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Il lazarillo

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Il lazarillo

Mentre si sviluppano i vari tipi di fiction narrativa, si crea nella letteratura snola ciò che si chiamerà più tardi la novella picaresca, chiaro antecedente del realismo moderno nell’arte di novellare. Il contrasto tra modi tanto distinti di invenzione letteraria in una stessa epoca è stato oggetto di equivoci che l’attenzione ad alcuni fatti potrebbe chiarire.

Quando nel 1554 si pubblica in tre edizioni diverse La Vida de Lazarillo de Tormes y de su fortunas y adversidades, opera dalla quale deriverà il genere picaresco, ancora non si era divulgata l’invenzione poetico-avventuroso del moro galante  né è apparsa la prima novella pastorale, anche se tanto il moresco come il bucolico avevano già avuto altre manifestazioni letterarie: la poesia e il teatro.

Dall’altro lato, e lasciando a parte il problema di una possibile edizione anteriore del Lazarillo, si è pensato          -senza arrivare a conclusioni definitive- che la geniale novella poteva essere stata composta molto prima della sua pubblicazione, in un periodo i cui limiti estremi si situano tra il 1525 o il 1526 e il 1550, data quest’ultima cui sembra propendere Bataillon, che in vari momenti ha studiato il problema.



Ricordiamo che giustamente in quasi tutta la prima metà del secolo la vena realista e satirica prende forme molto contestate  nella prosa letteraria: numerose continuazioni e imitazioni de La Celestina; libri miscellanei di racconti, aneddoti, burle e barzellette; colloqui e varie opere d’influenza erasmiana, che in qualche modo si relazionano con la satira ecclesiastica e sociale del Lazarillo.

Se prendiamo in considerazione gli altri generi, vediamo come la critica sociale, la satira e il realismo si combinano con diversi elementi del teatro della stessa epoca: alcune commedie di Torres Naharro; la visione realista, comica, nel primo teatro che possiamo chiamare autoctono, i “pasos” di Lope de Rueda, datati dal 1546 in avanti.

Già in un lavoro del 1935, “Prospettiva della novella picaresca”, si segnalava l’esistenza, durante questi anni in cui e il Lazarillo, di opere molto varie per mezzo delle quali si diffondono le radici del picaresco in ciò che ha di reazione contro il mondo nobile ed ecclesiastico. Reazione che si associa al risvegliarsi di una coscienza individuale e di protesta, stimolata dall’umanesimo cristianizzato che è ciò che prepara gli animi alla ribellione, ciò che fa in modo che l’umile si insuperbisca (come si insuperbirà Lazaro de Tormes raccontando la sua storia).

Secondo tutte queste considerazioni si dovrebbe affermare l’idea generalizzata secondo cui il realismo di Lazarillo nasce come una reazione davanti all’idealismo di un altro tipo di narrazione. Invece sembra certo che il mondo antieroico del picaro è una risposta negativa davanti al falso e degenerato eroismo della letteratura cavalleresca e sentimentale, o forse davanti agli ideali che esistevano anche durante quella stessa epoca in certi ambienti.

Si potrebbe parlare allo stesso modo delle due tendenze dello spirito rinascimentale: quella che porta al poetizzare la vita -il platonismo, culto della bellezza e dei valori superiori-; e quella che porta all’osservare l’uomo e la natura e alla critica severa delle forme di vita religiosa o sociale. È certo che quando le forme considerate come idealiste –cavalleresca, sentimentale, pastorale, moresca- scompaiono, la novella della critica sociale e dell’amara descrizione delle realtà infime, cioè la novella picaresca, seguirà il suo corso nella letteratura snola del secolo XVII.

Come riassunto di questa impostazione, potremmo concludere dicendo che il Lazarillo ha origine nell’ambiente della critica satirica, diciamo realista, della prima metà del secolo XVI, e che il movimento pendolare si dirige, nella seconda metà, almeno per quanto riguarda la prosa, verso il poetico e lo spirituale: la novella pastorale (che arriva fino a Cervantes e Lope), la letteratura mistica e ascetica. Sarà alla fine del secolo, con Mateo Alemàn, quando si imporrà definitivamente la picaresca.

Altri vari problemi, a parte quello della datazione, si sono creati intorno al Lazarillo: autore, fonti, genesi e particolarità di composizione. Rispetto a questo ultimo punto non è stata data una soddisfacente spiegazione alla sproporzione tra i primi tre trattati ed i restanti. È stato suggerito, però non in modo convincente, che il quarto e il sesto fossero solo bozze, che l’autore non arrivò a sviluppare. Per quanto riguarda le fonti, si sono segnalati antecedenti tradizionali o folcloristici.

