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LA PERCEZIONE AMBIENTALE E IL COGNITIVE MAPPING - risoluzione di problemi associati allo spazio

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LA PERCEZIONE AMBIENTALE E IL COGNITIVE MAPPING

La psicologia ambientale ha assegnato ai processi di percezione dell’ambiente un ruolo centrale per la conoscenza dello spazio socio-fisico: il suo scopo è quello di chiarire le relazioni tra proprietà dell’ambiente e modalità di risposta delle persone. La psicologia ambientale ha dovuto condividere questo interesse con le altre discipline del settore ambientale come la progettazione.

Nella psicologia ambientale la ricerca empirica si è ispirata alle più classiche teorie della percezione, focalizzando l’attenzione, in particolare, sullo studio delle risposte percettive che le persone danno alle caratteristiche fisico-spaziali dell’ambiente. Solo più tardi l’interesse è stato allargato anche alla considerazione dei rapporti tra il momento della conoscenza e quello dell’azione.



La percezione ambientale è quindi un insieme di processi percettivi, cognitivi ed affettivi attraverso i quali gli individui acquistano conoscenza sull’ambiente socio-fisico e le informazioni necessarie per lo sviluppo di schemi cognitivi, di cui le mappe mentali costituiscono una modalità particolare.

La percezione dello spazio non è una mera riproduzione delle sue proprietà fisiche, è piuttosto una “costruzione mentale”. La ricerca psicologico-ambientale su questo argomento ha vagliato varie ipotesi come quelle che prevedono differenze interindividuali nella strutturazione delle mappe cognitive, o quelle che riguardano la limitata quantità di informazioni spaziali che le persone sono in grado di elaborare, o ancora quelle che sottolineano la necessità di disporre di mappe per l’orientamento o la locomozione.

Il concetto di mappa cognitiva è stato definito da Tolman, che nel suo celebre esperimento sull’apprendimento latente ha dimostrato come i ratti, posti in nuovi percorsi per raggiungere il cibo, riuscivano per la maggior parte ad orientarsi. Tolman aveva concluso che i ratti si erano costruiti delle mappe mentali dei diversi labirinti che usavano per raggiungere  il cibo. Le ricerche successive applicarono il concetto di mappa cognitiva alle situazioni umane, considerandolo come un processo cognitivo attraverso cui l’individuo si organizza e comprende il mondo che lo circonda. La mappa cognitiva è l’immagine mentale dello spazio ed è un processo e non una proprietà dell’individuo, è un prodotto dell’esperienza risultante dalle interazioni di un individuo con il suo ambiente. Fornisce all’individuo informazioni per situarsi, orientarsi e perseguire obiettivi. Possiamo dire che la mappa cognitiva assolve 3 funzioni:

1.      adattiva, di f;

2.      simbolica, di comunicazione: elaborazione di simboli ambientali sui quali i soggetti si accordano per la comunicazione interpersonale;

3.      espressiva dell’identità personale: fungono da sostegno per lo sviluppo dell’identità personale in quanto fanno appello a ricordi, sentimenti … infatti sono personalizzate.

Riguardo alle mappe cognitive sono 2 le aree tematiche maggiormente indagate: le proprietà formali delle mappe, piuttosto che i contenuti e i processi di acquisizione e sviluppo delle conoscenze spaziali che tali mappe rappresentano a livello cognitivo. Rispetto alla prima tematica ci si è chiesti se la mappa cognitiva e la rappresentazione cartografica hanno qualche elemento in comune: la rappresentazione cartografica trasforma l’ambiente in una immagine che rispetta alcuni contenuti e proprietà dell’ambiente stesso e ne tralascia e distorce altri; rispetto alla mappa cognitiva non si è certi che mantenga le proprietà geometriche euclidee dello spazio ambientale che rappresenta, con particolare riferimento alla distanza e alla direzione. Queste due proprietà non sono linearmente collegate con quelle dello spazio reale. La relazione delle mappe con ciò che rappresentano può essere di tipo preposizionale o astratta, simbolica.

La seconda tematica riguarda: processi evolutivi del cognitive mapping, che da Siegel e White sono stati articolati in 5 stadi:

1.      lo stadio iniziale è una forza di conoscenza fotografica che si esplica nel ricordo di singoli ed isolati punti di riferimento spaziale.

2.      nel secondo si usano i singoli punti dello spazio come riferimenti per organizzare percorsi.

