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I PERSONAGGI FEMMINILI NEL TEATRO SHAKESPERIANO - Introduzione all’Autore, Le donne nella vita di Shakespeare, LADY MACBETH

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I PERSONAGGI FEMMINILI NEL TEATRO SHAKESPERIANO

Modalità di lavoro:

  >ricerca di testi critici articoli o saggi riguardanti il tema da trattare

  >rielaborazione delle fonti d’informazione

  >stesura della relazione conclusiva.

  Si sono riscontrate alcune difficoltà nel trovare testi critici o altri documenti che trattassero in modo specifico tale argomento: è stato quindi necessario lavorare direttamente sui testi teatrali e sulle singole ure femminili oltre che sui film che ci sono stati proposti;per delineare i ruoli e le funzioni dei vari personaggi femminili all’interno delle opere



Introduzione all’Autore:

Drammaturgo e poeta inglese, William Shakespeare è uno degli esponenti principali del rinascimento inglese e uno dei più grandi autori della storia del teatro occidentale. Nato a Stratford-on-Avon, nel 1592 si trasferì a Londra dove si impegnò come autore e, marginalmente, come attore con la comnia 'Chamberlain's Men' (divenuta in seguito 'King's Men' a causa della salita al trono di Giacomo I). Da questo momento la sua carriera fu fulminea e gli procurò considerevoli guadagni che gli consentirono di essere comproprietario dei due teatri più importanti di Londra: il 'Globe Theatre' e il 'Blackfriars'.

Difficile inquadrare la sua notevole produzione artistica, che annovera drammi storici, commedie e tragedie, anche a causa della rilettura successiva dei suoi lavori ad opera dei letterati romantici che videro profonde assonanze tra la loro ricerca estetica e i lavori di Shakespeare. Per lungo tempo, infatti, questa rilettura ha influenzato sia la critica che gli allestimenti delle sue opere, esasperando le affinità poetiche con il romanticismo. Indubbiamente sono presenti, soprattutto nelle grandi tragedie, temi e personaggi che preludono all'esperienza romantica, ma l'originalità del grande artista inglese va cercata maggiormente nella grande capacità di sintesi delle diverse forme teatrali del suo tempo in opere di grande respiro ed equilibrio dove il tragico, il comico, l'amaro, il gusto per il dialogo serrato e per l'arguzia, sono spesso presenti in un'unica miscela di grande efficacia.

Le donne nella vita di Shakespeare:

Molti studiosi sono propensi a credere che la moglie di Shakespeare, Anne Hathaway, appartenesse alla setta dei Puritani. Così venivano chiamati in Inghilterra i seguaci delle severe teorie riformistiche di Calvino: il nome deriva dal loro sbandierato proposito di “purificare” la chiesa da ogni residuo di pratiche cattoliche. Se l’ ipotesi è fondata, allora la decisione di Shakespeare, di dedicarsi al teatro, dovette scavare tra i due coniugi un abisso d’incomprensione, perché i Puritani guardavano al teatro con orrore, e non esitavano ad interpretare qualsiasi calamità pubblica come un flagello mandato dal Cielo per punire gli attori, colpevoli di stornare la gioventù dai suoi doveri e di presentate al pubblico sulle scene esempi di dissolutezza e d’empietà. La divergenza di idee religiose spiegherebbe il distacco fra i due coniugi, e spiegherebbe anche perché Anne non accomnò il marito a Londra, quando era abitudine generale per gli attori tenere sempre con sé la propria famiglia (salvo che fossero in tournèe). Tuttavia la rottura fra i due non fu mai completa. Forse il dolore per la morte del piccolo Hamnet contribuì a ravvicinarli, e, più tardi, l’addio di William alle scene. Nel testamento di lui c’ è un lascito curioso per la moglie: uno dei letti di casa, e precisamente il secondo per qualità. Anne sopravvisse a William sette anni, pur avendone otto più di lui: si spense il 6 agosto 1623.

