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“CON GLI OCCHI CHIUSI” DI FEDERIGO TOZZI

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“CON GLI OCCHI CHIUSI”

DI FEDERIGO TOZZI

Nel 1919, subito dopo la fine della guerra, iniziano le pubblicazioni a Roma di una rivista , “La Ronda” , che, affermatasi ben presto per il valore di alcuni dei suoi maggiori collaboratori , pur vivendo per pochi anni , rappresentò un elemento determinante nella cultura e, in modo speciale , nella poesia e nella narrativa degli anni 20. I rondisti , distaccandosi dalle polemiche e dai travagli del tempo, si rivolsero esclusivamente alla realizzazione di una buona letteratura, con la ricerca di uno stile pulito e armonico , che , sotto la lezione dei classici ,   restaurasse l'impostazione logica e la struttura sintattica , dando ordine e equilibrio a tutta la composizione. In questa prospettiva è naturale che la narrativa tipica dei rondisti sia quella “prosa d’arte” che trova i suoi più significativi esponenti in Emilio Cecchi e in Vincenzo Caldarelli , una prosa raffinata che in poche ine di nitida eleganza fa rivivere l’intima ispirazione dell’artista .



Ma ciò non vuol dire che con l’età de “La Ronda” si assista all’esclusione di un tipo di narrativa di più ampio respiro , e quindi del romanzo . Proprio negli anni immediatamente precedenti al 20 si svolge, ad esempio, tutta la produzione di uno scrittore che realizza nelle sue opere sia il “frammento” tipico della prosa d’arte , sia il “romanzo” della comune maniera : uno scrittore che, pur concludendo rapidamente carriera ed esistenza , avrebbe non poco influenzato le stagioni successive: FEDERIGO TOZZI ( 1883-l920 ). Egli, appunto, dopo certi frammenti di “Bestie” ( 1917 ), perviene al racconto di più vasta mole con romanzi scritti nel giro di 2 o 3 anni , fra il 18 e il 20 , poco prima della morte : “Con gli occhi chiusi” , “Il podere” , “Tre croci”, “Gli egoisti” . Per queste opere , alcuni anni dopo , Borghese aveva definito Tozzi “ uno dei primissimi edificatori della nuova giornata letteraria d’Italia” ; infatti , in quei libri e ancora una volta il tentativo, che sarà ripreso poi da tanti narratori, di esprimere i grandi temi dell’uomo e il doloroso travaglio della sua condizione nel mondo . Tozzi si volge a questi motivi con piglio deciso e con una lingua efficace ; la sue ine , spesso d’ispirazione autobiografica ed ambientate nel mondo contadino della camna senese , fanno più volte ricordare Verga ; ma mentre Verga , con la sua perdurante concezione naturalistica del mondo , ci presenta un uomo che, pur destinato a risultare in definitiva un vinto , può tante volte lottare ed affermarsi , in Tozzi il personaggio sente di essere sempre limitato dalla realtà e di vivere in una prigione che lo deprime , e da cui non gli sarà mai possibile evadere.

