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Giovanni Boccaccio: Decameron, Il Decameron, Landolfo Rufolo, Lisabetta da Messina, Nastagio degli Onesti, Cisti il fornaio

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1               Giovanni Boccaccio: Decameron  (ant. .127)

1.1         La vita e l'esperienza letteraria

Giovanni Boccaccio nasce nel 1313 da una relazione illegittima del padre, facoltoso uomo d’affari, con una donna di cui non si hanno notizie. Incertezze sussistono per il luogo (Certaldo o Firenze).

Nel 1327 si trasferisce con il padre, agente della Banca dei Bardi e consigliere del re, a Napoli e inizia il suo apprendistato bancario.

1327- 40, Periodo Napoletano (in questi anni Napoli è una vera oasi di pace). Il tempo trascorso nella città partenopea è fondamentale per la sua formazione umana e intellettuale: esperienze mondane e frequentazione della corte (mondo aristocratico francese e italiano), alla quale è ammesso con i titoli di Consigliere e Ciambellano del re Roberto d’Angiò; appassionati studi letterari come autodidatta e conoscenza della produzione romanzesca francese.




1340-41, in seguito al fallimento della Banca dei Bardi, è costretto a tornare a Firenze. La sua vita non è più gioiosa, ma mesta, triste e aggravata dalla precaria situazione finanziaria. Si intensifica negli anni seguenti la sua attività letteraria: la Commedia delle Ninfe (1342), l’Elegia di madonna Fiammetta (1343-44). A Firenze non riesce a trovare una sistemazione soddisfacente e pertanto si reca presso varie corti.

Nel 1348, è a Firenze, dove scoppia intanto la peste, durante la quale perde il padre.

1349-50, nasce Violante, la terza dei suoi lia illegittimi.

1349-51, composizione del Decameron. La fama letteraria conquistata gli procura incarichi e missioni ufficiali.

1351, per qualche settimana è ospitato ad Arquà da Petrarca (1304 - 1374), col quale era già da tempo in corrispondenza (Boccaccio era un grande ammiratore di Petrarca), e nasce una buona amicizia.

1359, Fa istituire presso lo Studio di Firenze una cattedra di greco (Boccaccio è uno tra i primi in Europa occidentale che accosta allo studio del latino anche quello del greco). A Milano rivede Petrarca.

1362-63, si reca a Napoli dove gli era stata promessa una onorevole incombenza, ma tutto si risolve in un fallimento e ritorna a Certaldo. Continuano intanto i rapporti con Petrarca, si incontrano nuovamente nel 1363 a Venezia, e l’attività letteraria. Fino agli ultimi anni di vita il Boccaccio, malgrado la salute malferma e la povertà, continuò la sua attività culturale che fece di lui uno dei maestri dell’imminente movimento umanistico.

A differenza di Petrarca, Boccaccio tenne vivo anche l’interesse per la poesia romanza, diffondendo il culto di Dante, cui dedicò un’opera commossa, il “Trattatello in laude di Dante”.

Nell’ottobre 1373 fu incaricato dal comune di Firenze di commentare pubblicamente, nella chiesa di Santo Stefano di Badia la Commedia di Dante. Dopo pochi mesi interrompe le sue letture a causa delle condizioni ormai troppo precarie della sua salute. Si ritirò così a nella casa di Certaldo, dove morì nel 1375.

1.2         Il mondo dei mercanti

Il mondo di Dante è finito, ora, nell'Italia centro settentrionale la classe dominane è costituita dai mercanti, i quali, nel loro spostarsi da un luogo all'altro, portano con se i propri racconti tradizionali. Siamo nel periodo storico in cui nascono le banche, dove si prestano soldi per interesse: è il mondo dei mercanti.

Questo mondo ha una sua etica, ma anche un preciso scopo: quello di fare soldi. È uno scopo concreto che mette in primo piano i profitti; ma non sempre gli affari vanno bene. In agguato, pronti a colpire i mercanti, ci sono molti pericoli. Fra questi, i maggiori sono: i pericoli naturali (tempeste, naufragi,…) e i nemici (briganti, pirati, la concorrenza, le alternanze degli affari,…). Quindi, un mercante se vuole essere vincente deve avere dalla sua almeno l'intelligenza e la fortuna.

Il Boccaccio ha una conoscenza diretta di questo mondo, essendo lui lio di un mercante.


2               Il Decameron

Il titolo, derivato dal greco, significa 10 giornate: Rimanda ad opere come l’”Hexameron” di S. Ambrogio riferito ai 6 giorni biblici della creazione della creazione. Sembra voler proporre, nell’arco di 10 giorni, il tempo della ricreazione, della ricostruzione.

