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Shakespeare e la novellistica italiana

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Shakespeare e la novellistica italiana

¥ Rapporti tra Shakespeare e la cultura italiana

William Shakespeare è generalmente riconosciuto come il migliore autore d’opere teatrali. La New Encyclopedia Britannica sostiene che è 'considerato da molti il massimo drammaturgo di tutti i tempi. Oggi i suoi drammi [] sono quelli rappresentati più spesso e in più paesi'. Sono stati tradotti in 70 lingue.  A proposito della paternità della gran quantità d’opere che gli sono attribuite, la World Book Enciclopedia dice: 'Nessun importante studioso di Shakespeare dubita che sia lui l'autore dei drammi e delle poesie'. Altri pero, sono di parere contrario. Come mai questa divergenza d’opinioni?



Nato a Stratford-upon-Avon nel 1564, Shakespeare vi morì nel 1616, a 52 anni. Su di lui sono stati scritti un infinità di libri, molti dopo anni di pazienti ricerche nel tentativo di risolvere un unico fondamentale, imbarazzante quesito: William Shakespeare scrisse le opere che portano il suo nome?

I drammi di Shakespeare rivelano una straordinaria esperienza secolare. Aveva ad esempio una buona conoscenza della legge, e fece largo uso di termini e precedenti legali. Nel 1860 John Bucknill scriveva di lui affermando che conosceva a fondo la medicina. Lo stesso può esser detto delle sue nozioni di caccia, falconeria e altri sport, come pure dell'etichetta di corte. Lo storico John Michell ricorda che era 'lo scrittore che sapeva tutto'.

Nei drammi di Shakespeare si parla in cinque occasioni di naufragi, e l'uso di termini nautici fa pensare che lo scrittore fosse un esperto marinaio. Ma Shakespeare aveva viaggiato all'estero od aveva servito la marina? Una qualsiasi di queste cose avvalorerebbe la paternità di Shakespeare, ma non esistono prove al riguardo. La situazione è simile giacché alla padronanza di questioni militari e del linguaggio dei soldati di fanteria.

Le citazioni bibliche hanno una parte importante nelle sue opere. Potrebbe averle imparate dalla madre, ma non ci sono prove che lei sapessi leggere. La conoscenza della bibbia introduce il problema dell'istruzione di Shakespeare.

Il padre di William, John, era un guantaio, commerciava in lana e forse faceva il macellaio. Era un cittadino rispettato, anche se illetterato. Non esistono registri degli alunni della scuola secondaria di Stratford, ma oggi quasi tutte le fonti autorevoli ritengono che il giovane William l'abbia frequentata. Il drammaturgo Ben Jonson, amico di William, gli attribuiva 'poca conoscenza del latino e meno del greco', forse ad indicare che la sua istruzione era rudimentale. Eppure lo scrittore dei drammi aveva un ottima conoscenza dei classici greci e latini, oltre alla letteratura e, forse, della lingua francese, italiana e snola. Aveva inoltre un vocabolario ricchissimo. Oggi un cittadino istruito raramente utilizza nella conversazione più di 4.000 vocaboli. John Milton, poeta inglese del XVII secolo, ne usò circa 8.000 nelle sue opere, ma una fonte autorevole ne attribuisce a Shakespeare ben 21.000.

Ora ci si chiede, com’è possibile che questo Shakespeare sia venuto in contato con la letteratura italiana? Certamente note erano per lui le opere maggiori dei grandi letterati italiani come Dante, Petrarca del Boccaccio e di altri, autorevolmente tradotti e commentati dagli intellettuali inglesi dell’epoca. Per la letteratura minore, molto probabilmente, Shakespeare è dovuto ricorrere a traduzioni minori in lingua inglese e francese. Molte altre novelle e opere d’origine italiana gli erano sicuramente giunte in via orale grazie alla mobilità sociale prodotta dal commercio: con le merci si muovevano uomini, storie, tradizioni e la letteratura stessa.

Shakespeare stesso, dunque, non ha quasi mai prodotto nulla “ex novo”: le trame delle sue opere maggiori risalgono a novelle od opere già scritte e poco conosciute. E’ il caso di:

¥ Romeo e Giulietta

Mentre Verona è insanguinata dalle lotte fra la famiglia dei Montecchi e quella dei Capuleti, Romeo Montecchi, recatosi mascherato ad un ballo in casa Capuleti, s’innamora appassionatamente, ricambiato, di Giulietta Capuleti. I due giovani sono sposati in segreto in giorno seguente da Frate Lorenzo. Tebaldo, cugino di Giulietta, ha una violenta disputa con Romeo e l’amico di questo, Mercuzio, per difenderlo, è ucciso: Romeo allora, per vendicare Mercuzio, uccide, a sua volta, Tebaldo. Dopo aver passato la notte con Giulietta, Romeo, messo al bando, fugge a Mantova, mentre Giulietta, per evitare di sposare il conte Paride, come il padre vorrebbe, beve un filtro datole da Frate Lorenzo che le procura una morte apparente, ed è deposta nel sepolcro di famiglia. Romeo, opportunamente avvisato, dovrebbe raggiungerla al suo risveglio, ma per un disguido, a Romeo giunge notizia della morte di Giulietta; corre da lei, uccide il conte Paride che la stava vegliando e, disperato, si avvelena sulla sua tomba. Giulietta si risveglia e, vedendolo morto, si trage con un pugnale, cadendo sul suo corpo. Davanti ai cadaveri dei li, le due famiglie dei Capuleti e dei Montecchi si riconciliano.