L’aneddotica a proposito di William Shakespeare è singolarmente povera per quanto riguarda le testimonianze dei contemporanei. L’unico aneddoto riferito da un contemporaneo: John Manningham, studente in legge al Middle Temple, riguarda la vita amorosa di Shakespeare. Si diceva che Shakespeare fosse una persona brillante, spiritosa, fortunato con le donne e così sicuro di sé da beffare, persino, l’amico Richard Burbage, lio del gran mattatore del teatro elisabettiano James Burbage, il capo della comnia presso cui William lavorava. L’impresa di questo Shakespeare inedito e dongiovanni, in lizza con Burbage, è la conquista di una donna della borghesia. E’ l’epoca in cui Burbage miete allori nella parte di Riccardo III, ed è applaudito da stuoli di ammiratrici. La signora in questione, che non manca mai alle rappresentazioni, una sera prende accordi con lui per un convegno segreto. Per pura combinazione, Shakespeare sorprende il colloquio e viene a conoscere anche i particolari relativi all’ora e al luogo dell’incontro. Una tentazione troppo grande per William, che fidando sul suo fascino decide di precedere l’amico e sostituirsi a lui nelle simpatie della donna; il che avviene senza difficoltà. Intanto, all’ora stabilita, ecco arrivare Richard Burbage, allegro e baldanzoso. Bussa alla porta; gli domandano chi è. Alludendo alla sua interpretazione di quella sera, risponde con la sua intonazione più maestosa: “Riccardo III !” Di rimando, risuona dall’interno la voce inequivocabile di William: “Bene! Annunciate allora a Riccardo III che è stato preceduto da Guglielmo il Conquistatore! ”

ALL’INTERNO DELLE OPERE: “LE LADIES”

Donne forti e malvagie, fragili e buone, romantiche ed innamorate, pazze d’odio e matte per amore: ogni personaggio gioca un ruolo ben preciso in ogni opera ed è fondamentale per l’evolversi della storia: i caratteri, i vizi e le virtù dei personaggi sono indagati con una misteriosa intuitiva capacità di penetrare e capire l’animo umano e rappresentati con accuratezza in ogni strato dell’animo e in ogni contraddizione di comportamento; il carattere di ogni donna è rapportato al contesto e alle situazioni in cui si viene a trovare, e in base a questi ulteriori elementi assume ogni volta una luce nuova: non ci sono stereotipi, maschere caratteristiche: la natura della donna è espressa in tutta la sua profondità, nelle sue mille sfaccettature, nelle sue certezze, nelle sue contraddizioni Gli stessi protagonisti maschili daranno le proprie impressioni e definizioni Otello dirà “fragilità, il tuo nome è donna!” , nel re lear  “uno spirito deforme è meno orribile nel diavolo che in una donna”. Ma non è certo grazie al suggerimento soggettivo di uno degli stessi protagonisti delle opere che il cuore e i sentimenti delle lady si svelano: è nella stessa tragedia che dalle loro azioni, dai loro pensieri e parole, dai loro atteggiamenti le persone si scoprono come incredibilmente rivelate tra le cose dette e non dette, tra le bugie e le verità, tra  ragione e passione.

Tra i testi analizzati alcune ure femminili di spicco si impadroniscono della scena ognuna in modo, in conformità col proprio carattere, colpendo per l’amore appassionato così come per l’odio sfrenato. E parlando d’odio è doveroso soffermarsi su di un primo personaggio:



LADY MACBETH - Sin dalla prima sa si presenta come una donna animata da una inflessibile e malvagia determinazione; è lei che convince il marito ad uccidere Ducan vincendone le incertezze. Terribili sono le sue parole da 'cancellate il mio sesso sbarrate ogni accesso al rimorso succhiate il mio latte in cambio di fiele' a 'conosco la dolcezza del bimbo che ti succhia il seno: ma se avessi giurato quel che tu hai giurato, anche nell’attimo in cui mi sorridesse staccherei la mammella dalle sue gengive e gli fracasserei la testa'.

Ed è sempre lei che dopo l’assassinio tranquillizza Macbeth e gestisce la scena della scoperta dell’omicidio. Nel terzo atto, sebbene fosse all’oscuro del piano di uccidere Banquo e Fleance, non mostra né incertezza né pietà ('ciò che è fatto è fatto') e, nella scena del banchetto, con grande durezza richiama Macbeth alla ragione e ne giustifica ai cortigiani il comportamento. Se il protagonista domina la scena, la moglie domina lui: anche quando non la si vede se ne avverte la presenza. Occorre tenere presente come il 500 fu un’epoca di regimi terribili. I genitori di Shakespeare e tutti gli inglesi della generazione precedente alla sua rammentavano il regno di Maria la sanguinaria; Shakespeare stesso aveva otto anni quando Caterina de’ Medici scatenò a Parigi la strage di San Bartolomeo. Persino la regina Elisabetta, per quanto saggia ed universalmente amata, aveva ereditato dal padre una personalità per molti versi formidabile, che non era lecito ignorare; ed è probabile che qualche reminiscenza di queste poderose ure femminili, avvolte nel duplice riverbero della regalità e del terrore, sia entrata, più o meno consapevolmente, nella creazione del personaggio di Lady Macbeth, regina di Scozia a prezzo d’una catena di delitti.