Nel Decameron vi è la rappresentazione esemplare, ma realistica dell’uomo che agisce all’interno di una ben precisa società (quella Europea che, partendo dall’assetto imperiale e feudale, assume un nuovo volto e una nuova vita nella civiltà dei comuni e delle nuove organizzazioni regionali, ad opera dell’azione potente della borghesia e della sua capacità organizzativa imprenditoriale). Quest’uomo agisce secondo idee di forza della cultura dominante (FORTUNA, AMORE, INTELLIGENZA).

Quest’opera è stata definita una commedia umana, da cogliere quindi come un viaggio con cui l’uomo, partendo dalla sconvolgente e terribile pestilenza del 1348 (situazione negativa iniziale) giunge ad una nuova ipotesi di convivenza civile.

Ad una morte etica e sociale si contrappone la voglia di ricreare e ricrearsi, affidata alla “allegra brigata”.

2.1         I modelli di riferimento

I modelli a cui fa riferimento il Boccaccio sono divisibili in tre gruppi:

·       primo gruppo:        i racconti trasmessi dai mercanti (orali);

·       secondo gruppo:     exempla dei predicatori (orali). Spesso si trattava di racconti con funzione didattico-illustrativa-educativa, racconti fantastici (esempio: I Promessi Sposi: storia sulla donazione delle noci).

·       terzo gruppo:         letteratura romanza, in questo periodo quasi esclusivamente in francese (es: romanzi cortesi: Re Artù, Tristano e Isotta, …) e antica a carattere narrativo (romanzi antichi in latino tipo l'Asino d'oro di Apuleio, contenente il racconto di Amore e Psiche).

2.2         Struttura dell’opera

Nel proemio del Decameron, Boccaccio indica nelle donne il pubblico a cui le sue novelle sono preferenzialmente destinate. Questo potrebbe sembrare una professione di umiltà verso le donne, viste le condizioni di inferiorità culturali in cui erano di norma tenute nella società comunale. Il rivolgersi alle donne non va però inteso alla lettera: è metafora che serve al Boccaccio per alludere ad un nuovo tipo di lettore, il lettore-consumatore di novelle. La novella era il nuovo genere letterario, di cui Boccaccio stava inventando e fissando gli schemi. Le donne sono dunque un pubblico più ampio, ma nel contempo più ”alto” per la sua sensibilità. L’autore assume dunque in questo proemio una posizione caratterizzata da due atteggiamenti:

·       si indirizza alle donne;

·       indica nella sofferenza d’amore e nel bisogno di conforto un terreno di esperienza comune a se stesso e alle lettrici.

2.3         I temi ricorrenti

Di fronte all’ideale idilliaco della cornice, a quel pacato e sereno conversare, si accampa spesso nelle novelle il mondo vasto e tumultuoso della vita reale, con i suoi contrasti e la molteplicità di casi e di avventure. Boccaccio guarda l’uomo, lo coglie nella realtà del suo vivere terreno, con i conflitti di istinti e passioni, con la sua intelligenza e capacità di dominio su se stesso e sulle cose (l'ingegno), con le sue colpe, le sue debolezze e la sua virtù, la sua appassionata ricerca del successo e della felicità (i sentimenti).

Il Decameron è la leggenda di ognuno perché presenta un vasto panorama dell’umanità; ma nonostante questa sua straordinaria varietà, mantiene un’unità strutturale (proprio per questa unità Boccaccio è considerato un autore medievale).

I complessi problemi morali, religiosi, che ritroviamo in Dante o nella tormentata introspezione petrarchesca, appaiono lontani dall’interesse del narratore. Non che Boccaccio le avversi; li lascia semplicemente in disparte; il suo atteggiamento è di colui che osserva con lucida intelligenza e con intima partecipazione i modi dell’agire umano. A volte il tono si fa commosso , quando lo scrittore vagheggia un ideale di nobili virtù cavalleresche, a volte ironico e maliziosamente divertito, quando osserva i vizi umani e la bassa commedia della vita (non poche novelle presentano situazioni teatrali): gli amori facili e volgari, le beffe degli intelligenti ai danni dei meno furbi, i religiosi che, come gli altri, cedono a cattivi istinti o ingannano la credulità delle folle ignoranti.

Dalle novelle potrebbe quindi nascere l’immagine erronea di uno scrittore ironico e cinico, irreligioso e amorale, che si compiace soprattutto di una comicità volgare; ma egli descrive con analisi attenta, con una conoscenza psicologica approfondita.