Più dibattuta è stata la questione dell’autore, essendone stati dati molti come possibili. Per il momento, comunque, la questione non è risolta né è probabile che si risolva. Ciò di cui non si può dubitare è che l’autore, chiunque fosse, era un uomo colto, di formazione umanistica, forse un convertito e, senz’altro, uno scrittore molto individuale che seppe creare un’opera originalissima e di straordinario valore letterario.

In quella si racconta la storia di un ragazzo –Lazaro de Tormes- appartenente ad un’infima classe sociale, che fa da servitore successivamente ad un mendicante cieco, ad un chierico, ad uno scudiero, ad un frate mercenario, ad un venditore di bolle pontificie, ad un cappellano e ad un ufficiale giudiziario. Alla fine ottiene un ruolo reale, quello di banditore nella città di Toledo e, protetto dal signor arciprete di San Salvador, si sposa. Le malelingue mormorano che la protezione dell’arciprete non fosse del tutto disinteressata, perché la moglie di Lazaro frequentava troppo, in qualità di servitrice, la casa del protettore. Ma Lazaro, dopo aver sofferto la fame e il cattivo trattamento da parte di tutti i suoi padroni, non è molto sensibile agli stimoli dell’onore e considera che ha raggiunto il benessere e il culmine della propria fortuna.

Narrando i rapporti di Lazaro con i suoi diversi padroni, l’autore presenta una galleria dei tipi umani e abbozza una visione, in gran parte nuova, della realtà sociale. La novità consisteva principalmente nel carattere autobiografico della narrazione, mediante il quale la visione del mondo ci veniva data attraverso gli occhi e l’esperienza vissuta di un personaggio. Due particolarità altamente rivelatrici caratterizzano questo personaggio, Lazaro: è un bambino, cioè un innocente, senza un’idea dei valori convenzionali (solo attraverso l’esperienza si creerà il proprio concetto di tali valori) ed è ciò che più avanti si chiamerà un picaro. Il risultato sarà una nuova prospettiva, che attraverso un completo sviluppo verrà a formare il nucleo, o almeno uno dei nuclei importanti, della novella moderna.

Nel Lazarillo non si tratta più delle imprese di un eroe dotato di qualità straordinarie, ma dei volgari fatti nell’esistenza quotidiana; il protagonista dei quali fatti, in opposizione a quello cavalleresco o di altre forme di fiction, è stato chiamato l’antieroe. E la narrazione non sarà costituita da una serie di avventure fantastiche e sconnesse, ma dalla testimonianza della dura lotta del protagonista nella sua relazione con le altre persone e nelle circostanze che ci si presentano come reali. In una parola, ciò che il narratore descrive è il processo della formazione della propria personalità e del proprio destino, certamente elementari, ma che, per elementari, evidenziano con maggior vigore l’umano.



Il senso antieroico si definisce già con indiscutibile ironia nel prologo, e si fa sentire dall’inizio della narrazione quando Lazaro racconta della sua nascita (si ricordi Amadis e gli altri personaggi leggendari illustri) e delle miserabili circostanze familiari nella propria infanzia. Quando esce nel mondo per farsi uomo, affidato da sua madre alla tutela pedagogica dell’astuto cieco, il significato educativo delle sue prime esperienze consiste nell’essere vittima di diversi inganni e nelle ammonizioni –che saranno sfruttate- del suo maestro: «Idiota, devi capire che il servitore del cieco deve saperne una più del diavolo». La vita non è nulla più dell’inganno,della fame, della crudeltà, dell’ipocrisia. Nel trattato III, la meschina atmosfera sembra illuminarsi con un tenue raggio di luce. Intravediamo un mondo di valori superiori; onore, amore, un gentile senso della dignità umana dello sventurato e vanitoso cavaliere; commiserazione e perfino sacrificio dell’affamato servitore.

“Mi capitava molte volte di contemplare il mio disastro e capire che, scappando dai padroni cattivi che avevo avuto, e cercando un miglioramento, mi capitava di imbattermi in chi, non solo non mi avrebbe mantenuto, ma si sarebbe fatto mantenere da me. Nonostante tutto gli volevo bene, vedendo che non avevo né potevo avere nulla di più, e che provavo per lui più pietà che inimicizia.”