Shakespeare certamente non conobbe le redazioni italiane della vicenda di Giulietta e Romeo e cioè la storia di Ganozza e Mariotto da Siena nel Novellino di Masuccio Salernitano. Molto probabilmente fu una leggenda senese del basso medioevo la fonte più lontana da cui trasse origine la tradizione letteraria che Shakespeare, con la tragedia sui due infelici amanti veronesi, ha portato allo splendore e all'immortalità. Se era appropriato Masuccio Salernitano, uno dei maggiori narratori del Quattrocento italiano, che la riscrisse nel suo Novellino con il titolo “I due amanti senesi” (novella 33): Mariotto e Ganozza, finiti tragicamente dopo un amore contrastato. Umanità e originalità nelle situazioni e capacità narrativa caratterizzano l'opera dell'autore Salernitano.

Shakespeare non poteva conoscere neanche la “Istoria novellamente ritrovata di due Nobili Amanti” di Luigi da Porto (circa 1530), e la novella IX della seconda parte delle Novelle di Bandello: “La sfortunata morte di due infelicissimi amanti che l’uno di veleno e l’altro di dolore morirono, con vari accidenti” (1554). Da Porto, si ispirò molto probabilmente alla novella di Salernitano: mutati i nomi popolareschi del racconto di Masuccio in quelli di Romeo e Giulietta, e così saranno tramandati in tutte le letterature, il Da Porto immagina lo svolgimento della novella in Verona al tempo della signoria di Bartolomeo della Scala (1301-l304). Fondandosi su un'errata interpretazione del celebre verso dantesco ('Vieni a veder Montecchi e Cappelletti' 'color già tristi ', Purgatorio VI, v. 106 e v. 108), attribuisce una violenta rivalità tra le due nobili famiglie del ceto urbano veronese con l'amara conseguenza d'impedire il sorgere dell'amore tra i due giovani. ½ entrano pure la rissa, la morte d'un cugino dell'amata perpetrata da Romeo, l'ostracismo dalla città di quest'ultimo e la tragica fine di entrambi. La grazia, la poesia del da Porto (qui a fianco il fronte della sua opera-ispiratrice di Shakespeare), la calda serena partecipazione concedono un tocco di grandezza alla novella che risente, tuttavia, della gracilità dell'ordito.

Nonostante, però, i notevolissimi meriti letterari e implicitamente drammatici della novella del Bandello, quando il Boaistuau la tradusse in francese, includendola fra le Histoires Tragiques extraixtes des oeuvres italiens de Bandel (1559), la riscrisse da capo a fondo, modificando molti episodi (in Bandello, per esempio Romeo è ancora vivo quando Giulietta si sveglia nella tomba, e quest'ultima muore non suicidandosi con il pugnale di Romeo, ma per forza di volontà, trattenendo il respiro, ma Boaistuau presenta già la versione di questi eventi che sarà adottata da Shakespeare).

È appunto questa Histoire tragique la fonte indiretta della tragedia shakespeariana; indiretta poiché del testo francese erano se due traduzioni inglesi: innanzitutto quella in versi d’Arthur Brooke, The Tragicall Historye of Romeus and ]uliet (1562), e quella che si può considerare la versione ufficiale in prosa, nella popolarissima raccolta di William Painter, The Palace of Pleasure (1567), che divenne il maggior repertorio di “soggetti” per i drammaturghi inglesi. Shakespeare non conosceva direttamente la versione francese, ma era certamente familiare con l'opera del Painter, tuttavia taluni echi verbali e il trattamento di certi episodi rendono indubbio che egli seguì soprattutto e quasi esclusivamente il testo del Brooke. È questo un prolisso poemetto in sgraziati distici   in rima alessandrini, di ben 3020 versi, ossia più di quanti conti la tragedia shakespeariana, e gravato da un tono pesantemente moralistico. È nella versione del Brooke che i personaggi assumono i nomi nella forma che avranno in Shakespeare: le famiglie dei Montague e dei Capilet (o Capels), Tybalt, County Paris, Friar Laurence e Friar John, Mercutio (che però vi ura solo come ospite al ballo dei Capuleti, caratterizzato, come il Marcuccio Guercio del da Porto e del Bandello, dall'avere le mani gelate), Peter, che però è al servizio di Romeo anziché della Nutrice (ed è significativa la confusione in talune edizioni originali di Shakespeare, nelle quali Peter è il nome non solo del servo della Nutrice ma anche di quello di Romeo nelle ultime scene del dramma, al posto di Balthasar); persino lo speziale di Mantova è caratterizzato con una certa cura, e si aggiunge che il Duca Escalus lo condannò poi a morte per aver fornito il veleno a Romeo. Sostanzialmente dunque Shakespeare scorse nel poema tragico di Brooke la materia per farne un'autentica tragedia poetica (in Italia Luigi Groto aveva tratto dalla vicenda la sua tragedia, Hadriana, 1578, certamente rimasta ignota al drammaturgo inglese). A tal fine, innanzitutto, ridusse e concentrò i tempi d'azione, secondo una pratica che del resto aveva già ampiamente sperimentato nelle prime “storie inglesi”; anticipò l'apparizione nella vicenda di Tybalt (che nel Brooke ura solo nello scontro con gli uomini dei Montecchi) e quella del Conte Paris, che nelle altre versioni è proposto come sposo di Juliet solo dopo la morte di Tybalt, e non si reca alla tomba di Juliet ne è ucciso da Romeo; quest'ultima aggiunta shakespeariana, come pure l'annuncio nell'ultima scena della morte di Lady Montague e, incredibilmente (solo secondo la testimonianza dell'edizione spuria del 1597), di quella di Benvolio, rispondono alle esigenze delle convenzioni drammatiche elisabettiane, che riconoscevano come catastrofe tragica non la morte dei soli protagonisti, ma piuttosto una vera e propria 'strage' finale. Infine Shakespeare ha attribuito un nome, Benvolio, all'amico e consigliere di Romeo, ha dato corpo e sostanza alla ura puramente accessoria della Nutrice (che nel poemetto del Brooke è infine condannata all'esilio per aver tenute segrete le nozze di Romeo e Juliet), e, prendendone dal Brooke soltanto il nome, ha creato ex novo il personaggio di Mercutio.