Nel Decameron il tema dominante è la fortuna in senso latino (cioè sia in senso positivo che in senso negativo) che guida i destini umani: “ Tutte le cose che noi chiamiamo nostre, sono decise da fattori che agiscono in modo sconosciuto all’uomo” (Pampinea giornata seconda novella 3°).

Per questo il mondo del Decameron è un mondo a continuo rischio dove anche i valori più saldi vengono messi in pericolo e completamente affidati al caso, alla fortuna; ciò che resta da fare agli uomini è solo tentare di modificare a posteriori le cose. Tre sono le forze a loro disposizione: l’amore che trattato sotto tutti i suoi aspetti è al centro dell’esperienza vitale descritta nel Decameron (il 70% delle novelle ha tema erotico).Misurandosi con questa grande forza che sembra reggere il mondo (insieme alla fortuna), l’uomo può rivelare la sua virtù. Boccaccio ammira ed esalta soprattutto l’ingegno, la capacità di comprendere gli uomini, il mondo e se stessi, e di dare conseguentemente al proprio agire un carattere di piena efficienza e nel contempo un’impronta di compostezza e dignità, espressione di intima armonia fra spirito e natura, intelletto e sensi. Le ure sulle quali si abbatte, a volte pesantemente, l’ironia maliziosa dell’autore sono quelle di coloro che non sanno attuare in se questo decoroso equilibrio.

2.4         L'introduzione

L’introduzione è costruita su una grande opposizione; l’opposizione VITA-MORTE. Ci sono persone che cercano di sfuggire alla morte vivendo agli eccessi, cercando di soddisfare tutte le loro voglie, c’è chi invece vive moderatamente ma in tutti e due i casi si cerca di sfuggire alla morte.

Questa opposizione VITA-MORTE vuole mostrarci come la gente avesse paura della morte e come fosse impotente di fronte ad un evento come quello della peste; lo sconvolgimento che la morte porta nella vita delle persone.

Nell’introduzione si descrive la peste; la quale viene vista come un fenomeno naturale che sconvolge la vita sociale soprattutto nei rapporti interpersonali fra gli uomini. La peste (un evento esterno) mette in crisi le regole sociali: le persone ancora “sane” cercavano di evitare qualsiasi genere di contatto con le persone contagiate; l’unione della famiglia era caduta, non vi era più aiuto e sostegno nemmeno tra i famigliari; la proprietà privata diventa proprietà comune; nelle città regna il caos, gli esiliati ritornano in città compiendo atti di violenza visto che oramai le autorità non esistevano più, perdita di fiducia nelle autorità, .

L’introduzione si allunga poi nella CORNICE, dove per sfuggire al contagio e lasciare una collettività allo sbando, sette giovani donne tra i 18 e i 28 anni, si ritrovano nella chiesa di S. Maria Novella. Queste giovani donne sono unite fra di loro da un legame di parentela o amicizia, sono nobili, si può pensare che siano ragazze di chiesa, visto il luogo del loro ritrovo.

Pampinea è la più vecchia e la più decisa, cerca di convincere le sue comne ad abbandonare la città e fuggire in camna per ritrovare quelle regole di vita che in città non esistono più a causa della peste. Vogliono vivere in un luogo dove regna la gioia e l’allegria, in un luogo dove al vita e la natura danno sollievo. Questa decisione sarebbe una decisione provvisoria, affinché la situazione in città non sarebbe migliorata. Al gruppo delle 7 ragazze si aggiungono 3 ragazzi uniti anche loro da un legame di parentela. I 10 ragazzi abbandonano così Firenze e si ritrovano in una villa sulle colline circostanti per ricreare una vita più degna.

Il loro soggiorno durerà 2 settimane, nelle quali trascorreranno le giornate fra canti, danze, conversazioni e racconti. Il venerdì e il sabato sono giorni dedicati alle pratiche religiose e alla cura del corpo. Nei 10 giorni restanti ciascuno di loro racconterà una novella (100 in tutto) secondo un tema proposto da un “re” o una “regina” eletti quotidianamente. La prima e la nona giornata sono a tema libero. Uno dei 3 giovani, Dioneo (libertino spregiudicato) è libero sempre di raccontare ciò che vuole.

L’invenzione della cornice ha uno scopo preciso, in essa Boccaccio ha espresso, raccogliendo come in un vasto arazzo quell’ideale che si rifrange nelle trame dei suoi racconti e il suo atteggiamento serenamente contemplativo nei confronti dello spettacolo multiforme della vita.

La cornice è considerata una macro-novella, la centunesima, serve per dare unità (tenere assieme) alle 100 novelle. Permette l’intervento dell’autore che spiega i motivi del suo raccontare (proemio) e si difende dalle critiche che gli vengono mosse.