Tutto ciò è coinvolto, naturalmente, nella pungente ironia e nel sarcasmo. Si intravede, tuttavia, una dualità, che si tronca nei brevissimi trattati che seguono. Con l’accelerare della narrazione, l’esperienza resta semplicemente allusa, senza svilupparsi fino a che la visione del mondo e i suoi valori non si chiude, nell’ultimo trattato, con il cinismo totale del narratore, che non è più il bambino, in apparenza innocente, ma l’uomo senza scrupoli senza la minima nozione morale.

La creazione di un nuovo personaggio letterario, di una nuova prospettiva e, come risultato, di un nuovo genere con tutte le sue possibilità. Già questo sarebbe abbastanza per posizionare l’opera. Ma il suo valore storico sembra aumentato dalla qualità letteraria. Il Lazarillo è un libro che si legge sempre con gusto e allegria. Nell’opera la satira, con tutta la sua tremenda mordacità, sembra mitigata da una grazia pittoresca e ingenua; i personaggi, delineati con grande naturalità, non hanno l’esagerazione caricaturale di cui avranno bisogno in opere posteriori dello stesso genere; e l’insieme, mantenuto da uno stile vivo, di un’ingannevole sincerità, ha l’equilibrio di un’opera maestra, lasciando l’impressione della massima economia e della massima autenticità.

Si è detto che i personaggi sono tipici, generici, presi dalla tradizione; ma l’autore seppe dar loro vita e persino individualità. Il cieco non sarà più un cieco qualsiasi, ma il cieco del Lazarillo, con la sua astuzia, il suo buon’umore, la sua ipocrisia e i suoi mille stratagemmi; il prete avaro non è uno dei tanti chierici della letteratura satirica e erasmiana, ma il prete di Magueda. E lo sventurato scudiero si staccherà sempre con un profilo inconfondibile tra gli innumerevoli cavalieri senza soldi e morti di fame che ci sono nella letteratura snola e che probabilmente abbondavano nelle città della Sna.

Perfino le cose sono dotate di un contorno e un rilievo: la chiave e il cassone, o la spada di Toledo e quel mantello che il cavaliere piega sulla panchina della casa demolita con un gesto cortigiano e attento. Con il tema della fame e i vari stratagemmi per soddisfarla, un’altra caratteristica dominante nella novella è quella della satira ecclesiastica, la censura delle cattive inclinazioni e abitudini poco cristiane di sacerdoti e frati. Si era soliti interpretarla come mostra dell’erasmismo dell’autore, interpretazione che oggi tende a respingere la critica, e specialmente Bataillon, il grande studioso dell’erasmismo, mettendo in relazione la suddetta satira con la lunga tradizione della letteratura antiecclesiastica dell’Età media. Sarebbe dunque una mostra della combinazione del medievale col moderno, che caratterizza la letteratura del Rinascimento snolo.

In questo aspetto, come in tutti gli altri che riguardano l’ambiente sociale della novella, la critica ha dibattuto la questione del realismo. La tendenza più recente inclina per negare il significato sociale dell’opera e a dare maggior importanza all’elemento creativo, ai suoi puri valori letterari. Le teorie realiste del secolo XIX non dovrebbero portare all’estremo opposto di credere che il Lazarillo, come tutta la picaresca posteriore, nasca dal nulla e sia un puro prodotto dello sviluppo di alcuni temi tradizionali, di certe strutture letterarie o dell’invenzione dell’autore. Ciò che sembra certo è che la picaresca, come qualsiasi altro genere letterario, è, naturalmente, invenzione letteraria, però prodotta, nello stesso tempo, da un ambiente sociale e storico che in essa si riflette.

Il Lazarillo ebbe un esito immediato come testimoniano le tre edizioni nello stesso anno, ed un seguito altrettanto anonima nel 1555. nel 1559 fu posto nell’Indice, e nel 1973 apparve un Lazarillo tutto corretto e aggiustato del quale, a partire da questo momento, abbondano le edizioni. L’opera si diffuse anche fuori dalla Sna.

Curioso è che passerà mezzo secolo prima che la novella picaresca, decisamente sbocciata nel Lazarillo, si identifichi come un genere definito con la pubblicazione, nel 1599, della prima parte di Guzman de Alfarache. L’amarezza, la severità, il pessimismo e il disinganno che nel Lazarillo, se non interamente assenti, sono compensati dalla freschezza dello stile e della visione, dal dipinto dei processi psicologici, per primitivi che possano sembrare.      





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