Impeccabile, lucida, dalle idee chiare e dalla condotta unilateralmente malvagia, sarebbe potuta essere un’incarnazione della malvagità sul modello di Iago o Riccardo III; invece l’assassina è pur sempre una donna, ce lo svela in quell’episodio del sonnambulismo dove le macchie di sangue immaginate sulle sue mani e le parole sconnesse pronunciate in questi momenti rivelano qualcosa che la veglia proteggeva custodito nel profondo inconscio: un punto interrogativo che lascia aperta ogni ipotesi, alcune delle quali sostegno di un pentimento, ad esempio; in realtà la morte mette un punto ad una storia che dal punto di vista interpretativo resta irrisolta ed enigmatica; prima determinata ma alla fine disorientata, rabbiosa poi impaurita, assassina e vittima stessa emblema del male ma ricca di contraddizioni che è impossibile ignorare e che forse stanno proprio ad indicare il confine oltre cui, nella vita come nella tragedia, non possiamo dare risposte.

LE 'FAVELLATRICI OSCURE' DEL NOBILE MACBETH Innumerevoli sono, nell’opera di Shakespeare, i personaggi soprannaturali o aventi rapporto con le potenze soprannaturali; ma tra tutti questi esseri misteriosi, nessuno ha presa sulla fantasia dei lettori e degli spettatori quanto le tre 'favellatrici oscure', le streghe che incontrano Macbeth in una remota landa della Scozia, battuta dai venti tempestosi, e gli predicono la sua futura grandezza e più tardi la rovina. E’ stato detto con insistenza che la tragedia di Macbeth fu scritta da Shakespeare in onore di Giacomo I Stuart e che i personaggi delle streghe furono introdotti in omaggio all’interesse di studioso che il sovrano manifestava nei confronti della magia nera; in realtà, non soltanto Giacomo I , ma tutto il pubblico, con rarissime eccezioni, credeva nella realtà delle streghe.

Il risultato di questa creazione shakespeariana è di tre ure dalla singolare suggestione alle quali è assegnata una parte di capitale importanza: senza la loro profezia non si scatenerebbe infatti la selvaggia ambizione di Macbeth, sono loro che rompono l’equilibrio e causano la tragedia.

 

OFELIA- Ofelia è la lia di Polonio e la sorella di Laerte. Come lia del lord Ciambellano, Ofelia ha dovuto convivere da sempre con la sua mentalità retriva e con la sua visione negativa del genere umano tuttavia è ancora capace, forse grazie alla sua innocenza, di destare l’amore di Amleto. Ofelia è di carattere debole e facilmente manipolata dai familiari. Così nonostante le lettere di amore di Amleto L’abbiano realmente commossa, crede al fratello, che descrive l’amore di Amleto ingannevole e bugiardo.Ormai confusa, si presta ad agire da esca per coloro che intendono spiare Amleto.

Suggestionato dalle parole del fantasma e disgustato dal comportamento della madre, Amleto è deluso dal genere femminile e la rifiuta. E’ allora che Ofelia capisce la forza del suo amore per Amleto, ma è troppo tardi. Prima il rifiuto dell’amante, poi la morte del padre, pezzano le sue esili forze e la ragazza impazzisce. Si aggira pronunciando frasi incoerenti e cantando stralci di vecchie canzoni. Quasi per caso, appendendo una ghirlanda al ramo di un albero sospeso sul fiume, Ofelia cade e annega in acqua.

Quando la sera colora di stanco dorato tramonto le torri di guardia,

la piccola Ophelia vestita di bianco va incontro alla notte dolcissima e scalza,

nelle sue mani ghirlande di fiori e nei suoi capelli riflessi di sogni,

nei suoi pensieri mille colori di vita e di morte,

Ophelia che vedi dentro al verde dell’Acqua del fossato,

nei guizzi che la trota fa cambiando il colore?

Perché hai indossato la veste più pura, perché hai disciolto i tuoi biondi capelli?

Corri allo sposo, hai forse paura che li trovasse non lunghi non belli?

Quali parole son sulle tue labbra, chi fu il poeta o quale poesia?

Lo sa il falcone nei suoi grandi cerchi o lo sa sol la sua dolce pazzia?

Ophelia, la seta e le ombre nere ti avvolgono leggere,

ma dormi ormai e sentirai cadenze di liuto….

Ophelia non puoi sapere quante vicende ha visto il mondo,

ma forse sai e lo dirai con magiche parole…




Ophelia le tue parole al vento si perdono nel tempo,

ma chi vorrà le troverà in tintinnii corrosi….

