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PROTAGORA (o Dei Sofisti)

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PROTAGORA (o Dei Sofisti)


Dialogo di Platone (.) appartenente al primo periodo.

Il dialogo si apre con Ippocrate che sveglia Socrate nel cuore della notte per dirgli che Protagora, famoso sofista, è in città, ed egli è disposto a tutto pur di diventare suo discepolo. Socrate allora prova a saggiare la risolutezza del giovane, e lo invita ad aspettare insieme a lui che faccia giorno. Intanto gli domanda se sa veramente chi sia Protagora e quali insegnamenti pensa di poter trarre da tale maestro, domande a cui Ippocrate si rende conto di non saper rispondere.

Interlocutori sono Socrate, Ippia di Elide, Prodico di Ceo, Callia, Alcibiade e Protagora.

Apre la discussione Protagora, che afferma essere la sofistica la base del progresso umano e l'unica scienza capace d'insegnare la virtù politica (l'arte di convivere in società), ma Socrate non si dichiara d'accordo.

Protagora dunque, per dimostrare la sua tesi, introduce un mito: Giove diede agli uomini la giustizia e il pudore, fondamento della virtù politica. Questa è quindi una virtù innata e quando la si insegna ai giovani si cerca di farla armonizzare con la virtù in senso generale. Socrate allora chiede se le singole virtù fanno parte della virtù così intesa oppure se ognuna di esse fa parte a sé, e Protagora si dichiara per l'indipendenza delle varie virtù.



Socrate avanza dubbi su quest'ultima affermazione, confutandola in due modi: prima, mette in evidenza la connessione tra giustizia e santità, concludendo che entrambe hanno come fine la rettitudine, e che per questo si eguagliano. Inoltre, analizza il rapporto fra sapienza e rettitudine, e afferma che poiché entrambe sono contrari della stoltezza, e lo stesso Protagora in precedenza aveva affermato che un concetto ammette un solo contrario, allora anche queste si equivalgono e sono riconducibili alla virtù.

Succede un breve intermezzo, provocato dal rifiuto di Socrate di accettare, lui sostenitore dei brevi discorsi, la magniloquenza di Protagora, che sembra rifugiarsi dietro a fiumi di parole per nascondere le numerose contraddizioni in cui cade. Infine il sofista, sebbene a malincuore, accetta di continuare la disquisizione alle condizioni del filosofo ateniese.

Intervengono gli altri presenti; Callia si schiera con Protagora, Alcibiade con Socrate.

Ora l'interrogante è Protagora, che però si slancia in un lungo excursus sulla differenza fra la 'difficoltà di diventare buoni' e la 'difficoltà di essere buoni', basato sull'analisi di un carme di Simonide.

Socrate, usando le stesse arti di Protagora, imitandone ironicamente lo stile, gli rivolta il discorso e gli dimostra che 'nessuno fa il male volontariamente'; quindi riprende le sue domande e chiede a Protagora se rimane del parere di prima. Protagora ammette che le varie virtù sono simili fra loro, ma che da esse si differenzia il coraggio. Socrate incalza osservando che anche il coraggio, se non è folle temerarietà, si riconduce alla saggezza con cui l'uomo coraggioso disciplina le sue forze.

Quindi la virtù è una e come tale si deve e si può insegnare.

Nel dialogo si ha una descrizione dettagliata, e in certi casi anche una forte ironizzazione, dei sofisti. Nonostante ciò, Socrate considera l'interlocutore una persona del tutto degna di rispetto e ne ammira l'erudizione; ugualmente Protagora stima Socrate "degno di eccellere tra i suoi coetanei".

È interessante come tocchi proprio a Socrate dimostrare la tesi iniziale di Protagora, che il sofista, il quale ha mutato più volte opinione nel corso del dibattito, non era stato in grado di sostenere, e quindi appare inferiore a Socrate anche sul piano della scaltrezza argomentativa. Tra l'altro, a sostenere la tesi del sofista riesce solo la dialettica, che pur ne aveva rivelato i punti deboli.

Socrate non si pone mai come antagonista, ma come promotore di una ricerca che distingua il bene dal male, il vero dal falso, ed è sempre pronto a mettersi in discussione e a modificare la sua tesi se viene convinto che non è valida.




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