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Giacomo Leopardi - “L’infinito”

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Giacomo Leopardi                                “L’infinito”

L’infinito è uno dei più noti idilli leopardiani. Gli Idilli di Leopardi procedono sì dalla descrizione poetica di un paesaggio, ma tale momento diventa subito pretesto per una contemplazione interiorizzata della natura.

PARAFRASI

Sempre gli fu amato al poeta il mote Tabor e la siepe, la quale impedisce a Leopardi di vedere un tratto del paesaggio. Ma stando seduto a osservare, immagina spazi interminabili oltre la siepe, silenzi che superano ogni possibilità di comprensione da parte dell’uomo e una quiete assoluta dove il cuore prova quasi smarrimento. Non appena sente il vento che produce un rumore leggere delle piante, egli lo paragona a quel silenzio infinito della voce del vento. Si forma in lui l’idea dell’eternità, insieme a quella della giovinezza e dell’età presente, che noi percepiamo come se fosse viva. Le sue riflessioni perdono ogni definizione logica in questo infinito che si estende senza confini nello spazio e nel tempo. Per egli la fonte di meravigliosa dolcezza è l’annullare la sua coscienza nella vastità dell’infinito.

STILE

L’uso alternato dei dimostrativi (questo, quello) nelle varie forme grammaticali è il segno di un preciso contrasto che caratterizza la poesia come ad esempio:

  • questo cole, quella siepe è l’io del poeta immerso nella realtà;
  • di là da quella siepe è l’immaginazione del poeta di spazi interminabili oltre la siepe;
  • queste piante, questa voce è l’io del poeta che ritorna alla dimensione reale;
  • quell’infinito silenzio sono le riflessioni del poeta che perdono ogni connotazione razionale e che si estendono senza confini nello spazio e nel tempo.

I numerosi enjambement producono un effetto di “rallentamento”, che ci obbliga a leggere il testo con lentezza, per poter cogliere il senso dell’infinito che lo domina e ora indicherò i più significativi enjambement:

  • interminati-spazi è l’idea di uno spazio che si dilata all’infinito;
  • sovrumani-silenzi sono silenzi che superano ogni possibilità di comprensione da parte dell’uomo e una quiete assoluta;
  • il vento-odo stormir è l’idea del rumore leggero delle piante che il poeta lo paragona alla voce del vento.

Tutti i verbi della poesia sono al presente: solo uno fa eccezione perché forse suggerisce l’idea di qualcosa di vago ed è il verbo “fu” nel primo verso. Nella lirica è presente un’opposizione fra i limiti spazio-temporale che emerge dall’insolita esperienza del poeta. I limiti nello spazio e nel tempo sono dal I verso a metà dell’VIII invece l’annullamento di tali limiti sono dalla metà dell’VIII verso al XIV.

URE RETORICHE

Al verso otto, il poeta ha usato la parola COR come sinonimo di “sentimento, animo” e la ura retorica che ha utilizzato è la metonimia. L’espressione IN QUESTO MARE contiene una ura retorica ed è una metafora. Il poeta ha utilizzato questa immagine perché per lui è fonte di meravigliosa dolcezza annullare la sua coscienza nella vastità dell’infinito. Il metro di questa poesia e di avere endecasillabi sciolti.






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