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Recensione del romanzo "Cuore di Tenebra" di Joseph Conrad

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Recensione del romanzo

"Cuore di Tenebra"

di Joseph Conrad


Edizioni Acquarelli Best Seller.

II edizione, Aprile 1999.

Costo: 9000£.

Pagine: 141.


Il romanzo presenta una sorta di storia a cornice che vede cinque personaggi incontrarsi su un battello ancorato in un porto lungo il Tamigi: tra loro vi sono un avvocato, un contabile, il narratore, un marinaio di nome Charlie Marlow e il direttore della comnia di navigazione per cui gli altri quattro lavorano.

Nell'atmosfera malinconica del tramonto, a prendere la parola è Marlow, il quale comincia a ricordare un'esperienza che, anni addietro, aveva vissuto lungo il corso del fiume Congo, un viaggio che lo aveva portato ad entrare in contatto con quella che, allora, per lui era una realtà inimmaginabile, e soprattutto con una nuova e sconosciuta parte di sé.

Grazie all'aiuto di una zia, e seguendo un desiderio che coltivava fin dall'infanzia, era riuscito a farsi affidare il comando di una nave a vapore che percorreva quel fiume immenso e per gran parte inesplorato.



Appena sbarcato in Africa, Marlow era subito rimasto colpito dal magico mistero di quei luoghi e allo stesso tempo dalla cruda realtà dello schiavismo, infatti, le "pretese filantropiche" di quelle spedizioni contrastavano in maniera ridicola con ciò che accadeva, vale a dire, non un tentativo di civilizzazione (civiltà!) ma un palese sfruttamento come forza lavoro di questi "selvaggi" che avevano sempre vissuto pacificamente in un'armoniosa simbiosi con la suggestiva foresta di cui erano una parte integrante e indistinta.

"Quelli urlavano, saltavano, danzavano e facevano orribili smorfie; ma ciò che faceva rabbrividire era l'idea della loro appartenenza al genere umano, l'idea che fossero esattamente come noi, il pensiero di una nostra remota parentela con quel primitivo e travolgente tumulto".

Il primo problema con cui egli dovette confrontarsi fu però di tutt'altro genere, infatti, venne subito a sapere che l'imbarcazione che avrebbe dovuto guidare era in realtà affondata; gli occorsero alcuni mesi per ripararla e, durante questo periodo, ebbe occasione di approfondire la conoscenza del direttore della stazione, "un comune uomo d'affari che operava in zona sin da quando era giovane", per bocca del quale ebbe modo di sentir parlare per l'ennesima volta di un certo Mister Kurtz, colui che era, a tutti gli effetti, il miglior fornitore d'avorio della Comnia.

Durante il periodo dei lavori, raggiunse il campo una spedizione proveniente dall'Europa, che si definiva "Spedizione Esplorativa dell'Eldorado" ed era guidata dallo zio del direttore, un uomo con "l'aspetto di un macellaio dei quartieri popolari e uno sguardo furbesco e sornione", il quale aveva intenzione di supportare il cinico nipote e i suoi desideri di potere riguardanti la carica di vicedirettore generale della Comnia, i quali sembravano essere minacciati dalla possibilità che tale carica fosse affidata al più disinteressato Mister Kurtz.

Con l'alibi che questi non dava più notizie di sé, e con la speranza di ritrovarne solo il cadavere, i due uomini d'affari organizzarono una spedizione, a bordo della nave del protagonista, verso la stazione interna dove era dislocato il rivale, a cui presero parte anche tre "pellegrini", impiegati della Comnia, e l'equigio, composto da un manipolo di cannibali.

Il viaggio durò esattamente due mesi, un periodo durante il quale l'unico desiderio che spingeva Marlow era quello di incontrare Kurtz per poter ascoltare la sua voce, ma ad appena un miglio dalla meta, il battello fu attaccato dagli indigeni che, nascosti dalla vegetazione, cominciarono a bersagliare l'imbarcazione con frecce e lance, uccidendo il timoniere e fuggendo solo al suono della sirena di bordo.