L’inetto tozziano per eccellenza è Pietro, il protagonista del romanzo “Con gli occhi chiusi” . Pietro è lio di Domenico Rosi ed è completamente schiacciato dalla personalità del padre. Nella sua psiche oppressa vive l’oscura coscienza del dolore : “vi sono esseri che non chiedono nulla a nessuno e rinunziano a tutto ; e , non essendo rispettati come gli altri , pare che di loro se ne possa fare quel che si vuole. Perciò quel che riguarda gli altri lo trovano antipatico. Se qualcuno li ama, non vogliono cambiarsi , chiedendo che cosa questo bene esiga. E allora lo evitano.” L’amore, ad esempio, di Pietro per Ghisola , la nipote dei contadini Giacco e Masa , che lavorano il podere del padre, è fatto di intermittenze e  tortuosità. Lo scoraggiamento e l’affanno, lo scuro tormento e la disturbata relazione con il mondo sono i caratteri di Pietro, che sta “con gli occhi chiusi”, ossia non ha consapevolezza di sé e del mondo . Il personaggio nasce sulla traccia dei riscontri biografici di Tozzi ( il padre grossolano, la morte della madre, l’insuccesso scolastico, la fede socialista ), ma ne esce narrativamente autonomo. La biografia si obbiettiva in romanzo : specialmente nella prima parte dove è molto riuscito l’amalgama tra psicologia umana , paesaggio e mondo animale. La seconda parte narra le astuzie di Ghisola e i suoi inganni. Pietro la crede ingenua e innocente , mentre lei passa da un amante all’altro ed entra addirittura nel giro di una casa di appuntamenti. Si tratta della parte più vicina ai romanzi di tipo naturalistico , meno persuasivamente fusa nelle dissonanze di un processo interiore . In questa divaricazione tra prima e seconda parte si rivela nel romanzo l’incertezza di un disegno non ancora del tutto consapevole, che non risponde, cioè ad un programma preciso fino ai dettagli. L’incertezza dipende dall’orientamento culturale del primo Novecento e dagli immediati riferimenti di Tozzi che agiscono anche sul suo linguaggio fortemente lavorato, lessicalmente e sintatticamente aspro e tormentato. Ma come accade per il processo di ricerca narrativa il linguaggio tozziano ha una sua originalità funzionale. Sul fondo della provincia senese, marginale e superata ( e dunque più conservativa ) innesta la lingua primitiva e arcaica dei testi mistici dei cronisti e usa materiali di linguaggio popolano. La disarmonia che ne nasce è la stessa di cui i protagonisti dei romanzi sono portatori.

Il protagonista della vicenda, dicevamo,  è Pietro : “…ora era un giovinetto magro e pallido , con il vizio di tenere una spalla più su dell’altra. Vestiva male, con un cordoncino rosso al colletto sempre sgualcito e sporco ; i capelli biondi, gli orecchi troppo larghi e discosti dalla testa ; gli occhi di un celeste chiaro chiaro e come se egli avesse qualche cosa da difendere . Il volto con un’animosità ingenua e malinconica , ma sicura e risoluta ; quasi imbarazzante e spiacevole…”.

Egli ci appare come un disadattato , sempre assorto nel suo mondo interiore , incapace di stabilire con gli altri relazioni normali : “ Stava lunghe ore con la testa tra le mani , immaginandosi di studiare ; con un’ ansia attraversata e tagliata in tutti i sensi da malumore e malinconia , come da linee tirate con una squadra …”.

“.. E nessuna cosa era adatta per lui: le strade troppo faticose, il sole troppo caldo , gli abiti tagliati male, le mani troppo grosse ; affannandosi a non riflettere a ciò , di convincersi del contrario , stordendosi ; mentre gli orecchi gli rombavano, e credeva di dover cadere da un momento all’altro .



Gli sembrava che la sua faccia non fosse capace a nascondere la lealtà troppo aperta e ostinata ; provandone una violenza che gli dava il malessere . si sentiva debole sotto il suo spirito affannato, che egli stesso voleva cambiare…”

Così ogni sua iniziativa fallisce : “Pietro era doventato così negligente , che verso il mese di maggio il rettore non lo volle più a scuola…”

“ Per non tenere Pietro proprio in ozio, Anna lo mise alle belle arti….una mattina , in casa , ricopiando un brutto ritratto a stampa,….allungava e piegava il collo per vedere meglio gli effetti ; ma il suo disegno, a malgrado de’ suoi sforzi , era incerto e sbagliato. Si stupiva di non riescirci , e arricciava in giù e in su le labbra fino a toccarsi la punta del naso…” “…Esaminò il ritratto e poi la copia ; e si sentì tanto scoraggiato che ne provò quasi affanno , come il culmine dell’indecisione e del dubbio che mai lo lasciavano in pace.

E in tanto , un raggio di sole , un raggio pieno di sonno aveva invaso tutto il foglio di carta. E Pietro pensò “E’ finita . Non vado più avanti…”

“ Aveva già perduto un anno di tempo, alle belle arti, senza che ancora fosse deciso sul suo conto ; il che doveva dipendere dai diversi pareri dei più vecchi avventori, e da suo padre che se ne ricordava soltanto molto di rado e con rabbia . Anna insisteva con pazienza , anche dopo l’infelice prova del disegno , persuasa ch’egli fosse intelligente…”.

