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La peste - Diagnosi e diffusione, L'arrivo della peste in Europa, SINTOMI, REAZIONI, CONSEGUENZE

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La peste

Diagnosi e diffusione

Il termine peste nel Medioevo veniva applicato indiscriminatamente a tutte le malattie epidemiche fatali. Durante la peste del 1347, siccome si ignoravano le ragioni scientifiche del contagio, si speculava molto sulle cause dello scoppio dellfepidemia. Alcuni credevano che derivasse da un inquinamento atmosferico agente attraverso un letale miasma proveniente dal sottosuolo, che si era liberato a causa dei terremoti. Altri interpretarono invece gli effetti devastanti della malattia come la punizione di Dio per le cattive azioni degli uomini. Essi credevano che solo lfintervento divino potesse decretare una simile catastrofe: in pochi anni infatti lfepidemia, inizialmente localizzata in Asia, era dilagata in Europa decimando la popolazione. Questa interpretazione, che ottenne grande consenso fino agli inizi del XVIII secolo, si può riscontrare anche nelle opere degli scrittori dellfepoca. Lo stesso Boccaccio, nellfintroduzione alla prima giornata del Decameron, definisce la peste come 'giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali'. Le cognizioni mediche dellfepoca non sapevano interpretare le cause del contagio delle epidemie e spesso questa ignoranza portava a credere nell'origine dolosa della pestilenza. In molti città degli innocenti vennero accusati di essere i diretti responsabili dellfepidemia e furono denominati 'untori', perché si credeva che ungessero le porte e i muri delle case per diffondere la malattia. Il più delle volte queste persone erano gli emarginati della società, come i mendicanti e i vagabondi, che divennero oggetto della furia popolare



L'arrivo della peste in Europa

La peste fu, prima di divenire una malattia dellfuomo, un male che colpiva varie specie di roditori (topi, ratti, marmotte). Nota già nellfantichità, si abbatté sullfEuropa in età romana, ai tempi dellfimperatore Marco Aurelio che ne rimase vittima.Nel XIV secolo erano trascorsi più di cinque secoli dalla sua ultima apparizione; probabilmente, come dice il cronista Siciliano Michele da Piazza - la grande peste arrivò nel Mediterraneo nellfottobre 1347 portata da navi genovesi provenienti dalle colonie della repubblica marinara sul Mar Nero -. Qui i bacilli erano giunti portati dalle veloci truppe dellfImpero mongolo allfinterno di pulci da ratto situate sui cavalli e nelle bisacce dei militari che provenivano dai focolai permanenti di peste, i quali si trovavano ai piedi dellfHimalaia tra India, Cina e Birmania. Questfarea presentava e presenta tuttfoggi condizioni climatiche adatte alla proliferazione della malattia.La gran velocità delle truppe mongole permise ai topi e alle pulci, veicoli d'infezioni, di superare le barriere naturali che ostacolavano una sua rapida diffusione nellfEurasia.Lungo le vie dei commerci e degli itinerari militari delle truppe del Gran Khan la peste dilagò per lfAsia sino a giungere a Caffa, colonia genovese sul mar Nero, durante lfassedio condotto dai tartari nel 1346/47. Le navi genovesi a Caffa caricarono evidentemente topi infetti. Lfepidemia iniziò a dilagare per lfEuropa, mentre già nel 1331 ne era attestata la presenza in Cina, nel 1347 a Costantinopoli e poi a Messina, a Marsiglia, a Genova, a Spalato e a Venezia. Nel 1348 si diffuse in nord Africa e nel nord Europa. Lfepidemia terminò intorno al 1350 ma la peste rimase un male ricorrente, ciclicamente, sino ai giorni nostri. Lforigine di questi cicli è probabilmente legata alle migrazioni dei ratti il cui meccanismo è ancora oggetto di studio.Peste Termine che nel Medioevo veniva applicato indiscriminatamente a tutte le malattie epidemiche fatali, ma che ora è ristretto ad una malattia acuta, infettiva e contagiosa dei roditori e dell'uomo, causata da un batterio Gram - negativo, classificato come Yersinia pestis. Nell'uomo la peste si manifesta in tre forme:1) peste bubbonica, 2)peste polmonare e 3)peste setticemica. La peste bubbonica è la forma più nota ed è così chiamata per i caratteristici 'bubboni', ovvero i linfonodi ingrossati e infiammati all'inguine, alle ascelle o al collo.La peste bubbonica viene trasmessa dal morso di numerosi insetti che normalmente sono parassiti dei roditori e che cercano un nuovo ospite quando l'ospite originale muore. Il più importante di questi insetti è la pulce dei roditori Xenopsylla cheopis, un parassita dei ratti. La peste polmonare (o polmonite pestosa), così chiamata perché si localizza nei polmoni, si trasmette soprattutto attraverso le goccioline emesse dalla bocca delle persone infette; dai polmoni l'infezione si può diffondere ad altre regioni dell'organismo, causando la peste setticemica che consiste nell'infezione del sangue. La peste setticemica può essere provocata anche dal contatto diretto di mani, cibo o oggetti contaminati con le mucose del naso e della gola.Senza adeguata terapia la peste bubbonica è fatale nel 30-75% dei casi, la peste polmonare nel 95% dei casi e la peste setticemica quasi sempre. Nei casi trattati la mortalità scende al 5-l0%.

