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'I Malavoglia', di Giovanni Verga - L’AMBIENTE E IL PAESAGGIO, I PERSONAGGI, TEMI PRINCIPALI AFFRONTATI

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'I   Malavoglia'


di Giovanni Verga

L’AMBIENTE E IL PAESAGGIO

La dimensione spaziale e temporale del romanzo è in funzione della sua struttura “corale”. Riprendendo la definizione del critico russo M. Backtin, “I Malavoglia” può essere considerato un perfetto modello di “romanzo polifonico”, dove ogni personaggio è insieme oggetto della parola del narratore e soggetto della propria parola.

Qui il dialogo diventa azione, strumento dinamico che costituisce il racconto sottoponendolo a più punti di vista.

Lo spazio non si definisce mai nella sua oggettività, ma nel modo in cui appare ai personaggi. Esso coincide con il villaggio di Acitrezza, ordinato in una serie di piccoli frammenti di mondo, compiuti in se stessi: la casa del nespolo e il mare, l’osteria di Santuzza e la bottega dello speziale, la piazza e la spiaggia, gli scalini della chiesa e il negozio del barbiere, la casa del beccaio e gli scogli del Rotolo.

Acitrezza diventa così il luogo dove ciascuno vede esente i gesti e le parole degli altri, attua e subisce giudizi e commenti sulle persone e sugli eventi.

Solo saltuariamente la scena si sposta ai paesi vicini o alla città (Catania); essa diventa, per i “poveri diavoli” di Acitrezza, il luogo infernale della rovina e della catastrofe: qui Lia andrà a perdersi come prostituta e padron’Ntoni andrà a morire all’ospedale, lontano dai suoi familiari e dal suo mondo.

Il paesaggio non è mai descritto, ma sempre raccontato; questo rende l’idea della simbiosi esistente tra l’ambiente e i personaggi. Lo spazio del villaggio è dominato dalla presenza costante del mare, che sembra accomnare come un sottofondo musicale le speranze e i dolori dei pescatori. Il mare è, nello stesso tempo, ragione di vita e di sopravvivenza economica e causa di sventura e di morte. Esso assume anche connotazioni antropomorfe, tipiche delle suggestioni e delle credenze popolari; il mare sembra, a tratti, una presenza quasi umana: sensibile alle condizioni meteorologiche, dorme, russa, muggisce e urla.

La casa e la barca, i due simboli della sopravvivenza economica dei Malavoglia e quindi della tradizione familiare, s’identificano soprattutto nei momenti di sventura e di miseria.

Per quanto riguarda il tempo, ne “I Malavoglia” esso procede secondo la cronologia dei fatti in sequenze parallele, per cui la narrazione acquista la stessa percezione che si ha della realtà. Lo sguardo dei personaggi crea l’unità temporale tra le sequenze: è lo sguardo che si sposta dai vicoli di Acitrezza al mare e dal mare alla casa del nespolo la tragica notte del naufragio della Provvidenza.

Per annullare la sensazione, da parte del lettore, di salti spaziali nel proporsi della vicenda, Verga usa la tecnica della concatenazione, cioè la ripetizione della frase da una sequenza ad un’altra. Questo è ancora più evidente nei passaggi da un modulo ad un altro: -“Che disgrazia!” dicevano sulla via “E la barca era carica! Più di quarant’onze di lupini!”-[fine cap. III]-“Il peggio era che i lupini li avevano presi a credenza”- [inizio cap. IV]; oppure –“Mio fratello Luca ci sta meglio di me a fare il soldato!” brontolò ’Ntoni nell’andarsene- [fine cap. VII]- “Luca poveretto non ci stava né peggio né meglio”- [inizio cap. VIII].

La vicenda sembra collocata in un non definito intervallo storico, della durata di quindici anni circa, anche se è presente qualche riferimento cronologico. I fatti storici di cui si parla nel romanzo; la battaglia di Lissa, la cacciata dei Borboni, l’impresa garibaldina, non hanno funzione di cronaca o sfondo, ma sono citati perché costituiscono motivo di guai per i Malavoglia o sono argomenti di conversazione o di polemica per la gente del villaggio; inoltre danno al racconto un sapore di “remota attualità” che rende i personaggi e le vicende ancora più vive nel ricordo.

I PERSONAGGI

I personaggi ne “I Malavoglia” sono delle voci narranti all’interno del ”coro” di Acitrezza. Le indicazioni sull’aspetto fisico dei personaggi sono estremamente limitate e vengono fornite non al primo apparire delle varie ure, ma quando esse sono già familiari al lettore, filtrate quasi sempre da interventi del personaggio stesso, o, più di frequente, di altri personaggi.

