemonii et Athenienses indicerent, ad Admetum, Molossum regem, cum quo ei hospitium erat, confugit. 4 Huc cum venisset et in praesentia rex abesset quo maiore religione se receptum tueretur, filiam eius parvulam arripuit et cum ea se in sacrarium, quod summa colebatur caerimonia, coniecit. Inde non prius egressus est, quam rex eum data dextra in fidem reciperet; quam praestitit. 5 Nam cum ab Atheniensibus et Lacedaemoniis exposceretur publice, supplicem non prodidit monuitque, ut consuleret sibi: difficile enim esse in tam propinquo loco tuto eum versari. Itaque Pydnam eum deduci iussit et, quod satis esset praesidii, dedit. 6 Hic in navem omnibus ignotus nautis escendit. Quae cum tempestate maxima Naxum ferretur, ubi tum Atheniensium erat exercitus, sensit Themistocles, si eo pervenisset, sibi esse pereundum. Hac necessitate coactus domino navis, quis sit, aperit, multa pollicens, si se conservasset. 7 At ille clarissimi viri captus misericordia diem noctemque procul ab insula in salo navem tenuit in ancoris neque quemquam ex ea exire passus est. Inde Ephesum pervenit ibique Themistoclen exponit; cui ille pro meritis postea gratiam rettulit.


Tuttavia non sfuggì all'invidia dei suoi concittadini. Infatti per lo stesso timore, per cui era stato condannato Milziade, con l'ostracismo (i voti dei cocci) cacciato dalla città si ritirò ad abitare ad Argo. Qui vivendo con grande onore a causa delle sue molte qualità, i Lacedemoni mandarono delegati ad Atene, per accusarlo assente, perché avrebbe fatto un'alleanza col re persiano per sopprimere la Grecia. Con questa accusa, assente, fu condannato per tradimento. Come udì ciò, poiché non si vedeva abbastanza sicuro ad Argo, emigrò a Corcira. Ivi poiché i cittadini capi avevano capito di temere che per causa sua Lacedemoni ed Ateniesi muovessero loro guerra, si rifugiò presso Admeto, re dei Molossi, con cui aveva rapporto di ospitalità. Essendo giunto qui ed essendo al momento il re assente, per garantire con maggiore vincolo religioso che lui era accolto, prese la sua lioletta e con essa si gettò in un tempio, che era venerato con massima venerazione. Di lì non uscì prima che il re, datagli la destra, lo accogliesse in protezione; e gliela porse.
Infatti essendo richiesto pubblicamente da Ateniesi e Lacedemoni, non consegnò il supplice e consigliò che si proteggesse: era infatti difficile che lui si trovasse al sicuro in un luogo tanto vicino. E così ordinò fosse condotto a Pidna e diede, quello che fosse sufficiente di protezione. Qui si imbarcò su di una nave sconosciuto a tutti i marinai. Essendo questa portata durante una grandissima tempesta a Nasso, dove allora c'era l'esercito degli Ateniesi, Temistocle capì che se fosse giunto là, egli doveva morire. Spinto da questa necessità svela al padrone della nave chi sia, promettendo molte cose, se lo avesse salvato.

Ma quello colpito da compassione del famosissimo uomo tenne in mare lontano dall'isola la nave giorno e notte nelle ancore e non permise che nessuno uscisse da essa.

Di lì giunse ad Efeso e lì sbarca Temistocle; egli poi gli ricambiò il favore per i meriti.

9. De Themistoclis epistula ad Artaxersen.

9. Lettera di Temistocle ad Artaserse.

Scio plerosque ita scripsisse, Themistoclen Xerxe regnante in Asiam transisse. Sed ego potissimum Thucydidi credo, quod aetate proximus de iis, qui illorum temporum historiam reliquerunt, et eiusdem civitatis fuit. Is autem ait ad Artaxerxen eum venisse atque his verbis epistulam misisse: 2 "Themistocles veni ad te, qui plurima mala omnium Graiorum in domum tuam intuli, quamdiu mihi necesse fuit adversum patrem tuum bellare patriamque meam defendere. 3 Idem multo plura bona feci, postquam in tuto ipse et ille in periculo esse coepit. Nam cum in Asiam reverti vellet proelio apud Salamina facto, litteris eum certiorem feci id agi, ut pons, quem in Hellesponto fecerat, dissolveretur atque ab hostibus circumiretur; quo nunzio ille periculo est liberatus. 4 Nunc autem confugi ad te exagitatus a cuncta Graecia, tuam petens amicitiam. Quam si ero adeptus, non minus me bonum amicum habebis, quam fortem inimicum ille expertus est. Te autem rogo, ut de iis rebus, quas tecum colloqui volo, annuum mihi tempus des eoque transacto ad te venire patiaris. "