SINTOMI

I primi sintomi della peste bubbonica sono cefalea, nausea, vomito, dolore articolare e generale sensazione di malessere. I linfonodi inguinali o, meno comunemente, ascellari e del collo, diventano all'improvviso dolenti e gonfi. La temperatura, accomnata da brividi, sale a 38,5-40,5 ‹C. Il polso e la frequenza respiratoria aumentano e il soggetto colpito è esausto e apatico. I bubboni si gonfiano fino a raggiungere le dimensioni di un uovo. Nei casi non fatali la temperatura inizia a scendere in circa 5 giorni, tornando normale in circa 2 settimane. Nei casi fatali il decesso avviene entro circa 4 giorni. Nella peste polmonare l'espettorato è inizialmente mucoso e tinto di sangue, per poi diventare molto abbondante e rosso vivo. Nella maggior parte dei casi il decesso avviene 2-3 giorni dopo la prima sa dei sintomi. Nella peste setticemica la temperatura della persona infetta sale improvvisamente e il colorito diventa violaceo nel giro di alcune ore; spesso la morte sopravviene lo stesso giorno in cui si manifestano i primi sintomi. Il colorito violaceo, a cui è dovuto il nome popolare di 'morte nera', è presente nelle ultime ore di vita di tutte le vittime di peste.

REAZIONI

 La gente dell'epoca era impreparata ad affrontare la malattia; poiché si ignoravano le cause scientifiche del contagio, si speculava molto sulle origini dell'epidemia, individuate da alcuni in un inquinamento atmosferico agente attraverso un invisibile quanto letale miasma proveniente dal sottosuolo, liberato da terremoti di cui si aveva avuto notizia. Le scarse cognizioni igieniche – la presenza di fogne e immondezzai a cielo aperto era normale nelle città europee del Trecento – favorivano la diffusione del contagio, soprattutto nelle aree urbane, dove i governi adottarono sistemi per far fronte alla malattia, pur ignorando le cause reali. Oltre a incoraggiare l'adozione di misure d'igiene personale particolarmente accurate, posero restrizioni ai movimenti di persone e merci, prescrivendo poi l'isolamento dei malati o il loro trasferimento nei lazzaretti, l'immediato seppellimento delle vittime in fosse comuni appositamente predisposte fuori dalle mura, e la distruzione con il fuoco dei loro indumenti. Poiché si pensava che l'aria infetta fosse contagiosa, si diffusero rimedi empirici come bruciare erbe aromatiche o portare con sé mazzolini di fiori profumati (similmente nel corso di epidemie successive si credette che il fumo del tabacco fosse un rimedio efficace).Tra gli effetti dell'epidemia, importanti furono quelli che investirono i modelli tradizionali di comportamento. In tutta Europa la Chiesa e i moralisti in genere erano convinti che la peste nera fosse una punizione divina per i peccati compiuti dall'umanità, e per questo predicavano la rinascita morale della società, condannando gli eccessi nel mangiare e nel bere, i comportamenti sessuali immorali, l'eccessivo lusso nell'abbigliamento; in questo contesto non meraviglia la popolarità acquisita dal movimento della Congregazione dei flagellanti. Si sviluppò tuttavia anche una corrente di pensiero opposta, propria di quanti ritenevano che se la malattia colpiva indiscriminatamente buoni e cattivi, tanto valeva vivere nel modo più intenso e sfrenato possibile.Per quanti cercavano spiegazioni facili alla proazione della malattia, colpevoli erano gli emarginati della società: in alcune zone vagabondi e mendicanti furono accusati di contaminare la popolazione residente; in altre gli 'untori' vennero individuati negli ebrei, fatti così oggetto della furia popolare.

