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SCHEDA DI LETTURA - Mastro don Gesualdo, Giovanni Verga

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SCHEDA DI LETTURA

Titolo:                             Mastro don Gesualdo;

Autore:                        Giovanni Verga;

Editore:                       Alberto Peruzzo;

Editio Princeps:      1889;



Pagine:                       214;

moduli:                     4 parti divide rispettivamente in 7, 5 4 e 5 moduli;

Lingua originale:    Italiano;

Genere letterario:   Romanzo verista;

Breve trama:          Mastro Gesualdo Motta è un manovale di Vizzini, paese in provincia di Catania, che è diventato, grazie alla sua intraprendenza, un ricco proprietario terriero. Amareggiato dagli egoismi e dalle rivalità dei nobili invidiosi e della sua famiglia, che lo sfrutta e nello stesso tempo gli rimprovera la conquista della ricchezza, sposa Bianca Trao, una nobile decaduta costretta alle nozze per riparare ad una relazione colpevole col cugino baronetto Ninì Rubiera. Il matrimonio si rivelerà un “affare sbagliato”, con la moglie sempre malata e poco incline all’amore e persino alla confidenza, e la nostalgia dell’umile e silenziosa serva Diodata, che con il suo amore sottomesso e disinteressato gli ha dato due li, sacrificandogli devotamente la propria giovinezza. Isabella, lia di Bianca ma non di Gesualdo, ria il padre degli agi e delle premurose attenzioni vergognandosi di lui e scappando da casa con il cugino Corrado La Gurna, di cui si è invaghita. Per rimediare al guaio e inseguire il suo sogno di affermazione sociale, Gesualdo fa sposare la lia con il duca di Leyra, un nobile palermitano squattrinato che dissiperà le sue sostanze. Consumato dalle delusioni e da un cancro, dopo tante lotte e fatiche Mastro-don Gesualdo muore solo, tra la fredda indifferenza dei servitori, in una stanza appartata del palazzo dei Leyra, nella grande città, lontano dalla sua casa e dalla sua terra.

Personaggi e loro tipologia:

PERSONAGGI PRINCIPALI:

 

Mastro-don Gesualdo Motta: è il protagonista del romanzo, è presentato dal narratore, di lui si ha una scarsa caratterizzazione fisica, più ampia è quella psicologica, sociale e culturale; Gesualdo è un ex muratore arricchito, ha le spalle grosse e le mani ruvide tipiche di un manovale, mangia poco, è poco istruito, bada al sodo, è astuto, abile negli affari, generoso d’animo, rozzo, gioviale. Grazie al suo senso per gli affari riesce ad accumulare grandi ricchezze, ma per avere l’appoggio dei nobili che lo disprezzano, decide di sposare Bianca Trao, una aristocratica decaduta. Il matrimonio non si rivela però un affare azzeccato perché Bianca dopo aver dato alla luce Isabella, che non è lia di Gesualdo, si ammala gravemente e non potrà più dare un erede al marito. Gesualdo trascura gli affari e i moti rivoluzionari per curare la moglie, ma alla sua morte si ammala anche lui di cancro. Si trasferisce a Palermo dal genero, che intanto dilapida tutte le sue ricchezze, per farsi curare; muore nell’indifferenza dei servitori in una stanza del palazzo del duca.

Bianca Trao: è un falso aiutante del protagonista, è presentata dal fratello Diego, di lei si ha una ricca caratterizzazione; è magra, pallida e scarna, ha il mento sporgente, è timida, pudica, remissiva, non ama Gesualdo e non si intromette nei suoi affari, ma lo apprezza per la sua generosità nel momento del bisogno, è la sorella minore di Ferdinando e Diego Trao, nobili andati in rovina; acconsente di sposare Gesualdo su consiglio dei parenti perché, essendo senza dote, nessuno l’avrebbe voluta e inoltre poiché  ha avuto una relazione col barone Ninì, da cui è nata la lia Isabella, che lei ama moltissimo ma vedrà molto raramente. Dopo il parto ha sempre avuto precarie condizioni di salute, tipiche nella sua famiglia, morirà presto nonostante i soldi spesi da Gesualdo per una cura.

