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PSICOLOGIA DELLA PERSONALITA - Il concetto di personalità

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PSICOLOGIA DELLA PERSONALITA’

RIASSUNTI DELLE LEZIONI

DEL PROF. MAURO MELEDDU



ANNO 1997/98


17/11/97

Il concetto di personalità è controverso dal punto di vista teorico. Il termine personalità deriva dalla parola latina 'persona' che significa maschera: nell'antichità classica indicava la maschera che gli attori portavano durante la rappresentazione teatrale e che gli attribuiva un ruolo.  In seguito poi ha significato l'intero ruolo associato alla maschera. Questo significato fu poi attribuito al termine 'personalità': l'insieme delle caratteristiche individuali degli esseri umani.

Attualmente il termine è di uso comune, ma non assume sempre lo stesso significato:

Nell'uso comune è usato:

- in senso valutativo, indica il possesso di caratteristiche positive che determinano una situazione di successo nella vita.

- in senso descrittivo per indicare delle caratteristiche proprie e personali di un soggetto (che presuppone però anche un uso valutativo in riferimento all'interazione sociale).

L'elemento che manca è il tentativo di trovare un accordo intersoggettivo fra vari osservatori. Questa lacuna è colmata in ambito scientifico: si cerca di spiegare e descrivere i fenomeni in modo oggettivo, ossia per raggiungere il massimo accordo intersoggettivo.

Alcune discipline utilizzano entrambi gli aspetti (campo giudiziario o educativo).

 

18/11/97

Attualmente non esiste ancora una definizione nè un significato univoco di personalità universalmente accettato in campo scientifico.

Allport (1937) ha individuato 50 definizioni riconducibili a 3 categorie fondamentali:

1 - Effetto esterno

2 - Effetto interno

3 - Costrutto

1 - EFFETTO ESTERNO riguarda il p.d.v. sociale (esterno all'individuo). La personalità coincide con l'impressione che gli altri hanno di un individuo (reputazione).

Comprende l'opinione che gli altri hanno, e quindi l'effetto che produce sugli altri più che le sue caratteristiche. Si traduce in termini di giudizio, impressione che gli altri hanno del soggetto.

2 - STRUTTURA INTERNA si riferisce a valori oggettivamente presenti nell'individuo. La personalità è una struttura propria dell'individuo che rispecchia le sue caratteristiche proprie, i suoi elementi costitutivi, la sua storia, a prescidere dal versante sociale. La personalità si esprime in due modalità: descrittiva e valutativa (con le solite differenze fra ambito scientifico e uso comune). Quando si usa la modalità valutativa è difficile distinguere fra effetto esterno e struttura interna in quanto è difficile capire se determinate caratteristiche emergenti dipendano dall'interazione con gli altri, dall'effetto che su essi provoca o siano proprie del soggetto. La modalità descrittiva invece è volta all'intersoggettività piuttosto che a valutazioni soggettive.

3 - COSTRUTTO. In termini di costrutto le definizioni di personalità non corrispondono a strutture oggettive che esistono negli individui, non sono realtà ma elaborazioni concettuali, artifici, per raggiungere particolari obiettivi propri del metodo scientifico (fa in modo che vari studiosi posti nelle stesse condizioni, raggiungano gli stessi risultati, ci sia un accordo intersoggettivo). Infatti i costrutti sono elementi di tipo concettuale propri dell'ambito conoscitivo scientifico.

Hall e Lintzey (1966) consideravano solo le definizioni di personalità in ambito psicologico:

1 - DEFINIZIONI DI TIPO OMNIBUS - Prendono in considerazione tutto ciò che ha a che fare con l'individuo. Molto ampie. Es. Prince (1924): La personalità costituisce la somma totale di tutte le disposizioni, gli impulsi, le tendenze, gli appetiti e gli istinti biologici innati dell'individuo e delle disposizioni e tendenze acquisite dallo stesso, attraverso l'esperienza. Include la somma totale di tutto ciò che riguarda l'individuo in termini costitutivi.

2 - DEFINIZIONI che mettono in evidenza le funzioni integrative e organizzative della personalità in rapporto ai vari comportamenti dell'individuo: la personalità è ciò che conferisce ordine, coerenza e stabilità ai comportamenti dell'individuo nel corso della sua esistenza. Es: Warren e Carmichel (1903): La personalità è l'intera organizzazione mentale di un individuo ad ogni stadio del suo sviluppo; essa comprende ogni dimensione del carattere umano, l'intelletto, il temperamento, la moralità e ogni atteggiamento acquisito nella vita. (la personalità non è un tutto come somma delle parti, ma un tutto organizzato).

Lington (1945): La personalità è il complesso organizzato di processi e stati psicologici appartenenti all'individuo.

3 - DEFINIZIONI  secondo cui la personalità riguarda i diversi tentativi compiuti dai soggetti al fine di adattarsi all'ambiente (gli atteggiamenti adattivi sono visti come tipici di ogni individuo).

4 - DEFINIZIONI secondo cui la personalità è l'essenza stessa dell'uomo, ciò che di fatto l'uomo è (Allport, Freud, Jung).

19/11/97

Carattere e temperamento sono termini che vengono usati a volte come sinonimi di personalità.

Carattere: deriva dal greco: incisione, impronta, implica qualcosa di stabile, della struttura profonda. Si riferisce a qualcosa di innato, di biologico, quindi è diverso dal termine personalità come maschera (che invece non è stabile). Non tutti sono d'accordo. Si sono sviluppate 2 scuole:

La scuola Americana (dagli anni '30 in poi) usa il termine di personalità in termini molto simili al concetto originario di maschera. Quindi la personalità non è qualcosa di stabile, strutturale o innata, ma è influenzata da fattori ambientali e soggetta al cambiamento. Probabilmente la concezione americana subisce l'influenza del comportamentismo (Stimolo esterno causa Risposta - modifica del comportamento).

La scuola Europea parla prevalentemente di carattere: lo studio della Caratterologia evidenzia le caratteristiche innate, genetiche, strutturali a base ereditaria e si occupa di individuare le componenti biologiche ereditarie e di descriverle.

Temperamento: deriva dal latino: significa giusta mescolanza degli umori, dei liquidi fondamentali corporei. Attualmente riguarda le caratteristiche delle reazioni emotive del comportamento individuale, collegate a componenti ereditarie. Il temperamento sono le basi biologiche delle reazioni emotive dell'individuo.

Comunque non si è ancora raggiunto l'accordo sui significati neanche in ambito scientifico e psicologico.

Eysenck, Arnold e Meili (1975): La personalità è l'organizzazione, relativamente stabile, delle disposizioni motivazionali delle persone, che risulta dall'interazione fra gli impulsi biologici e l'ambiente fisico e sociale. Il termine personalità si riferisce in genere, principalmente, ai tratti volitivi, affettivi, ai sentimenti, attitudini, complessi meccanismi inconsci, interessi e ideali, che determinano il comportamento e il pensiero caratteristico, distintivo delle persone.

In questa definizione compaiono molti elementi legati fra loro e che interagiscono, che hanno a che fare con il concetto di stabilità, di organizzazione, di unicità. Gli elementi considerati sono di 3 tipi: ambientali, somatici e psichici, tutti con delle sottocategorie.

Ambiente: fisico o sociale

Soma: apparati di senso, funzionali, connettori, motori (strutture biologiche)

Psiche: sfera intellettiva fatta sia di aspetti cognitivi (conoscenze) che di valori (giusto/ingiusto), sfera oggettivo-emotiva, sfera motivazionale-volitiva, sfera inconscia e sfera attitudinale (capacità).

Tutti questi elementi sono contenuti nella definizione citata e interagiscono in processi dinamici fra di loro. Quindi la personalità è un tutto organizzato e complesso e per il suo studio occorre separare, studiare e poi riunificare i vari elementi che la compongono, riunificandone la complessità.

24/11/97

Diversi autori ritengono che col termine “personalità” si designi qualcosa legato ad un particolare ambito di  indagine. E’ più facile trovare un accordo intersoggettivo per questo che per la definizione di personalità anche se i due aspetti sono legati.

VIGINS:  lo studio della personalità si riferisce agli elementi che contraddistinguono un individuo rispetto agli altri (differenze individuali). Oggi è sorpassata l’analisi delle differenze fra individui, perché lo studio della personalità comprende anche le interazioni individuali, relative a pensieri ed azioni in contesti quotidiani. La nuova concezione considera sia le tendenze individuali (qualità e caratteristiche umane), che i processi di adattamento (pensiero e apprendimento), il modo in cui un individuo interagisce con le condizioni di vita e i mutamenti che egli determina sull’ambiente. Il limite di questa concezione è che essendo troppo ampia non permette di discriminare e di stabilire il rapporto che la psicologia della personalità ha con altri ambiti della psicologia e con altre discipline affini o completamente diverse.

Dagli anni ‘30 negli USA si è cercato di sistematizzare la psicologia.

Allport e Murray: studio dell’individuo e delle sue caratteristiche di unicità e organizzazione, contrapposto all’interesse dominante  della psicologia accademica verso gli aspetti di somiglianza esistenti fra i vari soggetti. La psicologia generale si interessava di quegli aspetti del comportamento umano legati a funzioni specifiche (studio dell’apprendimento, memoria, etc.). Considerava l’individuo come costituito da diverse parti, studiate secondo il metodo sperimentale e come somma di queste parti. Le funzioni venivano studiate come se non esistessero differenze fra gli individui. Si perdeva perciò la caratteristica di individualità e originalità che cercheranno di recuperare Murray e Allport negli anni ’30.

Murray et altri individuarono 8 punti che caratterizzano lo studio della personalità e consentono di distinguere l’ambito di indagine della psicologia della personalità:

1)   L’oggetto di studio sono organismi individuali e non aggregati di organi. Il complesso (individuo) non è solo la somma delle parti.

2)   L’organismo dalla nascita è un tutto in relazione reciproca con le sue parti – non si separano le parti per studiarle singolarmente.

3)   L’organismo è caratterizzato da ritmi di attività e riposo: quindi non è passivo, non manifesta semplici reazioni comportamentali in risposta a stimoli causali come diceva il comportamentismo.

4)   L’organismo è inserito in un ambiente nel quale si sviluppa e verso il quale si adatta. Quindi l’ambiente non è separabile dall’individuo, altrimenti si ha uno studio artificiale come quello di laboratorio.

5)   E’ necessario tenere conto del passare del tempo, dello sviluppo dell’individuo e del mutare delle sue caratteristiche (considerare la storia passata, le sue esperienze, stadi di sviluppo fisico e psichico).

6)   Tendenza a reagire in modo simile o in modo differente a stimoli simili: mostra le somiglianze ma anche le differenze.

7)   Modalità di relazione fra tutti i fattori che riguardano l’individuo e fra questi e l’ambiente: carattere interattivo perché i fattori sono in relazione dinamica e si influenzano a vicenda.

8)   Aspetti consci e inconsci. Bisogna tenere conto di una dimensione inconsapevole nel comportamento individuale, che fa si che le persone non sappiano riferire consciamente di fattori motivazionali propri dei loro comportamenti.

25/11/97

Hall e Lintzey (“teoria della personalità”) sostengono che  la psicologia della personalità ha avuto un ruolo dissidente nei confronti della psicologia accademica e generale.

La psicologia generale ha avuto origine dalla fisiologia sperimentale e ha dato luogo a studi rigorosi (laboratorio) su processi specifici (memoria, apprendimento, etc.). Questi studi sono però segmentari perchè considerano le diverse funzioni come se fossero separate.

La psicologia della personalità ha avuto origine nell’ambito della professione medica, ed in essa prevale l’aspetto applicativo e pratico, volto allo studio della globalità dell’individuo in rapporto con il suo ambiente. Si conura come uno studio integrativo dei diversi aspetti del comportamento e tende a riunire le diverse conoscenze specialistiche.

Negli anni ’50 non vi era una definizione delle due che le differenziasse abbastanza (prevale l’idea che la psicologia generale comprendesse anche lo studio della personalità).

Negli anni ‘60/’70 gli studi sulla personalità hanno subito un appiattimento nel settore clinico e sociale.

Dagli anni ’80 in poi c’è stata una ripresa poiché si è superata la contrapposizione fra fattori esterni e interni all’individuo e si è introdotto il concetto e le caratteristiche di interazione.

Pervin (anni ’90) sostiene che la psicologia della personalità ha raggiunto un grado di maturità che le consente di avere un suo ambito specifico di indagine, ma che non debba sganciarsi del tutto dalle altre psicologie. Questo per sfruttare i contributi apportati da queste in termini di incremento di conoscenze. (le concezioni attuali riprendono le concezioni di Allport e Murray). E’ importante individuare le caratteristiche stabili del comportamento chiamate TRATTI DELLA PERSONALITA’. La crisi dello studio della personalità del ’50 si supera grazie a questo.

MADDI e altri contemporanei definirono chi si occupa di personalità PERSONOLOGI: esperti nello studio e nella comprensione di modelli stabili di pensiero, sentimento, azioni, generalmente manifestati dalla gente. Lo studio dei personologi (secondo Murray) riguarda:

1)     Ricerca

2)     Teoria

3)     Psicoterapia

4)     Valutazione

Nella 1 e 2 l’interesse  ha scopi conoscitivi (natura delle persone, loro somiglianze e differenze).

In 3 tende al miglioramento delle condizioni di vita del paziente.

In 4 individua, mediante strumenti particolari, problemi o capacita dei singoli soggetti.