CONSEGUENZE

 È probabile che appena prima dello scoppio dell'epidemia, la popolazione europea in epoca medievale avesse raggiunto il picco più elevato di livello demografico; gli effetti della peste dovettero dunque essere immediatamente evidenti: l'eccedenza di forza lavoro agricola si azzerò, alcuni villaggi si spopolarono e gradualmente sparirono, molte città persero di importanza, mentre crebbe il numero dei terreni rimasti incolti. Anche le razzie di soldatesche sbandate o di ventura favorirono una vasta ondata migratoria dalle camne verso le città. Se a Firenze, passata l'epidemia, la popolazione era stimata fra i 25.000 e i 30.000 abitanti, già nel 1351 era salita a 45.000 unità per toccare le 70.000 trent'anni dopo. Nelle decadi che seguirono i salari aumentarono e le rendite dei proprietari terrieri scesero, segno della difficoltà di trovare manodopera e tenutari. Si può dire in un certo senso che i vivi beneficiarono della moltitudine di morti sofferta.La presenza della peste in Europa rimase endemica nei tre secoli successivi, per poi sire gradualmente, da ultimo in Inghilterra, dopo la 'grande peste' del 1664-l666, per cause che rimangono senza spiegazione.

Fattori economici legati all'arrivo della peste 

LfItalia dopo la rinascita dei primi secoli posteriori al mille, si apprestava a diventare una delle più importanti zone di produzione di cultura, di ricchezza, e di arte, tanto da arrivare ad essere la nazione guida nellfEuropa Rinascimentale.Ma lo sviluppo che lfavrebbe portata a prevalere sulle concorrenti: Inghilterra, Germania, Sna non fu così lineare come sembrerebbe essere; anzi lfunità nazionale degli Stati limitrofi, paragonata alla eccezionale frammentarietà del territorio italiano fanno subito comprendere quale fu lfambiente in cui nacque quella grande cultura rinascimentale: sì perché le divisioni fra le città e gli staterelli furono croce e delizia di unfeconomia fortemente concorrenziale, che quindi traeva vantaggio da questi contrasti anche a livello politico; dfaltra parte non vi fu una città in grado di prevalere sulle altre, il che avrebbe permesso una difesa dei territori che, si rivelò in seguito, era al contrario alquanto blanda.Ma la frantumazione politica non fu lfunico male che afflisse lfItalia trecentesca: da annoverare assieme ad altri sono appunto il calo demografico, la crisi economica e unfepidemia che, dallfOriente, colpì tutta lfEuropa: LA PESTE. Tra la fine del XIII sec. E lfinizio del XIV, lfItalia aveva raggiunto lfoptimum demografico. Da calcoli effettuati da grandi storiografi moderni, basati sui censimenti comunali dellfepoca, si capisce chiaramente come la popolazione abbia subito una flessione non indifferente proprio negli anni che vanno dal 1300 al 1350, periodi di grande crisi in tutti i settori:

 

Anno

1000



1100

1200

1300

1350

1400

1450

1500

1550

1600

1650

Mil.

5

6,5

8,5

11

8

8

8.8

10

11,6

13,3

11,5

 

Si può facilmente osservare come, dopo il calo demografico dovuto fra lfaltro alla peste del 1348, ci vollero ben due secoli per raggiungere il numero di abitanti del 1300.Ma non si può attribuire alla sola epidemia del 1348 tutta quella quantità di morti, bisogna invece chiedersi se questo sia stato un caso o una specie di fiammata di ritorno dellfeconomia e della crescita demografica rapidissima, che porterà ad avere squilibri economici elevatissimi tra le diverse classi sociali: da un lato una classe di mercati spregiudicati che, con qualche buon affare, riusciva a garantirsi buoni capitali; dallfaltra una massa di poveri, che viveva in luoghi (definirle case è troppo) malsane, esposta quanto mai a enormi rischi di contagio. Non a caso le prime manifestazioni del morbo della peste si ebbero nelle città come Genova e Venezia, dove fu portato dai marinai, città ove i problemi igienici erano ancora più profondi. Ma le grandi date, come il 1348, sono esclusivamente convenzionali; dopo unfepidemia, infatti, le condizioni sempre peggiori di povertà, fame, sporcizia, portavano altre epidemie: a Padova se ne segnalano cinque nellfarco di soli cinquantfanni (1348-l361-l373-l388-l399), in Friuli addirittura sette in Sicilia cinque. Sembra quasi un ciclo: dopo pochi anni da unfepidemia il morbo si ripresentava, ancora più pronto a mietere nuove vittime, per poi spegnersi o meglio assopirsi per altri 10/15 anni. E ciò in una serie di reazioni a catena, che portavano da unfepidemia ad una carestia e via di seguito. Ma gli stessi contagi, che oggigiorno sarebbero forse attutiti, con i mezzi del tempo venivano solo blandamente contrastati: e siccome la medicina non riusciva a combatterli adeguatamente, il popolo si aggrappava a superstizioni, riti magici, da ricollegarsi addirittura a tradizioni precristiane, fino a raggiungere vere e proprie fobie di massa: tipico è il caso degli untori.Le cause sono però ancora più complesse: per esempio è difficile pensare come il crollo demografico, che, come si vedeva nel grafico, si ha tra il 1300 ed il 1350, sia da attribuire alla sola epidemia del 1348. Rivedendo i dati delle popolazioni delle singole città si nota come spesso la parabola discendente comincia addirittura prima del 1328:

Anno

1200

1260

1280

1300

1328

1347

Pop. Firenze

50.000

75.000

85.000

90.000

86.000

76.000

 

La stessa nuova cinta muraria di Firenze, la cui costruzione era cominciata nel 1284, sembra, solo pochi anni dopo 'una testimonianza di una precedente espansione che aveva creato i presupposti per quintuplicare la grandezza dellfanello delle seconde mura, espansione arrestatasi nei primi del trecento'.E il regresso non si ferma alle città; alcuni hanno addirittura azzardato cifre: sembra infatti che tra il 1290 e il 1332 le famiglie del sangimignanese abbiano subito una flessione dellf8%, e nel territorio di Volterra si registra addirittura la ssa del 12% degli insediamenti rurali. Ma le cifre non sono solo queste: in Toscana tra i secoli XIV e XV ben il 10% dei villaggi se, e nel periodo corrispondente nella camna romana ben il 25% e addirittura il 50% il Sardegna; nella regione tra Foggia e Manfredonia scompaiono, sempre il quel periodo, 34 chiese con tutto lfabitato circostante su 64 esistenti; in Calabria, poi, su 393 centri nel 1273, se ne ritrovano solo 45 nel 1505. In Basilicata, sempre in quegli anni, si passa da 150 a 97 'terre', e nel contado pistoiese i Comuni variano dal 1250 al 1400 da 124 a soli 44.Non bisogna comunque pensare a una totale eliminazione fisica dei contadini: tanti, pur sopravvivendo, dovettero però emigrare, lasciare le ormai desolate carcasse di ciò che erano paesi, cittadine, borghi, monumenti alla presunzione di chi credeva di potersi ingrandire a proprio piacimento, senza tenere conto dei limiti di ogni società, e soprattutto delle società di quellfepoca, legate quanto mai allfagricoltura e quindi suscettibili di ampie crisi dovute alle carestie, alle variazioni climatiche, alle rendite delle colture (in genere attestate sul 1:3). Addirittura le monete ne risentono: per esempio i 'denarii mariis' (moneta genovese), che nel 1284 valevano 12.250 lire, solo nel 1334 ne valevano 5.800, per poi passare nel 1371 a 9.900 fino a raggiungere, nel 1400, 3.600 lire.

Riassumendo è abbastanza catastrofico in declino monetario genovese, e la sua moneta, nellfarco di 45 anni (tra il 1290 e il 1335), a causa di un deficit disastroso, si svaluta addirittura del 40%. E la sua rivale Venezia non se la passa meglio di certo: il numero delle unità componenti i convogli di galere organizzate dallo stato passa da 25 a 16; le unità impiegate per i commerci con Londra e Bruges sono, poi, nel 1332 dieci, nel 1356 sei, nel 1392 due. E le importazioni, che avevano fatto dellfItalia un centro di smistamento non indifferente, crollano: Lucca, la capitale della seta passò da 125.000 libbre di tessuto esportate annualmente attorno al 1335 alle 50.000 del 1341.Concludendo, come si può capire abbastanza facilmente dai dati, la peste del 1348 fu quasi un evento annunciato: lfeconomia dopo una fase di stasi, si era avviata a una lenta ma inesorabile crisi evidenziata dal calo demografico, dalla svalutazione del denaro, dallfabbandono delle camne, in che fu ulteriormente acuito dalla grande pestilenza che si sarebbe abbattuta impietosamente sulle popolazioni europee ed in particolare italiane.




La Peste: conseguenze culturali e religiose 

La gente dell'epoca era impreparata a reagire alla malattia; poiché si ignoravano le ragioni scientifiche del contagio, si speculava molto sulle cause dello scoppio dell'epidemia, individuate da alcuni in un inquinamento atmosferico agente attraverso un invisibile quanto letale miasma proveniente dal sottosuolo, liberato da terremoti di cui si aveva avuto notizia. Le scarse cognizioni igieniche – la presenza di scolmatori e immondezzai a cielo aperto era normale nelle città europee del Trecento – favorivano la diffusione del contagio, soprattutto nelle aree urbane, dove i governi adottarono sistemi per far fronte alla malattia, pur ignorando le cause reali. Oltre a incoraggiare l'adozione di misure d'igiene personale particolarmente accurate, posero restrizioni ai movimenti di persone e merci, prescrivendo poi l'isolamento dei malati o il loro trasferimento nei lazzaretti, l'immediato seppellimento delle vittime in fosse comuni appositamente preparate fuori dalle mura, e la distruzione col fuoco dei loro vestiti. Poiché si pensava che l'aria infetta fosse contagiosa, si diffusero rimedi empirici come il bruciare erbe aromatiche o indossare mazzolini di fiori profumati (similmente nel corso di epidemie successive si credette che il fumo del tabacco fosse un rimedio efficace). Tra gli effetti dell'epidemia, importanti furono quelli che investirono i modelli tradizionali di comportamento. In tutta Europa la Chiesa e i moralisti in genere erano convinti che la peste nera fosse una punizione divina per i peccati compiuti dall'umanità, e per questo predicavano la rinascita morale della società, condannando gli eccessi nel mangiare e nel bere, i comportamenti sessuali immorali, l'eccessivo lusso nell'abbigliamento; in questo contesto non meraviglia la popolarità acquisita dal movimento della Congregazione dei flagellanti. Si sviluppò tuttavia anche una corrente di pensiero opposta, propria di quanti ritenevano che se la malattia colpiva indiscriminatamente buoni e cattivi, tanto valeva vivere nel modo più intenso e sfrenato possibile. Per quanti cercavano spiegazioni facili alla proazione della malattia, colpevoli erano gli emarginati della società: in alcune zone vagabondi e mendicanti furono accusati di contaminare la popolazione residente; in altre gli 'untori' vennero individuati negli ebrei, fatti così oggetto della furia popolare.