 



Biografie essenziali dei novellatori trattati

 

Masuccio Salernitano

Pseudonimo di Tommaso Guardati, nacque forse a Salerno fra il 1410-l415 e morì nel 1475 a Salerno. Famoso narratore italiano, di nobile famiglia, partecipò alla vita della corte aragonese e, dopo il 1450, fu fedele segretario del principe di Salerno Roberto di Sanseverino. Di lui ci rimane il “Novellino”, una raccolta di 50 novelle divise in cinque parti e pubblicata nel 1476; ma è sicuro che Masuccio avesse scritto e divulgato già tra il 1450 e il 1457 gran parte di esse. Il che attesta un’autonomia dei singoli componimenti; fatto piuttosto nuovo rispetto alle regole del genere novellistico fondate sull’autorità boccaccesca. Anche la lingua di Masuccio si distacca dalla tradizionale prosa toscana, che pur vorrebbe imitare, perché costellata di crude voci dialettali e di latinismi, con effetti chiaroscurali perfettamente intonati ai temi drammatici e cupi di molte novelle, fustigatrici dei corrotti costumi degli ecclesiastici e delle donne. L’insistenza dei motivi macabri, violenti, sugli inganni amorosi, fanno del “Novellino”, di là dagli intenti di Masuccio di apparire narratore obiettivo, un’opera di grande impegno morale e di una variata tensione che trapassa dal piacevole al tragico.

Luigi da Porto

Nacque a Vicenza nel 1485 e morì nel 1529. Letterato italiano, scrisse, oltre alle “Rime” (postume 1539) e alle “Lettere Storiche” (pubblicate nel 1857) sugli avvenimenti politici e bellici seguiti alla lega di Cambrai, la famosa storia di “Giulietta e Romeo” (“Istoria novellamente ritrovata di due Nobili Amanti”, postuma 1530). Ripresa da Bandello, giunse a Shakespeare e alla sua immortale tragedia tramite la mediazione di un poema d’Arthur Brooke. 

 

Matteo Bandello

Nacque a Castelnuovo Scrivia nel 1485, novelliere italiano. Studiò a Pavia e a vent’anni entrò nell’ordine Domenicano; ma poi, attratto dalla vita mondana, divenne uomo di corte alla dipendenza di grandi casati. Nel 1526 lasciò l’ordine; nel 1529 si pose al servizio di Cesare Fregoso, luogotenente di Francesco I di Francia. Quando il Fregoso fu assassinato (1541), Bandello ne seguì la vedova in Francia, dove, con il favore del re, fu nominato vescovo d’Agen. Lasciò “Canti XI delle lodi della signora Lucrezia Gonzaga” (composti fra il 1536 e il 1538 e pubblicati nel 1545, insieme con i moduli in terza rima “Le tre parche”) e “Rime” alla maniera dei petrarchisti (più di duecento, pubblicate nel 1816). Da Europide volgarizzo “l’Ecuba” (1539), tradusse in latino la novella di Boccaccia su “Tito e Gisippo” (1509) e compose una “Religiosissimi Iohannis Baptistae Cattanei Genuensis vita” (pubblicata nel 1952). La sua fama, tuttavia, è affidata ai “Quattro libri delle novelle” (primi tre si a Lucca nel 1954, il quarto a Lione nel 1577): 214 novelle non legate da una cornice o da un motivo conduttore, ma precedute, ciascuna, da una dedicatoria indirizzata a principi, signori, personaggi illustri. Il Corpus è quanto mai complesso sia per la varietà delle fonti (storia antica, medievale, cronache cittadine, episodi e aneddoti di vita quotidiana, racconti d’altri scrittori precedenti) sia per il carattere delle singole narrazioni: comico, tragico, osceno, passionale, fiabesco, avventuroso, d’intrigo, d’incanti, di beffa o di raggiro. Il pregio fondamentale consiste nell’indagine psicologica e nell’immediatezza del narrare che si adegua prontamente (a costo di prolissità e trasandatezza) all’interesse del lettore o almeno alla sua curiosità. Al suo pubblico Bandello fu del resto attentissimo, come dimostrano le dedicatorie, che non rappresentano tanto le reali situazioni storiche che Bandello dichiarò di riprodurvi, quanto altrettanti momenti del colloqui che egli, di volta in volta, instaurò con gli ascoltatori. Questa disposizione portò Bandello (riproduzione qui a lato) ad introdurre nella novellistica tematiche nuova e un linguaggio più dimesso e facilmente realistico, lontano dalla dignità poetica della narrativa boccaccesca. Grande ed immediata fu la fortuna europea di Bandello. Dalle sue “Novelle” Shakespeare ricavò l’argomento per la tragedia “Giulietta e Romeo” e per le commedie “Molto rumore per nulla” e “La dodicesima notte” mentre più di uno spunto ne trassero Stendhal, Bayron e De Musset.  

