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Il gioco - il bambino ad acquisire consapevolezza di sé - agenzia di socializzazione informale

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Il gioco è una delle attività umane in grado di generare soddisfazione e piacere. Tutti noi abbiamo scelto e scegliamo il 'nostro' gioco sulla base del nostro interesse e del nostro piacere. I bambini, in particolare, fanno del gioco la loro occupazione principale. I numerosi studi condotti sul gioco soprattutto negli ultimi 40 anni, hanno portato al riconoscimento del ruolo centrale che esso svolge nel processo di sviluppo infantile. L’attività ludica è infatti la forma di espressione privilegiata dal bambino, lo strumento attraverso il quale si rapporta a se stesso, esplora il mondo circostante, ha la possibilità di ricombinare in maniera personale e creativa le informazioni, le indicazioni, i segnali che gli vengono dall’ambiente. Il gioco è quindi un’azione che il bambino compie intenzionalmente per inserirsi nella realtà che lo circonda e per manipolarla. Il gioco come gioco ha per caratteristica centrale di essere orientato verso la creatività, dunque verso il cambiamento, verso il possibile. E’ nel giocare che il bambino sperimenta con successo la possibilità di intervenire attivamente sugli elementi che lo circondano. Questi elementi vengono trasformati dal bambino che li rende così più congruenti alle proprie idee e ai propri progetti, li utilizza per costruirsi nuove esperienze e nuove situazioni che divengono così la rampa di lancio per nuove scoperte e ulteriori cambiamenti. Il gioco è un’attività gratificante poiché non è condizionato da pressioni interne o esterne e tende perciò solo al piacere e alla conferma di sé; inoltre ha una funzione insostituibile sul piano affettivo e socio-relazionale, in quanto permette di sperimentare regole e stili di comportamento sociale. La dinamica fra fantasie e realtà, tra fiaba e attività pratica che si realizza nel gioco aiuta il bambino ad acquisire consapevolezza di sé, a interiorizzare norme, valori e ruoli sociali; a elaborare insomma una identità sociale e personale. Possiamo perciò dire che il gioco è iniziazione, è appartenenza, è approccio alla realtà e al mondo, apprendimento della vita associata, ma è anche risoluzione di conflitti interni, è prova di verifica di se stessi e delle proprie capacità autonome, è paura, è rassicurazione di potercela fare, è quindi vittoria su di se.



Dal diciannovesimo secolo, con il progressivo riconoscimento del valore del gioco, si sono sviluppate diverse teorie psicologiche al fine di spiegarne il vero significato,ma seppur tutte suggeriscono spunti interessanti nessuna è attendibile fino in fondo in quanto tutte in un certo senso peccano nel tentativo di dare un significato alle attività ludiche nel loro complesso.

Le prime teorie a riguardo si ispirarono alle concezioni residuali, per le quali i comportamenti ludici vengono a rappresentare tracce evolutive in se prive di valore; sarebbero cioè conseguenze inutili dei cambiamenti che gli esseri viventi sono andati incontro nel corso dell’evoluzione. Spencer, filosofo del positivismo evoluzionistico inglese della seconda metà dell’ottocento, espose a riguardo la “teoria del surplus di energia” per la quale l’evoluzione dell’uomo ha portato questo ha impiegare poche risorse nella lotta per la sopravvivenza, avendo così di conseguenza più energia da spendere, sfogate perciò in attività ludiche prive di senso. Stanley Hall, psicologo americano, portò avanti queste teorie di spencer, partendo dal principio per il quale l’ontogenesi ripete la filogenesi, e quindi la storia evolutiva dell’individuo ripete la storia della specie. Di conseguenza con una visione semplicistica pari a quella di spencer, vedeva nei comportamenti ludici del bambino il riaffiorare delle attività tipiche delle fasi iniziali della stria evolutiva dell’umanità.