Sia 3 che 4 hanno scopi pratici come la salute e il miglioramento di vita dell’individuo (es di valutazione: la selezione del personale). In questi non è escluso l’aspetto conoscitivo, ma è predominante quello pratico: ci si chiede se un intervento sia utile o meno.

Secondo Moddi il personologo si occupa di fattori fisici, sociali, culturali, biologici e psicologici. Si interessa all’individuo ed al risultato dell’interazione delle sue parti tenendo conto di tutti i fattori integrati. Emerge l’interazione fra tutte le parti che costituiscono l’individuo e fra l’individuo ed il suo ambiente.

Nella concezione di Moddi è importante notare la distinzione fra TRATTO, BISOGNO e  PRESSIONE AMBIENTALE.

BISOGNI: Concetti ipotetici che esprimono la potenzialità di un organismo. Rispondono in diverso modo a diverse condizioni. Si possono fondere, sostituire reciprocamente, entrare in conflitto fra loro, avere aspetti consci ed inconsci. Hanno una relazione (complessa con il comportamento).

TRATTI: Schemi costanti o tendenzialmente costanti del comportamento. Sono osservabili perché comportamenti manifesti. Differiscono dai bisogni perché questi ultimi possono non manifestarsi, i tratti si manifestano sempre, sono il comportamento.

STAGNER: (anni ’30) anche lui assume questa distinzione e studia i tratti come caratteristiche tendenziamente stabili del comportamento e distintive dei vari soggetti. Per lui i tratti hanno carattere descrittivo più che esplicativo, costituiscono una sorta di sé mentale. Il tratto non indica però una stabilità comportamentale perché bisogna considerare la relazione con l’ambiente. L’individuo può essere diverso in diverse condizioni.

26/11/97

Sono nate delle divergenze fra Allport, Murray ed altri per ciò che riguarda il rapporto esistente fra fattori ambientali e individuali. I tratti ed i bisogni sono fattori individuali, mentre le pressioni ambientali sono fattori esterni. Il modello attuale fa riferimento all’interazione fra fattori interni ed esterni.

Negli anni ’30 e ’40 gli studi sulla personalità sono stati influenzati dalla psicologia clinica e dalla Gestalt, ma soprattutto da studi applicativi sulla misurazione della personalità, che veniva fatta per mezzo di procedure statistiche. Inoltre sono stati influenzati dalla teoria dell’apprendimento e dall’indirizzo tassonomico[1]. Quest’ultimo si è sviluppato tantissimo fra la 1^ e la 2^ guerra mondiale grazie al contributo di Murray. Per selezionare le reclute dell’esercito venivano utilizzati dei questionari di tipo strutturato o test di tipo proiettivo.

I primi contengono delle domande chiuse ( SI o NO ) e sono elaborati in modo da valutare determinati orientamenti comportamentali (introversione, estroversione, etc.). Le domande devono essere le più idonee al problema affrontato. Ad ogni risposta è attribuito un punteggio. I punteggi sommati danno la valutazione totale per soggetto.

I test di tipo proiettivo ha caratteristiche opposte. Le domande danno adito a risposte aperte, libere. Con i questionari strutturati si ha il vantaggio di una migliore e più veloce valutazione delle risposte. Con i test proiettivi la valutazione delle risposte è più difficoltosa, è difficile trovare dei parametri oggettivi validi per la maggior parte dei valutatori. Le tecniche proiettive sono basate su tecniche psicoanalitiche, e si fondano sul presupposto che la psiche abbia 2 dimensioni: conscia ed inconscia (proiettano i comportamenti dell’individuo fuori da lui richiamando motivazioni inconscie di quegli atti). Usano Macchie di Rorschach o vignette.

Anche la teoria dell’apprendimento (sempre negli anni ’30) ha influenzato gli studi sulla personalità. La teoria dell’apprendimento si è sviluppata soprattutto all’interno del comportamentismo (Watson: modello S®R). Nelle elaborazioni successive la situazione sostituiva S ed il comportamento sostituiva R. Inoltre si introdusse il concetto di Rinforzo (elemento esterno) che favorisce o inibisce la risposta ad uno stimolo. Tutti i comportamenti sono comunque riconducibili a fattori esterni (stimoli o rinforzi) e perciò a processi di apprendimento.

SEARSE (anni ’50) individuò 3 ambiti di ricerca della personalità: STRUTTURA, DINAMICA e SVILUPPO DELLA MOTIVAZIONE E DEI TRATTI. Il primo di questi, le strutture individuali, differenziano gli individui fra loro e rappresenta un ambito dello studio della personalità. Invece la teoria dell’apprendimento considerava solo i fattori esterni (S o Rinforzo) e andava contro tutto ciò che riguardava i fattori interni, come la struttura menzionata da Searse.

1/12/97

Gli studi sulla personalità ebbero 2 orientamenti principali: quello clinico, volto alla ricerca di strumenti che valutassero le caratteristiche di personalità (test proiettivi o questionari), e quello sperimentale, che si occupa di stimoli esterni. Però cominciano a nascere dei progetti di ricerca in cui vi è un tentativo di incontro tra i 2 approcci. Negli anni ’50, nell’ambito tassonomico, si sviluppano tecniche statistiche come l’analisi fattoriale o le tecniche correlazionali (Eysenk e Cattell). I test ed i questionari vengono sottoposti a forte critica sia per quello che riguarda la stabilità dei risultati che i principi teorici sui quali si basano. Ad esempio, i questionari sono sbilanciati e quindi fa si che emergano con più intensità determinate caratteristiche piuttosto che altre (bisogna rispondere SI o NO come risposte fisse, quindi potrebbe prevalere la tendenza a rispondere SI, e le risposte SI vengono sovrastimate). Questi problemi potrebbero essere ovviati con un’accurata messa a punto oppure con l’uso di tecniche statistiche che riducono al minimo l’errore.

Ciò che mette più in crisi lo studio della personalità sono però le indagini condotte in prospettiva sociale, di derivazione comportamentista, che mettono in evidenza che quello che incide del determinare le differenze di comportamento dei soggetti presi in esame sono fattori esterni all’individuo. Si mette in evidenza che, al variare della situazione, varia il comportamento. I soggetti subiscono in modo evidente i mutamenti esterni situazionali. I fattori interni hanno, in questo periodo, un’importanza secondaria. Su questo orientamento hanno influito 3 fattori di cambiamento:

1)     Applicazione clinica degli studi di Skinner (comportamentismo), effettuati soprattutto dalla scuola di Bandura. Si evidenziava l’importanza dei fattori esterni (stimolo e rinforzo) nel provocare cambiamenti sul comportamento.

2)     Rivoluzione di prospettive legate al modello cognitivista.

3)     Netta predominanza delle indagini improntate e volte verso la sfera sociale rispetto ai fattori interni.

Negli anni ’80 e ’90, invece, si ricomincia a dare importanza ai fattori individuali grazie all’utilizzazione del nuovo modello di indagine INTERATTIVO.

L’aspetto più semplice dell’interazione è che consente il recupero dei fattori individuali scartati dagli studiosi prima degli anni ’80. Si mettono in evidenza gli elementi di organizzazione del comportamento, dipendenti dalle caratteristiche individuali. Ad es. determinati tratti, caratteristiche stabili,  attribuiti ad un soggetto, permettono di classificarlo in base a questi. Si ipotizza inoltre che, in base ai tratti, si possa attribuire al soggetto una certa coerenza (se un soggetto presenta determinati tratti, tende a mostrarli in altre circostanze simili). Da qui deriva il fatto che le differenze di comportamento dipendano dai tratti (differenze individuali di personalità). Le indagini condotte negli anni ’80 e ’90 giungono al risultato che sia i fattori individuali che quelli esterni assumono una importanza fondamentale nel determinare le differenze di comportamento. Fattori interni ed esterni interagiscono per dar luogo ai diversi comportamenti.

Formula del comportamentismo:                S         ®        R         (forma base, semplice)

                                                           

¯                                                                 evoluzione della formula

Situazione      ®        Comportamento (più complesso)

¯                                                                 ulteriore evoluzione

S        ®        O         ®        R

                                                            (la risposta, causata dallo stimolo è mediata da O)

O = processi organici di base (o neurofisiologici)

S®O®R : esempio del topolino che, messo in un labirinto in condizioni di fame, sarà spinto dalla nutrizione, altrimenti si comporterà in maniera diversa. R non sarà sempre uguale. Potrà essere  R1, R2,R3 a seconda che O sia O1,O2, O3, anche se S rimane uguale.


Se O1                                R1

Se O2                                R2                                         anche se S è sempre uguale

Se O3                                R3

Quindi

                                                R1

S                   O                       R2

                                                R3

S è costante, O varia

Nelle elaborazioni successive al posto di O (stati fisiologici) venne preso in considerazione l’elemento P = personalità, come elemento intermedio fra stimolo e risposta. Questo elemento include oltre alle bassi organiche del comportamento, l’organizzazione, l’unità e l’unicità.

                                              R1

S                   P                       

                                                R2

Dove P rappresenta non solo i diversi stati fisiologici, ma anche l’organizzazione dei tratti di personalità. Ad esempio, se sulla base di strumenti (test o questionari) attribuiamo determinate caratteristiche individuali ad un soggetto (estroversione, introversione, etc.), nella stessa situazione di stimolo il soggetto potrà dare differenti risposte in funzione dei tratti attribuiti.

Nelle critiche degli anni ’60 si cerca di ritornare al modello S®R semplice: si afferma infatti che 2 soggetti ai quali sono stati attribuite caratteristiche soggA®introverso e soggB®estroverso, dovrebbero dare risposte previste dal loro etichettamento, invece si riscontra che variando la  situazione l’introverso si può comportare come estroverso e viceversa.

Attualmente è il concetto di INTERAZIONE, ovvero gli studi condotti in prospettiva interazionista, che ci ha consentito di recuperare il modello 

                                     R1

S              P

                                      R2

                 Questi studi usano concetti statistici (come l’analisi della varianza), che evidenziano l’interazione fra gli effetti di S e di P.

2/12/97

Il rapporto fra fattori individuali ed esterni può essere affrontato in maniera segmentaria o globale. Se lo affrontiamo in maniera segmentaria ci troviamo di fronte a conclusioni che escludono il concetto di personalità e dei tratti. Se invece si affronta in maniera globale secondo il modello interattivo recuperiamo sia la personalità che i tratti.

PROSPETTIVA SEGMENTARIA

In una situazione S generica confrontiamo il comportamento di 2 gruppi di soggetti etichettati (test o questionari) come I = introversi ed E = estroversi. Il nostro parametro è la tendenza alla socializzazione in una situazione generica. In base al parametro individuato attribuiamo dei punteggi ai soggetti in base alla facilità o difficoltà alle relazioni sociali. Dopo aver assegnato i punteggi ad ogni soggetto si calcola la media del gruppo I e del gruppo E. Si ottengono due medie diverse per cui si conclude che il comportamento in una situazione generica dipende da fattori individuali.

Quindi                  S (situazione generica)            CI  ¹  CE                            media CI  ¹  media CE

In cui CI è il comportamento introverso e  CE  estroverso. Studi di questo tipo consentivano di attribuire le differenze di comportamento a fattori individuali (personalità).

Se però decidiamo di valutare le differenze di comportamento fra i due gruppi I ed E, considerando una situazione diversa (SA), in cui hanno un ruolo sociale particolare che  comporta l’esigenza di avere rapporti con gli altri, si potrebbe ottenere CI  =  CE. Il comportamento di un introverso può tendere ad assomigliare al comportamento  dell’estroverso e viceversa. Otteniamo risultati diversi fra Sgenerica ed SA .

Quindi                  SA             CI  =  CE    (tendenzialmente)

Concludiamo che avendo mutato la situazione e avendo lasciato invariato il fattore P (personalità), la differenza di risultato (da quello atteso) è data dalla  modifica della situazione. Se consideriamo i due differenti risultati ottenuti diremo che la differenza della situazione causa differenze di comportamento più evidenti rispetto a quelle causate dlle caratteristiche individuali di personalità. Basterebbe conoscere le differenze che riguardano le situazioni per poter prevedere i comportamenti. I risultati di questo tipo hanno messo chiaramente in crisi il concetto di personalità. Così fino agli anni ‘60/’70 gli studi furono scartati a favore di altri studi sociali e clinici.

PROSPETTIVA GLOBALE

Gli studi fatti sotto questa prospettiva prevedono un modello di indagine complesso, che tenga conto contemporaneamente dei fattori interni e dei fattori sociali. Es: si prevedono 2 situazioni S1 e S2, e 4 gruppi di soggetti I ed E per S1 e I ed E per S2. Dobbiamo confrontare il comportamento dei gruppi in rapporto sia alle diverse caratteristiche di personalità che alla diversa situazione, con una procedura statistica unica. Con l’analisi della varianza possiamo tenere conto delle variazioni di tutti i fattori presenti.

1° esempio:

Calcoliamo il valore di CI e CE in S1, e poi facciamo lo stesso in S2.

Media del comportamento fra CI e CE in S1                                CI + CE=M

Media del comportamento fra CI e CE in S2                                CI + CE=N

Otteniamo due valori M e N generici, che sottratti ci danno un indice che mette in evidenza la differenza fra la media della S1 e della S2. Sulla base del risultato ottenuto possiamo concludere se la situazione incide o no sul comportamento.

2° esempio:

Sommiamo il comportamento dell’introverso nella S1  con lo stesso in S2.. Idem per l’estroverso.

 (S1 CI + S2 CI) = Q

(S1 CE + S2 CE) = R

Dal confronto Q – R = tot generico (indice)

Se c’è differenzaa fra Q (valore medio) e R (valore medio) possiamo concludere che il fattore personalità  determina una differenzaa di comportamento a prescindere dalla situazione considerata.