¥ Otello

Desdemona, lia del senatore veneziano Brabanzio, fugge di casa per sposare segretamente Otello, valoroso generale moro. Jago, alfiere d’Otello è segretamente innamorato di Desdemona e, maleficamente, comunica la notizia del matrimonio a Brabanzio, che a sua volta denuncia il Moro al Consiglio della Repubblica. Tuttavia la parole dei due amanti riescono a persuadere i governanti ad autorizzare l'unione. Inoltre Otello è nominato comandante delle forze veneziane in Cipro, nonché governatore dell'isola stessa, assediata dai turchi. Otello giunto a destinazione, promuove Cassio suo luogotenente, ma Jago è invidioso e concepisce un piano diabolico: dapprima mette Cassio in cattiva luce, facendolo trovare ubriaco in mezzo ad una festa, poi fa balenare nel Moro il dubbio di una relazione tra Cassio e la sua stessa moglie Desdemona. Insieme ad altre prove architettate con cura, Jago dimostra il falso tradimento di Desdemona grazie al ritrovamento del fazzoletto, che Otello aveva regalato alla sua cara mogli in occasione delle nozze, in possesso di Cassio; Otello, così impazzito, con l’appoggio di Jago stesso, strangola la moglie. La morte, però, giunge anche per Cassio e Roderigo, sempre a causa di Jago. Emilia, la moglie di quest'ultimo, intuite le colpe del suo sposo, le rivela al Moro e anch'essa è assassinata. A questo punto Otello, davanti al rimorso, si toglie la vita sul corpo di Desdemona, mentre Jago resterà l'unico vivo a are per i delitti da lui causati.                                                              

Singolare, per questa famosissima tragedia è il problema delle fonti, non perché presenti alcuna difficoltà d’individuazione, ma perché potrebbe trattarsi di una fonte che Shakespeare non lesse direttamente. La fonte italiana in questione è rappresentata, infatti, dalla settima novella della terza deca degli Hecatommithi di Gianbattista Giraldi Cinthio (1565), novella non tradotta in inglese ma soltanto in francese da Gabriel Chappuys ne1 1584. Poiché non vi sono prove che Shakespeare leggesse correntemente l'italiano o il francese, è possibile che sia venuto a conoscenza della novella indirettamente, grazie ad una narrazione, e si potrebbe dunque ipotizzare che le differenze tra la novella e il dramma shakespeariano (e perfino alcune incongruenze) siano dovute alla difficoltà di documentarsi direttamente sulla fonte. Alcuni particolari derivano probabilmente da altre fonti: da una novella del Bandello che, tramite la seconda parte delle Histoires tragiquescurata dal Belleforest, era entrata far parte della popolare raccolta di Certaine Tragicall Discourses di Geoffrey Fenton (1567) - è la storia di un capitano albanese che in punto di morte uccide sua moglie affinché non sia da altri goduta -; dalla History of Turk si Sir Richard Knolles (1603), che sembra aver fornito alcune allusioni alle guerre turco-venete; e perfino dall'Orlando Furioso (tradotto in inglese da ]ohn Harington, 1591): le proprietà magiche del ricamo del fazzoletto di Desdemona potrebbero essere state suggerite dalla descrizione ariostesca (canto XLVI, st. 80) del padiglione d’Ettore trapunto con “furore poetico” da Cassandra.