Un punto fermo nella vita di Pietro, però, c’è: essere riuscito, sebbene contro il volere del padre e con svariate  difficoltà, a terminare gli studi tecnici : “Erano passati tre anni; e Pietro aveva preso la licenza tecnica. In fatti rimandato a scuola, dopo mille difficoltà e non poca diffidenza, s’era impegnato a studiare.”

Ma un nuovo fallimento era già in agguato. Presa la decisione di andare a proseguire gli studi ,  subisce un altro incredibile, inaspettato smacco. Questa volta  causa l’amore per Ghisola, non riesce a dare esami e a finire il regolare corso di studi : “ Pietro stava in camera con un libro in mano , ma senza studiare: arrotolava con le dita i lembi delle ine . Invece di due esami ne aveva dato uno solo , e pensava a Ghisola . No; egli non doveva andare agli esami! Doveva fare in quel modo! …”

Costante è il  suo rifiuto della famiglia , che si riscontra soprattutto nella contrapposizione netta con il padre , e nei frequenti diverbi con quest’ultimo :

“ … Domenico lo percosse con lo scheggiale dei calzoni fino a far piangere Anna …”

“… (dopo la morte di Anna ) fu addirittura incapace di pensare per il liolo come avrebbe dovuto. Lo lasciò quasi libero , ma non di rado , quando se ne pentiva , lo trattava senza riguardi e con una violenza così sproporzionata che anche Rebecca lo difendeva. E allora smetteva ; ma, alla prima occasione , faceva peggio come se avesse dovuto vendicarsi…”

“..Pietro , gracile e malato , aveva sempre fatto a Domenico un senso d’avversione : ora lo considerava , magro e pallido, inutile agli interessi , come un idiota qualunque!

Toccava il suo collo esile, con un dito sopra le venature troppo visibili e lisce ; e Pietro abbassava gli occhi , credendo di dovergliene chiedere perdono come di una colpa. Ma questa docilità , che sfuggiva alla violenza , irritava di più Domenico. E gli veniva voglia di canzonarlo.

Quei libri! Li avrebbe schiacciati con il calcagno! Vedendoglieli in mano , talvolta non poteva trattenersi e glieli sbatteva in faccia…..

E intanto Pietro gli aveva fatto spendere le tasse di tre anni di seguito per la scuola tecnica….

Pietro stava zitto e dimesso ; ma non gli obbediva . si tratteneva meno che gli fosse possibile in casa ; e quando per la scuola aveva bisogno di soldi , aspettava che ci fosse qualche avventore di quelli più ragguardevoli ; dinanzi al quale Domenico non diceva di no. Aveva trovato modo di resistere , subendo tutto senza mai fiatare . E la scuola allora gli parve più che altro un pretesto , per stare lontano dalla trattoria. Trovando negli occhi del padre un’ostilità ironica, non si provava né meno a chiedergli un poco d’affetto…Bastava uno sguardo meno impaurito , perché gli mettesse un pugno su la faccia , un pugno capace d’alzare un barile. …




Da ragazzo quella voce lo spaventava , gli faceva male e allora si rincantucciava , senza piangere , per essere lasciato solo. Ora ne provava una scontentezza esasperante….”

Ogni possibilità di dialogo  e di intesa tra i due sembra proprio impossibile e così rimane la situazione fino alla conclusione della vicenda.

Anche il rapporto con la madre è difficile  e  la sua morte non lascia nessun vuoto nel ragazzo.

“Ella non gli sapeva parlare ; capiva ch’egli cresceva senza che riuscisse a farselo suo, a dirgli almeno una di quelle parole che avrebbero dovuto consolarla . Anche quando l’aveva vicino, restavano come due che avevano l’impossibilità d’intendersi.

