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Il Teatro Latino: la tragedia in Seneca e confronto con la tragedia Attica

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Il Teatro Latino: la tragedia in Seneca e confronto con la tragedia Attica

Le nostre cognizioni sulla tragedia romana arcaica sono poco chiare. Basandosi sui frammenti e sul confronto con la tragedia Attica del V secolo, che rimase sempre il modello principale, è possibile formulare alcune impressioni generali.

La struttura della tragedia Attica prevedeva un alternarsi di parti dialogate, recitate o “recitative” di parti liriche; di queste ultime, l’aspetto più qualificante era la presenza di grandi costruzioni “strofiche”:  i cori.

Questi prevedevano una stretta fusione tra il testo e ciò che noi chiamiamo “coreografia”. I cori erano musicali e danzati, interpretati da gruppi di attori. La funzione tipica delle parti corali nell’intreccio era il commento dell’azione; lo stile era nettamente separato da quello delle parti “individuali”. Sembra che i tragediografi latini non disponessero delle strutture sceniche, coreografiche e musicali necessarie a riprodurre nel teatro romano le inserzioni corali del teatro Attico. Erano quindi necessari dei profondi cambiamenti nella “riscrittura” degli intrecci Attici.

La ssa lirica corale apriva nella tragedia un vuoto di stile e di immagini: nelle parti corali i tragici greci avevano prodigato le loro immagini più ardite, le più impressionanti e alate ure di stile. I tragici latini avviarono a questo vuoto alzando mediamente tutto il livello stilistico dei loro drammi. La tragedia latina è caratterizzata da un “passo di stile” che, nella sua elevatezza, appare uniforme, e che si oppone nettamente alla lingua quotidiana. I poeti tragici latini, che non avevano a disposizione tesori di lingua d’arte già consolidati, sfruttarono ogni risorsa disponibile: “calchi” della lingua poetica greca, arditi neologismi, prestiti dal solenne linguaggio della poetica, della religione, e del diritto.



Ciò nonostante i poeti tragici latini si rapportavano a quelli greci in termini di libero confronto, lontano da retoriche e pedisseque imitazioni. Basti pensare al teatro di Plauto e di Ennio, ai quali a sua volta si rifaceva lo stesso Seneca.

Le tragedie di Seneca sono le sole tragedie latine pervenuteci in forma non frammentaria e, questa ragione, ne fa sia una testimonianza preziosa di un intero genere letterario,  sia le rende importanti come documento della ripresa del teatro latino tragico. Infatti nell’età Giulio - Claudia e nella prima età Flavia, l’élite intellettuale senatoria sembrò ricorrere al teatro tragico come una forma letteraria più idonea ad esprimere la propria opposizione al regime.

Tale fu anche l’intento di Seneca, il cui teatro tendeva a trovare soluzioni drammatiche diverse da quelle tradizionali e soprattutto a riflettere i caratteri più tipici dell’età neroniana, come il barocchismo e il gusto per l’orrore.

Gli argomenti delle tragedie sono desunti principalmente dal teatro di Euripide, e si presentano come una scelta di miti più orripilanti e macabri del repertorio classico. In esse si trovano le storie più sconvolgenti, i personaggi più sanguinari le situazioni più dense di infelicità, di odio e di passioni violente.

Seneca cominciò a dedicarsi alle tragedie probabilmente negli ultimi anni della sua collaborazione con Nerone o forse anche dopo il ritiro dalla vita politica, scrivendone ben nove, di cui ricordiamo le più importanti: Hercules furens, Troades, Medea,  Oedipus,  e Thieste.

Le varie vicende si conurano come conflitti di forza contrastati, soprattutto all’interno dell’animo umano, come opposizione tra meus bona e furor, fra ragione e passione: la ripresa dei temi e motivi rilevanti dalle opere filosofiche rende evidente una consonanza  di fondo tra i due settori della produzione senecana, e ha alimentato la convinzione che il teatro di Seneca non sia che un’illustrazione sotto forma di exempla forniti dal mito della dottrina stoica.




L’analogia, però, non va troppo accentuata, sia perché resta forte nelle tragedie la matrice specificamente letteraria, sia perché nell’universo tragico, il logos, il principio razionale con cui la dottrina stoica affida il governo del mondo, si rivela incapace di frenare le passioni e arginare il dilagare del male. Alle diverse vicende tragiche fa infatti da sfondo una realtà dai toni empi ed atroci, e su questo scenario di orrori, si scatena la lotta delle forze maligne: lotta che non investe solo la psiche umana, ma il mondo intero, conferendo al conflitto tra il bene ed il male una dimensione cosmica ed una portata universale. Un rilievo particolare, fra le forme in cui più espressamente si manifesta questo emergere del male nel mondo, ha la ura del tiranno sanguinario e bramoso di potere, chiuso alla moderazione e alla clemenza, tormentato dalla paura e dall’angoscia, che da luogo a frequenti spunti di dibattito etico sul tema del potere che occupa un posto centrale nella riflessione senecana.

Molto si è discusso e si discute sulla rappresentabilità delle tragedie di Seneca, e per lungo tempo è prevalsa la tesi che le riteneva destinate esclusivamente alla lettura. In realtà non mancano le argomentazioni a sostegno di questa tesi, dalla povertà dell’azione drammatica, alla trasgressione di alcune norme che regolavano la rappresentazione teatrale e che vietavano la messinscena di episodi sanguinosi e orripilanti. D’Altra parte non si può negare la rappresentabilità alle  tragedie solo per la difficoltà di rendere sulla scena certi fatti straordinari, dal momento che all’epoca di Seneca i Romani erano in grado di produrre spettacoli di inusitato impegno scenografico all’interno dell’anfiteatro.


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