In Cinthio, principale fonte, non vi sono nomi propri, se non quello di Desdemona (Disdemona); Otello (impersonato qui a fianco da Orson Wells, in un celebre film), è chiamato soltanto il Moro, Jago l’Alfiero e Cassio il Capo di squadra. Non vi è alcuno sfondo guerresco: il Moro è trasferito a Cipro per un normale avvicendamento degli incarichi. La vicenda si distende nell'arco di circa due anni, e l’Alfiero, d’animo «scellerato» ma di bellissima presenza (significativamente Shakespeare ignora la troppo facile contrapposizione e trasferisce la bellissima presenza a Cassio), innamorato respinto di Disdemona, agisce perché, geloso di lei e convinto che la donna lo abbia respinto perché già amante del Capo di squadra, risolve di farla morire: se non può averla lui, non deve averla nessuno. Suscita, in seguito, nel Moro la gelosia per il Capo di squadra (nei cui confronti non ha alcuna rivalità di natura professionale) e uccide Disdemona con la collaborazione del Moro simulando un incidente; quando il Moro, ancora innamorato della moglie e disperato per averla uccisa, lo priva di tutti i suoi incarichi, l’Alfiero lo denuncia per l'uxoricidio. Arrestato e messo alla tortura, il Moro non confessa ed è liberato: sarà ucciso poi dai parenti della moglie, così come l’Alfiero morirà in conseguenza di un'altra sua perfidia. Il fazzoletto presente in Cinthio (senza le connotazioni magiche che gli attribuisce Otello) è sottratto dall’Alfiero a Disdemona mentre questa vezzeggia la bambina di questi e di sua moglie (il personaggio corrispondente ad Emilia). Come si vede, i mutamenti operati da Shakespeare sono numerosi ed estremamente significativi, ma almeno in un caso, quello del fazzoletto, la soluzione adottata da Cinthio è molto più plausibile: a Shakespeare era necessario che il fazzoletto fosse sottratto dalla inconsapevole Emilia, poiché doveva servire da elemento che precipitava e risolveva la tragedia, il cui finale è completamente diverso dal finale di Cinthio; ma non si può negare che l'insistenza di Jago, e il furto da parte d’Emilia, che non lo rivela a Desdemona neppure quando ne è esplicitamente richiesta e pur sapendo che per la sua perdita Desdemona sarà disperata, siano due punti deboli nella struttura della tragedia che non si avvertono alla rappresentazione soltanto per la mirabile drammaticità e compattezza, per il tumultuoso incalzare del ritmo drammatico. Contrariamente a quanto accade nella maggior parte delle sue altre opere, nell’Othello Shakespeare ha preso dalla sua fonte poco più che lo spunto per alcune situazioni. In primo luogo, ha dovuto inventare i nomi di quasi tutti i personaggi, ha concentrato l'azione (e questo però era pratica comune) in un tempo estremamente ridotto, ed ha in gran parte alterato le motivazioni dei personaggi. L'Alfiere del Cinthio è assai meno machiavellico di quello di Shakespeare, non fa ubriacare Cassio, non rende sua moglie complice inconsapevole delle sue trame, né la uccide quando ella le scopre. D'altra parte in Shakespeare non esiste complicità fra Otello e Jago nell'uccisione di Desdemona, né tanto meno Otello cerca di sottrarsi alla punizione per il suo delitto anzi, se la infligge da se. Rimane da domandarsi perché Shakespeare abbia così modificato la sua fonte: sicuramente la prima cosa che avrebbe colpito un inglese elisabettiano nell'udire di un Moro sciocco e brutale quanto si vuole, ma valoroso e virtuoso, raggirato da un perfido cristiano (sia pure italiano e perciò, per definizione, machiavellico), sarebbe stata l'eccezionalità della situazione, il suo carattere paradossale. Il termine stesso Moor, fino ad allora, aveva accezione totalmente spregiativa, ed in tale accezione era stato sempre usato da Shakespeare stesso.




Per non parlare della contrapposizione (totalmente assente nel Cinthio) tra bianco e nero che talvolta si compenetrano fino a confondersi: Otello-nero e Jago-bianco fino allo stravolgimento finale: Otello-bianco (colui che a con il suicidio i propri errori, valoroso sino in fondo), Jago-nero (personificazione negativa della massima perfidia). Ma la verità poetica ed umana della tragedia sta proprio nel fatto che essa di tanto supera e complica la ura retorica che ne sta all’origine, estendendola a tutti i livelli: c’è la costante dell’immutabile candore di Desdemona, il bianco assoluto; e c’è il nero della notte che domina la prima e l’ultima sequenza drammatica. La notte di Venezia e la notte di Cipro, emblematica cornice della tragedia di “one that loved not wisly but to well” (l’uomo che amò al di là della ragione).

Biografie essenziali dei novellatori trattati

Giraldi Cinzio Giambattista

Medico e scrittore (Ferrara, 1504 – ivi 1537). Fu anche professore di filosofia e di retorica, ma la sua fama è legata specialmente alle tragedie, che egli compose sul modello di quelle di Seneca che, secondo lui, meglio di ogni altro aveva attuato il principio del terrore e della misericordia. Insegnò, oltre che a Ferrara, anche a Torino e a Pavia, e ritenne di dovere la celebrità, della quale si vantava, a quella che egli chiamava la sua forma del teatro. In realtà ebbe un atroce gusto dell’orrendo, e pensò che la pietà umana potesse nascere solo da fatti mostruosamente mostrati. Si tramandano particolarmente, di lui la tragedia Orbecche (che fu anche la prima tragedia secolare portata sulle scene) e un libro di novelle, gi Ecatommithi.  In queste ritroviamo lo stesso stile macabro, che ama l’orrido e il truculento.