Confrontando l’indice ottenuto nel 1° es. (influenza della situazione) con l’indice ottenuto dal 2° es. (influenza della personalità), concludiamo se nella complessa condizione influiscono sia la personalità che la situazione, o solo una di queste. La soluzione si ottiene confrontando i valori statistici ottenuti nel 1° e nel 2° esempio. E’ possibile anche avere informazioni particolareggiate sui singoli elementi intervenienti e sapere se si influenzano a vicenda, se interagiscono fra loro. Possiamo valutare l’EFFETTO DI INTERAZIONE fra le variabili prese in considerazione. Ad esempio, se la situazione determina  un cambiamento lieve per gli estroversi e maggiore per gli introversi abbiamo:

Da un modello globale (interattivo), come questo, possiamo ricavare l’effetto dei singoli fattori, ma anche le diverse modalità di interazione.

3/12/97

Abbiamo visto che la psicologia della personalità non può prescindere dalle altre psicologie, né da altre discipline ad essa collegate, quali quelle neurofisiologiche, biologiche, sociali e storiche. L’ambito di indagine della psicologia della personalità è stato diverso a seconda dei diversi periodi storici, ed ha quindi giustificato diversi modelli teorici. Perciò non c’è soltanto una definizione del concetto di personalità. Il fatto che esistano diversi modelli teorici ci costringe a confrontarli e valutarli. Si possono raggruppare in base alle principali correnti della psicologia (comportamentismo, gestaltismo, etc.), ma questo approccio ha carattere più descrittivo che esplicativo. Se si fa riferimento al metodo si possono classificare i vari modelli, ma anche comprendere il processo in base al quale ogni modello teorico è stato elaborato. Si possono inoltre individuare dei criteri fondati sulle regole caratteristiche del metodo stesso, che ci permettono di cofrontare i vari modelli o le varie correlazioni. Se si fa riferimento al metodo il risultato è migliore. Il metodo è la chiave interpretativa che ci permette di descrivere, di comprendere e di confrontare i modelli della psicologia, anche rispetto  modelli di altre discipline.

AMBITO PSICOLOGICO

PERSONALITA’

¯

DEFINIZIONI  ¹

CAMPI DI INDAGINE ¹

TEORIE

                              METODO/APPROCCIO                             CONTENUTI


                                                                                                      NOMOTETICO

                                                                                                      IDEOGRAFICO

                  CLINICO     SPERIMENTALE/STATISTICO

                                                                            ¯

                                                                        CORRELAZIONE

Spiegazione schema:

Prendiamo in considerazione il problema della personalità per la psicologia. Diverse definizioni e diversi campi di indagine rimandano alle varie correnti teoriche. Per risolvere il problema della numerosità dei modelli teorici facciamo riferimento al METODO ed ai CONTENUTI. Il metodo è ancora strettamente legato agli approcci di studio, clinico o sperimentale, diviso a sua volta in prettamente sperimentale e statistico. L’approccio sperimentale prevede di ripetere in condizioni controllate (tenendo conto di tutte le variabili), un fenomeno osservato in natura, quantificando, misurando e usando elementi statistici. L’approccio statistico, invece, può essere usato anche in condizioni non-sperimentali. L’approccio correlazionale (usato dal metodo statistico), prende in considerazione un vasto numero di variabili e considera le modalità in base alle quali queste covariano. L’approccio clinico si contrappone all’approccio quantitativo- sperimentale.

Connesso al metodo è il problema degli approcci di studio, che sono NOMOTETICO e IDIOGRAFICO. L’approccio idiografico parte dalla individualità, ogni individuo è diverso dagli altri. Il metodo utilizzato perciò è quello clinico. Dal punto di vista storico si può dire che l’approccio idiografico è andato di pari passo con il metodo clinico. L’approccio nomotetico si fonda sull’analisi delle differenze interindividuali, traducendo queste in numeri, e si fonda sull’analisi degli aspetti comuni fra gli individui. Le somiglianza sono rilevate mediante l’uso della statistica. Quindi l’approccio nomotecnico è andato di pari passo con il metodo statistico sperimentale.

L’aspetto metodologico possiamo trattarlo confrontando il METODO nelle varie discipline, dividendo le scientifiche dalle non-scientifiche.

Ciò che faremo è cercaare gli aspetti comuni nei diversi metodi, confrontndo le varie discipline e giungendo a determinare che rapporti ci sono fra esse, che possibilità di interscambio di informazioni.

METODO

¯

DISCIPLINE

                    SCIENTIFICHE                                                             ALTRE DISCIPLINE



    SCIENZE                    PSICOLOGIA

    NATURALI                     CLASSICA

           ¯                                      ¯

TEORIE NATURALI            TEORIE

DAL ‘600 IN POI              PSICOLOGICHE

            ¯                                      ¯

        FISICA                     TEORIE DELLA

                                            PERSONALITA’

         

                           CLINICO        STATISTICO

                                                  SPERIMENT


                   IDIOGRAFICO     NOMOTETICO

                             ¯                            ¯

                QUALITATIVO     QUANTITATIVO

           MATEMATICO             UMANISTICHE

         GEOMETRICHE                  

                       ¯                    

         CONOSCENZE              CONOSCENZE

         MATEMATICO               UMANISTICHE

         GEOMETRICHE

                       STESSO SVILUPPO

                       METODOLOGICO

                      (anche di quelle logiche)

9/12/97  L’ASPETTO METODOLOGICO

Ci consente di mettere in relazione la psicologia con le altre scienze della natura e con discipline di tipo umanistico e logico-matematico. La psicologia contemporanea è considerata una disciplina scientifica. Per comprendere le caratteristiche delle discipline scientifiche è necessario comprendere le caratteristiche del metodo d’indagine.  La differenza fra discipline scientifiche e le altre discipline dipende dal procedimento conoscitivo usato. Appartengono alle altre discipline le discipline umanistiche come filosofia, storia, etica, letteratura e le discipline a carattere logico-matematico geometrico, che sono però più vicine alle discipline scientifiche. Le discipline logico matematico geometrico sono caratterizzate dal ricorso ad un procedimento deduttivo: da un principio si deducono per conseguenza logica una serie di conoscenze. Ossia si procede dal generale al particolare. Questo procedimento dà luogo ad una conoscenza certa, perché i nessi logici hanno carattere di certezza e necessità. Questo procedimento è di più difficile applicazione sul piano dei fenomeni. Anche le discipline umanistiche utilizzano questo procedimento (es. giurisprudenza: uguaglianza). Per quanto riguarda le discipline scientifiche il procedimento metodologico si fonda sull’alternanza di fasi induttive e deduttive. Si va dal generale al particolare, dai concetti ai fatti e viceversa. Questa alternanza consente di passare dal piano dei fenomeni a quello dei concetti e viceversa, sottoponendo ad un duplice controllo i risultati del processo conoscitivo (connessioni logiche e verifiche sulla base di osservazioni). Così si possono superare i limiti del procedimento deduttivo sfruttando i pregi del procedimento deduttivo. Infatti il procedimento deduttivo dà luogo a conclusioni che hanno carattere di certezza, mentre il procedimento che parte dall’osservazione dei fatti è incerto, perché le conclusioni tratte possono essere considerate solo parziali (che non riguardano la totalità dei fatti). Ma la certezza del procedimento deduttivo limita la crescita delle conoscenze perché ciò che può essere dedotto dai principi è già contenuto nei principi stessi.  Il procedimento induttivo invece non ha carattere di certezza ma ha il vantaggio di consentire l’acquisizione di nuove informazioni. Alternando i due procedimenti si attutiscono gli svantaggi e si acquisiscono i vantaggi. Le discipline scientifiche fanno ricorso al duplice procedimento induttivo-deduttivo. Questo assume 3 forme principali di complessità crescente:

1)     forma di tipo classificatorio: è la più semplice;

2)     forma di tipo sperimentale: è la più complessa;

3)     forma ipotetico-deduttivo: intermedia.

La discipline scientifiche fanno ricorso allo stesso tipo di metodo di indagine, ma utilizzano le diverse forme a seconda del tipo di disciplina, del momento storico e del tipo di problema da prendere in considerazione.  Possiamo definire la conoscenza scientifica come l’elaborazione concettuale dell’esperienza fenomenica secondo determinate regole. Queste regole possono essere stabili o possono variare a seconda del tipo di disciplina scientifica. Per es. la chimica, la fisica o la psicologia fanno riferimento allo stesso metodo di base utilizzando la forma più semplice o la più complessa a seconda delle occasioni, anche se l’oggetto di studio delle 3 discipline è diverso. Il fisico dovrà fare ricorso al laboratorio, utilizzare strumenti di osservazione, misura e verifica adatti all’oggetto di studio. La psicologia fa ricorso allo stesso procedimento e metodologia, ma poiché deve studiare un diverso oggetto non fa ricorso agli stessi strumenti del fisico, ma li adatta al suo oggetto di studio. E poiché l’oggetto di studio della psicologia è particolarmente variabile sarà costretto ad utilizzare adattamenti statistici. Anche in fisica si usa la statistica, ma la variabilità in fisica è piuttosto rara, mentre in psicologia la variabilità è un elemento che si presenta con maggior frequenza.

La conoscenza scientifica, oltre che su determinate regole (a carattere invariante o variante) si fonda su determinati presupposti: uno di questi è l’esistenza di un mondo fenomenico separato rispetto all’osservatore, una realtà esterna a chi conduce la ricerca. Questo ed altri presupposti sono le condizioni per consentire lo sviluppo della ricerca scientifica.  Sono assunti non accettati in quanto veri in sé, ma perchè se si accettano si deducono da essi una serie di conseguenze che consentono la ricerca. La conoscenza scientifica si propone 2 obiettivi fondamentali, ai quali se ne aggiungono altri 2 strettamente collegati. I primi sono costituiti dalla descrizione e dalla spiegazione. La ricerca scientifica si pone come obiettivo principale quello di descrivere i fenomeni, e di mettere in evidenza le modalità in base alle quali i fenomeni si manifestano. Questo obiettivo si raggiunge tramite l’elaborazione concettuale dell’esperienza fenomenica.

La spiegazione implica:

-         l’individuazione delle cause che determinano il manifestarsi dei fenomeni. Per  cause, in questo, contesto si deve intendere gli elementi che portano al verificarsi di un dato fenomeno.

-         la scomposizione di un evento complesso in elementi costitutivi unitari. E questo è un processo artificiale, che comporta la scomposizione di un elemento che in natura si comporta in termini globali, in una serie di elementi unitari costitutivi. In questo modo è possibile individuare, alla base dei fenomeni complessi, degli elementi semplici. Attribuendo agli elementi semplici regolarità e generalità possiamo attribuire ad un evento che non si è ancora verificato, le stesse caratteristiche di un evento che si sta verificando o che si è già verificato con le stesse modalità. Questa è la previsione.

ASPETTO METODOLOGICO

ALTRE DISCIPLINE                                                                         SCIENTIFICHE


MATEM. GEOMETR.                       UMANISTICHE                                  SCIENZE NATURALI


CONOSCENZE                                CONOSCENZE                                TEORIE NATURALI

MATEM. GEOM.                               UMANISTICHE

PSICOLOGIA


TEORIE PSICOLOGICHE

TEORIE PERSONOLOGICHE


                        STAT. PSICOM.                                                        CLINICI / IDIOGR.

            QUANTITATIVO                                                        QUALITATIVO

10/12/97

Il 3° obiettivo è la previsione.

La spiegazione comporta la riconduzione di ciò che non si conosce ancora a qualcosa di conosciuto, scomponendo fenomeni complessi in elementi semplici e generalizzando le caratteristiche di questi ultimi al fenomeno totale. Questo è un artificio. La previsione è strettamente legata alla spiegazione, in quanto prevedere significa fornire delle indicazioni su un dato fenomeno che non si è ancora manifestato. La previsione avviene sulla base delle manifestazioni conosciute del fenomeno stesso. Questa riconduzione fa riferimento al presupposto della regolarità dei fenomeni. Si crede che le caratteristiche in base alle quali si è manifestato un fenomeno continueranno a manifestarsi nel futuro con le stesse modalità. In realtà non esistono garanzie sufficienti che ci permettono di dire questo. Sulla base dell’esperienza, se le caratteristiche sono regolari e stabili, possiamo presupporre che continueranno ad esistere come tali. Es. gli astri. Chiaramente se non c’è regolarità regressa la previsione non è attendibile. Quanto maggiore è stata la regolarità, tanto maggiore è la probabilità che questa regolarità continui a manifestarsi. Questa concezione è di tipo probabilistico. Se si parte da una concezione induttiva la conclusione di regolarità dipende dal numero di esperienze osservate. Ma questa concezione non tiene conto della totalità delle osservazioni possibili che giungerebbe al 100% solo se si tenesse conto di tutte le osservazioni che non sono ancora avvenute. La regolarità è la generalizzazione di ciò che si è osservato in passato.

DIVERSE CONCEZIONI

1)     Regolarità = necessità meccanica della natura che , secondo caratteristiche insite, non può che comportarsi in un dato modo; deduzione: tutto ciò deriva dalla deduzione che le leggi generali della natura osservate non possono manifestarsi diversamente.

2)     Regolarità = probabilità di proiettare al futuro le esperienze passate, tanto maggiore quanto maggiore è la regolarità riscontrata in passato. Posizione degli epistemologi empiristi, che si basavano sull’induzione, ovvero sulla generalizzazione di un certo numero di osservazioni alla totalità, e che ritenevano che la regolarità è propria del passato ma non è certa per il futuro, al massimo è probabile.

