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IL TEATRO

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Il Teatro

3.1    Il teatro Greco

            Il teatro si sviluppa in Grecia attorno al VI secolo a.C. con testi che furono sempre rigorosamente in versi.  Gli attori che erano tutti rigorosamente uomini, utilizzavano maschere non solo per permettere allo stesso attore di svolgere più ruoli ma anche per amplificare la voce.

Le opere rappresentate svolgevano una funzione rituale ed educativa e il finanziamento del teatro era per i ricchi un utile mezzo per far proanda politica.

Gli spettacoli venivano concentrati nel periodo delle festività dionisiache.

La tragedia (che ebbe il suo culmine nel secolo V) prevedeva vicende eccezionali, terribili e sanguinose che dovevano concludersi in una catastrofe per i personaggi che erano sempre di rango elevato.  Il coro nella tragedia svolgeva una funzione precisa commentando gli avvenimenti della scena e guidando lo spettatore.  Dai fatti rappresentati doveva derivare una catarsi nello spettatore.  Le uniche tragedie che ci sono pervenute sono di Eschilo, Sofocle e Euripide.



Eschilo (525-456 a.C.) della sua grande produzione (ottanta e più titoli) ci sono giunte solo sette tragedie.  Il grande significato del teatro eschileo e quello della somma giustizia e provvidenza divina.

Sofocle (496-406 a.C.) di sofocle ci sono pervenuti solo sette scritti sui centotrenta suoi.  Le sue tragedie sono incentrate su di un eroe mitico costretto a partire accusato ingiustamente.  Dietro a queste ingiustizie ci stanno gli dei che tramano per motivi all’umanità ignoti.

Euripide (485-407 a.C.)  la grande innovazione di euripide è che cala i personaggi del mito in una dimensione più umana analizzando la psicologia e le emozioni di questi dei.

La satira si divide in satira antica, media e nuova.  Quella antica è caratterizzata dalla satira politica del V secolo e ha spezzo un linguaggio osceno.  Nella commedia nuova invece si abbandona completamente il tema politico e si assume quella di voler rappresentare quadri di vita moderna.

Infine il dramma satiresco presenta un soggetto mitico ma lo interpreta in chiave farsesca.

3.2         Il teatro italico e le origini del teatro latino

Nel mondo greco-italico si assiste a una gran fioritura di spettacoli teatrali fin dal VI secolo nei quali prevale l’aspetto buffonesco e caricaturiale.  Un esempio può essere la farsa fliacica in cui gli attori-mimi erano provvisti di goffi costumi e maschere ridicole.  Un altro esempio è la fabula atellana che era caratterizzata dall’improvvisazione degli attori su un canovaccio.  Tutte queste commedie insistevano su aspetti elementari del vivere quotidiano (il cibo ad esempio).

I Fescennini Erano altre rappresentazioni rozze e volgari di origine popolare in cui due contadini so fronteggiavano lanciandosi battute feroci.  Lo stato addirittura intervenne con la censura.

Nel 240 a.C. viene rappresentato il primo dramma in lingua latina di Livio Andronico (ex schiavo greco).  I romani si presume tuttavia si erano già imbattuti nelle forme teatrali italiche.  Il teatro romano tuttavia nasce dopo la prima guerra punica quando i romani si imbattono nel teatro greco scritto.

 

3.3         Il teatro romano

Il teatro romano appare fin dalle origini fenomeno di puro intrattenimento, privo di una vera e propria connotazione civile o religiosa.  Esso era incluso nei ludi fra tanti altri spettacoli fra cui i gladiatori.  Essi d’altronde erano censurati dallo stato che impediva riferimenti alla vita civile o politica.  Vi era in calendario in cui avvenivano i ludi.  I teatri in pietra vengono edificati dopo che il grande teatro latino si è spento.  Esso era nato e si era sviluppato nei teatri provvisori composti da una cavea, la scaena sul pulpitum, un altare e un fondale dipinto.




La selezione e la messa in scena degli spettacoli era affidata ad un edile.  Le comnie di attori erano composte prima di tre attori poi mano a mano di più fino ad arrivare a sei rendendo possibile dare risalto a più personaggi prima marginali.

Anche a Roma gli attori erano esclusivamente maschi e non si sa se usassero o meno maschere.

Tutto il teatro romano arcaico è tradotto dal greco, o letteralmente oppure rielaborando artisticamente il contenuto (vertere).  La contaminatio invece era l’inserimento di scene provenienti da altre commedie dello stesso autore o di uno diverso (fatto reso possibile grazie alla linearità del teatro greco.)

Tutti potevano entrare a teatro indiscriminatamente e l’ingresso era gratuito. dopo il culmine de teatro romano nel II secolo esso si vede degradare in forme rozze e volgari e cadere in basso.

3.4         La tragedia latina

Della tragedia latina genere penalizzato nell’ambiente teatrale romano non ci restano che frammenti.  Due sono i tipi di tragedia che possiamo evidenziare:  la fabula cothurnata e la fabula praetexta.  La prima è di argomento greco (dal nome della calzatura in uso in Grecia), la seconda si ambienta a Roma.  Le prime hanno soggetto mitologico ispirato ai grandi cicli quali quello troiano o quello di Tebe (con al centro il mito di Edipo), le seconde hanno varia hanno un tono patriottico celebrativo con soggetto sia mitologico che storico.

Scrissero in fabula cothurnata Livio Andronico, Nevio, Ennio.

Scrissero in fabula praetexta Nevio (fondatore), Ennio, Pacuvio.

3.5         La commedia latina

La commedia latina si divide anch’essa in fabula palliata e togata.  La prima ha ambientazione greca e nomi greci (estremizzati in modo da essere buffi) non vi sono riferimenti a Roma salvo rari casi.  Sono pervenute venti commedie di Plauto e sei di Terenzio.  La seconda è sostanzialmente identica alla prima come stile, strutture e comicità ma con ambientazione romana.  Tuttavia i censori di Roma limitavano il tipo di comicità soprattutto riguardo alla ura dello stato o dei politici.  Tre furono gli autori:  Titinio, Afranio e Q. Atta.

Nel 115 a.C.  un editto censorio bandiva da Roma gli spettacoli di origine o ambientazione greca nel tentativo di rilanciare la commedia italica.  Fu così che la fabula atellaria fu trasformata in un vero e proprio testo letterario.

Un altro spettacolo comune nei ludi era il mimo una sorta di varietà con scenette di vita quotidiana e imitazione di gesti e di voci.  A volte si concludevano addirittura con spogliarelli (unico caso in cui le attrici erano donne).

I due mimografi più noti furono Decimo Laberio e Publilio Siro.






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