Un fondamentale passo avanti si verificò con lo sviluppo delle concezioni dell’esercizio, cioè quelle teorie che interpretano il gioco come un ambito in cui ci si esercita nelle attività serie della vita e ci si prepara ad affrontarla per il meglio. I precursori di queste teorie furono certamente Kant e Frobel, ma il vero e proprio teorizzatore lo si può ritrovare in Groos. Groos sostenne infatti che le specie animali capaci di adattarsi flessibilmente all’ambente necessitano di periodi di maturazione, nei quali grazie al gioco, acquisiscono le abilità tipiche della loro vita adulta. Nel ventesimo secolo grazie a Groos si svilupparono così diversi filoni di psicologia i quali ritenevano che il gioco fosse il miglior ambito per lo sviluppo delle capacità cognitive, emotive e socializzanti, fondamentali per la vita adulta. Per quanto riguarda lo sviluppo emotivo fu fondamentale il filone della psicoanalisi di Freud, sostenuto poi empiricamente dalla psicologia sperimentale, per la quale il gioco permetteva di assicurare al bambino un equilibrio emotivo grazie alla sua finzione catartica, e grazie alla possibilità d rendere il bambino in grado di gestire le se ansie.

Il principale psicologo che si pose a capo del filone che si interessò allo svilippo cognitivo dovuto al gioco fu invece Piaget, per il quale il gioco aveva una parte fondamentale nello sviluppo della stessa intelligenza in quanto questo permetteva ai bambini di assimilare la realtà agli schemi mentali ad essi innati.

Interessato a correlare il gioco con la creatività fu invece Bruner, il quale riteneva che il gioco fosse funzionale al bambino in quanto gli permetteva di sperimentare problemi, soluzioni e comportamenti irreali, facilitando in questo modo la creatività, la sperimentazione e l’inventiva.

Il filone derivato dalle prime concezioni dell’esercizio che si interessò invece del potere socializzante del gioco fu l’antropologia culturale nella quale il gioco infantile era visto come quel momento nel quale i fanciulli venivano a contatto con i valori, i modelli di vita, le norme di comportamento della propria cultura d’appartenenza.

Le prime teorie che elaborarono una concezione in cui il gioco veniva spiegato in se e per se e non correlato a qualche altra funzione furono portate avanti da Huizinga in un primo momento e Caillois in un secondo queste ritenevano che lo spirito ludico fosse un tratto necessario dell’uomo e fosse per questo alla base della civiltà stessa poiché solo nel gioco è presente quella creatività necessaria alla creazione della cultura e dell’organizzazione sociale. Infine tra le teorizzazione riguardo il gioco viene a situarsi un pensiero più moderato, quello di Di Giovanni il quale inquadra le attività ludiche come mezzi per stabilire con gli altri relazioni di profondità intermedia, poiché introduce l’intimità.

Il modo di giocare e gli spazi per il gioco, i giocattoli stessi si sono modificati molto dal dopo guerra o oggi. I bambini infatti hanno smesso di costruirsi i giocattoli, nel momento in cui le industrie hanno iniziato a soddisfare le richieste con oggetti accattivanti a basso costo; è quindi impossibile pensare di poter analizzare il gioco in un contesto a temporale e a spaziale, ma piuttosto è necessario capire e individuare quale sia il contributo l’influenza che le agenzie di socializzazione hanno sul bambino e su il suo modo di giocare.

In primo luogo è fondamentale puntualizzare il ruolo del adulto nel momento ludico, nel momento in cui questo viene a interagire con il bambino. Famiglia e scuola devono venire così a conurarsi come luoghi in cui la ura dell’adulto, sia quella del insegnante sia quella del genitore, non viene a essere quella del custode, ma piuttosto quella dell’educatore disponibile ad accomnare le scoperte e l’avventura in cui il controllo e il “lasciar fare” siano equilibrati e duttili. In questo modo si potranno garantire esperienze d’autonomia e un corretto rapporto con le regole, tenendo conto delle esigenze di crescita del bambino.




L’insegnante e il genitore deve perciò contribuire a inserire nella quotidianità di questi soggetti spazi diversi a casa e a scuola dove siano possibili sempre differenti esperienze, volte a mantenere vivo il naturale gusto all’apprendimento e alla comunicazione.