Sulla base dell’esperienza si è visto che i fenomeni fisici manifestano regolarità, ma i fenomeni che riguardano il comportamento umano, sociale, animale sono caratterizzati da irregolarità. Per questo fino alla seconda metà del ‘800 i fenomeni si dividevano in due classi: TIPICI ed ATIPICI. Sono tipici i fenomeni che caratterizzano il mondo fisico. Consentono l’uso del metodo sperimentale e consentono di prevedere lo sviluppo futuro. I fenomeni organici, umani e sociali,  invece non hanno la stessa natura meccanica, hanno una origine sovrannaturale e godono della libertà propria del mondo dello spirito. Pertanto non possono essere previsti e studiati con procedimenti propri delle scienze fisiche. Sono studiati con procedimenti deduttivi o descrittivi.

VECCHIE CONCEZIONI

FENOMENI FISICI                                 FENOMENI ORGANICI

STABILI (TIPICI)                                    INSTABILI (ATIPICI)

FENOMENI TIPICI ¹ FENOMENI ATIPICI

METODI DI STUDIO ¹

CONCEZIONE CONTEMPORANEA

I fenomeni tipici e atipici si differenziano per gradi e non per natura. Può essere applicato lo stesso metodo, ma con modalità diverse dalle forme più semplici alle più complesse (osservazione ¸ spiegazione)

                                                                                                                caso



Modello probabilistico delle differenze

                                                                                                                fattori  sistematici

Fondamenti

-         Principio di parsimonia

-         Proficuità dei risultati nelle scienze sociali

-         Sviluppo delle conoscenze:

FISICHE: meccanica, statistica, teoria dei quanti, delle catastrofi, delle fluttuazioni, del caos.

STATISTICHE: individuazione di regolarità di gruppo in situazioni caratterizzate da irregolarità ed instabilità individuali.

Attualmente questa concezione dualistica non è del tutto ssa, ma si preferisce provare ad usare lo stesso procedimento per spiegare entrambe le categorie di fenomeni. Fenomeni fisici e organici non sono più caratterizzati da 2 diverse nature (regolarità ed irregolarità), ma si ritiene possano essere ricondotti entrambe alla categoria dei fenomeni naturali. Si differenziano per gradi di complessità e livelli di regolarità. Per valutare entrambe le categorie di fenomeni si è introdotta la statistica, in base alla quale si valuta il grado di regolarità o irregolarità dei fenomeni stessi. Le differenze fra i fenomeni e le loro manifestazioni sono così attribuite al CASO o ad un FATTORE SISTEMATICO. Nelle distribuzioni casuali dei fenomeni, le manifestazioni si possono esprimere con una equazione matematica, che indica la forma generale del fenomeno ed e rappresentata dalla curva di Gauss (curva normale che ha determinate caratteristiche). In base ad essa possiamo determinare con quale probabilità la manifestazione di un fenomeno è dovuta al caso o con quale probabilità corrisponde ad un fattore sistematico. Potremo valutare se le differenze o le somiglianze fra i fenomeni siano dovute al caso oppure no, concludendo che i fenomeni che si differenziano per caso sono simili, mentre quelli che si differenziano per un fattore sistematico sono differenti. In questo modo potremo prevedere con facilità fenomeni che hanno caratteristiche di regolarità. La probabilità di errore aumenterà con il diminuire della regolarità.

Quando osserviamo diversi soggetti con diverse caratteristiche , e vogliamo eliminare queste differenze, calcoliamo dei paramenti riassuntivi dell’andamento globale del fenomeno: es. la media. La media è considerata rappresentativa degli individui osservati, come se avessero le stesse caratteristiche, anche se non è così. Quindi oltre al valore medio è necessario aggiungere l’indice di dispersione attorno alla media. Più è alto questo indice e maggiori sono le differenze fra i soggetti. Se la deviazione standard tende a 0, significa che le osservazioni fatte coincidono con la media. In natura i fenomeni fisici hanno deviazione standard = 0. Nel mondo umano invece le diverse osservazioni non coincidono con la media.

15/12/97

 Non tutti gli epistemologi sono d’accordo sul fatto che grazie alla statistica possiamo prevedere con un certo grado di probabilità il verificarsi di un evento. Alcuni ritengono che la legge (che determina regolarità) non sia altro che la generalizzazione delle osservazioni. Quindi non possono dare certezze a meno che non si estendano le osservazioni all’infinito. Dal punto di vista statistico quindi, l’estrema regolarità del passato non è garanzia della regolarità del futuro. Abbiamo maggiori probabilità quando siamo in grado di aggiungere informazioni sulle caratteristiche strutturali del fenomeno che stiamo osservando. Grazie a queste ulteriori conoscenze concludiamo che la regolarità che si è manifestata in un dato fenomeno ha ragione di esistere, data la struttura del fenomeno stesso. Se questa struttura ha dei punti critici di instabilità, potrebbe accadere che si capovolga la manifestazione del fenomeno stesso. Quindi, oltre a tenere conto degli indici medi, analizzando la struttura del fenomeno, possiamo concludere che il fenomeno può assumere caratteristiche com-pletamente diverse da quelle attese.  (es. il sorgere del sole, e la struttura chimica del sole).

Lo stesso discorso vale per la previsione del comportamento e delle caratteristiche di personalità. Tenendo conto di un numero più ampio possibile di osservazioni in merito, ci calcoliamo i parametri riassuntivi e proiettiamo, al futuro, questi indici medi, sulla  base della regolarità riscontrata in passato. Se poi abbiamo delle conoscenze strutturali, in riferimento al tipo di personalità o al comportamento manifestato, aggiungiamo questo criterio strutturale a quello statistico e possiamo prevedere qualcosa di più certo (ma non assoluto) per il futuro. Nell’ambito dei fenomeni umani è sempre presente la probabilità di errore, che diminuisce all’aumentare delle informazioni che possediamo sul fenomeno.

16/12/97

Un altro degli obiettivi fondamentali dell’indagine scientifica è l’oggettività. Ci sono diverse concezioni dell’oggettività.

All’interno dell’ambito di indagine scientifica possiamo distinguere due concezioni: una tradizionale che ripropone gli elementi di forza della concezione classica ed una operativa (più debole).

OGGETTIVITA’

FENOMENO (realtà in sé)                                            CONOSCENZA

A                                                                                  A’

CONCEZIONE CLASSICA

A = A’

In campo scientifico

CONCEZIONI TRADIZIONALI

A = A’          in quanto il procedimento sperimentale è in grado di individuare le leggi della natura. Queste leggi hanno carattere di universalità e necessità.

CONCEZIONE OPERATIVA

La realtà è inconoscibile

Su A si possono avanzare solo congetture che corrispondono alla sua rappresentazione A’. Dati n soggetti in rapporto ad A si avranno nA’ = A’1, A’2, A’3…….. A’n

L’oggettività corrisponde all’accordo tra le nA’: A’1 = A’2  = A’3 = A’n

Nella concezione classica si distinguono i fenomeni, la realtà in sé, dalla conoscenza.  Se chiamiamo un fenomeno generico A, la conoscenza di questo sarà A’.  Nella conoscenza classica, una conoscenza è oggettiva quando la conoscenza del fenomeno corrisponde alle caratteristiche del fenomeno stesso.  In simboli: se A corrisponde ad A’ è una conoscenza oggettiva. In campo scientifico la concezione classica viene messa in dubbio, perché la conoscenza scientifica è generalmente considerata l’elaborazione concettuale dell’esperienza fenomenica.  Quindi A’ è sempre una rielaborazione individuale.  Si ritiene, secondo determinate concezioni, difficile riuscire a dimostrare che A e A’ corrispondono, perché si dovrebbe ipotizzare una dimensione più ampia di A e A’ che comprenda entrambe e che consenta di fare un confronto.  Questo potrebbe farlo solo una capacità conoscitiva soprannaturale.  Oppure possiamo fare questo confronto rinunciando alla realtà empirica dei fenomeni e identificando la vera realtà dell’essere con quella concettuale.  Se A coincide con A’, significa che A’ è una conoscenza oggettiva dell’elemento in considerazione.  Quindi o si ipotizza l’esistenza  di una dimensione più ampia che includa fenomeno e rappresentazione del fenomeno, o si trova il modo di far si che i concetti e le cose in sé coincidano. La conoscenza scientifica, tenendo conto di questa difficoltà, distingue la conoscenza del fenomeno dalla cosa in sé. All’interno delle concezioni scientifiche si identificano delle concezioni tradizionali che cercano di recuperare la possibilità di oggettività assoluta della conoscenza.  Uno di questi tentativi è stato fatto dal positivismo, dal neopositivismo logico e d tutte le concezioni scientifiche che ad esso si riagganciano.  Secondo queste interpretazioni tradizionali, elaborate dall’800 in poi, A e A’ coincidono perché il procedimento sperimentale (l’indagine scientifica rigorosa) è in grado di individuare le leggi della natura: queste leggi sono necessarie ed universali. La natura è considerata come una macchina che non può funzionare in modo diverso da come funziona, secondo delle leggi meccaniche esprimibili in termini di equazione matematica: queste esprimono delle relazioni necessarie tra le variabili. Le relazioni fra variabili dipendenti ed indipendenti si possono esprimere con le stesse equazioni matematiche. I fenomeni non possono manifestarsi in modo diverso d’AA come risulta che si manifestino, sulla base delle leggi meccaniche necessarie esprimibili con equazioni matematiche. Queste equazioni emergono dall’indagine scientifica. Conoscere la legge e conoscere il fenomeno in sé è quasi la stessa cosa, dato che se potessimo entrare nella dimensione più ampia già descritta, non potremmo che scoprire questo tipo di relazione.

A questo punto è necessario accertare questi presupposti: che la natura abbia carattere unico, che si manifesti in maniera necessaria e che i fenomeni non si possano manifestare in maniera diversa (dalla descrizione di un certo numero di osservazioni).A questa concezione si contrappongono tutte le critiche che affermano che si arriva a quella legge per generalizzazione di un certo numero di osservazioni, e che esistono una quantità infinita di fenomeni della stessa categoria, che non sono ancora stati osservati.  Chi esclude che almeno uno di questi possa manifestarsi in maniera diversa?  Per quanto grande il numero di osservazioni possa essere, non ha carattere infinito, può sempre emergere un fenomeno non corrispondente a quelli generalizzati con la legge. Quindi la legge non ha più valore necessario e universale, ma ha valore probabilistico. La necessità e l’universalità delle leggi della natura era stata enunciata sulla base dell’osservazione di un determinato tipo di fenomeni tipici del mondo classico, ma quando si inizio ad indagare sull’infinitamente piccolo o sui fenomeni che si manifestano con fluttuazioni, caratterizzati da irregolarità, la concezione forte classica entrò in crisi.  Molti epistemologi hanno optato per una concezione di oggettività di tipo debole, che ha basi operative secondo le quali si dà per scontato che la realtà in sé è inconoscibile: sulla natura di  A si possono solo avanzare congetture che corrispondono alla sua rappresentazione A’. Se consideriamo un numero n di soggetti in rapporto ad un fenomeno A, possiamo tener conto di un numero n di rappresentazioni del fenomeno stesso, quindi: A’1, A’2, A’n. L’oggettività, tenendo conto di queste premesse di impossibilità di conoscere la realtà in sé, la conoscenza di A sarà considerata positiva nella misura in cui A’1, tenderà a corrispondere con A’2, A’3 , sino ad A’n.

L’oggettività si conura come la condizione che consente a tutti coloro che vogliono condurre una osservazione, di ottenere gli stessi risultati, a condizione che si seguano le stesse regole conoscitive. Questa è la concezione di cui si fa più uso nel periodo contemporaneo. La condizione è che gli osservatori facciano riferimento tutti alle stesse regole. Non si ricorre ad una autorità, ma l’accordo interrogativo riguarda i dati. Questi devono essere osservabili direttamente o indirettamente, sul fatto in considerazione, o indirettamente su un fatto che si ritiene collegato a quello in osservazione, che non è direttamente osservabile. In questo caso è necessario dimostrare il legame fra il fatto osservato e quello non osservabile. Le osservazioni devono essere ripetibili da ogni osservatore. Escono dall’ambito delle conoscenze scientifiche i fenomeni che si manifestano una volta solo nel corso dell’esistenza dell’universo. La probabilità di raggiungere l’accordo interpersonale è maggiore se i dati sono osservabili, ripetibili, possono essere tradotti in termini numerici e sono misurabili. Il linguaggio matematico impone di rinunciare a tutti gli elementi qualitativi. I dati osservati devono essere separati dall’osservatore: altrimenti c’è l’influenza fra osservazione e osservatore (Il fenomeno si manifesta in maniera diversa da come sarebbe stato senza l’influenza dell’osservatore). In campo psicologico non è semplice ottenere tutte queste condizioni, ma se qualcuno di questi elementi viene a mancare diminuisce la probabilità che il risultato della ricerca possa avere caratteristiche oggettive.

CANONE DI OGGETTIVITA’

Richiede che i dati siano:

-         OSSERVABILI

-         RIPETIBILI

-         MISURABILI (espressi in un linguaggio formale)

-         SEPARATI DALL’OSSERVATORE

 

FORME PRINCIPALI E FASI DI SVILUPPO DELLA CONOSCENZA SCIENTIFICA

La conoscenza scientifica si deve considerare come una rielaborazione concettuale dell’esperienza fenomenica, fatta mediante due procedimenti fondamentali utilizzate a fasi alterne: INDUZIONE e DEDUZIONE.