Isabella: è un’antagonista del protagonista, è presentata dal narratore, di lei si ha una ricca caratterizzazione; è molto simile alla madre, magra, gracile, con il tipico mento sporgente dei Trao, con una particolare fossetta in mezzo agli occhi, si vergogna di suo padre e delle sue origini, fa credere a tutti che il suo cognome sia Trao, è ribelle, testarda e cocciuta; lia di Bianca e del barone Ninì Rubiera, viene presto mandata contro la volontà della madre in una delle migliori scuole per avere un’educazione adatta al suo rango, viene viziata dal padre che non le fa mancare nulla, e questo scatena le invidie dei comni che la deridono per le origini di Gesualdo. Per un’epidemia di colere va a vivere con la sua famiglia in camna, si innamora di un giovane nobile e scappa con lui. Gesualdo la ritrova e la fa sposare contro la sua volontà con il duca di Leyra, fornendo una ricca dote. Non vedrà più la madre e cercherà di rappacificarsi con il padre quando ormai è troppo tardi.

PERSONAGGI SECONDARI:

 

Barone Zacco:  è, a seconda dei suoi interessi, oppositore e aiutante di Gesualdo, è presentato dal narratore, di lui si ha una caratterizzazione psicologica e sociale desumibile dal testo; è una banderuola e bada ai suoi fini, è un nobile parente di Bianca e quindi di Gesualdo; è un oppositore di Gesualdo nell’asta per le terre comunali, diventano soci dopo l’episodio della carboneria, cambia poi partner d’affari, ma unico tra tutti, resta vicino a don Gesualdo durante la sua malattia perché intende farlo sposare con la lia Lavinia, ma al rifiuto di questi lo abbandona alla sua sorte. 

Diodata: è un’aiutante del protagonista, è presentata dal narratore, di lei si ha una caratterizzazione psicologica e sociale desumibile dal testo; ama sommessamente Gesualdo, è l’unica che lo aiuti, anche lei è di umili origini; lavora per conto di Gesualdo in una delle sue proprietà, Gesualdo la fa sposare con Nanni l’orbo, ma avrà due li, Nunzio e Gesualdo, proprio da Gesualdo.

Il Duca di Leyra: è un falso aiutante del protagonista, è presentato dal notaro Neri, di lui si ha una scarsa caratterizzazione psicologica e sociale; ha le mani bucate, non si cura degli affari, sposa Isabella pretendendo una ricca dote, vive a Palermo in una ricca villa con una numerosa servitù; dopo aver sposato Isabella minaccia il divorzio e cambia idea solo con un'altra donazione di Gesualdo. Non porta mai la moglie a far visita alla madre. Accoglie Gesualdo quando è malato, ma nel frattempo dilapida il suo patrimonio. 

ELENCO DELLE SE:

Assumono un particolare rilievo in certe parti del romanzo anche: 

i fratelli don Diego e Don Ferdinando Trao: fratelli di Bianca, il primo si oppone al suo matrimonio per l’onore del casato ma è costretto a cedere, l’altro è demente e non capisce ciò che gli accade attorno
il canonico Lupi: prima socio e poi avversario in affari di Gesualdo
mastro Nunzio: padre di Gesualdo, rinnega il lio e non lo perdona neanche in punto di morte perché lo ha estromesso dagli affari che non sapeva condurre
Speranza: sorella di Gesualdo, lo sfrutta quando ancora non si è sposato, lo disprezza poi perché si è arricchito, infine gli fa causa alla morte del padre per l’eredità, lo accudisce poi quando è gravemente malato
Il barone Ninì Rubiera: ha una relazione con Bianca da cui nasce Isabella, è promesso a donna Fifì Margarone ma si invaghisce della prima donna Aglae, per conquistarla le fa un sacco di regali che non può are e si fa fare un prestito da Mastro don Gesualdo, la relazione finisce male e lui, pieno di debiti è costretto a sposare donna Giuseppina Alosi, da cui avrà molti li.