So che parecchi così hanno scritto, che Temistocle, regnando Serse, passò in Asia. Ma io credo particolarmente a Tucidide, perché più vicino di epoca tra quelli, che lasciarono la storia di quei tempi, e fu della stessa città. Egli dunque dice che lui giunse da Artaserse e gli mandò una lettera con queste parole: "(Io) Temistocle son venuto da te, (io) che recai i moltissimi danni di tutti i Grai alla tua casa, fin che fu necessario per me combattere contro tuo padre e difendere la mia patria. Io stesso feci molto maggiori benefici, dopo che io cominciai ed essere al sicuro e lui in pericolo. Infatti volendo ritornare in Asia, fatto lo scontro presso Salamina, lo informai con lettere che si faceva ciò, che il ponte, che aveva fatto sull'Ellesponto, fosse distrutto e circondato dai nemici; e per questa notizia egli fu liberato dal pericolo. Ora però mi sono rifugiato da te ricercato da tutta la Grecia, chiedendo la tua amicizia.
Ma se la otterrò, mi avrai non meno buon amico, di quanto egli mi abbia sperimentato forte avversario. Ti prego dunque che tu mi dia il tempo di un anno perché tu permetta, passato quel tempo, di venire da te per quelle cose, che voglio trattare con te."



10. De Themistoclis vita apud Persas.

10. Vita di Temistocle in Persia.

Huius rex animi magnitudinem admirans cupiensque talem virum sibi conciliari veniam

dedit. Ille omne illud tempus litteris sermonique Persarum se dedidit; quibus adeo eruditus est,

ut multo commodius dicatur apud regem verba fecisse, quam ii poterant qui in Perside erant

nati. 2 Hic cum multa regi esset pollicitus gratissimumque illud, si suis uti consiliis vellet, illum Graeciam bello oppressurum, magnis muneribus ab Artaxerxe donatus in Asiam rediit

domiciliumque Magnesiae sibi constituit. 3 Namque hanc urbem ei rex donarat, his quidem

verbis: quae ei panem praeberet - ex qua regione quinquaginta talenta quotannis redibant -;

Lampsacum autem, unde vinum sumeret; Myunta, ex qua opsonium haberet. Huius ad nostram

memoriam monumenta manserunt duo: sepulcrum prope oppidum, in quo est sepultus; statua

in foro Magnesiae. 4 De cuius morte multimodis apud plerosque scriptum est; sed nos eundem

potissimum Thucydidem auctorem probamus, qui illum ait Magnesiae morbo mortuum neque

negat fuisse famam venenum sua sponte sumpsisse, cum se, quae regi de Graecia opprimendo pollicitus esset, praestare posse desperaret. 5 Idem ossa eius clam in Attica ab amicis sepulta, quoniam legibus non concederetur, quod proditionis esset damnatus, memoriae prodidit.

I l re ammirando la grandezza d'animo di costui desiderando conciliarsi un tale uomo diede il perdono.
Quello tutto quel tempo si dedicò alla scrittura ed alla lingua dei Persiani; ed in queste fu così istruito che si dice che davanti al re disse parole molto più appropriatamente di quanto potevano quelli che erano nati in Persia. Qui avendo promesso molte cose al re e quella cosa molto gradita, che, se volesse servirsi dei suoi consigli, avrebbe assoggettata la Grecia con la guerra, premiato con grandi doni da Artaserse ritornò in Asia e si stabilì il domicilio a Magnesia. Infatti il re gli aveva donato questa città, proprio con queste parole: che gli procurasse il pane - e da quella regione ogni anno provenivano cinquecento talenti -; ricevesse poi Lampsaco, da cui ricavasse il vino; Miunta, da cui avesse il companatico. Di costui rimasero due monumenti fino alla nostra epoca: il sepolcro vicino alla città, in cui fu sepolto; la statua nel foro di Magnesia. Ma della sua morte presso parecchi in molti modi si scrisse; ma noi soprattutto preferiamo lo scrittore Tucidide, che dice che a Magnesia morì per malattia e dice che non ci fu la fama che spontaneamente abbia preso il veleno, poiché disperava di poter offrire al re quello che aveva promesso sull'assoggettare la Grecia.
Lo stesso ha tramandato alla memoria che le sue ossa di nascosto furono sepolte dagli amici in Attica, poiché non era concesso dalle leggi, perché era stato condannato per tradimento.








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