2.5         Rapporto fra giornata, tema narrativo e re o regina

Giornata prima:        tema libero sotto il reggimento di Pampinea.

Giornata seconda:     «chi da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza riuscito a lieto fine». LA regina è Filomena, nome poetico di una donna amata da Boccaccio.

Giornata terza:         «Chi alcuna cosa da lui desiderata [con ingegno e intraprendenza] acquistasse o la perduta [cosa] ricoverasse [recuperasse]». Neifile è la regina, e rappresenta l'amata inesperta che richiama la donna stilnovista.

Giornata quarta:       le vicende di «coloro li cui amori ebbero infelice fine». Il re è Filostrato (etimologicamente: l'amante della guerra, il malinconico).

Giornata quinta:        «ciò che ad alcuno amantte, dopo alcuni fieri e sventurati accidenti, felicemente avvenisse». Fiammetta, donna poetica di Boccaccio.

Giornata sesta:         «chi con alcuno leggiadro motto, tentato, si riscosse [riuscì a trarsi d'impiccio], o con con pronta risposta o con avvedimento [accorgimento] fuggì perdita o pericolo o scorno [beffa]» Elissa (amara), soprannome dato a Didone.

Giornata settima:      «beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte a' loro mariti, senza esserne avveduti [accorti] o no». Dioneo (che discende da Venere) è il re gaudente, che gode la vita e si da al piacere dell'amore.

Giornata ottava:        «quelle beffe che tutto il giorno o donna ad uomo o uomo a donna o l'uno all'altro si fanno». Lauretta (Laura del Petrarca).

Giornata nona:          «si ragiona ciascuno secondo che cli piace e di quello che più gli aggrada». Emilia, donna conscia della sua bellezza.

Giornata decima:      « chi liberamente ovvero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a' fatti d'amore o d'altra cosa» . Il re è Panfilo (l'amante del dio Pan, il dio dei boschi) ed è il più qualificato e il più intelligente: forse è l'alter ego del Boccaccio.

2.6         Le novelle analizzate

Landolfo Rufolo Dec.II°, 4  ( appunti).

Lisabetta da Messina Dec.IV°, 5. (Paz. 555)

Nastagio degli Onesti Dec.V°, 8. (Paz. 567)

Cisti il fornaio Dec.VI°, 2. (Paz. 582)


3               Landolfo Rufolo, Dec. II, 4  ( appunti).

'Landolfo Rufolo,  impoverito, divien corsale e da' Genovesi  preso, rompe in mare, e sopra una  cassetta, di  gioie carissime piena, scampa, e in Gurfo ricevuto da una femina, ricco si torna a casa  sua.'

Il primo paragrafo contiene la prolessi che indica l'esito finale della novella, sottolineando che l'interesse è incentrato sullo svolgimento dei fatti e non su come la novella finisce.

Il secondo paragrafo inserisce la novella in un preciso contesto geografico partendo dal generale fino al particolare (tecnica usata poi dal Manzoni in apertura ai Promessi Sposi). Più presente è l'uso dei superlativi.

Il primo episodio che si crea, dopo l'acquisto di una grande barca (l. 23 grandissimo legno),è sfavorevole, Landolfo deve svendere la merce ad un costo bassissimo. La reazione è razionale, vende la barca grande e ne compera una più piccola, la arma e diventa un pirata.

È il primo risvolto positivo della novella, dopo un anno L. ha raddoppiato i suoi averi. La saggezza (l. 40-44) del mercante intelligente, qualità presente nel protagonista, gli fa prendere la decisione di smettere avendo ora guadagnato abbastanza. Ma la sfortuna è in agguato e l'avvertimento arriva alla linea 48 dove il 'grossissimo mare' si contrappone al 'picciol legno' (l. 49).

Il secondo episodio inizia con l'arrivo di un forte vento che obbliga L. a rifugiarsi in una baia, ma due cocche di genovesi (navi da trasporto, notare che non viene più fatta distinzione fra i pirati e i mercanti), anche'esse rifugiatesi nella baia, lo derubano (l. 60-61 picciol, piccola, picciolo) e gli affondano la nave. Landolfo viene caricato su una delle due barche. La tempesta cessa, e le barche di genovesi ripartono, ma una nuova ondata di mal tempo e il mare in agitato (l. 66 il mare è personificato) separa le due imbarcazioni. Quella su cui si trova L. si arena e finisce distrutta, nel buio della notte L. riesce ad afferrare una tavola. Il mattino seguente, con il far del giorno L. si accorge che una cassa, a causa della corrente, gli stava venendo addosso; egli, appena poteva, la spingeva lontano. Ma un improvviso colpo di vento gett• la cassa addosso alla trave sbilanciando Landolfo che cadde in acqua. Ormai la corrente aveva allontanato troppo la trave quindi L. decide di aggrapparsi alla cassa. Le correnti lo portano al sicuro sulla terra ferma.