¥ Il mercante di Venezia

Il Mercante di Venezia si apre con Antonio, il mercante cristiano, in uno stato di profonda depressione. I suoi amici tentano di incoraggiarlo a riprendersi ma senza successo; alla fine arriva il suo amico Bassanio, un aristocratico che ha perso tutto il suo denaro, e gli chiede di prestargli dei soldi. Antonio che ha investito tutto il suo denaro in traffici marittimi, non può dare a Bassanio subito del denaro in prestito; gli offre invece il suo buon credito per ottenere il prestito da terzi. Bassanio trova Shylock, un usuraio di origine ebraica, e lo convince a concedere un prestito di 3000 ducati alla firma del contratto con Antonio. Astutamente, Shylock, pretese, in caso di non restituzione del danaro, una libbra del corpo di Antonio. Questi, pensando che sia un contratto da burla, lo firma. Bassanio ottiene il denaro e si prepara a fare visita a Porzia, una donna ereditiera che vive a Belmont; ella non è ancora sposata perché suo padre decise che tutti i suoi corteggiatori avrebbero dovuto tra tre cofanetti, sceglierne uno. I cofanetti fatti il primo d'oro, il secondo d'argento e il terzo di piombo contengono al loro interno differenti messaggi: uno di questi contiene anche un ritratto di Porzia e chi lo trova ha diritto a sposarla. Prima dell'arrivo di Bassanio sia il Principe del Marocco sia quello d'Aragona, entrambi pretendenti di Porzia, aprono rispettivamente il cofanetto d'oro e quello d'argento che contengono un teschio e il ritratto di un idiota fallendo così la prova. A Venezia invece la lia di Shylock, di nome Jessica si è innamorata di Lorenzo con il quale fugge dalla casa del padre. Shylock quando scopre della fuga della lia, con una parte delle sue ricchezze accusa Antonio di favoreggiamento. Nel frattempo a Venezia corrono voci che molte delle navi di Antonio, che quest'ultimo aspetta per are il debito con Shylock sono affondate o disperse in mare. Shylock prova piacere nel sapere che Antonio è rovinato e assapora già la gioia di avere la libbra di carne di quest'ultimo che per molti anni si è preso gioco di lui e lo ha insultato. Bassanio arriva a Belmont e incontra Porzia che lo prega di aspettare un po' prima di scegliere tra i cofanetti: Bassanio rompe ogni indugio e sceglie quello fatto di piombo che contiene il ritratto di Porzia. Quest'ultima da un anello a Bassanio come pegno di fidanzamento e si prepara a sposarlo il giorno seguente. Graziano che ha accomnato Bassanio a Belmont, gli comunica che lui e Nerissa, servad Porzia, desiderano anche loro sposarsi. Tramite un messaggero Bassanio riceve da Antonio una lettera in cui lo informa che ha perso tutto il suo denaro e che deve dare a Shylock una libbra di carne. Bassanio informa Porzia dell'accaduto ed è consigliato da lei di fare ritorno a Venezia con 6000 ducati per are Shylock e cancellare il debito. Appena Bassanio e Graziano hanno lasciato Belmont, Nerissa e Porzia partono anche loro per Venezia travestite da uomini. Nel frattempo Shylock ha fatto arrestare Antonio e lo fa portare di fronte al doge, che presiede una corte di giustizia; il doge dopo aver tentato invano di comporre amichevolmente la vicenda comunica agli astanti e alla corte che sta aspettando l'arrivo di un avvocato. Nerissa arriva e annuncia alla corte che il dottor Bellario ha mandato un giovane dottor Balthasar quale suo sostituto. Arriva Porzia travestita da dottor Balthasar che informa il doge di aver studiato il caso e che è pronta a presiedere la seduta della corte.  Porzia si fa dare da Shylock il contratto e lo esamina. Bassanio offre a Shylock i 6000 ducati come adempimento del contratto ma questi rifiuta preferendo vendicarsi di Antonio. A questo punto Porzia garantisce a Shylock la libbra di carne di Antonio a condizione che questi la prenda senza versare una sola goccia di sangue: Shylock chiaramente in difficoltà chiede la consegna dei 6000 ducati. Porzia rifiuta la sua richiesta e legge il contratto alla lettera, sostenendo che Shylock deve prendere esattamente una libbra di carne, non di più e non di meno, oppure egli violerà il contratto e morirà. Shylock comunica alla corte che egli lascerà ad Antonio i 3000 ducati. Porzia rifiuta nuovamente la sua richiesta e gli comunica che le leggi veneziane quando uno straniero cospira contro la vita di un veneziano consentono a quest'ultimo di appropriarsi di metà delle ricchezze del cospiratore; in aggiunta il doge ha il potere di vita o di morte sul cospiratore. Shylock è perdonato dal doge a condizione che scelga tra la morte e la perdita di ogni ricchezza. Antonio promette di restituire la metà delle ricchezze a Shylock purché questi si converta al Cristianesimo e inoltre promette di mantenere la sua quota in favore di Lorenzo e Jessica. Porzia si dice d'accordo e fa in modo che Shylock prometta di dare tutto il suo denaro a Lorenzo quando morirà. Dopo il dibattimento Bassanio ringrazia Porzia per il suo ottimo lavoro e le offre qualsiasi cosa lei desideri, ella gli chiede l'anello che gli ha dato in segno d'amore: dopo molta esitazione Bassanio glielo da. Tutti si ritrovano a Belmonte in un clima di serenità. Bassanio sbalordito apprende la verità sulla doppia identità di Porzia e Balthasar. Alla fine si hanno tre coppie felici: Lorenzo e Jessica, Nerissa e Graziano e Porzia e Bassanio.

Commedia di non facile definizione, “Il mercante di Venezia”, con estrema unicità di trama e generi teatrali fra loro assai diversi allaccia un’ambientazione duplice: da un lato Venezia, regno diurno, reale, borghese e di passioni moderate e ben riconosciute; dall’altro Belmont, regno immaginario (e immaginato), notturno e di passioni improvvise protratte da identità difficilmente riconoscibili. Duplice risulta anche la personalità di molti personaggi: generosità-ripensamento, amore-presunzione, odio-rassegnazione. In questo contesto così enormemente limitato, agiscono personaggi complessi e completi, indipendenti quanto legati gli uni agli altri. E’ proprio nella bocca di questi che Shakespeare introduce la sua “erudizione”: La Porzia di Bruto, lia di Catone; l’esempio di astuzia di Giacobbe paragonata all’onestà di Labano (la prima vista come positiva, la seconda, al contrario, come negativa), oltre ad asserzioni di tipo storico (l’impresa di Solimano), filosofiche (la visione pitagorica delle anime animali in corpi umani), geografiche, mitiche (numerosi accenni di Giasone alla ricerca del vello d’oro ) e religiose (la non ebrea Ogor serva di Sora ed il mitico Daniele).