Ophelia, lalalalalalalala….

GERTRUDE- Madre di Amleto, solo un mese dopo la morte del padre ne ha sposato lo zio. Gertrude è la donna che causa il tormento morale e il disprezzo per la carne nell’ animo di Amleto a che allo stesso tempo trattiene Claudio dall’eliminare brutalmente il nipote. Eppure non è in carattere eccezionale. Gertrude non interpreta lunghi monologhi, ma da ciò che dice si deduce che si tratta di una madre attenta e amorevole, che non è stata complice dell’omocidio del marito e che insiste nel voler vedere solo il lato positivo della vita, evitandone per quanto può gli aspetti oscuri. Rifiuta di incontrare Ofelia quando essa è sconvolta dalla morte del padre perché pensa di non poter resistere a tanto dolore e quando la ragazza muore ne descrive la fine in modo tenero e poetico. Spirito positivo, non crede all’esistenza del fantasma del marito, che Amleto le descrive. Il rifiuto di Amleto di dimenticare il padre morto e di accettare il suo affrettato matrimonio con lo zio le causa una vera infelicità, e accondiscende a tutti i piani di Claudio e Polonio per scoprire le ragioni della pazzia del lio, nella ingenua speranza di recuperare la serenità. Quando deve superare il biasimo e la condanna del lio in un incontro faccia a faccia, la sua prima reazione è quella di troncare il dialogo piuttosto che ascoltare l’elenco delle colpe che le vengono attribuite.

DESDEMONA- Desdemona è la tenera lia del senatore Brabanzio che per sposare il prode generale Otello sfida l’ira del severissimo padre. Un abisso divide Otello da Desdemona: è l’abisso fra due razze, l’una vecchia e raffinata da una lunga civiltà, l’altra ancora vicina alla giungla e ai deserti di sabbia rovente. A far innamorare Desdemona di Otello è proprio il modo accattivante con il quale egli racconta le proprie avventure esotiche, avventure avvenute in un mondo tanto distante ma ugualmente affascinante agli occhi di Desdemona.

Tanto caro è al mio cuore che anche il suo carattere selvatico, i suoi sguardi severi, hanno per me una grazia e un fascino”

Otello è spontaneamente convinto che, prima o poi, Desdemona debba innamorarsi di un giovane aristocratico simile a lei; come tutti gli innamorati, il Moro non si rende conto che la moglie gli assomiglia più di quanto le apparenze non dicano. Ciò che lei cerca in lui, la sua estrema alterità, differisce meno di quel che sembra a prima vista da ciò che lui cerca in lei. Nessuno dei due percepisce la dinamica centrifuga del desiderio che entrambi illustrano alla perfezione persino nella loro rispettiva incapacità di ritrovare il proprio temperamento nel comportamento dell’altro. La gelosia di Otello non è motivata né dalle azioni di Desdemona, né dalle parole di Iago, ma dalla propria debolezza interna che lo spinge a ricorrere a un mediatore. La dolce Desdemona, in realtà, rappresenta il simbolo della purezza e della sincerità ed è la più devota delle mogli; è proprio la candida onestà a renderla maggiormente indifesa di fronte alla perfidia. Così, perorando ella, in perfetta buona fede, la causa di Cassio, ingiustamente degradato, le sue parole suonano come ipocrite e spudorate agli orecchi del Moro, ottenebrato dalla passione. Anche se Otello si sbaglia a pensare che Desdemona possa innamorarsi di Cassio o di qualcuno come lui, la sua inquietudine è tutt’altro che infondata. Nella routine della vita coniugale, il fascino esotico di un marito non può sire, e se non fosse morta, Desdemona avrebbe probabilmente scoperto degli altri Otelli, meno logori dell’originale. Desdemona dietro alla sua purezza nasconde la sete di spettacoli violenti ed è a tal punto affascinata dall’imminente battaglia di Cipro che vuole assolutamente assistervi, sebbene debba recarsi su una propria nave, separatamente dal marito. E’ lei stessa a definire con forza la natura del proprio desiderio:

“Che io abbia amato il Moro per vivere con lui, la mia aperta ribellione e la mia sfida alla  fortuna, possono proclamarlo al mondo con le trombe; il mio cuore è sottomesso alla piena felicità del mio signore…”

I, III, 245-248

Desdemona è talmente affascinata dal mondo cupo e violento di Otello che, scoprendo le sue intenzioni assassine, non cerca in alcun modo di salvare la propria vita. Al contrario si prepara alla morte come si preparerebbe a una notte d’amore. La sua docilità non è quella della donna debole dell’Ottocento, la sdolcinata eroina romantica dell’opera di Verdi; Desdemona è la “bella guerriera” di Otello (II, I, 176), e la sua fine tragica risponde alle sue attese più segrete.

