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Giovanni Pascoli

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Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli nasce a San Mauro di Romagna il 31 Dicembre 1855. Trascorre un infanzia agiata fino a quando il padre viene ucciso (1867). Questo e altri due lutti familiari segnano profondamente il suo carattere. Nel 1882 si laurea in Lettere e, dopo aver insegnato in molti licei, viene nominato professore di grammatica greca e latina all’università di Bologna. Dal 1897 al 1905, insegna in varie università (Messina, Pisa), per poi tornare a Bologna dove eredita la cattedra che prima era appartenuta a Carducci.

Muore a Bologna il 6 Aprile del 1912.

Il pensiero:caratteri fondamentali della poesia Pascoliana.

Il pensiero di Pascoli si può schematicamente riassumere nei seguenti punti:

1)                  Una sensibilità straordinaria lo porta a cogliere non solo gli aspetti misteriosi e intimi della vita, ma anche i problemi sociali del suo tempo, i nuovi atteggiamenti culturali europei, il socialismo, l’emigrazione.



2)                  La sua è una visione pessimistica determinata dalla sfiducia nella scienza, che non appare uno strumento di liberazione dell’uomo e determina un angoscioso smarrimento per il futuro che si preannuncia.

3)                  La vita è un mistero impenetrabile in cui le uniche certezze sono il dolore e il male ( la terra “atomo opaco del male” ). Solo possibile rimedio è che gli uomini si amino e si affratellino (socialismo). Di fronte al mistero l’anima si abbandona e vi naufraga: l’unico modo per cogliere il mistero della vita è la poesia.

4)                  La poesia non è celebratrice ed educatrice, ma rivelatrice delle zone del mistero che dominano l’animo.

5)                  L’anima è abbandonata al mistero: bisogna lasciarla parlare senza finzioni formalistiche. Essa è come la voce di un Fanciullino ingenuo e innocente che vive in noi e che ci rivela il mistero.

La poetica del Fanciullino: manifesto della poetica pascoliana.

Tale poetica fu elaborata nella prosa del Fanciullino nel 1897.

Secondo il poeta vi è in tutti gli uomini un fanciullo, che rimane tale anche dopo la crescita e dopo che “ la voce ingrossa e arrugginisce”…” piange e ride senza motivi apparenti, dà un nome alle cose che vede, ne scopre le somiglianze e le relazioni più ingegnose, sa stupirsi e meravigliarsi di tutto e  trovare nelle cose il loro sorriso e la loro lacrima”.

Questo fanciullino dunque non è altri che il poeta, presente in tutti gli uomini in maniera potenziale; ma solo chi sa ascoltare questa voce, non contaminata dalle sovrastrutture culturali e letterarie e sa darle forma, diventa veramente poeta.

Da queste premesse teoriche consegue che:

1)                   la poesia è rivelazione ingenua e spontanea, con carattere eminentemente irrazionale e intuitivo e con esclusione della riflessione; poesia, quindi, come scoperta delle cose e non come invenzione.

2)                   Il poeta non crea ma riconosce la poesia già esistente nelle piccole cose, nella semplicità dell’esperienza quotidiana.

3)                   La realtà, o meglio, l’anima segreta delle cose, viene scoperta con assorto stupore, come prodigio, sogno, mistero, ignoto.



4)                   E necessaria una lingua precisa, senza sovrastrutture retoriche, che esprima con chiarezza e immediatezza le sensazioni e che dia ad ogni cosa il suo giusto nome (linguaggio musicale e simbolismo fonico).

Il Simbolismo fonico e la rivoluzione linguistica.

Con Pascoli possiamo parlare di una vera e propria rivoluzione linguistica, operata in special modo nelle Miricae e nei Canti.

La lingua assume chiaramente una connotazione simbolista e sta a metà strada fra continuazione della tradizione e rottura con essa, o meglio, è il risultato della loro combinazione. Secondo il Contini si intersecano un linguaggio propriamente grammaticale, usato comunemente come mezzo di comunicazione, ad un linguaggio post-grammaticale, dei vari gerghi e delle lingue speciali. Si aggiunge inoltre un terzo linguaggio che è quello pre-grammaticale, costituito da onomatopee e derivato dal mondo delle cose, degli animali e dalla natura in genere. E’ proprio quest’ultimo che costituisce il fulcro del Simbolismo fonico attuato da Pascoli nelle sue poesie: il linguaggio puramente mentale si fonde con quello istintivo e primordiale dei suoni, senza che in esso avvenga nessun tipo di mediazione razionale e intellettuale. La musica della natura diventa un tuttuno con la musica della vita; sta al poeta (cioè al Fanciullino) cogliere l’essenza primordiale di tale melodia e decodificarla, in modo da renderla orecchiabile all’uomo, tramite la poesia.

Strutture linguistiche:

Onomatopea: E’ l’armonia imitativa, cioè il suggerire col suono delle parole i rumori delle cose. Es.“ Sentivo un fru fru fra le fratte”, oppure “ Nei campi c’è un breve gre gre di ranelle”.

Assonanza: E’ una forma di rima imperfetta tra parole che contengono le stesse vocali dopo l’accento (es. frasca-rimasta).

Allitterazione: Ripetizione, spontanea o ricercata (onomatopea), delle medesime lettere, oppure di gruppi uguali o simili di suoni.

Sinestesia: Associazione di diversi elementi sensoriali, come lo scambio tra una sensazione sonora e una visiva. Es. “Soffi di lampi”, oppure il “ sottil tintinnio” del pettirosso, che mette insieme una impressione tattile a una sonora.

Pascoli e l’impressionismo:

L’impressionismo è un modo di cogliere la realtà nell’arte mediante, non la riflessione e la ragione, ma singole, rapide e staccate impressioni che l’anima avverte in modo immediato (e spesso inconscio) attraverso la percezione dei sensi. L’impressionismo di Pascoli si avvicina, infatti, ai pittori simbolisti e decadenti (Gauguin), ai pittori dell’“en plein air” e a musicisti come Debussy.

E’ presente in molte poesie, specie nelle Myricae, dove il paesaggio è schizzato con pochi tocchi suggestivi apparentemente desunti dal vero, ma invece legati a stati d’animo.





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