Pietro evitava sempre di farle sentire che le voleva bene , per paura di doventare troppo obbediente , ed ella si disperava troppo e senza ragione di qualche sua scappata . E perciò Pietro temeva quando gli aveva tante cure …

Alla morte della madre non riesce a sentire un dolore vero e proprio come quello che attanaglia il padre : “ Pietro la vide già portata sul letto , senza saper quel che ne dovesse pensare . Domenico gli parlò soltanto quando qualcuno glielo rammentò. Ma senza nessun affetto , quasi con il bisogno di sfuggirlo. E proprio in quel momento sperò ancora di più di tenerlo con sé per la traiettoria . Continuava intanto a gridare che l’udivano anche dalla strada …

Pietro, senza provar niente , all’infuori di una vaga inquietudine , si appoggiò ai guanciali e cercò di piangere : dentro di sé chiedevasi se anche gli altri sentissero così poco e provò una consolazione indefinibile quando il padre fu allontanato in modo ch’egli non vide e non udì più il suo dolore, che gli era apatico come le sue collere…. A lui gliene importava poco…” .

 Unico conforto , oltre alle immersioni solitarie nella natura e nella sua innocenza , è il pensiero di Ghisola. A mano a mano che si fa più consistente il rapporto con l’amica, il suo carattere sembra cambiare : egli diventa più serio , più calmo, più responsabile. Si chiarisce anche la sua scala di valori : sincerità, onestà, solidarietà. Il rapporto con Ghisola insomma, si conura per lui come una radicale via d’uscita dall’impossibile e meschino mondo familiare , salvo accorgersi , troppo tardi , che anch’essa è fatalmente preclusa : a nulla gli sarà servito chiudersi volontariamente gli occhi, cullandosi in un sogno fallace , di fronte alla presa di coscienza finale :

Ghisola , già a Firenze prima di lui , stava in una di quelle case che si chiamano private ; dove guadagnava molto bene…” “ …In quel momento Ghisola s’avanzò da un uscio aperto. Scorgendolo, si arrestò subito ; impallidì fino quasi a svenire ; ma poi tornò a dietro sorreggendosi con un gomito lungo il muro, come torna indietro un topo mezzo schiacciato dal colpo avuto.

Per non soccombere alla sensazione che Pietro aveva di perdere l’equilibrio , dopo essersi sentito afferrare come da una forza , la seguì a caso in una stanza di cui vide soltanto la finestra…. Allora egli, voltandosi a lei con uno sguardo pieno di pietà e di affetto, vide il suo ventre….

Quando egli si riebbe dalla vertigine violenta che l’aveva abbattuto ai piedi di Ghisola , egli non l’amava più.”

Alla luce di quanto detto notiamo che per qualche tratto il carattere di Ghisola è simile a quello di Pietro. Anch’ella ha le sue profonde malinconie , l’insofferenza per la famiglia , l’oscura aspirazione ad una vita diversa  , più ricca e più varia .La sua stessa bellezza . però, la costringe ad orientare verso l’esterno la sua ansia : ella fatica a resistere ai continui assalti dei pretendenti : ricchi, poveri, giovani, anziani. Quando si rende conto di provare un sincero affetto per Pietro , è troppo tardi : la vita l’ha ormai spinta inesorabilmente lontana da lui.



Tutti i rapporti umani, da come si può desumere, sono incentratati sulla violenza. In primo luogo quelli tra padre e lio, padre e moglie, il padre e i sottoposti, ma anche di questi tra loro. Lo stesso Pietro non trova di meglio , per attirare l’attenzione di Ghisola , che farle male con un temperino , mentre questa, dopo avere accuratamente raccolto un nido di passerotti , li uccide ad uno a uno per cuocerli in padella. Il mondo in cui vive Pietro, che si caratterizza e trova i suoi epicentri nella cucina della trattoria e nella stalla del podere, fin dalla nascita è fatto di bestemmie , minacce, insulti, e il suo carattere oscuro e tenebroso dipende direttamente da questo tipo di humus. Pietro è come un uomo primitivo, senza tradizioni e senza storia , che vive le sue esperienze soffrendo così tanto da non sopportare il quadro sociale e familiare in cui queste si svolgono : si ritrova così a trascorrere la sua vita ad occhi chiusi o immerso nella natura , estraniato da tutto e da tutti Negli ambienti sopra descritti la violenza si dispiega liberamente , quella degli esseri umani tra loro e quella verso gli animali : in entrambi i casi l’artefice è innanzi tutto il padre, il cui potere assoluto si fa sentire anche fisicamente in termini di potenza e vigorosità.

