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PSICANALISI IN "MIRRA"

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PSICANALISI IN "MIRRA"


Il  "limite" contro cui gli eroi alfieriani lottano disperatamente è realizzato in questa tragedia attraverso una passione invincibile, che potrà essere sradicata solo con la morte; inoltre il dramma degli uomini è condotto al suo fondo più doloroso e pietoso nella tragedia di un essere puro e innocente, disposto agli affetti più delicati e nobili e invece esposto alla contaminazione di uno scelus orribile. Carattere estremo della "Mirra" è l'incontro tra orrendo ed innocente nel cuore del personaggio principale, che, oltre ad una base di svolgimento psicologico e di scavo nel "cupo ove gli affetti han regno", costituisce un estremo approfondimento del motivo tragico alfieriano portato alla sua espressione più dolorosa e desolata. La sua malinconia, il suo muto dolore si svolgono nell'immagine delle sue notti angosciose, che pure trovano, nelle parole di Euriclea, una soluzione elegiaca dolcissima nella descrizione del crescere dei suoi sospiri in singhiozzi e nell'invocazione "Morte . morte". Proprio nella lotta di Mirra e nella sua stessa catastrofe risplende pienamente la forza tenace con cui quello spirito puro, nobile ed eroico, pur nella sua delicata fragilità femminile, si oppone sino all'ultimo alla rivelazione della sua passione, si sforza di sfuggirle con la morte, e con la morte insieme tenta di liberarsene e poi si punisce per averne solo pronunciato il terribile nome. E, pur nell'estrema delusione di essersi uccisa troppo tardi e di morire empia agli occhi del padre e della madre, disperatamente invoca e rimpiange la sua innocenza, tutt'altro che indolente e rassegnata. Questa grande tragedia vive soprattutto nello sviluppo del personaggio centrale e della sua azione, rispetto ai quali gli altri personaggi hanno una funzione di collaborazione e accentuano, con la loro incompleta capacità di penetrazione nel dramma di Mirra, il clima di dolore, di pietà, di affetto e di ammirazione che la circonda, completandone, così, la rappresentazione e nobilitandone la ura. La protagonista muove da un punto di partenza già disperato, dato che essa considera chiaramente la sua passione come invincibile e sa che non potrà ricacciarla da sé con un semplice atto di catarsi morale, che non potrà liberarsene e riprendere la sua vita, ma che potrà vincerla solo con l'eliminazione stessa della propria esistenza. Né essa spera in un soccorso divino o umano, poiché il primo è escluso dalla coscienza che la stessa passione abbia origine in una vendetta e abbandono degli dei, e il secondo è impari all'enormità del suo amore scellerato. Esclusa ogni possibilità di soluzione felice, Mirra agisce inizialmente per ottenere la liberazione e la morte in una forma più consona al suo giovanile bisogno di un compenso almeno nell'immaginazione, di quanto non sarebbe il suicidio. Con le nozze essa collega infatti la partenza da Cipro, l'allontanamento dall'infausta reggia e la morte di dolore che seguirà al distacco dal padre. Per tre atti Mirra persegue, pur fra i contrasti legati all'istintivo aborrimento di un legame con il non amato Pereo, questo suo obiettivo sforzando il fidanzato e i genitori ad accettare la soluzione delle nozze, vincendo la passione che la tratterrebbe a Cipro. Quando nel quarto atto, ha luogo effettivamente la cerimonia delle nozze, la passione a lungo contenuta si tramuta in un moto invincibile di repulsione per quell'aborrito legame, la cerimonia viene interrotta e quella possibilità di evasione, di liberazione nelle nozze - morte si infrange. Ed ecco così Mirra ripiegare sulla richiesta della morte al padre e alla madre e quando anche queste possibilità di evasione si dimostrano impossibili, nel quinto atto Mirra lotterà ormai solo per conservare il segreto della sua passione. Ma anche questa disperata difesa crolla nel dialogo supremo con Ciniro, che adopera alternativamente, per indurre la lia a rivelarsi, i mezzi della minaccia e dell'amorevolezza, ma quando la minaccerà di privarla per sempre del proprio amore, essa, affascinata ed atterrita dall'immagine estrema di una separazione e di una morte lontana dall'oggetto del suo amore, svelerà la natura della sua passione. Ancora, dopo che Mirra si è trafitta col pugnale, l'estrema speranza della fanciulla di celare il suo peccato almeno alla madre è anch'essa frustrata, e l'infelice eroina muore esprimendo insieme la delusione suprema di non essere riuscita a morire innocente. L'addio della madre, che la chiama "empia" e "sventurata", sottolinea proprio in un moto ininterrotto di tenerezza e di abbandono la solitudine in cui Mirra è lasciata, la sua definitiva esclusione da un mondo di affetti saldi e sicuri il cui calore, affascinante e tormentoso nella sua perdita irrimediabile, accresce per contrasto lo squallore della morte.







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