La fortuna premia Landolfo, la cassa è piena di gioielli. Landolfo, grazie a questa serie di esperienze ha imparato a essere più attento.

3.1         ure retoriche:

Il termine 'legno' è usato al posto di barca ed è una sineddoche, c'e chiasmo alla liea 73 'oscurissima notte fosse e il mare grossissimo e gonfiato'.

3.2         Osservazioni

Quando Landolfo cade in disgrazia, il suo nome viene preceduto da aggettivi come misero, povero, &  (l. 68, 'misero e povero Landolfo').

Il narratore non prende posizione e si astiene da ogni giudizio morale nei confronti di L., si limita a narrare la vicenda (cronaca); sono la provvidenza, la fortuna e Dio che entrano in gioco e fanno cambiare gli eventi nella novella; comunque la principale forza d'azione è la fortuna.

L'andamento della novella è altalenante fra situazioni di pericolo (crisi) e miglioramenti, ma l'andamento risultante è segnato dal peggioramento della situazione in cui si trova Landolfo (vedi punti 1…3), infatti egli spera che la morte lo colga presto.

1) Congiuntura economica (crisi economica)

2) Tempesta e genovesi

3) Tempesta e naufragio

Alla fine c'è un rovesciamento e sembra essere comunque il premio che la Fortuna assegna a chi non si è lasciato vincere dalla sventura.

La novella si svolge per la gran parte in mare, lo stesso mare, come visto, è attivo, personificato.

3.3         Il Personaggio

Landolfo Rufolo

All'inizio Landolfo vuole diventare ricchissimo, questo lo porta al primo insuccesso, ma egli fa tesoro dell'esperienza, ma la fortuna prima lo punisce nuovamente, poi lo premia proprio quando L. ha finito di sperare. Il messaggio di fondo sembra essere 'chi troppo vuole nulla stringe'.

Il racconto non è comunque definibile di iniziazione, infatti L. all'inizio della novella non è uno

sprovveduto alle prime armi, bensì è già 'capace' e sa intervenire prontamente alle situazioni che si creano, perfettamente allineato con il tema della seconda giornata.

3.4         Il tema della seconda giornata

L'andamento generale delle novelle della seconda giornata è incentrato sugli ambienti mercantili, sulle vicende amorose e sull'aristocrazia. Lo svolgimento di queste novelle non è mai lineare, bensì presenta alti e bassi, il risultato finale però conferma la formula «chi da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza riuscito a lieto fine»: quindi la situazione iniziale A si presenta qualitativamente  inferiore a B.


4               Lisabetta da Messina, Dec. IV, 5. (Paz. 555)

'I fratelli dell'Isabetta uccidon l'amante di lei; egli l'apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato. Ella occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di bassilico; e quivi su piagnendo ogni dì per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolore poco appresso.'

4.1         Parafrasi

Prima sequenza

Lisabetta s'innamora di Lorenzo, il garzone dei fratelli.

Vengono sorpresi, ma il fatto non viene reso noto per non compromettere gli affari. Lorenzo però viene ucciso dai fratelli grazie a un tranello (prima punizione).

Disperazione e vana attesa di Lisabetta (da l. 42 a l. 52).

Seconda sequenza

Una notte Lorenzo appare in sogno a Lisabetta e le racconta quanto è successo (chi, che cosa, dove).

Lisabetta si reca sul luogo del delitto, scava e trova il corpo di Lorenzo ne stacca la testa e la porta a casa. Poi nasconde la testa in un vaso e vi semina del basilico che innaffia continuamente con le lacrime (l. 89); (rimozione parziale della mancanza, necrofilia). Il basilico ha sicuramente un valore simbolico, anche Verga ne I Malavoglia accenna ad una donna con il basilico, e ripropone un rituale magico).

Terza sequenza

I vicini vedono lo strano comportamento di Lisabetta (vaso e pianto) e ne parlano ai fratelli i quali le tolgono al pianta. Incuriositi, i fratelli rovesciano il vaso e trovano i resti corrotti della testa di Lorenzo. Impauriti dalla possibile pubblicità negativa data dal fatto, sotterrano la testa e scappano da Messina per Napoli.

Quarta sequenza

Lisabetta muore di dolore. (ultimo danneggiamento e punizione).

4.2         Osservazioni

Chi agisce nelle sequenze sono: nella prima e nella terza i fratelli, nella seconda e nella quarta Lisabetta. Quindi i veri attori sono Lisabetta e i fratelli, mentre Lorenzo è un personaggio secondario.