Un altro importante punto da trattare è sicuramente l’imponenza e la generosità di particolari con cui l’autore affronta la descrizione della natura , che riesce a evadere dalle ine del libro ,e a diventare sfondo e al tempo stesso personaggio. Il mondo della natura, quella camna senese dolce e grandiosa a un tempo, rappresenta il contrappunto al mondo degli uomini : “questi soli ambigui, questi cinguettii ancora nascosti e che si dimenticano presto , queste nuvole biancheggianti che sembrano venute prima del tempo! E le foglie secche , che sono ancora sopra i grani germogliati , mescolando il pallore della morte con il pallore della vita! Queste foglie di tutte le specie , che si trovano ancora sopra l’erbe per rinnovarsi ; le piante potate ; e i loro rami e i loro tralci, sparsi a terra , che saranno portati via per sempre! E questi rami secchi tagliati dai frutti che esitano ancora a fiorire sulle rame nuove! La terra un poco umida , che s’attacca alle punte delle vanghe , e i contadini sono costretti a pulirle con i pollici; e le zolle che rimangono agli zoccoli di legno! E quest’amore , quasi matrimoniale e sconosciuto a noi di tutti gli esseri umani che s'aiutano ; e anche i loro odii! E il vischio che nasce sui rami dei testucchi , tagliato con un colpo di pennato! Ma farà subito il ributto. E le gemme dei castagni!”

: “ Il ciliegio aveva il pedano rosso e neri, aperto da profonde screpolature come spacchi, ripieni di resina dura e lucente , una fila di formiche saliva , ed un’altra accanto scendeva, brulicanti; pareva di sentirsele camminare addosso. Vicino , sull’erba acciaccata , c’era rimasta una pozzanghera di rame incalcinato. Sopra un fragolaio pendeva un fico , senza né meno una foglia , tutto liscio , con i rami quasi arruffati insieme ; e la sua buccia era di un bianco roseo. Qualche rospo s’udiva dai frondi dei borri, tra i salci potati e rossi. Pareva che non ci fosse nessun’ombra ; ma le nebbioline , che restavano basse come le piante , salivano dalle terre vangate . Antonio, vedendo Pietro assorto, lo urtò…”

Numerosi sono i personaggi presenti nell’opera; oltre al padre padrone, di cui si è già visto il carattere dispotico, autoritario, violento, privo di generosità e di affetto verso il lio, c’è la madre Anna, creatura debole e nervosa, tutta intenta ad accontentare sempre il marito prepotente (che invece la tradisce abitualmente),meno capace di dimostrare il suo affetto a Pietro dal cui carattere scostante viene spesso allontanata. Accanto a questi animano il mondo violento della trattoria e del podere altri personaggi secondari ben tratteggiati: gli zii di Ghisola, Giacco e Masa, due vecchi contadini  disposti a tutto pur di compiacere il padrone, anche ai danni di Pietro, tranne quando si diffonde la voce dell’amore di questo per la nipote; poi la folla degli avventori , tra i quali si distingue un certo Pino che, per la sua povertà e per la sua modestia, è caro a Pietro: In genere si nota che l’universo maschile è rappresentato negativamente, con i caratteri dell’ottusità, della prepotenza e della violenza; l’universo femminile è invece più delicato e complesso, anche se non privo di ambiguità e colpe.

Il romanzo, per le caratteristiche evidenziate, pur collegandosi per alcuni aspetti alla narrativa verista, come già visto, anticipa problematiche esistenziali tipiche del Novecento. Infatti, se l’impianto narrativo è di tipo  verista, naturalista, come pure   tipicamente verista è la tonalità popolare e il lessico spesso vernacolare, il personaggio di Pietro appare quello di un inetto, che, come i personaggi sveviani, non sa opporre alcuna resistenza alle difficoltà della vita e oscilla tra la chiusura in se stesso e l’apertura verso gli altri.






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