Della Longa sappiamo solo che era “ una piccina che badava a tessere, salare le acciughe e far lioli, da buona massaia”; anche dell’aspetto di Mena, “soprannominata Sant’Agata ” perché stava sempre al telaio, non sappiamo assolutamente nulla. Di Lia e di Nunziata si sa solo che sono bambine, e che crescono nel corso del romanzo fino a divenire delle giovani donne.

Anche gli altri personaggi femminili del romanzo sono caratterizzati da scarsi particolari fisici, per lo più attraverso le battute schiette e pungenti di altri personaggi: la Zuppidda, la Vespa, la Santuzza.

Sono donne umili, ma anche seducenti e maliziose, c’è chi dedica la sua vita al lavoro e alla famiglia e chi preferisce farsi corteggiare dagli scapoli agiati del paese. Ad Acitrezza Verga fa rivivere un’ampia gamma di caratteri e personalità, conferendo naturalezza e realismo ai suoi personaggi.

Quasi nulla viene detto dell’aspetto fisico dei personaggi maschili, fatta eccezione per Bastianazzo, “grande e grosso quanto il S. Cristoforo che c’era dipinto sotto l’arco della pescheria della città”.

La dimensione psicologica dei personaggi non è mai univoca, ma sempre sfaccettata e rifranta attraverso il gioco dei diversi punti di vista, che ne evidenziano la costante stabilità.

I personaggi de “I Malavoglia” si costruiscono nel gioco intrecciato delle relazioni interpersonali. E’ il linguaggio a funzionare da filtro trasparente delle idee, degli affetti, degli atteggiamenti e quasi sempre cristallizza l’azione e le persone in una fissità stereotipata, che rimane impressa nelmemoria - I processi di memorizzazione dall’acquisizione al richiamo - Studi comparati" class="text">la memoria del lettore.

Il romanzo sembra articolarsi in un sistema di “coppie di opposti”; ogni coppia esprime l’antitesi tra due tendenze ideologiche di per sé contrastanti: il legame con l’ideale etico e le leggi patriarcali della tradizione, e la ricerca egoistica dell’utile o la ribellione al mondo statico e ripetitivo del borgo.

Nella famiglia Malavoglia, tra i nipoti di padron ‘Ntoni si possono identificare le coppie ‘Ntoni-Alessi e Lia-Mena. Alessi somiglia al nonno e al padre, sarà lui a perpetuare il codice di comportamento della famiglia laboriosa ed onesta. ‘Ntoni invece sarà ribelle alle norme etiche della tradizione e si allontanerà sempre di più dalla famiglia e dagli affetti.

Allo stesso modo, Mena rispetta il codice dell’onore familiare e sceglie la strada della rinuncia e dell’accettazione del destino, mentre Lia infrange tale codice e sceglie la via della fuga e della perdizione. Da un lato emerge la saggezza del nonno, che ha una visione statica della gerarchia sociale, dall’altro l’irrequietudine del nipote (‘Ntoni) alla ricerca della libertà e del guadagno fuori dal mondo di Acitrezza.

La decisione finale di ‘Ntoni di partire nasce dalla presa di coscienza di un mutamento irreversibile, del distacco da una visione del mondo in cui legge morale e codice dell’onore coincidono.

Il pensiero politico della gente e la funzione dello stato sono rappresentati dalla disputa tra il prelato don Giammaria, reazionario e filoborbonico e don Franco, lo speziale repubblicano e anticlericale. Come emerge dalla rivolte per il dazio sulla pece, trasformatasi in una bega di comari pettegole, Verga non crede nella rivoluzione, perché tanto il mondo non cambierà mai, e ci saranno sempre i deboli e i forti, governanti e governati, e prevarrà sempre la legge della violenza e dell’interesse.

Il mondo di Acitrezza sfugge, comunque, alla logica dello stato e si isola come comunità a se stante.

La famiglia Malavoglia difende i valori autentici: la “religione” della casa e della famiglia, il lavoro, l’onore, la solidarietà e l’altruismo. E in questa lotta soccombe, precipitando nella rovina e nella catastrofe della miseria. Sono loro i “vinti” del Verga, non perché sopraffatti dal destino, ma perché sconfitti dai più forti, dominati dal meccanismo crudele di chi conosce e pratica solo la legge della forza e dell’utile personale.

TEMI PRINCIPALI AFFRONTATI

La qualità principale di Verga non è l’immaginazione cara ai romantici, ma la capacità di esprimere il senso del reale: come afferma lo stesso Zola, “Far muovere personaggi reali in un ambiente reale, offrire al lettore un brandello di vita umana; il romanzo naturalista è tutto qui”.