3.      nel terzo e una prima organizzazione integrata dalle cognizioni riguardanti parti distinte e limitate di un ambiente;

4.      nel quarto si ha la formazione di un sistema obiettivo di riferimento che si esprime nell’abilità di orientamento;

5.      nel quinto e l’abilità di coordinamento dei percorsi nell’ambito del sistema di riferimento.

Lynch è stato il primo a rilevare i modi in cui le persone si formano le immagini mentali dell’ambiente e in particolare della città.



LA RAPPRESENTAZIONE GRAFICA DELLLA CITTA’ DAL PUNTO DI VISTA DELL’UTENTE.

La città è sempre stata un soggetto di rappresentazione visiva tra i più ricorrenti, non solo oggi in piena “civiltà dell’immagine”, ma in tutte le epoche, laddove non c’è società che ce ne abbia tramandato memorie grafiche e magari non necessariamente con lo scopo di offrire una descrizione fisico-dislocativa dell’aggregato urbano, piuttosto con l’intento più o meno implicito di celebrare un monarca, un capo, una divinità … infatti bisogna ricordare che la rappresentazione grafica è uno dei linguaggi attraverso i quali l’uomo comunica a se stesso ed agli altri il proprio pensiero; è un apparato comunicativo estremamente sofisticato e vitale, mai fermo nelle sue determinanti. Il linguaggio specifica le sue conformazioni e sviluppa modalità e tecniche in  funzione della necessità di comunicare particolari motivazioni. È quanto è accaduto con il linguaggio grafico: il produttore di immagini ha conformato nel tempo l’atto espressivo più idoneo e pertinente a rappresentare il suo pensiero, in funzione delle motivazioni che in quel momento lo premevano (????).

Inoltre possiamo dire che l’immagine della città ed i modi di rappresentarla sono uno specchio che riflette non solo la visione individuale ma anche il modo di sentire della società a cui appartiene che quella città rafura: la storia delle immagini di una città è al tempo stesso la sua storia.

Fino all’avvento della fotografia e delle immagini virtuali la rappresentazione grafica è stata usata per rappresentare la città. Fondamentalmente tali rappresentazioni potevano essere vedute o cartografie. Comune a questi 2 modi di vedere la città è il porsi fuori di essa e raccogliere nel campo visivo l’intero aggregato o una parte cospicua. Però mentre la veduta presuppone un punto di vista nello spazio reale anche se di improbabile fruizione, quindi tende a riprodurre quanto si vede (o si presuppone di vedere); le immagini cartografiche si generano da un punto di vista improprio, da una posizione immaginaria che paradossalmente tende ad una rappresentazione obiettiva per la precisione della dislocazione nello spazio di punti caratteristici, quindi la cartografia allude alla realtà e la razionalizza con simboli e codificazioni.

Esistono alcuni procedimenti ricorrenti usati per formare le immagini della città:

1.      la generalizzazione: un segno rappresenta una categorie di cose;

2.      la deformazione: i rapporti tra le parti sono alterati rispetto a quelli reali;

3.      la cancellazione: si selezionano alcune parti e si escludono altre.

La generalizzazione è tipica delle cartografie, gli altri due procedimenti sono invece frequenti nelle vedute.

A partire dal periodo romano e fino a tutto il 1500 nelle città occidentali si costruivano complessi architettonici e insediamenti di enorme qualità, senza, praticamente ricorrere ad un progetto urbano vero e proprio. Il progetto urbano, inteso come occasione di preurare in modo univoco le determinanti strutturali di un insediamento, risulta ignoto. Lo sviluppo urbano è affidato al rispetto delle norme e non occorrono verifiche preventive o simulazioni in tridimensione: la prospettiva resta esperimento dei pittori e dei rilevatori, non dei progettisti. Fu soltanto con le prime realizzazioni barocche che si iniziò a fare ricorso al progetto urbano.