Le novelle della quarta giornata partono da un divieto/ostacolo esplicitato o implicito, in questo caso Lisabetta non deve più vedere Lorenzo perché egli appartiene ad un ceto sociale più basso; questa è una caratterista tipica del mondo dei mercanti: le 'ragioni di mercatura' richiedevano prezzi umani troppo elevati, l'amore e la passione non rientravano nel contesto della vita dei mercanti. È da ritenere il fatto che promessa e divieto sono le due facce della stessa medaglia. La sorella fa parte degli affari ereditati, quindi i fratelli anche con lei vogliono fare un buon affare.

Un tema tipico è quello del sogno rivelatore, la credenza era che i sogni fatti al mattino erano veri e che il sogno fosse un mezzo di comunicazione fra Dio e l'uomo.

C'è trasferimento di bellezza fra Lisabetta e il basilico, mentre lei si sciupa, distrutta dal dolore, il basilico cresce forte e rigoglioso.

L'elemento dell'amore come forza che non rispetta le regole sociali e che va oltre la morte è sostenuto dal Boccaccio in quanto per lui è un sentimento carico di una forza invincibile che domina insieme i sensi e l'anima, che sa ugualmente essere pienezza gioiosa di vita e passione di morte.

4.3         Elementi descrittivi dei personaggi

·       I tre fratelli sono giovani e ricchi e gestiscono un'azienda ereditata dal padre,Lisabetta è giovane, assai bella e costumata, già in età di marito.

·       Lorenzo è bello (leggiadro), giovane e costumato, intelligente, viene da Pisa.

Lisabetta e Lorenzo sono descritti nello stesso modo creando un'anticipazione del loro amore che fra i due nasce grazie allo sguardo e viene consumato in segreto. Due punti, questi, che richiamano lo stile dell'amor cortese.

Il narratore è sarcastico con i tre fratelli.

4.4         Elementi spaziali e temporali (non narrativi)

Lo sfondo della novella è il paesaggio di Messina, Sicilia; l'ambiente è quello mercantile, San Giminiano ha una grande tradizione mercantile; l'arte è quella della lavorazione della lana. I dati topografici sono molto

precisi. L'intorno è da intendersi come luogo dove vivono i vicini. C'è una divisione chiara fra un

dentro e un fuori:

Dentro

Fuori

I pensieri di Lisabetta

Il dolore di Lisabetta

Dove andranno i fratelli

La città, la casa, il magazzino

Dove è sepolto Lorenzo

La notte della scoperta della relazione segreta e quella del sogno di Lisabetta sono gli elementi temporali..

4.5         Azioni

I fratelli agiscono in modo premeditato e non d'impulso, hanno paura che la relazione fra la sorella ricca e il garzone di umile provenienza possa rovinare i loro affari, il tranello è calcolato ed è il mezzo per raggiungere lo scopo prefissato.

Alla freddezza dei fratelli si oppone la sensibilità e l'amore oltre ogni limite della sorella.

4.6         Forma

Poco discorso diretto e mancanza di discorso indiretto. Fra Lisabetta e i fratelli non c'è comunicazione, sono troppo diversi per poter avere comunicazione fra loro. I fratelli parlano poco e ciò che dicono è molto chiaro, sono abituati ad agire e chi agisce non parla molto.

È presente il linguaggio gestuale (es: segni, guasta bellezza, … ).

4.7         Connubio amore - morte

Amore

tra Lisabetta e Lorenzo

Azione dei fratelli

È

Uccisione di Lorenzo

Lisabetta

È

dolore

Azione dei fratelli

È

Sottrazione della testa

Lisabetta

È

Dolore

Morte

di Lisabetta

Situazione iniziale

Sottrazione

Mancanza quindi azione della protagonista

Reazione degli antagonisti

Nuova mancanza della protagonista

Situazione finale

Fra la situazione iniziale e quella finale si alternano l'azione dei fratelli alla mancanza di Lisabetta (cfr. 4.2).


5               Nastagio degli Onesti, Dec. V, 8. (Paz. 567)

'Nastagio degli Onesti, amando una de'Traversari, spende le sue ricchezze senza essere amato. Vassene, pregato da'suoi, a Chiassi; quivi vede cacciare ad un cavaliere una giovane e ucciderla e divorarla da due cani. Invita i parenti suoi e quella donna amata da lui ad un desinare, la quale vede questa medesima giovane sbranare; e temendo di simile avvenimento prende per marito Nastagio.'



5.1         Parafrasi

La generosità da risultati negativi quindi la situazione iniziale di Nastagio è negativa.