Negli anni pre-scolari il ruolo del genitore non si limita però solo a questo: mamma e papà devono infatti proteggere in maniera però non invasiva il bambino, metabolizzando le sue paure e le sue ansie, fornendogli la capacità di gestire il mondo per immagini e dando voce alle sue percezioni, facendo così in modo che questo nel suo sviluppo impari a giocare sempre meglio e autonomamente.

È importante poi che i genitori e gli insegnanti il bambino nel momento ludico. Osservare come, con cosa e con chi gioca il bambino può aiutare infatti l’adulto a promuovere la progettazione di ambienti ludici più stimolanti, l’adozione di comportamenti propedeutici al suo sviluppo, modelli di interazionecon il bambino centrati sul linguaggio e sulla capacità di esprimere in modo differenziato i propri sentimenti, l’impiego di materiale che si presti a molteplici combinazioni ludiche e a diverse rappresentazioni simboliche.

Aiutare il bambino a giocare meglio e di più equivale a permettergli di esteriorizzare le sue

fantasie di onnipotenza, così come quelle di inadeguatezza. Giocare diviene così il modo per

esprimere i propri stati d’animo e, nello stesso tempo, per individuare possibili soluzioni a

conflitti apparentemente insanabili: facciamo giocare i bambini, dunque, in attesa che tornino a

giocare anche gli adulti.

L’intento principale sia degli insegnanti sia dei genitori è quindi quello di garantire il diritto al gioco, secondo quanto previsto dall’articolo 31 della convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia, intervenendo così sulla qualità della vita del bambino, mediante la consapevolezza e l’attenzione verso i bisogni dei bambini e ai mutamenti socio-culturali che determinano le trasformazioni della famiglia, della scuola e delle relazioni umane tra coetanei.

Il gioco è poi fondamentale all’interno delle relazioni tra pari, è un mezzo per crearle ed è il momento in cui si impara a gestirle. Nei giochi portati avanti con gli altri bambini, il fanciullo inizia infatti sentire la necessità di darsi delle norme di comportamento indispensabili per la convivenza con gli altri bambini. Il bambino ha già infatti iniziato a maturare una capacità di riflessione e interiorizzazione e viene in questo periodo a vivere in una sempre più estesa e articolata comunità di rapporti., e nel gioco riesce in maniera ludica ad assumere un quadro di riferimento valoriale largamente condiviso, comprendendolo, e riuscendo così a far si che si formi in lui la sfera del giudizio morale.

Infine seppur siano un agenzia di socializzazione informale anche i mass media contribuiscono allo sviluppo del gioco, offrendo sempre nuovi stimoli al bambino, nuove informazioni che permettono al fanciullo di poter allargare i propri limiti d’immaginazione e offrendogli modelli comportamentali positivi ed eroici da prendere come esempio.

Apporto fondamentale alla scuola dell’infanzia per la valorizzazione del gioco, giunge inoltre dagli orientamenti del 91.

Il gioco negli orientamenti è il luogo principe, all’interno del quale il bambino riconosce se stesso nell’interazione con i pari e con gli adulti; questo collocato accanto alle attività di ricerca, viene considerato a due livelli: come attività gratuita, fine quindi a se stessa, ma pur portatrice di intrinseci valori formativi, sia come forma di ogni altra attività nei vari campi d’esperienza predisposti dagli orientamenti.

Il clima della scuola materna, in tutti i differenti tipi di campi esperienziali, da quello della corporeità a quello del “se e l’altro, predisposto dagli orientamenti è infatti un clima ludico, nel quale il bambino acquisisce quelle capacità fondamentali per il suo sviluppo, che vengono a porsi come le principali finalità della scuola materna: lo sviluppo fisico, cognitivo ed emotivo e di conseguenza la maturazione di un’identità solida, la conquista dell’autonoma, e lo sviluppo delle competenze che gli permettano di inserirsi facilmente all’interno del complesso della società.






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