Legata all’importanza della TRADIZIONE è sicuramente la presenza di circa centocinquanta PROVERBI, hanno un valore simbolico, esprimono angosce, desideri e concezioni di un mondo che non trova altro modo di manifestarsi.

I proverbi contengono la sintesi del pensiero della povera gente che “I Malavoglia” intendevano esprimere, inoltre rimangono tali nel tempo ,immersi in una sfera di fissità ideologica e morale che li rende sempre attuali.

La concezione patriarcale della famiglia è espressa completamente nei proverbi di padron ‘Ntoni: “Gli uomini sono fatti come le dita di una mano, il dito grosso deve fare da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo”, “Per menare il remo bisogna che le cinque dita s’aiutino l’un l’altro”, “Fa il mestiere che sai, se non t’arricchisci, camperai”.

“Boia” della tradizione, il PROGRESSO diventa, agli occhi di Verga, la macina impietosa della storia che calpesta i più deboli, quelli che non sanno subordinare la purezza dei valori all’egoismo dell’utile senza scrupoli. Verga non crede nel progresso e nelle rivoluzioni, la sua visione del mondo esclude sia la speranza in un miglioramento futuro della società, sia il rimpianto di un ritorno al passato, ma si traduce in un’analisi lucida e oggettiva del reale. Il suo avvilente pessimismo offre solo una tragica panoramica di quella che è la quotidianità: le sofferenze prodotte dalla lotta per l’esistenza, l’oppressione che rende schiavi in casa propria, la miseria che soffoca la povera gente e non lascia spazio a nessuna rivincita sul destino.

Anche la rovina dei Malavoglia sembra segnata dal destino, da un FATO cupo e crudele, in realtà dipende da un complesso gioco di intrighi in cui l’usuraio, il sensale e il segretario comunale si muovono da maestri. Non è il fato a determinare vinti e vincitori, ma la legge del guadagno che fa perdere alle persone il rispetto dei valori.

Concludendo quest’analisi vorrei riproporre l’epilogo del romanzo, in cui ‘Ntoni coglie il senso del suo viaggio:

“Anch’io allora non sapevo nulla, e qui non volevo starci, ma ora che so ogni cosa devo andarmene!”.

 Prima non conosceva il valore delle radici familiari e della tradizione dei padri, e voleva partire alla ricerca di una felicità utopica, nascosta tra i veli dell’ozio e del benessere; ora che ha capito, invece, riconosce di aver perso le sue radici, di dover morire per rinascere diverso.

Il mondo continua la sua corsa senza sosta, sta soltanto alla caparbietà di ciascuno fare in modo che non si dimentichi del nostro passaggio.

Verga, con “I Malavoglia”, ha assolto questo arduo compito, e certamente ci rimarrà, ascoltando il suo nome, il rumore di un mare in tempesta e la luce di una casa che aspetta nel tramonto.

 