Non poco profonde furono le conseguenze della 'Morte Nera' nella sensibilità e nel pensiero collettivo. Essa, era vista come 'lfultima tribolazione' prima della fine del mondo, la punizione Divina inflitta agli uomini per i loro peccati. Tutto ciò provocò nel medioevo un nuovo modo di vedere e di intendere la morte, rendendo drammatici i temi della morte e della dissoluzione dei cadaveri. Nasce una nuova forma di misticismo che mette in primo piano i rapporti tra lfuomo e Dio senza lfintermediazione di una gerarchia ecclesiastica che si ritiene in gran parte corrotta e forse causa della peste, intesa appunto come punizione. Nascono nuove critiche alla Chiesa ufficiale e si chiede con insistenza una riforma dei costumi del clero e un ritorno al cristianesimo evangelico. Parallelamente a quello della morte, si diffuse il tema della penitenza individuale e collettiva che si rispecchia nei predicatori del tempo, e che giunse a sfiorare manifestazioni para psicologiche con i grandi movimenti penitenziali di massa, a cominciare dalla rinascita del movimento dei flagellanti, già presente in Italia nel 1260. Le manifestazioni dei flagellanti, consistevano in centinaia di uomini (le donne erano rigorosamente escluse) che vagavano da una città allfaltra dei paesi europei; raggiunta una città si frustavano reciprocamente per 33 giorni e mezzo (quanti si stimava che fossero gli anni di Gesù ), dopodiché riprendevano il cammino per raggiungere altri centri abitati. La popolazione del medioevo, era molto superstiziosa, e allo stesso tempo fantasiosa, al punto di attribuire la pestilenza allfinfluenza della stelle o del demonio, a persone che andavano in giro spargendo il morbo, i cosiddetti untori, o addirittura agli ebrei, che subirono le più atroci torture. Di fronte alla peste lfuomo medioevale aveva scarse difese, e il modo migliore per proteggersi era di tenere immaginette di santi o di papi in atto di benedizione, oppure indossare cinture di pelle di leone con una borchia dforo puro, sulla quale veniva incisa lfefie dellfanimale stesso.

Gli Ebrei

Gli Ebrei, considerati tra i colpevoli della pestilenza, subirono atroci massacri: nella notte fra il 13 ed il 14 Aprile 1348, domenica delle Palme, il ghetto di Tolone fu invaso, le case saccheggiate; circa quaranta persone massacrate nel sonno. Le autorità si preoccupavano di trattenere la manodopera ma a Hyères e in varie località della Provenza vi furono aggressioni contro le comunità ebraiche. Gli Ebrei furono sterminati il 16 Maggio a La Baume. A Barcellona e in Catalogna si verificarono massacri d'ebrei anche a causa di banali incidenti; in diverse località del Delfinato gli ebrei furono mandati al rogo. Ebrei arsi vivi nel quattordicesimo secolo perché considerati la causa della Morte Nera Un mondo statico e conformista, come il mondo feudale del medioevo, che sentiva il bisogno di trovare un colpevole per le proprie sofferenze, e lo cercava nell'uomo 'diverso': non solo per la fede religiosa, ma anche per abitudini di vita, in quanto gli ebrei non erano legati né alla terra né alla struttura feudale.

La Peste nella pittura

Nella pittura cominciarono ad apparire temi iconografici sostanzialmente alieni alla tradizione cristiana, come quello del trionfo della morte. Si diffondono inoltre le danze macabre, una specie di girotondi in cui dame e cavalieri riccamente vestiti, si tengono per mano con scheletri o con corpi in via di decomposizione. Il corpo divorato dai vermi, con le occhiaie vuote e le ossa che fuoriescono da brandelli di carne è poi il tema preferito della ura gotica tardo trecentesca che domina ancora in Europa e nellfItalia Padana. Tutte queste rafurazioni, rappresentano il potere incontrastabile di un destino che colpisce senza differenziazioni buoni e cattivi, poveri e ricchi, giovani e vecchi.