Alcuni anni fa è stato fatta una ricerca presso l’Università di Roma “La Sapienza” con un campione di persone che abitavano in una particolare area di Roma che partendo da una zona semi-centrale si estende verso l’estrema periferia. Gli intervistati dovevano descrivere, anche graficamente, le rispettive zone di residenza, facendo inoltre riferimento a precedenti esperienze abitative in altri quartieri e città. L’esame dei risultati ha messo  in luce un generalizzato imbarazzo dei soggetti interessati a sintetizzare gli elementi che costituiscono la loro esperienza urbana, a individuare le radici delle loro sensazioni. È emerso che l’ambiente abitato è riconosciuto per elementi puntuali, elementi speciali, quali la chiesa, la scuola, ma mai come insieme urbano. È frequente l’identificazione dell’ambiente di vita con il proprio appartamento. Questo atteggiamento si è riscontrato soprattutto tra i giovani, mentre i più anziani individuano con una certa proprietà i caratteri dell’ambiente del loro luogo di origine.

Da questa ricerca, che possiamo considerare un sondaggio sul rapporto tra uomo e città, è emersa una considerazione: in questo momento non è importante la relazione di fisicità con l’ambiente urbano, ma il modo con cui nell’insieme tale rapporto ( o spazio) è vissuto.




 

LA DIFFERENZA DI GENERE NELLA RAPPRESENTAZIONE DELL’AMBIENTE: QUESIONI GENERALI.

Gli studi sui concetti di mascolinità e femminilità hanno visto il susseguirsi di 3 modelli nell’ambito psicologico.

Prima degli anni ’70 si profila il modello della congruenza secondo cui mascolinità e femminilità sono poli opposti, reciprocamente escludentisi, di un unico continuum e di un’unica dimensione; esprimono tratti durevoli radicati nell’anatomia e nelle prime esperienze utilizzate per distinguere uomini e donne; quindi il benessere psicologico di un individuo deriva dal suo collocarsi in uno dei 2 poli in modo da essere congruente con il proprio sesso di appartenenza.

Intorno agli anni ’70 prende corpo il costrutto di androginia psicologica dove mascolinità e femminilità sono ora aspetti indipendenti della stessa personalità, in cui quindi possono coesistere. Questa coesistenza, definita appunto androginia psicologica, sorpassa la tipizzazione tradizionale di genere.

Recentemente gli studi sottolineano la multidimensionalità del costrutto mascolinità e femminilità, in luogo della monodimensionalità del primo modello e della bidimensionalità del secondo.

È stata condotta una ricerca (Nenci Palazzi) con lo scopo di studiare l’orientamento dei ruoli sessuali nel comportamento verso l’ambiente privato per eccellenza, la casa.

La ricerca è stata condotta su 48 studenti romani (24 m e 24 f) del primo anno di Architettura alla Sapienza. Sono state somministrate 2 prove a tutti:

il PAQ (Personal Attribute Questionnaire) per differenziare, sotto il profilo psicosociale, l’uomo dalla donna e viceversa. È stato così possibile distinguere 4 tipi psicosociali:

1.      sesso-specifici, ossia maschi tipici o femmine tipiche, che provano disagio psicologico e diminuzione dell’autostima ne compiere un’attività ritenuta propria dell’altro sesso;

2.      sesso-crociati, se femmine esprimono maggiore autonomia della tipica, se maschi maggiore socievolezza;

3.      indifferenziati, che riflettono uno scarso grado di integrazione psicosessuale, psicosociale e socioculturale,

4.      androgini, sia maschi che femmine, piuttosto che attenersi agli stereotipi sessuali, assumono comportamenti psicosociali adeguati alla situazione.

La seconda prova consisteva nella richiesta di disegnare (rappresentazione grafica) la casa, l’alloggio reale e ideale.

Quali sono state le conclusioni?

Nel confronto tra i 2 sessi è emerso che i maschi sono più capaci delle femmine nelle risposte di produzione grafica, utilizzano infatti un maggior numero di dettagli, tecniche grafiche più complesse, proporzionano gli elementi; ciò denota attenzione e maggior dimensione analitica nella percezione dell’ambiente. Va però notato che lo scarto tra maschi e femmine è evidente solo nelle prime due prove e statisticamente significativa solo per la casa, nella prova sull’alloggio ideale le differenze sono meno rilevanti.

Nel confronto tra i deversi orientamenti del ruolo sessuale sono le femmine androgine ad ottenere in assoluti i punteggi più bassi alle 3 prove; invece per i maschi è la categoria degli indifferenziati ad avere la media più bassa nella variabile case e alloggio reale. In conclusione sembra che questo studio pilota confermi, secondo il modello della congruenza, lo scarto in favore dei maschi nelle operazioni visivo spaziali necessarie per la progettazione dello spazio.






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