ALTRE SE:
                         
            Vito Orlando, Nanni l’orbo, Cosimo, Don Luca, Pelagatti, Giacalone, Santo Motta, massaro Fortunato Burgio, Don Liccio Papa, il Capitano, l’Avvocato fiscale, dott. Tavuso, donna Fifì, donna Giovannina, donna Mita, la mamma Margarone, donna Bellonia, Nicolino Margarone, don Filippo, donna Chiara Macrì, Bomma, barone Mendola, donna Sarina Cirmena, signora Sganci, don Roberto Ciolla, Rosaria Rubiera, mastro Lio Pirtuso, don Alessandro Spina, marchese don Alfonso Limoli, Adelaide, Alessi, don Giuseppe Barabba, arciprete Calogero Bugno, donna Giuseppina Alosi, donna Agrippina, il notaro Neri, cavaliere Peperito, Giacinto, mastro Titta, Agostino, Neli, mastro Colaventura, Mariano, massaro Carmine, Brasi Camauro, Mascalise, donna Filomena, padre Angelino, Carnine, Canali, fra Girolamo dei Mercenari, prima donna Aglae, Corrado La Gurna, Sarino, Nanni Ninnarò, don Bastiano Strangafame, sig. Pallante, comare Lia, i fratelli Nunzio e Gesualdo, il balì di Leyra, Saleni, donna Lavinia Zacco, donna Marietta Zacco, Gerbido, don Camillo, Emanuele Florio, Zanni, don Margheritino, don Vincenzo Capra, dott. Muscio, mastro Nardo, don Leopoldo, lo stalliere, donna Carmelina. 



Il narratore / Focalizzazione: il narratore è eterodiegetico, cioè estraneo alla narrazione; spesso il narratore usa una focalizzazione esterna e oggettiva, talvolta però assume il punto di vista del protagonista Gesualdo..

Spazio e tempo del racconto: lo Spazio della narrazione, ovvero i luoghi in cui si svolge la vicenda, è reale. Il racconto si svolge in Sicilia, nella prima metà dell’ottocento. La vicenda si sviluppa principalmente: nel paese di Vizzini, un piccolo borgo nella camna in provincia di Catania; nella villa di mastro-don Gesualdo a Mangalavite, in camna e nel palazzo del duca di Leyra a Palermo. I luoghi e gli ambienti hanno la sola funzione di fare da contorno alle vicende dei personaggi.  

Il Tempo della storia, cioè l’epoca storica in cui gli avvenimenti sono collocati, è la prima metà dell’ottocento, all’incirca dal 1815 al 1850, epoca della Sicilia borbonica e feudale, in cui si assiste ai moti carbonari del ’21, all’epidemia di colera del ’37 e ai moti rivoluzionari del’48.

L’ordine degli avvenimenti è lineare: trattandosi di un romanzo verista il narratore si limita a registrare i fatti che accadono, mancano quindi analessi, flash-back e prolessi.

La distanza tra il momento della narrazione e il momento in cui i fatti narrati sono accaduti è segnalata dall’uso di marche temporali.

All’interno del racconto sono frequenti le scene dialogate, in cui c’è uguaglianza tra il tempo reale e il tempo della narrazione; più volte l’autore fa uso delle ellissi e dei sommari per sveltire il ritmo del racconto; raro è l’uso delle analisi, usate per descrivere meglio la situazione emotiva dei personaggi; mancano completamente le digressioni.

Il romanzo risulta diviso in grandi macro-sequenze e in ognuna è descritto un particolare episodio: quindi tra una sequenza e l’altra ci sono dei salti temporali che accelerano bruscamente il ritmo del racconto, all’interno di queste invece prevalgono le scene dialogate sulle altre e il ritmo è piuttosto veloce.

Biografia dell’autore: Giovanni Verga (Catania 1840-l922), nato da famiglia di origini nobiliari ed economicamente agiata, seguì studi regolari a Catania: compose il suo primo romanzo Amore e patria nel 1857. Nel 1858 si iscrisse alla facoltà di legge dell’università di Catania, ma abbandonò gli studi nel ’61 e si arruolò per quattro anni nella guardia nazionale catanese. Dal 1865 si stabilì a Firenze, dove compose i primi romanzi (Una peccatrice, 1866; Storia di una carpinera, 1871); si trasferì poi a Milano dove, influenzato dalla scapigliatura, rappresentò in modo fortemente critico il mondo aristocratico-borghese dominato dal feticcio denaro (Eva, 1873; Tigre reale ed Eros, 1875; Il marito di Elena, 1882). Una decisa svolta verso il verismo è segnata dai racconti e romanzi di ambiente siciliano (Nedda, 1874; Vita dei campi, 1880; I Malavoglia, 1881; romanzo che inaugura l’incompiuto “ciclo dei vinti”; Novelle rusticane, 1883; Mastro-don Gesualdo, 1889).