La Peste nella letteratura

La peste influenzò anche la scrittura delle opere letterarie di molti autori. Il più importante letterato italiano del tempo che ne venne influenzato fu Giovanni Boccaccio. Lo scrittore fiorentino presenta nellfopera 'Il Decameron' la situazione nella sua città nel periodo della pestilenza (1348). La descrizione del morbo rispecchia lfideologia generale: la peste è causata dallfinflusso negativo degli astri, o dalla giusta ira di Dio per punizione delle cattive azioni degli uomini; lfepidemia colpisce tutti, indipendentemente dalla classe sociale; la quantità di morti è enorme e la possibilità di salvarsi è minima. Lfunico modo per sopravvivere è abitare in camna o in altri luoghi isolati, lontano dalla gente, come faranno i protagonisti dellfopera di Boccaccio. In ura, da un manoscritto francese, i giovani ricchi del Decameron di Boccaccio abbandonano la città e le folle malate per rifugiarsi in una villa di camna. In un certo senso, la peste risparmiava i ricchi, i soli ad avere la possibilità di abbandonare le città per rifugiarsi nelle loro residenze di camna.

La medicina si confronta con l'epidemia

 La sa dellfepidemia (1347-l350) segnò subito una nota sconfitta alla medicina del tempo che nulla poteva contro il terribile male: mancavano le conoscenze e le attrezzature adatte. I grandi medici di Salerno e Parigi non sapevano come comportarsi, tutto ciò che sapevano derivava dalla medicina araba e da quella antica; a seconda di quale 'credo' il medico seguisse cambiavano i metodi di cura e di diagnosi.Secondo Ippocrate e Galeno (medicina antica), seguiti a Salerno, la peste era una malattia dellfaria e si trasmetteva tramite il respiro. Si collegava alla teoria umorale tanto che alcuni medici credevano che fosse perennemente nellfaria e che si venisse colpiti dallo spirito venefico solo quando gli umori del corpo umano erano in subbuglio.

La teoria araba era di tipo astrologico: la peste giungeva quando la posizione dei cinque astri maggiori era nefasta; il celeberrimo medico dei Papi Guido di Chaviliac la spiegò come congiunzione astrale di Giove, Marte e Saturno nel segno dellfAcquario.Si credeva che il male giungesse quando lo spiritus infetto usciva da un appestato in punto di morte colpendo i presenti; già alcuni medici medioevali si resero conto che il sopraggiungere della malattia era legato alla sporcizia ed alla 'putredine', provvedimenti di prevenzione furono anche presi da governi quali quello veneziano: le cure erano composte da classici salassi, da particolari diete e privazioni.La peste era un male dfaria: proibito stare in ambienti aperti e molto aerati, divieto di fare fatiche (si respira di più).Si pensava inoltre che fosse un male legato alla putredine e dallfumidità: perciò fu proibito mangiare pesce, e gli altri cibi erano ritenuti migliori se fritti; andavano poi usati in abbondanza sali (qualità conservanti), limone e aceto con le loro qualità di astringenti e rinfrescanti. Seguivano poi i salassi, la cosiddetta 'medicina universale' (legata agli umori) e le purghe, purificatori universali.Data però la grave carenza in conoscenza medica si ricorreva spesso allfuso di talismani e incantesimi, che si pensava tenessero lontana la malattia

La peste come la conosciamo oggi 

La peste può essere classificata insieme alla febbre gialla e alla malaria nellfinsieme delle malattie a trasmissione indiretta da vettori.

Principale responsabile di questo tremendo male è il coccobacillo 'Pasturella pestis' che è trasportato in maniera molto veloce da alcuni tipi di animali detti vettori quali le pulci dei ratti (xenopsilla cheopis e ceratopsyllus fasciatus) e anche alcune pulci dellfuomo dette pulex irritans.