L'induzione è il passaggio concettuale dal particolare al generale. La deduzione è il passaggio inverso, che va dal generale al particolare, dai concetti ai fatti, al contrario dell'induzione. Questi due concetti vengono utilizzati alternativamente, con modalità che vanno dalle più complesse alle più semplici. Le più semplici sono la forma classificatoria, le più complesse la forma sperimentale. L'intermedia è l'ipotetico-deduttiva. Queste 3 forme sono accomunate dal fatto che in ognuna di esse vengono utilizzati i due procedimenti fondamentali (induzione e deduzione), usati con modalità differenti in base alla complessità. Le differenze sono evidenti se consideriamo le diverse fasi dello sviluppo della conoscenza scientifica.

FORMA CLASSIFICATORIA: è la più semplice. La classificazione può avere un carattere sia qualitativo che quantitativo, a seconda che si utilizzino solo elementi quantitativi o anche elementi qualitativi. La classificazione inizia con l'osservazione e consiste nel riunire diverse osservazioni individuali in gruppi o categorie omogenee rispetto ad uno o più aspetti considerati. Si considerano un gruppo di elementi da osservare, si evidenziano gli aspetti di somiglianza o differenza, e se alcuni degli elementi sono considerati rilevanti sulla base della somiglianza, vengono riuniti in un gruppo o considerati facenti parte di una unica categoria. L'osservazione è comune alle altre 2 forme (ipotetico -deduttiva e sperimentale). Esistono osservazioni dirette e indirette, casuali o sistematiche, qualitative o quantitative, etc. L'osservazione è la fase iniziale. La fase successiva è l'astrazione: consiste in una generalizzazione provvisoria di ciò che è stato osservato, sulla base degli elementi di somiglianza o differenza (o maggiore-minore intensità di elementi). La fase successiva dipende dall'obiettivo che colui che effettua la classificazione si pone. Successivamente si passa alla fase di verifica che consiste nel sottoporre a nuove osservazioni altri elementi, simili a quelli già osservati. In conseguenza si può concludere se la prima classificazione provvisoria ha carattere di validità, o meno. Dopo un certo numero di osservazioni possiamo concludere se la prima classificazione è vera, adeguata agli effetti che il ricercatore si propone di ottenere e quindi otteniamo un risultato definitivo di astrazione, una categoria stabile, ed il nome che viene dato alla categoria omogenea viene utilizzato nell'uso comune.

In questo procedimento sono stati utilizzati i due elementi concettuali fondamentali: l'induzione e la deduzione. Le osservazioni passano dai fatti all'astrazione provvisoria, ai concetti, sottoposti a verifica mediante il processo inverso, dai concetti ai fatti. Infine si arriva alla generalizzazione definitiva, dai fatti ai concetti, e il risultato è l'individuazione definitiva di un elemento concettuale, a carattere generale. Nell'applicazione si inverte nuovamente il procedimento, si passa dai concetti ai fatti. Solitamente ci troviamo di fronte a classificazioni già effettuate, e la tendenza è di considerarle come dati di fatto. In realtà la classificazione acquisisce stabilità dall'applicazione del suo procedimento. Se si aggiungono nuove osservazioni e possibile sottoporre a modifica classificazioni considerate stabili per lungo tempo, ed applicando la procedura si può modificare qualunque classificazione.

La forma IPOTETICO-DEDUTTIVA si può considerare in due forme principali: qualitativa e quantitativa. Anche la forma ipotetico-deduttiva utilizza in maniera alternata il metodo deduttivo e induttivo. Partendo dall'osservazione delle manifestazioni dei fenomeni, possono nascere dei dubbi sulle relazioni esistenti tra elementi facenti parte dello stesso ambito d'indagine o di ambiti d'indagine diversi. Per ottenere una risposta il dubbio viene espresso sotto forma di ipotesi (formalizzazione di un dubbio che riguarda la manifestazione di vari fenomeni o la relazione esistente tra eventuali proposizioni concettuali). La prima fase riguarda perciò i fatti e l'osservazione degli stessi. A questa fa seguito una fase concettuale (dal particolare al generale). Ai concetti si arriva attraverso l'esposizione del dubbio in termini di ipotesi. La verifica viene fatta tramite nuove osservazioni, e i risultati di queste possono essere conformi o meno all'ipotesi. Quando il numero di osservazioni è sufficientemente ampio può essere generalizzato, mediante un nuovo passaggio concettuale. Questo costituisce la base per passare a costruzioni concettuali più complesse come le teorie o i modelli.

Tra la forma classificatoria e la forma ipotetico-deduttiva ci sono numerosi punti in comune, ma anche differenze. In termini funzionali la forma classificatoria utilizza gli elementi di base per dar luogo a costrutti concettuali e a categorie, per descrivere i fenomeni e le differenze esistenti fra essi. Il suo compito principale è quello di ridurre la variabilità e raggruppare all'interno di un numero inferiore di elementi concettuali, tanti fenomeni ed eventi. Quindi questa procedura consente di semplificare sia sul piano concettuale che sul piano empirico. Nella forma ipotetico-deduttiva c'è una parte descrittiva, ma a questa ne segue una più complessa che ha il compito di chiarire ciò che è stato osservato.. Nella forma ipotetico-deduttiva viene espresso meglio il dubbio della prima fase, che si trasforma in ipotesi. La verifica dell'ipotesi avviene quando:

IPOTESI I             Se avviene E ne consegue F

L'ipotesi I implica che ad un dato avvenimento E ne consegue uno F. Se facciamo in modo che avvenga E, e di conseguenza vediamo che avviene F, concludiamo l'ipotesi I; Se F non avviene consideriamo I non convalidata. In questo procedimento la generalizzazione assume una conurazione più complessa. Anche la verifica dell'ipotesi è più complessa perchè presuppone Ipotesi I = se avviene E ne consegue F. Quanto maggiore è il numero di verifiche ottenute, tanto più possiamo generalizzare la relazione fra E ed F. Questa generalizzazione è paragonabile alla 'categoria' della situazione precedente, ma nel 2° caso è più complessa. Mentre nel 1° caso la classificazione comportava l'esistenza dell'uguaglianza fra i vari elementi osservati, nel 2° caso la generalizzazione comporta una relazione osservabile fra un fenomeno E ed uno F. I costrutti concettuali più complessi che nascono dalla forma ipotetico-deduttiva (teorie e modelli) risolvono dubbi che riguardano solo le relazioni esistenti tra singoli eventi. Pur avendo le stesse caratteristiche dell'ipotesi, le teorie ed i modelli se ne discostano per complessità. Secondo certe concezioni, inoltre, i modelli sono più semplici delle teorie, perchè diversi modelli coerenti fra loro possono far parte di una teoria, un costrutto concettuale più ampio. La funzione della teoria e del modello è la stessa (la spiegazione), però strutturalmente il modello è più semplice e riproducibile empiricamente. (es. modelli di scala ridotta o maggiorata: DNA o sistema solare). Tutti i modelli fanno capo all'alternanza fra metodo deduttivo e induttivo.

La forma sperimentale è la più complessa. Ha base prettamente quantitativa (anche se è possibile applicarla ad osservazione a carattere qualitativo), poichè comporta quasi necessariamente una traduzione in numeri delle osservazioni e della loro misurazione. Le fasi di questa forma sono simili a quelle della precedente. Può essere considerato una evoluzione del processo ipotetico-deduttivo perchè utilizza sia il procedimento ipotetico-deduttivo che la quantificazione e la misurazione. Il processo sperimentale parte dalle osservazioni, passa attraverso l'ipotesi e si avvale della verifica. La differenza col processo ipotetico-deduttivo sta proprio nella verifica che procedere secondo una modalità differente che si conura nella sperimentazione. Grazie ad essa (ed alla ripetizione dei risultati) si può generalizzare, giungendo ad esprimere sotto forma di legge i risultati (la relazione esistente fra due variabili può essere espressa sotto forma di equazione matematica ed essere interpretata come legge a carattere generale). In seguito si passa a costrutti teorici più complessi come le teorie ed i modelli. Nella verifica della forma ipotetico-deduttiva facciamo quante più osservazioni possibili, ma non potremo mai sapere se ogni osservazione darà il medesimo risultato e non possiamo dire che tra E ed F non intervengono altri fattori quali a, b, c, etc. Quindi non saremo mai certi del nesso Causa-Effetto che lega E ed F. Con la verifica sperimentale invece poniamo a verifica l'ipotesi che fra E ed F ci sia un nesso, in maniera tale che la verifica avvenga in situazioni controllate, ovvero in situazioni in cui tutte le variabili che possono intervenire siano sotto controllo, tranne la variabile indipendente (manipolata dallo sperimentatore) e quella dipendente. Se tutte le altre variabili (a, b, c, etc.) sono tenute sotto controllo possiamo concludere che fra E ed F c'è un nesso causa-effetto. La ripetizione delle osservazioni non è lasciata al caso ma avviene in condizioni particolari in cui il fenomeno è riprodotto secondo particolari modalità. Per fare questo è necessario riprodurre l'osservazione in condizioni artificiali, tradurre le osservazioni in numeri, etc. Come risultato otteniamo che dopo un certo numero di osservazioni che portano allo stesso fine, possiamo concludere che la variazione di E causa F ed escludere che questo fatto sia attribuibile ad altri fattori al di fuori del nesso fra E ed F. Questa forma da luogo a risultati più astratti  distinti dalla realtà della manifestazione dei fenomeni in cui non è possibili che nella manifestazione di un fenomeno interagiscano solo 2 variabili. I fenomeni reali sono complessi, a carattere globale, la loro manifestazione è causata da diversi fattori; con il metodo sperimentale, però diamo risposta a situazioni staccate, separate dal contesto generale, per poterla analizzare al meglio.

CONOSCENZA SCIENTIFICA

METODO: induzione/deduzione

FORME

CLASSIFICATORIE

-          Classificazione (qualitativa, quantitativa)

-          Osservazione

-          Astrazione (gen. provv,)

-          Verifica

-          Osservazione

-          Astrazione (gen. defin.)

 


Cosa c'entra questo con la personalità?

Il metodo è lo stesso, ma abbiamo 2 approcci principali: clinico e statistico-sperimentale.

Quello clinico si basa soprattutto sulla forma classificatoria e su quella ipotetico-deduttiva con forma qualitativa, in quanto è difficile che nel metodo clinico si usi la quantificazione. L'approccio statistico sperimentale, invece, utilizza la forma classificatoria, ipotetico-deduttiva e sperimentale su base quantitativa, consente quindi di ricondurre le osservazioni a quantità, e sottoporre le ipotesi a verifica sperimentale. Strettamente legata a questo è la differenza fra l'approccio idrografico (qualitativo) e l'approccio nomotetico (quantitativo). Il primo si fonda su classificazioni e tipologie e corrisponde a teorie e modelli clinici. L'approccio nomotetico invece si fonda su classificazione e tipologie traducibili in termini di misurazione e da luogo a teorie e modelli sperimentali.

METODO


CLINICO                                                                               STATISTICO/SPERIMENTALE

Forma  classificatoria®tipo quantitativo

Forma  ipotetico-deduttiva®tipo quantitativo

Forma sperimentale®tipo quantitativo

 

Forma  classificatoria®tipo qualitativo

Forma  ipotetico-deduttiva®tipo qualitativo

 


APPROCCIO

IDIOGRAFICO (non esistono personalità uguali)

Qualitativo:

classificazioni

tipologie

teorie/modelli clinici

 

NOMOTETICO (nonostante esistano diverse personalità ci sono elementi in comune)

Quantitativo:

classificazioni

tipologie

teorie/modelli clinici

 


14/01/98

Secondo l’approccio idiografico non esistono due personalità uguali, poiché ogni individuo ha una personalità propria diversa da quella di tutti gli altri. Come conseguenza ogni soggetto deve essere studiato in maniera approfondita. Per  quanto riguarda l’approccio nomotetico si parte dal presupposto che, nonostante esistano diverse personalità, ci sono elementi che sono comuni a tutti i soggetti. Questi elementi comuni possono essere studiati con un metodo induttivo-matematico, che serve per individuare  quali elementi di tipo quantitativo ci sono nei soggetti. Secondo l’approccio idiografico, le caratteristiche individuali non sono suscettibili di classificazione, perche ognuno ha delle caratteristiche che sono diverse dall’altro, quindi l’unico procedimento possibile è di tipo qualitativo. All’interno dell’approccio idiografico si possono fare classificazioni di tipo individuale, tipologie e si possono creare teorie e modelli di tipo clinico, tutti in base qualitativa. All’interno dell’approccio nomotetico, invece, si possono trovare ugualmente classificazioni, tipologie, teorie o modelli sperimentali a base quantitativa.

Mediante l’approccio clinico si possono fare classificazioni non quantitative, si possono costruire costrutti più complessi che non hanno base quantitativa, ma qualitativa, quindi sono più generici rispetto agli stessi costrutti costruiti su base statistico-sperimentale (quantitativa). Ad esempio il tipo nevrotico in casi clinici di Freud ha delle caratteristiche ben precise che lo caratterizzano, ma questi elementi non sono tradotti in quantità. Nell’approccio nomotetico possiamo trovare nella stessa persona nevrotica diversi gradi di nevroticismo, sulla base di procedimenti di individuazione misurabili che consentono di differenziare il livello di nevroticismo da un soggetto ad un altro, ed allo stesso tempo consentono di trovare elementi in comune sulla base dello stesso livello di nevroticismo.