Significato dell’opera: tematiche e messaggi: Il romanzo descrive il conflitto tra due mondi, l’uno retto dall’etica feudale della raffinatezza e del lusso, ormai in declino, l’altro governato dall’etica utilitaristica e borghese del lavoro, in piena ascesa. Solo di fronte alla morte Gesualdo intende il senso della propria vita, prende coscienza della solitudine e dell’estraneità dei meccanismi dell’alienazione provocata dalla spietata logica economica. La sua affermazione sociale ha come prezzo il fallimento nella sfera degli affetti privati.

Il pessimismo e il fatalismo di Verga è quindi disperato e totale. Non è possibile trovare salvezza per chi, come Gesualdo, accetta le regole economiche.

Il ciclo de “I vinti” nasce, sul piano ideologico, poiché la visione pessimistica di Verga riguardo i rapporti sociali (la “lotta per la vita” è un dato ineliminabile dell’esistenza; il conflitto si riproduce in ogni classe sociale), lo ha portato a voler rappresentare, senza l’ambizione di risolverle, le disgrazie dei “vinti”.

Verga, parallelamente al dramma di don Gesualdo, emarginato e sfruttato, descrive anche la solitudine a cui sono condannati anche gli stessi nobili che lo emarginano e lo sfruttano, nei quali ogni affetto è spento dall’avidità di denaro e dall’orgoglio di casta. In questo arido deserto dei sentimenti, accentuato dalla impersonalità dello stile verghiano, emergono, per contrasto, le ure di don Gesualdo e di Isabella, protagonista dell’unica genuina storia d’amore del romanzo, e che è diventata anch’essa arida ed egoista dopo che ha dovuto sacrificare i suoi sentimenti alle convenzioni sociali.

Osservazioni sullo stile: il linguaggio dell’autore è povero e quindi efficace nel descrivere i luoghi in cui si muovono i personaggi, il livello è medio-basso. Il lessico non è molto ricercato, vi sono alcuni termini propri del dialetto siciliano che conferiscono una maggiore realtà al racconto. Nelle descrizioni l’autore si limita a rappresentare con i termini più appropriati il mondo reale senza creare enfasi per far risaltare certi particolari, ma limitandosi ad una piatta descrizione oggettiva. Mancano ure retoriche di qualunque genere perché il livello deve rimanere basso. Mancano completamente le digressioni, perché l’autore non si sofferma, come ad esempio Manzoni, ad analizzare la situazione psicologica dei personaggi o a spiegare certe caratteristiche sociali della cultura siciliana dell’epoca. L’intreccio della storia si sviluppa secondo i canoni dei tipici “romanzi borghesi” in uso nella fine dell’Ottocento in cui nei sentimenti e negli ambienti si riflettono complesse contraddizioni psicologiche e sociali; per questo la vicenda è costruita secondo due movimenti, l’ascesa e la decadenza del protagonista.

 

Considerazioni personali: questo libro non mi è piaciuto affatto: l’ho trovato noioso e perfino irritante.

Anzitutto ho fatto molta fatica e con scarsi risultati a ricordare i molti personaggi che sin dalle prime ine affollavano il racconto: spesso mi sono perso sui complessi rapporti di parentela e non riuscivo a rammentare le occasioni in cui un personaggio era già intervenuto e ciò che aveva detto, sono riuscito quindi a malapena a seguire il filo della narrazione. Le parti che più mi hanno messo in crisi sono sicuramente state le sequenze dialogate con più personaggi coinvolti, che avrebbero dovuto velocizzare il ritmo, in cui puntualmente mi sono perso perché spesso l’autore nei discorsi diretti e indiretti usa espressioni del tipo “il barone disse…”, ma di baroni ce n’era più d’uno: per questo spesso non capivo chi dicesse cosa e perdevo il significato di certe frasi. È chiaro poi che il romanzo abbia perso in fascino.

Talvolta ho trovato le macro-sequenze troppo separate tra loro, come quando Gesualdo è costretto a scappare perché ha la polizia in casa, e nella sequenza successiva non si fra più riferimento all’episodio precedente e non ho quindi capito il perché di questo e come tutto si sia risolto.

Ciò che invece mi ha irritato è la borghesia descritta dal Verga, gente avida, falsa, delle banderuole, tutta apparenza e niente sostanza: su tutti è Speranza, la sorella di Gesualdo che più mi ha fatto arrabbiare, per la sua arroganza e la sua ingratitudine, e poco conta che si sia presa cura del fratello durante la sua malattia. 

 

 

 

 

 

 

 





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