Risalendo in particolare alle fonti, la commedia intreccia una varietà di temi, di vicende, di generi, di atmosfere per cui Shakespeare poté trovare gli spunti nelle opere più diverse, o più semplicemente nella tradizione novellistica, e si pensi allo stratagemma dell'uso dei tre scrigni, con lo scrigno meno prezioso, quello di piombo, che garantisce la vittoria: stratagemma antichissimo (risale almeno al IX secolo, nella storia dell'eremita Barlaam scritta da Giovanni Damasceno), ma ripreso in seguito numerose volte, tra l'altro da Boccaccio nel Decamerone (1 novella della X giornata), da John Gower nella Confessio Amantis (1493), nei racconti delle Gesta Romanorum (XIII secolo), tradotti in inglese da Robinson nel 1577, e probabile fonte di Shakespeare, che poté rifarsi a Marlowe per il tema della fuga della lia di un ebreo innamorata di un cristiano, sebbene le due situazioni, quella di Abigail in Marlowe e quella di Jessica in Shakespeare, analoghe, è vero, per il tema della fuga della ragazza dalla casa del padre e del suo amore per un cristiano, siano poi tanto diverse nelle circostanze, nel 'clima', nell'esito finale, che appare lecito chiedersi se davvero Shakespeare si sia ispirato a Marlowe.



La fonte, però, più immediata e completa, nella quale Shakespeare trovò la vicenda del contratto tra un mercante di Venezia e un usuraio ebreo intrecciata a una storia d'amore, con il finale scambio degli anelli, va cercata in una delle fonti predilette da Shakespeare nella prima parte della sua carriera (di cui il Mercante segna in certa misura la fine): la novellistica italiana. Si tratta della I novella della IV giornata del Pecorone, di ser Giovanni Fiorentino, 1558 (ispirata a sua volta a uno dei racconti delle Gesta Romanorum), che Shakespeare deve aver letto in italiano, perché non ne esistevano ai suoi tempi traduzioni inglesi, e in cui trovò ambientazione a Venezia, la località di Belmonte e il tema dell'usuraio ebreo e della libbra di carne, che non avrebbe trovato nell'adattamento inglese del Pecorone che Anthony Munday inserì nel suo romanzo Zelauto del 1580.

Shakespeare ebbe probabilmente presente anche lo Zelauto, ma questo non poté servirgli come fonte unica senza una lettura diretta, sia pure superficiale, del Pecorone, dalla cui vicenda, che integra con la fuga della lia dell'ebreo e con la presenza di Launcelot Job e di suo padre, Shakespeare si scosta in un particolare unico, ma significativo.

La scelta degli scrigni non e nel Pecorone, dove la «bella e vaga» signora di Belmonte non è una fanciulla vincolata dalla volontà del padre, ma una giovane vedova che costringe ogni giovane che capiti a Belmonte a giacere con lei, impegnandosi a sposare quello con cui proverà piacere.

Come si vede, vi è in questo un abisso tra la novella italiana e la commedia di Shakespeare, e non soltanto perché un tema tipico della novellistica italiana e tutt'altro che astratto e fiabesco diviene nel Mercante un momento fiabesco, quasi magico, per la presenza della musica, che in Shakespeare ha sempre un significato arcano; ma soprattutto perché è la volontà del padre morto a vincolare Portia alla scelta attraverso gli scrigni, e la volontà d’un padre morto che condizione l’esistenza del lio avvicina singolarmente la ura di Portia alla ura di Amleto.

Biografie essenziali dei novellatori trattati

 

Matteo Bandello: vedi in biografia trattata per “Romeo e Giulietta” . 4/5

Ser Giovanni Fiorentino: Novelliere, forse nativo di Firenze, vissuto nella seconda metà del XIV secolo. Notaio, si rifugiò, forse per motivi politici, a Dovadola, presso Forlì, ove, tra il 1378 ed il 1385 scrisse cinquanta novelle su imitazione del Decamerone. Il libro generalmente noto come Pecorone, da un nomignolo contenuto in un sonetto burlesco al termine dell’opera contiene le novelle che per venticinque giorni due innamorati, il cappellano Auretto e la monaca Saturnina, si narrano nel parlatorio del convento. Le novelle non appaiono molto originali né stilisticamente interessanti, di maggior pregio le ballate che pongono termine alla giornata.

¥ Molto rumore per nulla

A Messina, nel giardino della casa di Lionato, signore messinese, si attende l’arrivo del vittorioso don Pedro d’Aragona. Al suo arrivo, insieme a lui arrivano il fratello, don Giovanni, e un nobile signore fiorentino, Claudio. Li accolgono Lionato, la lia Ero, la nipote Beatrice e Benedetto, giovano padovano e amico di Claudio. Dopo il proprio arrivo Claudio confessa a don Pedro il proprio amore per Ero ed egli gli afferma che la sera lo avrebbe aiutato a conquistare la ragazza.