Interviene l'ingegno del protagonista per rimuovere la mancanza.

Situazione positiva come risultato dell'ingegno.

Nastagio ama una donna che non ricambia il sentimento. Per conquistarla lui fa di tutto, spende anche un sacco di soldi, ma lei non cede; così lui prova un senso di frustrazione.

Gli amici gli consigliano di lasciare la Ravenna per un po', così Nastagio si reca a Chiassi (sempre nei pressi di R.).

Casualmente, nella pineta circostante la sua abitazione, N. assiste ad una visione.

Gli nasce l'idea d'usare questa visione per risolvere il suo problema.

Invita il parentado e la donna di cui è innamorato ad un banchetto nella pineta il giorno che si ripete la visione.

Tutti assistono alla visione e provano paura.

La visione e la paura aiutano a convincere la giovane a diventare la sposa di Nastagio.

Situazione di mancanza per il protagonista. La generosità dell'amor cortese.

Intervento magico, interviene una forza (fortuna, caso ?).

Azione con tranello, con secondi fini, dell'eroe.

Effetto dell'azione. Rovesciamento e rimozione della mancanza.

5.2         Tema della caccia infernale

La novella riprende un tema frequente nella letteratura religiosa ed edificante del Medioevo, quello della caccia infernale; degli amanti, cioè, peccaminosi che, condannati all'inferno, ritornano ogni giorno sulla terra per vivere una vicenda orrenda: la donna fugge senza posa e l'uomo l'insegue, ma per straziarla ogni volta che la raggiunge. E tale visione infernale appare agli uomini per mostrare gli orribili castighi dell'altro mondo.

Ma il Boccaccio ha invertito la situazione: il dannato è suicida per amore, e insegue e strazia la donna che fu verso di lui troppo crudele e che per questo è stata dannata. Il «significato» della visione è che la crudeltà femminile in amore è rigidamente punita dalla giustizia divina, come dice il prologo della novella; e la conclusione rende maliziosamente noto che dopo quella visione le donne di Ravenna divennero più arrendevoli ai desideri dei loro amanti.

Ma la bellezza della novella sta nella grandiosa e mirabile visione che appare a Nastagio, affranto da un amore infelice, nella solitaria pineta di Ravenna, quasi come una proiezione fantastica del suo intimo tormento. Nelle grandiose linee della fantomatica apparizione infernale, si leva umanissima e dolente la voce del cavaliere dannato, ad esprimere un'angoscia che consuona mirabilmente con quella di Nastagio. Reale e irreale si compongono in poetica armonia; le capacità evocative della prosa boccaccesca si rivelano intensissime.

La caccia infernale è un TOPOS medievale, la sua presenza nella novella non può non metterla in relazione con il canto 13 dell'inferno di Dante.

5.3         La visione

La scena è quella di un cavaliere che insegue una donna che scappa lanciando altissimi urli (guaii) perché morsa da due cani. Questa visione è un racconto secondo nel quale viene descritta la vita del cavaliere e della donna (un racconto nel racconto) ed è utilizzato per insegnare qualche cosa alla donna di Nastagio. Lo scopo della visione è didattico (EXEMPLUM: strumento usato a fine didattico).

In questo caso l'exemplum non insegna a non peccare, come solitamente era usato, bensì dice che peccato è non concedersi all'amore. Da questa osservazione se ne può dedurre che questa novella è una parodia dell'exemplum ('Ser Ciappelletto' è una parodia della confessione).

La forte corrispondenza fra il racconto primo e il racconto secondo è un monito a Nastagio: se lui non trova una soluzione, è molto probabile che seguirà la strada del cavaliere suicida.

5.4         Osservazioni

Le forze in gioco presenti sono: amore, ingegno e fortuna. Il racconto primo e il racconto secondo sono messi in stretta relazione fra loro.

In amore l'ingegno non produce effetti, non ha una grande influenza; ma la ragione, quando usata per sfruttare le occasioni date dalla fortuna, può mettersi anche a servizio dell'amore.

Quello di Nastagio è un amore naturale, quello di lei no (è la paura che ha spinto la donna a decidersi), è la situazione contraria a quella di  Isabella e Lambertuccio VII, Vi.


6               Cisti il fornaio, Dec. VI, 2. (Paz. 582)

'Cisti fornaio con una sola parola fa raveder messer Geri Spina d'una sua trascutata domanda. '

6.1         Parafrasi riassuntiva

Il papa Bonifazio manda degli ambasciatori a Firenze, i quali vengono ospitati a casa del Geri Spina. Ogni mattina, nel tragitto fra la casa del Geri e la chiesetta di Santa Maria Ughi, il gruppo di ambasciatori guidato dal Geri passa davanti alla bottega del Cisti, il quale nota la cosa.