La peste è stata isolata e scoperta nel 1894 dallo scienziato cinese Kitasato e da Yersin in occasione di un'epidemia che stava colpendo il paese orientale proprio in quel periodo. Fu scoperto che il coccobacillo responsabile della peste era molto resistente e addirittura era in grado di vivere per alcune settimane nellfambiente esterno, negli alimenti e nellfacqua. Un altro elemento della sua straordinaria capacità di diffusione è da ricercare nel fatto che particelle di questo virus si trovano in tutte le parti e in tutti i liquidi corporei di un individuo colpito: insomma le epidemie quindi sono sempre gravi e di dimensioni molto elevate. Inoltre per rendersi conto del elevato pericolo di epidemie basti pensare che bastava una piccola puntura di una pulce sopracitata a far scoppiare un vero e proprio focolaio di partenza che, se circondato da condizioni igieniche pessime, si allargava sempre più causando stragi incredibili.La peste può essere suddivisa in tre forme cliniche: la forma bubbonica (la più comune), quella polmonare e quella setticemica (detta anche 'nera'). Tuttavia i sintomi per tutte e tre sono in pratica comuni. Lfincubazione varia da due a dieci giorni, lfinizio febbrile è brusco con elevata temperatura e brividi, sfaccomna quindi a sintomi che sono lfesacerbazione dei prodromi, cioè prostrazione, forte cefalea, ottundimento mentale, dolori alla schiena e alle estremità, lingua patinosa, vomito e talora diarrea. Il paziente con gli occhi sbarrati e accesi, i lineamenti stirati, presenta ben presto un aspetto di tetra rassegnazione o di selvaggia diffidenza, la febbre fa sbalzi irregolari, il cuore si dilata, il polso piccolo molle va da 120 a 180 battiti e più. La milza e spesso anche il fegato si ingrossano. La mortalità prima dellfintroduzione degli antibiotici e dei vaccini era molto alta nelle due forme, uguale al 100% nella terza. Oggi morire di peste polmonare o bubbonica è diventato quasi impossibile, mentre per quanto riguarda quella nera, la guarigione è appesa ad un filo.



Oggi la profilassi, naturalmente, si attua con lfisolamento e la denuncia internazionale del caso, si cerca il focolaio di origine e gli eventuali portatori sani. Un tempo le condizioni igieniche pessime dei sobborghi delle città favorivano il diffondersi di questa malattia ancora oggi considerata tra le più violente e spietate.

La morte nera (1348)

In Trentino, come in ogni parte dell'Europa al principio del 1300, la popolazione era aumentata ben più delle risorse alimentari. Ormai le camne non bastavano più; giorno dopo giorno le fami glie affamate dei contadini senza terra abbandonavano i villaggi per cercare in città cibo e rifugio.
La fuga dai campi portò a uno scadi mento delle colture: si diffuse il grano saraceno, che richiedeva poca fatica e nessun concime, insieme ad altre varietà scadenti di grano; il frumento fu seminato quasi esclusivamente nelle valli di Non e di Sole, mentre continuavano a essere coltivati dappertutto la segala e l'orzo.
L'allevamento divenne importantissimo: oltre ai maiali e alle mucche, si incominciarono ad allevare le pecore, in particolar modo nella val di Fiemme, nella Valsugana e nella val di Sole. Per la trasu manza delle molte greggi c'erano delle vere e proprie strade delle pecore, disseminate di barchi, rozze capanne che servivano di ricovero ai pastori. Gli itinerari seguiti erano Bronzolo - Verona - Mantova e Pordoi - Tesero - Pergine - Vicenza. Tesero divenne un grande centro di raccolta degli ovini, che pascolavano a migliaia sulle montagne circostanti. Pascoli abbondanti erano anche le paludi dell'Adige, dove scendevano le greggi dalla val di Fiemme, ando un dazio fisso a Egna.
Gli ovini della val di Cembra pascolavano negli acquitrini di San Michele d'Adige, mentre gli sterminati greggi del Tesino si sposta vano verso le pianure del Veneto.
L'estendersi dall'allevamento era indice di regressione delle col tivazioni e portò conseguenze funeste; bastava una sola carestia per consumare tutte le riserve di cibo e ridurre la popolazione alla fame.
Proprio negli anni 1313-l317 iniziò una serie di carestie, che desolarono l'Europa intera, tanto che non fu più possibile ricostituire le riserve alimentari esaurite. La gente denutrita fu più esposta alle epidemie ricorrenti, che decimavano la popolazione.
Dal 1347 al 1348 infierì la terribile morte nera o gravide morte, come la chiamarono i contemporanei, che ridusse la popolazione europea da 73 a 51 milioni di persone.
Nel Trentino la peste si abbatté con tanta violenza che interi paesi furono cancellati: Bragonegro, Merzeniga, Vercè, Casinaga nella val Rendena non furono mai più nominati da allora. A Pergine, Pinè e Fornace, dei seicentoquindici fuochi, o famiglie, ne rimasero solo cinquecentocinquantasette. A Trento, per l'affollamento il contagio divampò furioso. Come ci narra il frate Giovanni da Parma nella sua Cronaca, scritta al tempo del morbo pestilenziale, l'epidemia si manifestò in cinque forme, delle quali la più letale era la forma bubbonica. Di questa egli scrive: Di certo morirono a Trento di sei persone cinque, e non ci fu famiglia che non ne rimanesse priva, e molte famiglie perirono del tutto, e di molti casati non sopravvisse persona. Le case si vuotarono, i più ricchi fuggivano in camna, gli altri morivano come le mosche, scansati da tutti e abbandonati dagli stessi familiari. La gente terrorizzata si confessava sulle pubbliche piazze, mentre la città era invasa dal lugubre salmodiare dei preti. I cimiteri non potevano più contenere i cadaveri, che venivano ammucchiati nelle fosse comuni fuori dal camposanto.
A Bolzano gli ebrei furono accusati di aver diffuso il contagio e cacciati dalla città. In realtà essi, vivendo in gruppi separati e praticando norme igieniche di antica tradizione, venivano colpiti dal morbo meno frequentemente degli altri e talvolta guarivano.
La peste durò sei mesi ed ebbe delle recrudescenze nel 1361 e nel 1373, quando l'epidemia colpi soprattutto i più giovani, tanto che a Trento morirono nove bambini su dieci.