Giunti alla stazione, Marlow conobbe un individuo strano, proveniente dalla Russia, il quale gli spiegò che il proprio superiore, sfruttando il suo carisma, era diventato una sorta di divinità per i "selvaggi", e che questi avevano attaccato la spedizione su suo ordine, solo per impedire che se ne andasse.

Kurtz "aveva perso ogni ritegno nella soddisfazione dei suoi vari appetiti", colpito nel profondo del proprio animo da quel mondo che lo aveva spinto a guardarsi dentro con sincerità.

"Ma quella terra primitiva e selvaggia l'aveva scoperto per tempo e si era presa su di lui la sua tremenda vendetta per quella grottesca invasione. Penso che gli avesse soffiato all'orecchio cose di se stesso che lui ignorava, cose che non era neppure in grado di concepire prima di confrontarsi con quell'immensa solitudine"

In seguito a questo esame di coscienza forzato, era come impazzito, ragione per cui avevano lasciato la sua mente e il suo corpo la forza e la volontà di abbandonare quei luoghi, quei luoghi che rappresentavano allo stesso tempo la vita e la morte, la bellezza e il terrore, la pace e la follia, quei luoghi fecondi e accoglienti e allo stesso tempo pericolosi e inaccessibili.

"Io mi guardai intorno e vi posso assicurare che, non so perché, mai come in quel momento, quella terra, quel fiume, quella giungla, la stessa volta di quel cielo abbagliante mi sembrarono così disperati, così tenebrosi, così impenetrabili alla comprensione degli uomini, così spietati nei confronti della loro fragilità".

Quando gli indigeni lo riportarono alla stazione, Kurtz era gravemente malato, la vita stava ormai abbandonando il suo corpo e solo nella sua voce si sentiva, vigorosa e perentoria, la sua ribellione a questa fine, la rabbia per i propri errori, per non poterli più correggere, e il desiderio contrastato di abbandonare quei luoghi, con la speranza di soffrire un pò meno per ciò che essi avevano risvegliato in lui, dandogli la consapevolezza del proprio "orrore": l'animo primitivo, puro e sincero dell'uomo, che solo quei cosiddetti indigeni possedevano ancora inalterato.

Solo appellandosi a lui, non in nome di qualcosa, ma solo della salvezza della sua anima, Marlow riuscì a convincere Kurtz ad abbandonare quella regione, partendo per quello che fu il suo ultimo viaggio, non prima, però, che quella realtà primordiale porgesse il suo ultimo saluto, incarnata dalla statuaria donna primitiva, a colui che, anche se per breve tempo, era tornato ad essere parte di quel complesso Essere primordiale.

Kurtz, ormai in punto di morte, ripensando alla propria vita, con solo due parole riuscì a riassumerla: "Che orrore".

Il protagonista rispettò il giuramento di fedeltà eterna fatto a Kurtz anche dopo la sua morte, perché lui, anche se troppo tardi, era riuscito ad ammettere i propri errori, scongendo così i suoi stessi errori, e riacquistando, per quel che può valere, un barlume di dignità, solo grazie a ciò che gli aveva permesso di guardarsi dentro; proprio la ura di Kurtz, inoltre, aveva agito allo stesso modo nei confronti di Marlow, il quale trovatosi dinanzi all'enigma che per lui rappresentava questa personalità, non aveva potuto fare a meno di scrutare a sua volta il fondo della propria anima.

"Non tradii Mister Kurtz, era stabilito che non l'avrei tradito mai: era scritto che mi sarei comportato lealmente nei confronti dell'incubo che mi ero scelto".

"Ho dovuto anch'io, suppongo a cagione dei miei peccati, affrontare la prova di guardarci dentro. Nessuna eloquenza sarebbe stata in grado di raggelare la fiducia nella specie umana quanto la sua esplosione finale di sincerità".

Per questo motivo non ebbe il coraggio di dire alla fidanzata del defunto quale erano state le ultime parole pronunciate da colui che per lei rappresentava ancora tutta la vita.

Il romanzo si chiude malinconicamente con la notte che cala sul Tamigi.




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