È estate, nella mente dell'artigiano comincia a formarsi l'idea per come invitare il Geri a bere il suo buon vino. Ma il Cisti è consapevole che uno del suo ceto sociale non può permettersi d'invitare un nobile. Il Cisti allora si interroga su come fare in modo che sia il Geri ad invitarsi. Trova la soluzione (tranello).

Tutte le mattine, prima che il gruppetto di persone passi, il Cisti fa portare un panche sul bordo della via e, quando passano il Geri e gli altri, si mette a bere con particolare gusto uno fra i suoi migliori vini.

Il Geri, dopo un paio di giorni che il Cisti lo tenta, cede e con gli altri beve il vino, tutti lo trovano eccellente.

Arriva il momento della partenza degli ambasciatori del papa e il Geri decide di dare una festa alla quale invita tanti nobili signori e il Cisti il quale però non accetta.

Il Geri manda uno dei suoi servitori alla bottega del Cisti per prendere del vino; ma il Cisti, viste le dimensioni del fiasco si rifiuta di dargli il vino e rimanda indietro il servo a mani vuote. Geri impone al servo di tornare alla bottega e di dire che era proprio lui che lo mandava. Il servo ubbidisce, ma Cisti si rifiuta nuovamente di credergli e gli dice che con quel fiasco il padrone poteva solo mandarlo all'Arno. Il Cisti controlla il fiasco e capisce, rimprovera il servo e gli ordina di prendere un fiasco più piccolo. In questo modo ottiene il vino. Lo stesso giorno il Cisti porta tutto il suo vino al Geri, spiegandogli che il suo comportamento era volto a evitare che la servitù si servisse di un vino così pregiato.

Dal quel fatto in poi, Geri e Cisti tessono buoni rapporti d'amicizia.

 

6.2         Commento alla novella (Pazzaglia )

È forse la novella più «democratica» del Decameron, dominata dalla ura di Cisti, uomo garbato e gentile, capace di cortesia, pur essendo un popolano. Il Boccaccio mostra, meglio che in altre novelle, di pregiare non tanto la nobiltà del sangue quanto piuttosto quella dell'animo; se, infatti la Fortuna ha posto Cisti in una posizione sociale umile, la finezza della sua indole lo innalza ad una  ideale aristocrazia dello spirito, che è quella che conta.

La libertà, la discrezione, la finezza, la saviezza di Cisti sono le stesse qualità che il Boccaccio ammira nei suoi personaggi più cari. Che esse possano allignare nell'animo di un fornaio rimane cosa eccezionale, conforme al giudizio, o pregiudizio, dei tempi, ma per nulla impossibile; e in questo riconoscimento l'Autore mostra di sentire gli ideali della borghesia illuminata del Trecento, senza però alcuna spinta rivoluzionaria.

La lotta fra Fortuna e Natura (che ha impresso nell'animo di Cisti una virtù al suo stato sociale) si risolve con la vittoria della seconda, possibile però soltanto in un ordinato vivere civile, quale è quello rappresentato dalla ura nobile e comprensiva di Geri Spina.

6.3         Caratterizzazione dei  personaggi

Il personaggio principale è Cisti il fornaio, la cui condizione sociale è medio bassa. Grazie al suo azienda, e soprattutto alla sua intelligenza, è diventato 'ricchissimo' (l. 29) e 'splendidamente vivea' (l. 30), ma quello che più importa è che sa abbassarsi di classe (ll. 53…61 ) senza perdere il riferimento della sua posizione.

6.4         Classi rappresentate

Le classi rappresentate sono essenzialmente tre: l'alta borghesia (Geri Spina), ceto artigiano (Cisti) e il popolo minuto (i servitori). Il Cisti conosce questa distinzione ed è abbastanza intelligente da capire come muoversi fra i vari livelli senza però intaccare la sua posizione. Infatti Cisti sa prendere il posto dei suoi servitori (ll. 53…61 ), ma non accetta l'invito che gli viene offerto da Geri perché è fuori dalle regole della cortesia vigenti nei rapporti fra classi sociali diverse.

Il sistema sociale del periodo è molto strutturato, la gerarchia è rigida e non va forzata (cfr. Lisabetta da Messina); comunque l'amicizia fra persone di diversa estrazione sociale è possibile, ma solo a condizione che il rappresentante del ceto sociale più basso abbia capacità e conoscenze particolari.

La gerarchia sociale del periodo può essere così rappresentata:   Alto rango      Aristocrazia (Geri Spina)

                        Mercanti

                        Artigiani (Cisti)

Basso rango   Popolo minuto






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