Possiamo dire che lo stesso procedimento, in forma più o meno complessa, viene usato sia nell’indirizzo clinico che in quello statistico-sperimentale. A seconda della maggiore o minore complessità si ottengono due temi principali: descrizione e spiegazione. I costrutti di tipo classificatorio sono i più semplici, hanno funzione descrittiva, raggruppano diverse categorie di elementi al fine di facilitare la descrizione dei fenomeni, ma non è possibile spiegare questi fenomeni mediante la classificazione. Per spiegarli è necessario fare riferimento ad una forma più complessa (a vari livelli). Il più semplice di questi è l’ipotesi, i più complessi i modelli e le teorie. La funzione è simile: dare una spiegazione,  trovare delle risposte. La differenza riguarda il grado di complessità. I costrutti concettuali dell’ipotesi spiegano la manifestazione di fenomeni singoli. Le teorie ed i modelli abbracciano un ambito più vasto e spiegano teorie generali. Ma il compito è lo stesso: trovare un nesso fra gli eventi. Secondo alcuni autori il modello è considerato strutturalmente più semplice della teoria, quindi più vicino ai fenomeni ai quali si riferisce. Dovrebbe perciò consentire un passaggio più semplice dal piano concettuale al piano scientifico. La teoria è più distante dai fatti. Non tutti sono d’accordo su questa idea. Nel nostro ambito di indagine esistono più teorie e modelli costruiti con diversi procedimenti a seconda del metodo statistico o clinico.

CRITERI TEORICI PRINCIPALI

I modelli e le teorie devono essere costruiti tenendo conto di alcuni criteri teorici principali, che sono:

1)     COERENZA INTERNA

2)     CONFRONTO TRA I DATI (VERIFICA)

Coerenza interna significa che gli elementi concettuali che determinano la teoria non si devono contraddire. Confronto tra i dati è la possibilità di avere un tramite tra i vari elementi concettuali in modo da consentire il confronto diretto delle teorie. Se manca uno di questi elementi la teoria non si può accettare dal p.d.v. scientifico.

19/01/98

Esistono diverse teorie della personalità, perciò occorre trovare un criterio che ci consenta di confrontare le diverse posizioni, in modo da evitare di considerare l’argomento complesso e contradditorio, o di abbracciare una sola posizione e considerarla più valida delle altre.

Per superare il problema dobbiamo considerare il metodo. Grazie al metodo possiamo confrontare le diverse posizioni. In base al metodo distinguiamo diversi approcci, che possono essere ricondotti ad un unico procedimento: l’alternanza di fasi induttive e deduttive nella costruzione dei concetti. Questo procedimento si differenzia in termini di forma, più o meno complessa (categorie, modelli e teorie). I modelli sono più semplici e vicini ai fatti e le teorie sono più generiche, adattabili ad un contesto più ampio. La psicologia generale utilizza principalmente modelli, in quanto studia funzioni singole, la psicologia della personalità utilizza più teorie, in quanto si occupa di quegli aspetti del comportamento più complessi e delle relazioni fra le diverse funzioni. Non essendo stati costruiti modelli abbastanza precisi è più facile che in psicologia della personalità si faccia ricorso a teorie (non tutti sono d’accordo su questa distinzione).

Dal p.d.v. scientifico vengono considerati validi i costrutti esplicativi costituiti da elementi concettuali coerenti fra loro. Le teorie sono dei costrutti concettuali, la cui funzione è spiegare i fenomeni ai quali si riferiscono. Sono costituite da diversi elementi concettuali: definizioni, principi, elementi di collegamento fra definizioni e fra il piano concettuale ed il piano empirico. Il primo criterio che una teoria deve rispettare per essere scientifica è che questi elementi non devono essere in contraddizione fra di loro. Il secondo criterio è che devono consentire il  confronto con i fatti, devono reggere la verifica empirica.

Secondo l’epistemologia moderna e le considerazioni avanzate da Popper si ritiene che il procedimento di verifica fondato esclusivamente sulla conferma non sia valido per considerare accettabile la teoria ed il modello in considerazione. Teorie e modelli, secondo Popper devono essere non soltanto verificabili, ma anche falsificabili in linea di principio. Questo significa che devono essere costruiti in modo tale da contemplare come conformi alla teoria una determinata categoria di fenomeni A, e come contraria alla teoria un’altra categoria di fenomeni non-A. L’individuazione di un fenomeno non-A è sufficiente per considerare teoria e modello non validi. Questo principio consente, in particolare in ambito psicologico, di differenziare teorie e modelli troppo ampi, eccessivamente generici. Quelli che non consentono la discriminazione fra A e non-A, non consentono di essere rifiutati, perché qualsiasi evento si verifichi può sempre essere considerato conforme alla teoria. Es. la teoria psicoanalitica: non viene criticata perché non regge il confronto empirico, ma non esclude nessuna categoria di fenomeni, è eccessivamente plastica.

Concetto di complementarietà. E’ stato elaborato in campo fisico, nello studio dell’infinitamente piccolo. Ogni osservazione nell’ambito dell’infinitamente piccolo determina una perturbazione dell’oggetto sottoposto all’osservazione. Come conseguenza non si può stabilire nello stesso tempo velocità e posizione del mobile in considerazione: stabilendo l’uno con precisione si perde l’altro. Lo scienziato deve rinunciare al avere contemporaneamente le indicazioni circa gli aspetti del fenomeno. In ambito psicologico le interferenze fra osservatore ed osservato sono paragonabili a quello che avviene nella fisica dell’infinitamente piccolo. Qualsiasi procedimento di osservazione, tranne rare eccezioni, implica un’interferenza dell’osservatore sull’osservato. Questo perché l’oggetto di studio in campo umano è cosciente (se si rende conto che è sottoposto ad osservazione cambia comportamento). Se le osservazioni vengono fatte in modo che l’osservato non sa di esserlo, vengono a mancare le condizioni di controllo delle variabili. Quando noi studiamo un fenomeno psicologico utilizziamo uno strumento particolare (clinico o sperimentale), in riferimento al quale mettiamo a fuoco un aspetto particolare del fenomeno, ma contemporaneamente ci sfuggono gli altri. Utilizzando lo strumento clinico possiamo studiare il soggetto in condizioni di elasticità, ma ci sfuggono gli elementi di oggettività. Per cui, se da un modello teorico ricaviamo determinati risultati che sono in contraddizione con altri ottenuti con un procedimento di indagine diverso, non sempre dobbiamo concludere che il modello in considerazione debba essere rifiutato.

FUNZIONE ESPLICATIVA:

Procedimento ipotetico-deduttivo e sperimentale

COSTRUZIONI CONCETTUALI

Teorie e modelli

Criteri di validità

-         Coerenza

-         Verifica empirica (falsificabilità complementarità)

-         Ampiezza

-         Proficuità

-         Semplicità

-         Eleganza

  

20/01/98

La prima psicologia riteneva che l’oggetto di studio della psicologia fosse costituito dai contenuti di coscienza, che si riteneva potessero essere attinti direttamente dall’esperienza individuale mediante il rivolgimento dell’attenzione individuale nella propria interiorità, anziché nei confronti del mondo esterno. In questo modo l’oggetto ed il soggetto dello studio si identificano: lo stesso individuo è contemporaneamente oggetto e soggetto di conoscenza. Ciò determina una non separazione fra conoscente e conosciuto, ed una interferenza che non consente di separare nettamente i due ambiti di indagine. L’osservazione non può assumere caratteristiche oggettive. Es. se il soggetto è in preda all’ira non può osservare e descrivere la sua stessa ira perché l’eccitazione derivante da essa interferisce nell’osservazione. Tutt’al più si può fare riferimento almemoria - I processi di memorizzazione dall’acquisizione al richiamo - Studi comparati" class="text">la memoria, e osservare quello stato quando non esiste più, e ne rimane solo la traccia. Per risolvere questo problema è stato proposto di cambiare l’ogetto di studio, che dal comportamentismo in poi è stato considerato un qualcosa riconducibili agli elementi fisici ed organici esterni all’osservatore. In questo caso osservatore ed osservato non si identificano più come nella situazione precedente. L’interferenza è minore, ma la situazione non è molto diversa da quella in cui l’individuo studia se stesso con l’introspezione. E’ come se la parte cosciente della natura studiasse se stessa: l’uomo che rappresenta la parte cosciente della natura, sottopone se  stesso all’indagine naturale (quando invece studia il mondo fisico è come se la parte cosciente della natura studiasse la sua parte non cosciente). Questo determina  come conseguenza lo stesso tipo di interferenza, che non è sempre evidente, e non sempre dà luogo allo stesso effetto di perturbazione: in determinate situazioni gli effetti della perturbazione sono particolarmente rilevanti. Quindi non possiamo considerare solo le categorie del vero o del falso (es. il mondo dei valori non può essere ricondotto alle categorie del vero o del falso, perché non è oggettivo ma soggettivo).

A questo criterio fondamentale sono legati altri criteriche hanno a che fare con l’ampiezza, la proficuità, la semplicità e l’eleganza.

L’ampiezza riguarda il numero dei fenomeni che possono essere spiegati dalla teoria e dal modello.  Il concetto di ampiezza ci consente di confrontare diversi modelli e di preferire quello che ne spiega N + 1 a quello che ne spiega N, a parità delle altre capacità del modello stesso.

La proficuità è strettamente legata all’ampiezza. Riguarda il numero delle ipotesi che possono essere dedotte da una teoria o modello. Quanto maggiore è il numero delle ipotesi dedotte, tanto più possono essere considerati (teoria e modello) proficui, in quanto possono spiegare un numero maggiore di fenomeni.

La semplicità riguarda il numero degli elementi concettuali costitutivi della teoria e del modello. Si preferisce il più semplice rispetto al più complesso, perché garantisce un minor dispendio di energie e di tempo per ottenere l’obiettivo.

L’eleganza è strettamente legata alla semplicità. Può essere considerata la valenza estetica della semplicità. Quando un modello è semplice, proficuo, ampio, adeguatamente verificabile, può essere considerato anche elegante. Un modello tale può essere preferibile ad altri meno eleganti, anche se l’eleganza come criterio a se è un criterio soggettivo e non oggettivo.

Questi giudizi (coerenza interna, verifica, ampiezza, proficuità, semplicità, eleganza) sono i criteri fondamentali che ci dovrebbero guidare nella scelta e nel confronto tra i diversi modelli e teorie.

Proviamo ad applicare questi criteri al modello S-R (comportamentismo). Questo modello implica che ad ogni stimolo corrisponda una risposta, le risposte sono conseguenza  degli stimoli. Il modello è verificabile, basta variare gli stimoli per vedere cosa succede. Troviamo questa corrispondenza, ma il modello non può essere applicato a tutte le manifestazioni comportamentali. Il modello S-R è in grado di spiegare solo le manifestazioni comportamentali di tipo inferiore, per esempio i riflessi. Da quando è stato modificato in S-O-R può spiegare un maggior numero di manifestazioni comportamentali. Ma non è ancora in grado di spiegare le caratteristiche complesse del comportamento che hanno a che fare con la personalità. Per questo si è introdotto S-P-R (che è S-O-R esteso alla considerazione dei processi più ampi e complessi che chiamiamo personalità). Riguardo alla proficuità: si possono dedurre molte ipotesi da questo modello? Può durare nel tempo?

Tenendo conto di tutti questi elementi abbiamo un valido strumento per orientarici fra le  diverse teorie e modelli della personalità. FINE 1^ PARTE (METODOLOGICA).

21/01/98

Per quanto riguarda l’analisi della conoscenza scientifica (secondo l’aspetto metodologico), si possono considerare due approcci principali. Secondo il primo (vd. Positivismo) di questi approcci la conoscenza scientifica si fonda su dei particolari criteri metodologici e si sviluppa tenendo conto solo di questi. I criteri metodologici possono essere considerati interni alla conoscenza scientifica. Come conseguenza viene considerata distaccata dal mondo esterno, dall’ambiente culturale, sociale e dalla storia. Da qui la condizione che la scienza e gli scienziati abbiano un atteggiamento neutrale nei confronti degli eventi della storia e delle ideologie e credenze. La scienza può procedere autonomamente: le regole della scienza sono invarianti nel tempo. Ciò che consente alla scienza di crescere è il rispetto delle regole interne alla conoscenza scientifica. Da questo p.d.v. le conoscenze scientifiche crescono in maniera lineare per accumulazione. L’ambito del conosciuto si estende progressivamente sommando le conoscenze nuove a quelle procedenti.

A questa concezione si contrappone l’analisi storica dello sviluppo delle conoscenze scientifiche. L’epistemologia ha messo in evidenza che in realtà è difficile individuare delle regole invarianti caratterizzanti la ricerca scientifica nei vari momenti della storia e nelle varie culture. In particolare KUHN, nella seconda metà del secolo, ha messo in evidenza che lo sviluppo della scienza non ha carattere lineare e non avviene secondo le modalità sommatorie  di cui erano convinti i positivisti. Secondo Kuhn lo sviluppo della scienza avviene per fasi: all’inizio non esistono procedure, regole  o paradigmi universalmente accettati, ma esistono diverse scuole, correnti e prospettive che non sempre sono in accordo fra loro, generalmente sono in contrasto. Questa fase è di tipo prescientifico: ad un certo punto una di queste scuole ha il sopravvento sulle altre. Le regole che caratterizzano la conoscenza scientifica di questa scuola diventano un paradigma per tutte le altre, e le diverse correnti scompaiono. Ciò da luogo ad una fase di ricerca scientifica considerata da Kuhn come una fase normale di indagine scientifica che si sostituisce alla precedente. I criteri propri di questa fase si consolidano in maniera tale che le altre posizioni tendono a sire, sino a quando non emergono nella loro rilevanza sino ad assumere un valore problematico per tutta la ricerca. Può avvenire che i ricercatori abbandonino il paradigma seguito sino a quel momento per cercare un criterio nuovo che consenta di tenere conto dei nuovi eventi, considerati anomali finchè il paradigma fondamentale era dominante. Questo solitamente dà luogo ad una sorta di rivoluzione, che porta ad individuare nuovi criteri che si sostituiscono ai precedenti. Il passaggio da una fase all’altra non ha carattere di continuità. Quindi il risultato del crescere delle conoscenze non può essere considerato cumulativo.