“E io, lietissimo e pronto, volentieri per darvi pace morirei mille morti”

V, I, 130-l31



Alcuni sostengono che l’uccisione di Desdemona per mano di Otello, pazzo di gelosia, fu suggerita da un altro episodio: l’assasinio della gentildonna Lucrezia Cappello, per opera del marito di lei, Giovanni Snudo. Costui, sospettandola d’infedeltà, senza il minimo fondamento, a quanto si seppe più tardi, la mandò a confessarsi alla parrocchia, e la notte seguente l’uccise con una stilettata alla gola. Indubbiamente vi è una certa analogia fra la confessione imposta alla vittima quasi per raccomandarne l’anima, e le pressanti domande di Otello nella tragedia:

“Avete pregato stasera, Desdemona? Se vi sovviene d’alcuna colpa non ancora riconciliata al Cielo e alla grazia chiedetene perdono immediatamente”.

Il Moro stesso precisa poi che non vuole uccidere lo spirito di lei impreparato. Se si ammette la familiarità di Shakespeare con la legazione veneta, possiamo pensare che le circostanze della morte di Lucrezia Cappello abbiano colpito la sua fantasia, e che egli abbia poeticamente trasformato la ura di lei (sposata già da 18 anni e madre di ben cinque li9 nella tenera Desdemona, una delle più affascinanti tra le creature femminili del suo genio.

CORDELIA- Ella rappresenta una ura femminile di straordinaria purezza; Cordelia è la più gentile tra le eroine di Shakespeare. Nel teatro classico, la sua sorella maggiore è Antigone, pia consolatrice del padre Edipo. Ma Antigone è meno grande di Cordelia: l’amore del padre per lei non ha mai vacillato, è giusto che nell’ora della sventura egli abbia il suo conforto: vi ha diritto come un uomo immeritatamente colpito da una sorte atroce. Cordelia, invece, è stata trattata dal padre con cieca e testarda ingiustizia. Re Lear non è un personaggio simpatico: ha tutti i vizi del tiranno da tragedia, l’arroganza, l’ostinazione, la capricciosa crudeltà, a tal punto che la durezza delle lie maggiori diventa comprensibile. Ma Cordelia non conosce altra misura che quella dell’amore. La sua giustizia ha nome pietà, ed è l’unica vera giustizia. Quando tutti abbandonano Lear, e la natura stessa sembra scatenarsi contro di lui, la lia maltrattata e scacciata torna. “mi riconosce, signore?” “Siete uno spirito, lo so” risponde il vecchio, nel suo pietoso smarrimento; e senza saperlo esprime una verità profonda. Cordelia è uno spirito celeste. Al padre, che la debolezza e la follia sospingono verso una seconda infanzia, ella offre un sostegno, più ancora che filiale, materno

GIULIETTA - E’ forse il personaggio femminile più famoso della produzione Shakespeariana, ed è sempre ed inscindibilmente unito al nome del suo amato Romeo. I due amanti appartengono a famiglie rivali e nel corso della loro tragedia faranno di tutto pur di arrivare alla loro unione definitiva e non ostacolata. Troveranno la soluzione ai loro problemi d’amore con la morte, che li vedrà uniti per sempre. Infatti i loro nomi non sono separabili, come le loro ombre giovanili, sono avvinti per l’eternità. Si può vedere bene, soprattutto in questa tragedia, come le donne abbiano il carattere della 'Dea Bianca' e di come siano depositarie di quella connotazione matriarcale che le portava alla scelta dell’amante, in prima persona, anche se questo voleva dire scatenarsi contro la società. Giulietta in questa tragedia svolge un ruolo assolutamente attivo che rifiuterà le convenzioni cortesi che assegnavano alla donna solo il ruolo di immagine ideale di bellezza. Ma il coraggio di Giulietta è da individuare anche nella voglia di portare avanti una storia impossibile, soprattutto in un tempo in cui l’amore era ridotto ad un puro e semplice contratto commerciale

BIBLIOGRAFIA-

 

v     SHAKESPEARE  IL TEATRO DELL’INVIDIA.  Renè Girard; ed. Adelphi

v     I GIGANTI, LA NUOVA BIBLIOTECA PER TUTTI, SHAKESPEARE. Ed. Mondadori

v     SHAKESPEARE. Ed Newton

v     TEATRO E SOCIETA’: SHAKESPEARE. Ed Mondadori

v     NUMEROSI SITI INTERNET






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