 

Carestia, fame, oppressione

La peste esasperò la crisi economica e, se da un lato parve accelerare il processo di sfaldamento del sistema feudale, dall'altro peggiorò le già disperate condizioni dei contadini.
Subito dopo l'epidemia, la tragica mancanza di manodopera causò. un brusco aumento dei salari: non si trovarono più mietitori, vignaioli, braccianti. Nel Trentino si giunse a are un salario di quindici soldi per gli uomini e di sette soldi per le donne, cosa mai vista prima. La morte di tante persone aveva messo a disposizione dei superstiti una gran quantità di riserve, che giacevano nei magazzini: vino, grano, olio, abiti, tutto venne svenduto a prezzo fallimentare.
Le camne rimasero a lungo spopolate e improduttive e in tanto le poche scorte alimentari prendevano la via dei castelli e delle città.
I prezzi delle materie prime ripresero a salire con una velocità angosciosa: nel 1374, a Trento, un carro di vino dolce fu venduto a venti ducati, mentre l'anno prima non ne costava che sei, il grano, che si era fatto rarissimo, dovette essere importato dalla Baviera, dalla Lombardia e perfino dalla lontana Genova.
La carestia, specialmente nelle città dell'interno, difficilmente raggiungibili, si fece cronica. La gente tornò a morire di fame agli angoli delle vie. I ricchi, dal canto loro, si separarono sempre più dal resto della popolazione e si fecero costruire dimore sontuose, ma ben di fese, come Castel Roncolo a Bolzano e Torre Aquila a Trento; qui menavano vita gaudente, tra feste e cacce, incuranti del malessere popolare.

I TOPI PROTEGGONO IL GENERE UMANO DALLA PESTE
Lo sterminio dei roditori costringerebbe le pulci a trovare nell'uomo il suo nuovo ospite

Attenti ad uccidere i topi, potreste scatenare un'epidemia di peste. E' questo il monito che appare in questi giorni sulla rivista Nature. La Morte Nera, che durante il Medioevo ridusse la popolazione d'Europa a un terzo di quella esistente all'epoca, è ancora un problema in alcune zone dell'Africa e dell'Asia. La trasmissione dell'infezione avviene tramite le pulci che vivono normalmente nelle tane dei ratti.Uccidere in massa colonie di topi significherebbe alterare la catena biologica, tanto da indurre le pulci a cambiare comportamento. Non avendo più a disposizione il ratto, l'insetto cercherebbe un altro ospite e potrebbe scegliere l'essere umano, diffondendo il contagio.
Alcuni ricercatori dell'università di Cambridge hanno studiato al computer come cambierebbe il comportamento delle pulci se fossero eliminati sessantamila ratti. Se, dopo alcuni casi di contagio nel genere umano, si procedesse allo sterminio dei ratti, il numero di quelli ancora vivi sarebbe insufficiente ad attirare le pulci, che invece si dirigerebbero ancora maggiormente sull'uomo. In tal caso il contagio si spargerebbe a macchia d'olio. I ricercatori mettono quindi in guardia dal risolvere il problema di un eventuale contagio nell'uomo attraverso la sterminazione dei ratti.
Il dott. Ian Burgess del Centro Medico per l'Entomologia, ha affermato che le cose non sono cambiate rispetto a cento anni fa. Secondo quanto da lui affermato, le pulci dei ratti tendono a stare nelle tane piuttosto che addosso a questi animali, ma in caso di una forte diminuzione dei ratti, allora il numero delle pulci su ogni roditore tenderebbe a crescere in modo sproporzionato, aumentando il rischio di contagio. A testimonianza della verità di quanto affermato, il dott Burgess ha ricordato come nei secoli passati in Inghilterra sia sempre stata rivolta particolare attenzione al conteggio del numero di pulci che ogni ratto trasportava sul suo pelo. Maggiore era il numero, maggiore era il rischio che un'epidemia di peste stesse per scoppiare.






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