LAKATOS tiene conto dell’importanza dei programmi di ricerca mediante i quali è possibili scoprire dei nuovi fatti e che consentono alla conoscenza di svilupparsi all’interno della tradizione culturale. Sono i progetti di ricerca più che i modelli teorici che consentono alla ricerca scientifica di procedere. I modelli teorici vengono inseriti nei progetti di ricerca. Questo contesto più ampio aumenta la probabilità di individuare fatti ed elementi nuovi.

LAUDAN sostiene che il compito principale della scienza è risolvere problemi sia concettuali che pratici. Le teorie sono inserite in contesti più ampi, come sosteneva Lakatos. Da questo nascono le tradizioni di ricerca.

Altri autori traggono conclusioni anarchiche razionali, in base alle quali rifiutano del tutto le regole della ricerca. Da qui l’esigenza di basare la ricerca scientifica solo su determinate norme considerate invarianti e immutabili nel tempo e nello spazio. Altre posizioni tengono conto sia del rigore proprio delle regole metodologiche che del fatto che queste regole mnon sono immutabili storicamente come ritenevano i positivisti. Tenendo conto di una posizione intermedia tra coloro che rifiutano le regole e coloro che tengono conto che le regole esistono, ma non sono assolute, riguardo alla psicologia della personalità, attualmente non esiste un unico paradigma. Utilizzando la terminologia di Thomas Kuhn: “abbiamo visto che esistono diverse posizioni teoriche, non esiste un unico modello di riferimento”. Ci troviamo in una condizione simile a quella propria delle condizioni prescientifiche, anche se non del tutto corrispondente. Non possiamo perciò identificare un paradigma predominante. Siamo ancora alla ricerca di un modello più valido degli altri. Il modello interattivo, per certi versi, potrebbe rappresentare un tentativo di ridurre la variabilità delle concezioni e dei modelli che riguardano la personalità umana. Ma non possiamo ancora considerarlo un paradigma dominante. Per le caratteristiche di complessità e di ampiezza dell’ambito di indagine, gli studi sulla personalità hanno subito i condizionamenti dei fattori esterni e degli elementi culturali. Questo probabilmente perché nella personalità esistono elementi di conoscenza in senso stretto (riconducibili alla categoria del vero o falso), ma esistono anche altri aspetti che sono più vicini al mondo dei valori. Si mettono in evidenza non solo gli aspetti cognitivi, ma anche la valutazione dell’esperienza ed elementi valutabili in termini di giudizi di valore. Es. La concezione freudiana all’inizio della sua elaborazione è stata fortemente ostacolata in ambito accademico. Freud si occupava di settori (sessualità infantile) non accettabili dal p.d.v. etico e morale. Quindi l’ostacolo non era fondato su criteri di validità (vero o falso), ma sul criterio di opportunità di indagare in determinati ambiti. Successivamente la diffusione della teoria freudiana è dovuta, secondo alcuni critici, più alla gradevolezza dei risultati, a motivi utilitaristici, che non a elementi metodologici, sulla base dei criteri di validità della stessa.

LOMBROSO: La teoria psicoanalitica è stata ostacolata perché considerata non adeguata dal p.d.v. ideologico. Non sulla base dei criteri di validità del modello empirico. SHELDON: concezione costituzionale – negli USA è stata fortemente ostacolata sempre per motivi ideologici, poiché era in contrasto con i modelli teorici fondamentali della cultura americana e non per un giudizio fondato sui criteri di validità del modello stesso. Anche attualmente non possiamo affermare che gli studi su questo argomento siano del tutto scevri da condizionamenti ambientali, culturali e quindi dal mondo dei valori. In particolare negli studi che riguardano la personalità, emerge di più l’importanza dei risultati da utilizzare in termini positivi per la società che l’importanza dei criteri metodologici. E’ difficile nello studio della personalità tenere separati gli elementi di interferenza, mentre nello studio ad esempio della fisica l’implicazione dell’essere umano è minore. Per quanto riguarda lo studio della psicologia, una cosa è studiare i processi percettivi o la memoria, in quanto si può rimanere distaccati, un’altra è quando si considerano aspetti che coinvolgono autopercezione o autostima. A seconda dell’orientamento che assume lo studio. L’autostima viene minacciata, perciò si erigono delle barriere che impediscono di portare avanti determinati obiettivi. Per es. gli studi di Sheldon: l’obiettivo era indagare sulle basi biologiche della personalità, col rischio che la complessità dell’essere umano, la sua libertà, la sua autonomia ed il suo libero arbitrio venissero compromessi, in quanto tutto veniva ricondotto a basi biologiche. La differenza fra un essere umano ed un altro era riconducibile a differenze biologiche. Questo nella cultura americana era inaccettabile (mito dell’uomo che si fa da sé). Lo sviluppo della conoscenza sulla personalità dovrebbe essere valutata e criticata dal p.d.v. strettamente metodologico, ma non possiamo escludere che, storicamente,  fattori esterni alla conoscenza scientifica  hanno interferito e continuano tuttora ad interferire.

26/01/98

Abbiamo distinto i due approcci principali: statistico-sperimentale e clinico. Il primo si è sviluppato in ambito accademico, il secondo in ambito clinico. Possiamo quindi dire che si sono sviluppati due indirizzi fondamentali: da una parte un metodo particolarmente oggettivo, che però secondo i clinici dava risultati aridi, astratti, artificiali, dall’altra invece un procedimento più ampio, più attento alle esigenze esistenziali degli individui, ma con scarse caratteristiche di rigorosità e di oggettività. Gli sviluppi successivi hanno ridotto un po’ questo contrasto, considerando la possibilità di trovare elementi di convergenza tra l’uno e l’altro, facendo riferimento alle regole essenziali del procedimento di indagine scientifico. Unendo i due approcci è possibile fornire un’immagine più completa dell’oggetto di indagine.

L’approccio clinico si fonda su osservazioni, su classificazioni, su procedimenti di verifica di tipo qualitativo piuttosto che quantitativo. Il procedimento di indagine segue le stesse fasi, con la differenza che nell’approccio statistico-sperimentale si fa ricorso alla quantificazione, alla misurazione. In ambito clinico si fa riferiemtno ad osservazioni di tipo qualitativo, anche se non è esclusa la possibilità di usare procedimenti quantitativi all’interno del contesto clinico. Lo strumento principale dell’indagine clinica è il colloquio. Il colloquio consiste in una situazione di comunicazione interpersonale a carattere interattivo, nel senso che i soggetti si influenzano reciprocamente. Può essere considerato una tecnica di osservazione ed una tecnica di intervento. L’osservazione da luogo a descrizione e diagnosi, consente di descrivere le caratteristiche di personalità, ed a seconda del contesto particolare, queste descrizioni assumono il carattere di diagnosi. Il colloquio non è una tecnica che viene usata solo in ambito patologico, ma può essere utilizzata anche in contesti diversi. In campo non patologico il colloquio consente di descrivere le caratteristiche di personalità dei soggetti. In ambito patologico le descrizioni invece si caratterizzano in termini di diagnosi, che successivamente riguardano il trattamento. Il trattamento (o intervento), è la fase operativa. In un contesto normale è orientato verso il cambiamento delle caratteristiche dei soggetti. In senso generale si conura in termini di orientamento, non necessariamente di cambiamento vero e proprio. In campo patologico l’intervento, fondato sulla diagnosi, si conura in terapia, tentativo di mutare le caratteristiche patologiche del soggetto (da anormale in normale).

Il colloquio varia nei vari contesti applicativi: scolastico (interrogazione), giuridico (interrogatorio), giornalistico (intervista), etc. Nei vari contesti applicativi, il colloquio è caratterizzato da elementi in comune, positivi e negativi, cioè che presentano vantaggi e svantaggi. Per quanto riguarda i vantaggi il colloquio rappresenta uno strumento di osservazione naturale, diverso dall’osservazione sperimentale. Quest’ultima si conura come un intervento artificiale in quanto un fenomeno viene riprodotto artificialmente in condizioni in cui tutte le variabili sono controllate (le variabili non controllabili vengono distribuite casualmente per neutralizzarle). Quindi è uno strumento intrusivo, di osservazione artificiale del fenomeno, in cui il fenomeno non corrisponde alla sua manifestazione spontanea in natura. Per ovviare a questo inconveniente, l’indagine scientifica utilizza tecniche non intrusive come osservazioni di tipo naturistico, tecniche d’indagine dal vivo. Il colloquio può essere considerato uno strumento che fa parte di questa categoria. L’osservatore può osservare le manifestazioni comportamentali del soggetto in condizioni naturali, o almeno il più vicino possibile a quelle naturali. Se questo rappresenta il vantaggio del colloquio clinico bisogna tenere presenti una serie di elementi problematici che difficilmente possono essere eliminati in quanto fanno parte delle caratteristiche strutturali del colloquio stesso.

Questi elementi problematici possono essere ricondotti a tre categorie principali:

1)     interferenza osservatore-osservato. Nonstante il colloquio sia una tecnica meno intrusiva rispetto all’indagine sperimentale, non possiamo considerarlo uno strumento che consente al soggetto osservato di manifestare i suoi comportamenti in maniera del tutto spontanea. L’interferenza osservatore-osservato è imprescindibile.  Osservatore ed osservato appartengono allo stesso sistema, ed all’interno di esso si influenzano reciprocamente. Non è possibile concludere che il colloquio clinico consente di rispettare le regole di oggettività. Questo però non ci induce a rifiutare a priori la possibilità del colloquio come strumento di indagine oggettivo: delle strategie consentono di ridurre gli effetti di questa interferenza. Per un clinico esperto è possibile utilizzare una serie di accorgimenti che consentono di ricondurre i dati entro limiti di distorsione più piccoli possibile.

2)     Strettamente legati sono la fedeltà, l’oggettività, e quindi la possibilità di generalizzare i dati. E’ necessario tenere presente che il colloquio da un punto di vista temporale occupa un arco di tempo limitato della vita del soggetto osservato: si presume che l’osservazione consenta di ottenere risultati generalizzabili a tutto il resto della vita del soggetto. In realtà quello che si osserva è solo un momento particolare. Si presume quindi che il soggetto abbia caratteristiche di stabilità tali da permetterci di proiettare a tutto il resto della sua esistenza le caratteristiche che emergono dall’osservazione clinica. Da questo punto di vista occorre tenere presente che nel corso dell’esistenza i comportamenti dei soggetti cambiano, il soggetto assume diversi ruoli e manifesta una serie di comportamenti conseguenti ai ruoli (lio, fratello, padre, etc.). Il ruolo manifestato nel colloquio clinico è uno dei tanti possibili, che il soggetto manifesta nel corso della sua esistenza, e non è detto che corrisponda al ruolo che il soggetto tendenzialmente manifesta in contesti diversi. Diverse ricerche mettono in evidenza come i soggetti generalmente tendono a mettere in evidenza, nei confronti di un osservatore, gli aspetti positivi del proprio ruolo, in modo da compiacere l’osservatore. Il manifestare aspetti positivi piuttosto che negativi può variare  a seconda delle condizioni del colloquio. Il clinico deve essere in grado di distinguere altri contesti. Quando i colloqui sono ripetuti, ed abbracciano un arco di tempo più vasto, il confronto fra i vari colloqui è possibile, e si riducono i rischi di distorsione.

Lo strumento clinico quindi è estremamente delicato. Ha caratteristiche che richiedono determinate capacità da parte dell’osservatore, in quanto l’osservatore è un elemento partecipe.

METODO CLINICO

Strumento principale:

Colloquio: situazione di comunicazione interpersonale a carattere interattivo

Tecnica: osservazioni/intervento


Descrizione                 Orientamento

Diagnosi                                Terapia

Utilizzazione: vari settori, studio della personalità

Vantaggi: osservazione naturale, dal vivo

Svantaggi, problemi particolari:

-         interferenza osservatore/osservato

-         fedeltà e generalizzazione dati osservato

-         oggettività dell’osservatore

Fonti:

-         Contenuto

-         Contesto

-         Espressioni non verbali

 

27/01/98

Fonti del colloquio

Contenuto: Manifestazioni verbali e comportamentali

Contesto: Insieme costituito da situazioni, osservato, osservatore e significato attribuito all’insieme

Espressioni non verbali: Informazioni non verbali su: atteggiamenti interpersonali (attrazione, repulsione, dominanza, sottomissione, dipendenza, indipendenza). Stati emotivi

Qualificazione del messaggio (inflessione della voce, mimiche facciali)

Gli elementi non verbali di maggior rilievo riguardano:

-         l’ambiente fisico ed utilizzazione spaziale

-         l’aspetto esteriore (conurazione del viso, corpo, abbigliamento)

-         manifestazioni cinesiche (postura, espressioni facciali, sguardo)

-         manifestazioni paralinguistiche (elementi vocali che non implicano l’utilizzazione intenzionale di un codice di comunicazione)

-         qualità della voce, vocalizzazioni

La classificazione proposta da Cook nel 1930 riconduce le fonti del colloquio al contenuto, al contesto e alle espressioni non verbali.