LA VITA

Giovanni Verga,

scrittore italiano (Catania 1840-l922). Di formazione romantico-risorgimentale, esordì con romanzi storici e patriottici ispirati a Dumas (Amore e patria, rimasto inedito; I carbonari della montagna, 1861-62; Sulle lagune, 1863), occupandosi nel contempo di giornalismo politico. Trasferitosi a Firenze nel 1865, frequentò i salotti letterari e, a Milano dal 1872, entrò in contatto con gli ambienti della Scapigliatura e aderì al Verismo. Non ebbe grande successo presso il pubblico, più sensibile alla problematica di Fogazzaro o all'estetismo di D'Annunzio. Ritornato a Catania (1893), abbandonò l'attività di scrittore, vivendo i suoi ultimi anni in modo schivo e riservato. Il tema dello scontro con la società appare già in Una peccatrice (1865), dove è affermato il valore assoluto della passione amorosa, con eccessive compiacenze per i motivi tetri e macabri, che fanno di questo romanzo, ripudiato dallo stesso autore, un 'museo degli orrori romantici' (L. Russo). Una vicenda d'amore è anche Storia di una capinera (1871), che piacque per il motivo sociale della monacazione forzata e per il languido romanticismo; ma nella parte finale del romanzo appaiono motivi di gusto già scapigliato, che sono sviluppati in Eva (1873): questo primo romanzo milanese segna il passaggio di Verga dall'ingenua mitologia romantica a un moralismo ribelle contro una società dominata dal feticcio del denaro, alla quale viene contrapposto il ritorno ai valori tradizionali della famiglia. Questo tema domina anche in Tigre reale (1873), notevole per il primo apparire del motivo della rinuncia all'amore, che avrà ampio sviluppo nei capolavori e in Eros (1875), incentrato sul cinismo disilluso, come fulcro di una vita sbagliata, inesorabilmente chiusa dal suicidio del protagonista. Dopo questo romanzo, Verga abbandona anche il moralismo scapigliato e ogni polemica contro la società aristocratico-borghese per ripiegare nel vagheggiamento di una società contadina e preindustriale. Tale svolta, che coincide con l'adesione al Verismo, non si manifesta, nonostante l'argomento rusticano, in Nedda (1874), dove manca ancora l'impersonalità e troppo scoperto è il vittimismo tardo-romantico, e neppure in Primavera e altri racconti (1876), ma nei racconti di Vita dei campi (1880), centrati su un mondo elementare e arcaico, dove l'unica difesa contro la spietata legge dell'interesse economico è la famiglia. Vertici narrativi di Vita dei campi sono due racconti di emarginati: Jeli il pastore che, muovendo dalla struggente evocazione della camna siciliana, narra il tragico impatto di un giovane 'primitivo' con un contesto sociale fondato sulla proprietà privata come unico valore, e Rosso Malpelo, storia di un ragazzo che accetta e nel contempo denuncia con estrema lucidità, il sistema di violenza su cui è strutturata la società. Il contrasto tra mondo borghese e società arcaico-rurale si traduce, nei Malavoglia (1881), nell'opposizione tra gli abitanti di Aci Trezza, guidati dalla legge dell'egoismo e dall'interesse e i Malavoglia, fedeli al mito della famiglia ma destinati a essere travolti e a sentirsi isolati e 'vinti'. L'originalità del romanzo, sul piano stilistico, è nel 'discorso rivissuto', con il quale Verga filtra il racconto attraverso i pensieri e i discorsi dei paesani, raggiungendo un esito altissimo di coralità. Dopo Il marito di Elena (1882), di ambiente cittadino e piccolo-borghese, Verga pubblicò le Novelle rusticane (1883), dove crollano i miti della famiglia e dell'onore, mentre diventa più spietata e più dura la logica economica (Pane nero, La roba) e si scatena la violenza di classe (Libertà). Dopo le novelle di Per le vie (1883) e Vagabondaggio (1887), dove è rappresentato il mondo popolare milanese e siciliano, appare il secondo romanzo del ciclo dei 'vinti', Mastro don Gesualdo (1889), dramma dell'ascesa sociale di un ex manovale, il cui benessere economico, raggiunto dopo tante fatiche, rende ancora più tragica la morte, in una solitudine squallida e disperata. L'abisso tra natura e storia, che caratterizzava i Malavoglia, appare colmato in Mastro don Gesualdo non perché Verga abbia modificato il suo pessimismo, che, anzi, si è incupito, ma perché la vicenda storico-politica, che nell'episodio malavogliesco della battaglia di Lissa era una realtà estranea e lontana, ora è vista dall'interno, e Verga dà voce alla delusione storica nei confronti del Risorgimento tradito. Dopo Mastro don Gesualdo comincia il lungo crepuscolo dello scrittore, la cui esperienza teatrale si riduce a una trasposizione più o meno riuscita della sua narrativa sulla scena (Cavalleria rusticana, 1884; In portineria, 1885; La Lupa, 1896; Caccia al lupo e Caccia alla volpe, 1902; Dal tuo al mio, 1903; Rose caduche 1918). Tra le altre opere narrative, ricordiamo il racconto di Caccia al lupo (1897), di efficace taglio drammatico, e il romanzo Dal tuo al mio (1905), che, come l'incompiuta Duchessa di Leyra, contiene ine di notevole potenza artistica.

L’opera più acclamata e considerata di Verga è sicuramente “I Malavoglia”, di cui abbiamo già approfondito i tratti principali.

Un altro tra i sui capolavori è “Mastro don Gesualdo”; in quest’opera, Gesualdo Motta, un manovale, diventa, a furia di lavorare, un ricco borghese e vuole imparentarsi con la nobiltà: sposa Bianca Trao, costretta al matrimonio per rimediare a una precedente relazione, il cui frutto è la lia Isabella. Isolato nella famiglia, ricattato dalla famiglia d'origine, Gesualdo deve abbandonare Diodata, la serva fedele che egli ha reso più volte madre. Isabella sposa un duca squattrinato che disperde le sostanze accumulate con tanta fatica da Gesualdo; questi, ammalatosi nel palazzo palermitano del genero, tenta invano di comunicare le sue ultime intenzioni alla lia e si spegne solo, tra l'indifferenza e i pettegolezzi dei servi.

 



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