Al ballo mascherato don Pedro conquista a nome di Claudio la fanciulla, ma don Giovanni, che provava rancore verso suo fratello, gli fa credere che se la voglia tenere per sé; ma dopo pochi minuti il malinteso è chiarito e le nozze tra Claudio ed Ero stabilite, cosicché l’allegra brigata cercherà di far innamorare tra loro Beatrice e Benedetto.

Ma don Giovanni non sopporta questa felicità e inventa un piano, aiutato dal suo fedele Borraccio, per screditare davanti agli occhi dello sposo Ero: don Giovanni riferirà a Claudio e don Pedro che sa che Ero da parecchio tempo si incontra amorosamente con un altro uomo e la sera li porterà a vedere Borraccio che amoreggia con la propria amante, la damigella inconsapevole di Ero.

Straziato dal fatto, Claudio decide di non sposarla più e di svergognarla il giorno del matrimonio davanti a tutti. Quando ciò avviene, Ero sviene e pare morta, e Claudio e don Pedro escono dalla chiesa. I familiari di Ero decidono di farla credere morta, perché non credono che sia colpevole, e alla notizia della morte Claudio confessi il suo sbaglio. Succede che in questo momento sono portati a giudizio Borraccio e Corrado, suo aiutante, catturati dalle guardie la notte mentre confessavano i misfatti del proprio signore, fuggito dopo aver combinato il guaio. Alla notizia della morte tutti si sgomentano e alla scoperta della verità Claudio e don Pedro chiedono perdono a Lionato e a suo fratello. Borraccio e Claudio sono imprigionati e Lionato organizza per Claudio un nuovo matrimonio con una sua nipote. Alla cerimonia egli scopre che Ero non è morta e si sposano, insieme a Benedetto e Beatrice, innamoratisi durante la vicenda; infine, don Giovanni è catturato.

Ancora una volta, Shakespeare, riprese la trama per una sua opera da una novella di origine italiana.

La narrazione è del Bandello e risente d’un gusto boccacciano, mentre l’autore inglese sceglie un altro genere, la commedia, per adattarla al teatro. A livello generale, l’opera di Shakespeare sviluppa più temi rispetto all’altra, che non si distacca molto dalla vicenda principale.

All’inizio, nella novella del Bandello è presente un’indicazione di carattere storica riguardante i vespri siciliani e dopo inizia con lo svolgersi dei fatti a Messina. Tutti i nomi sono diversi (Timbreo di Bandello diventa Claudio di Shakespeare, Re Piero diviene don Pedro, Girondo cambia in don Giovanni – Benedetto, Fenicia si rinnova in Ero, Belfiore si fa Beatrice); soltanto quello di messere Lionato rimane lo stesso. Da notare è l’inglobazione nella novella di Benedetto nella complessa personalità di Girondo. In effetti Shakespeare aggiunge ex novo la vicenda di Benedetto e Beatrice che prima si detestano e si scherniscono a vicenda e alla fine, grazie all’aiuto degli amici, si innamorano e si sposano; in Bandello questo è proposto soltanto alla fine, quando Girondo sposa la sorella di Fenicia. La commedia di Shakespeare è quindi più lunga, con maggiori personaggi e quindi presenta una delineazione migliore della personalità degli stessi. Infatti, nella novella, Girondo ha una personalità ambigua, poiché interpreta sia la parte del “cattivo” che, accecato dal desiderio, tradisce il proprio amico, sia la parte proprio dell’amico che sposa l’altra sorella e diventano quindi parenti. Il personaggio di don Pedro nella commedia è molto più presente rispetto all’altra opera, dove inoltre non ci sono le varie guardie, il cancelliere e l’episodio del tribunale: infatti, mentre nella novella del Bandello l’antagonista si pente e confessa il proprio male proprio a colui che aveva più danneggiato, qui l’inganno è scoperto per caso, solo perché le guardie avevano sentito Borraccio raccontare l’accaduto al suo comno Corrado. Così mentre Girondo non può essere considerato un personaggio completamente negativo, visto che affronta con dignità le conseguenze delle sue azioni e si pone al giudizio degli altri, don Giovanni, fuggendo e essendo poi catturato, è un personaggio completamente negativo, che non vuole riconoscere la colpevolezza delle sua azioni.

Benedetto e Beatrice all’inizio si detestano e si beccano vicendevolmente, segno già dell’affetto che provano l’uno per gli altri ma che non vogliono ammettere a loro stessi, entrambi scapoli convinti. Grazie all’opera dei loro amici, che “casualmente” fanno sentire come l’uno soffre per il mancato amore dell’altro e allora si convincono a vicenda di amarsi: alla fine, pure sul punto di sposarsi sosterranno che lo fanno controvoglia…

Shakespeare aggiunge anche la scena del ballo in maschera, che serve per presentare ogni personaggio con la sua personalità, l’ambiente in cui ha luogo la vicenda (la corte messinese) e le tematiche che si svilupperanno in seguito, mentre nella novella la narrazione ha un’ambientazione più medievale e meno confusionale.

Biografie essenziali dei novellatori trattati

 

Matteo Bandello: vedi in biografia trattata per “Romeo e Giulietta” . 4/5


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