Il contenuto riguarda le manifestazioni verbali e comportamentali che il soggetto presenta nel corso del colloquio. Tradizionalmente questa fonte ha costituito quella principale di riferimento ed utilizzazione. Dal colloquio vengono tratte tutte le informazioni principali per delineare un quadro anamnesico biografico del soggetto osservato. A seconda dell’obiettivo del colloquio verranno privilegiate le informazioni che ci interessano (es. contesto  professionale: attitutini del soggetto; contesto terapeutico: problematiche di comportamento; etc.). Dobbiamo tenere presente che le manifestazioni verbali sono sucettibili di influenza da parte della desiderabilità sociale. Il soggetto tenderà a fornire una immagine positiva piuttosto che negativa. Il comportamento è in genere meno controllabile dalla volontà del soggetto. Quindi le informazioni desunte dal comportamento possono essere considerate meno influenzabili dalla desiderabilità sociale.

Solo successivamente sono stati presi in considerazione come fonti del colloquio il contesto e le espressioni.

Il contesto è un elemento molto complesso. E’ un insieme costituito dalla situazione ambientale, dall’osservatore, dall’osservato, più il significato che tutti questi elementi assumono, sia per l’osservato che per l’osservatore. Il colloquio assume la conurazione di una struttura complessa a carattere olistico: è costituito da diversi elementi che però non possono essere considerati separatamente. Il colloquio è qualcosa di più della semplice somma dei suoi elementi.

Le espressioni non verbali. In determinati casi le risposte verbali possono cessare, ma non cessano però le informazioni trasmesse non verbalmente. Esse riguardano generalmente informazioni su atteggiamenti interpersonali quali rappoti di attrazione/repulsione, dominanza/sottomissione, dipendenza/indipendenza. I messaggi relativi vengono trasmessi in maniera non verbale. Informazioni non verrbali trasmettono inoltre informazioni relative agli stati emotivi. Gli stati emotivi vengono trasmessi con diverse fonti, quali espressioni del viso, sguardo, etc. rispetto ai quali ci si è posti il problema se potessero essere ereditari. Pare che ci sia una predisposizione ereditaria, ma non un legame meccanico in quanto un soggetto può imparare (a seconda della condizione ambientale) a controllare le manifestazioni di queste espressioni, può addirittura assimilarle. Però è anche vero che si può attribuire significato alle espressioni del volto ed allo sguardo indipendentemente dall’ambiente. Altre espressioni non verbali possono trasmettere informazioni a prescidere dal contenuto del messaggio verbale, come l’inflessione della voce o la mimica facciale ed i gesti che accomnano il messaggio. A seconda del contesto i soggetti si rendono perfettamente conto delle intenzioni reciproche. Alle trascrizioni di dialoghi telefonici, usate in ambito giudiziario,  è necessario aggiungere una serie di elementi contestuali, altrimenti potrebbero essere interpretate in maniera contradditoria proprio perché mancano questi elementi.

Elemento fondamentale della comunicazione non verbale è anche il collocamento spaziale nell’ambiente fisico, l’abbigliamento, oltre alla struttura fisica. Informazioni fondamentali vengono trasmesse anche mediante la postura (es. struttura eretta o ripiegata su se stessa) ed il contatto visivo.

Dovremmo prendere in considerazione le diverse modalità dell’utilizzazione di queste fonti. Le conclusioni che l’osservatore trae in termini di corrispondenza alle caratteristiche di personalità non sempre sono accettabili dal punto di vista scientifico. Noi dobbiano considerare le modalità più vicine ad un approccio scientifico.

28/01/98

MODALITA’ PRINCIPALI DI UTILIZZAZIONE DELLE FONTI DEL COLLOQUIO

Queste modalità principali possono essere ricondotte a 3 categorie fondamentali che sono costituite:

1)     modalità intuitiva

2)     modalità sperimentale

3)     modalità induttivo-deduttiva

La prima presenta il massimo di soggettività, la seconda presenta i caratteri più marcati di oggettività, ma ha grossi limiti per il tipo di informazione che può essere desunta; la terza, in particolare quella ipotetico-deduttiva, consente di trovare una posizione intermedia tra l’estrema soggettività della prima e la riduzione di informazioni della seconda. Secondo la modalità intuitiva di utilizzazione delle fonti del colloquio, la percezione di caratteristiche di personalità si fonda su elementi percettivi innati, caratterizzati da immediatezza e globalità. Ciò significa che nel contesto che caratterizza il colloquio, l’osservatore è in grado di ottenere informazioni riguardanti la personalità del soggetto sottoposto ad osservazione, in modo globale ed immediato. Queste caratteristiche emergono immediatamente e globalmente senza utilizzare particolari processi di elaborazione. Questo approccio si fonda su 2 modelli teorici principali: di tipo gestaltico e di tipo intuitivo.

Il modello gestaltico si rifà alla teoria generale della forma, e si fonda sul presupposto dell’isoformismo tra diversi piani strutturali individuali ed interindividuali. Secondo questo presupposto per ogni individuo esiste una identità di struttura tra diversi piani individuali (isomorfismo), quali quello emotivo, biologico, neurologico e gli aspetti esteriori come espressione del volto o postura.  Le strutture di un determinato stato emotivo a livello interiore, non direttamente osservabile, hanno un corrispondente sul piano bio-logico, sul piano nervoso, etc.  Per quanto riguarda la struttura somatica, questo isomorfismo è uguale per tutti i soggetti, ogni individuo funziona secondo le stesse modalità. In una situazione di colloquio, quando l’osservatore percepisce a livello dell’espressione del volto e della postura dell’osservato degli elementi che corrispondono (in conseguenza all’isomorfismo) a un determinato stato emotivo, si attiva nell’osservatore lo stesso processo isomorfico che gli consente di comprendere ed avere delle informazioni sui processi interiori e gli stati emotivi del soggetto osservato. Ciò ad un livello immediato e globale. Gli studi condotti sul rapporto esistente tra fattori ereditari e espressioni emotive (espressioni del volto, direzione ed intensità degli sguardi), hanno evidenziato che probabilmente esiste un condizionamento biologico, un fattore innato per la manifestazione di espressione emotiva; comunque fattori ambientali incidono su queste predisposizioni ereditarie: il soggetto può assumere espressioni del volto che nascondono i processi interiori, o le dissimulano.

Gli studi fondati sul modello gestaltico si sono sviluppati fino ad un certo punto, poi il filone si è interrotto.

L’altro modello teorico è il modello enfatico, che si fonda su presupposti simili a quelli gestaltici: presuppone che i diversi soggetti presentino una identità di struttura, siano simili tra loro, ed in conseguenza a questa somiglianza sono in grado di comunicare e comprendersi. Oltre al presupposto di isomorfismo aggiunge una modalità di reazione da parte di chi osserva. L’osservatore non solo è in grado di provare gli stessi stati d’animo, i processi interiori del soggetto sottoposto ad osservazione, ma è anche in grado di reagire allo stesso modo, ponendosi dal suo stesso p.d.v. In un contesto medico (patologico), l’osservatore è in grado, all’interno del colloquio, di comprendere i problemi del soggetto sottoposto ad osservazione. Non c’è riferimento solo alla somiglianza, ma anche alla modalità di rispondere, simile a quella del soggetto osservato. Anche questa modalità di utilizzo delle fonti del colloquio lascia ampio margine al dubbio, perché ha delle implicazioni prettamente soggettive. Sarebbero necessari dei parametri in grado di stabilire se ciò che l’osservatore riproduce corrisponde effettivamente a ciò che produce il soggetto osservato (che potrebbe anche manifestare il falso). Si mette in dubbio il carattere di oggettività, perché in questo modo si rischia di raggiungere conclusioni inficiate da fattori soggettivi, difficilmente suscettibili di confronto interpersonale.

La modalità sperimentale parte dal presupposto che il colloquio è una condizione caratterizzata dallo scambio di informazioni in modo interattivo fra l’osservatore e l’osservato. I dati desunti sono strettamente condizionati dall’interazione che avviene durante il colloquio. Secondo questa modalità non emergono dal colloquio informazioni sulle caratteristiche stabili di personalità, sui tratti. Per avere informazioni oggettive il colloquio deve seguire modalità riconducibili alle condizioni di controllo in cui viene svolto lo studio sperimentale. Il colloquio assume la conurazione di intervista, il comportamento dell’osservatore segue gli schemi strutturati precostituiti, lasciando che il soggetto osservato manifesti liberamente il suo comportamento. Egli rappresenta la variabile dipendente, mentre il comportamento dell’osservatore rappresenta la variabile indipendente. Il colloquio viene così studiato in una condizione particolare, che consente, mediante una opportuna strumentazione, la registrazione di tutto ciò che avviene nell’ambito del colloquio (cabina di regia con vetri unidirezionali, etc.). In questo modo si possono considerare i fattori oggettivi che riguardano la dimensione temporale (durata della comunicazione, sequenza interventi, tempi di latenza, etc.). Questi dati hanno carattere di oggettività, sono verificabili intersoggettivamente, ripetibili, quantificabili, ma hanno il limite di non essere utilizzabili per ciò che riguarda il contenuto ed il contesto del colloquio. Tutti gli elementi legati al significato e al contenuto della comunicazione vanno persi. Ma a questi elementi, dal p.d.v. dell’oggettività, non gli si attribuisce alcun valore.  Quindi a fronte del pregio dell’estrema oggettività c’è il difetto dell’estrema aridità.

Per questi motivi sono stati proposti dei modelli alternativi. Uno di questi fa riferimento al procedimento induttivo e deduttivo. Sono conosciuti come modelli inferenziali. Sono stati proposti negli anni ’60 al fine di spiegare giudizi statici e dinamici della personalità. I giudizi dinamici riguardano caratteristiche variabili della personalità, quelli stabili caratteristiche presunte stabili. E’ difficile individuare caratteristiche invarianti, statiche in assoluto, si può solo parlare di caratteristiche ± statiche. Si parla quindi di una stabilità relativa (e non assoluta).

Il problema principale riguarda le diagnosi psichiatriche, che sono considerate dei giudizi che riguardano caratteristiche stabili dei soggetti in termini di patologie. In ambito psichiatrico, se si confrontano le diverse diagnosi riguardanti le patologie di uno stesso soggetto effettuate da diversi osservatori, difficilmente si trova un accordo. Questo riporta al problema dell’oggettività delle varie diagnosi. Per ridurre gli elementi soggettivi nelle valutazioni del comportamento (in ambito patologico o normale), si sono proposti questi modelli inferenziali. Secondo questi modelli le caratteristiche di personalità derivano dai dati empirici e da regole di inferenza sul comportamento umano (predisposizioni generali). Queste regole appartengono a 2 categorie:

1)     regole di identificazione

2)     regole di associazione

In base alle 1e agli individui sono attribuite determinate caratteristiche. Dunque servono per identificare le persone sulla base del possesso di determinate caratteristiche.

Le regole di associazione consentono di stabilire associazioni tra caratteristiche diverse, e trarre conclusioni sulla base della presenza o meno di certe caratteristiche. Queste regole si sviluppano sulla base di un procedimento sillogistico[2]. I giudizi sono formulati secondo la sequenza: 1 – individuazione del principio generale; 2 – rilevazione di un attributo; 3 - inferenza di un altro attributo sulla base di un altro principio.

Ad esempio: immaginiamo di fare riferimento ad una regola che considera la lunghezza dei capelli. La regola afferma che chi ha i capelli lunghi è una persona impulsiva. L’osservato ha i capelli lunghi, dunque è una persona impulsiva (regola generale). L’osservatore deve assegnare un incarico di responsabilità. Un’altra regola dice che chi è impulsivo non ha attitudini adeguate per lavori di responsabilità (2^ regola generale). Tizio è impulsivo quindi non ha attitudini adeguate per quel lavoro. In questo caso il giudizio è fondato sulla considerazione di dati empirici, sull’osservabile e su regole. I giudizi finali si ricavano passando dal piano dell’osservabile a quello delle regole generali e viceversa, per trarre conclusioni in riferimento al nostro obiettivo. Questo modello riduce il problema della soggettività, perché i dati vengono confrontati continuamente con delle regole. Se il processo è sviluppato in modo adeguato le conclusioni sono le stesse per tutti. Il problema di questo procedimento riguarda la corrispondenza fra regole ed elementi generalizzati. C’è un salto ingiustificato fra dati empirici e riferimento alle regole.  Sarebbe giustificato se la regola fosse scaturita da un processo di generalizzazione fondata sulla formulazione dell’ipotesi e sulla verifica successiva (su un numero adeguato di osservazioni).Solo dopo aver ottenuto la verifica adeguata, si potrebbe accettare quella regola. Ciò implica l’aggiunta dell’aspetto ipotetico-deduttivo (ai procedimenti a base prettamente induttivo-deduttiva), che cerca di fondare i giudizi su categorie di regole, classificate secondo le differenti manifestazioni comportamentali. Questa classificazione non è il risultato di una generalizzazione ingiustificata e provvisoria, ma di una generalizzazione fondata sul vaglio delle ipotesi e sul procedimento di controllo.

Così i giudizi non sono lasciati liberi all’intuizione o all’empatia, e neanche al riferimento a regole non vagliate empiricamente. Anche se i dati non hanno carattere quantitativo, consentono di confrontare il risultato dell’osservazione fra i vari osservatori.

Il colloquio è uno strumento di fondamentale importanza per lo studio della personalità, che consente di raccogliere una quantità enorme di informazioni.



[1] Tassonomia: classificazione di elementi.

[2] Sillogismo: argomentazione, ragionamento





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