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La triplice mimesis

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La triplice mimesis

In questo modulo soffermeremo la nostra attenzione su quello che è uno dei principali lavori di Ricoeur, Tempo e racconto. L’ipotesi di base di questo lavoro, composto da 3 tomi, è che esista una “correlazione” tra l’attività di raccontare una storia e “il carattere temporale dell’esperienza umana” o meglio:

“…che il tempo diviene tempo umano nella misura in cui viene espresso secondo un modulo narrativo, e che il racconto raggiunge la sua piena significazione quando diventa una condizione dell’esistenza temporale[1]”.

Insomma si vuole trovare una mediazione fra tempo e racconto; e questo è possibile “costruendo il rapporto”, cioè spiegando il “processo concreto” attraverso il quale la “conurazione testuale” (che Ricoeur chiama mimesis II) fa da mediazione tra la “preurazione del campo pratico” (mimesis I) e la “riurazione attraverso la ricezione dell’opera” (mimesis III) o detto in parole povere, spiegando come la costruzione dell’intreccio media tra uno “stadio” dell’esperienza pratica che la precede e uno “stadio” della lettura che la segue. La mimesis aristotelica, mette in evidenza Ricoeur, è mimesis d’azione, essa cioè non riproduce un mondo statico quasi fosse uno specchio, ma l’azione cioè quel processo creativo che consente all’uomo di prendere l’iniziativa.



La “composizione dell’intreccio” è quindi, per primo, “radicata in una precomprensione del mondo dell’azione”, la quale è costituita da tre aspetti: “strutturali”, “simbolici”, “temporali”.

Per costruire un intreccio, che è una “connessione di fatti”, quindi di azioni, è necessario conoscere e dominare il “dispositivo concettuale” che sta alla base delle azioni: l’azione è fatta da Tizio, per questo motivo, con questo fine, in queste circostanze, con o contro Caio. Questa è la “competenza” che possiamo chiamare “comprensione pratica”. Ora questa comprensione pratica è in un rapporto con la comprensione narrativa di “presupposizione”, perché ogni racconto presuppone da parte del narratore e del lettore una “familiarità” con il dispositivo concettuale dell’azione, e di “trasformazione” perché ogni racconto “aggiunge” degli “aspetti discorsivi”, “sintattici” che lo distinguono da una semplice successione di frasi d’azione; esso esige così una “familiarità” con le regole di composizione che “reggono” l’ordine della storia.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, quello simbolico, c’è da dire che un’azione, potendosi raccontare, è “già articolata in segni, regole, norme”[2], cioè è “mediata simbolicamente”. I simboli consentono di interpretare un certo comportamento, danno una prima “leggibilità” all’azione; per esempio, il gesto di alzare un braccio è inteso a seconda del contesto come un modo di salutare, di chiamare un taxi o di esprimere il voto. È così che i simboli consentono di parlare dell’azione di un “quasi-testo”.

Il terzo aspetto riguarda i caratteri temporali “sui quali il tempo narrativo innesta le sue conurazioni”. La comprensione dell’azione riconosce “nell’azione talune strutture temporali che richiedono la narrazione”[3]. Ricoeur a questo punto analizza il concetto heideggeriano di intra-temporalità con lo scopo di mostrare la “rottura” che questo concetto “opera” con la rappresentazione lineare del tempo, perché l’intra-temporalità riduce la Cura alla modalità del prendersi cura, modalità che rende più autentico il nostro senso del tempo, il quale se fosse legato solamente alle cose della nostra Cura sarebbe soltanto la misura degli “intervalli tra istanti-limite”. Egli, inoltre, vuole evidenziare come questo nuovo “grado” di temporalità consente “di gettare un ponte tra l’ordine del racconto e la Cura”, perché se il racconto è mimesis d’azione, cioè costruzione d’intreccio dato dalla conurazione di agenti, fini, mezzi, interazioni, circostanze, risultati inattesi, così la Cura è il progetto che, in quanto autentico, si conura nell’orizzonte dell’essere-per-la-morte.

Possiamo ora parlare della “conurazione” e della sua capacità di mediazione tra la “preurazione” e la “riurazione”. La sua funzione è mediatrice a tre livelli: anzitutto “fa mediazione tra eventi o accadimenti individuali e una storia intesa come un tutto”, cioè da una “diversità di eventi” ricava una storia sensata, “da una semplice successione ricava una conurazione; inoltre “compone insieme fattori così eterogenei come agenti, fini, mezzi, interazioni, circostanze, risultati inattesi”[4], cioè lega tra di loro i vari elementi slegati che stanno al livello della preurazione e li costruisce in “intreccio”; media per una terza ragione, quella “dei suoi caratteri temporali propri”, cioè l’atto di costruzione dell’intreccio organizza “due dimensioni temporali”: “una cronologica e l’altra non cronologica”. La prima è la “dimensione episodica” del racconto, cioè la “storia in quanto fatta di accadimenti” che si svolgono nel tempo, a partire da un inizio, uno svolgimento e una fine. La seconda è “la dimensione conurante”, cioè l’atto attraverso il quale “l’intreccio trasforma gli eventi in storia”, l’atto attraverso il quale da una “diversità” di eventi si ricava “l’unità di una totalità temporale”. E la totalità temporale è quella di una vita raccontata, dove il tempo cronologico – il tempo dell’orologio, del lavoro, degli impegni programmati – si mescola con il tempo dell’anima disteso tra il passato e il futuro nell’attimo del presente, che li attualizza: come dice S.Agostino, c’è – un presente del passato – ed è il ricordo; un presente del futuro – ed è l’attesa; un presente del presente – ed è l’attenzione.

Affrontiamo ora l’ultimo stadio, quello della “riurazione”, stadio nel quale si segna l’ “intersezione” del mondo del testo e del mondo del lettore, l’ “intersezione…del mondo conurato dal poema e del mondo nel quale l’azione si dispiega e dispiega la sua specifica temporalità”[5] attraverso l’atto di lettura, che può essere considerato come il “vettore della capacità dell’intrigo a modellare l’esperienza”, e questo può farlo perché l’atto di lettura “riprende” e “compie” l’atto conurante.




Tramite l’atto di lettura viene comunicato “al di là del senso di un’opera”, anche il mondo che l’opera “progetta” e che “ne costituisce l’orizzonte”. L’opera vuole portare a linguaggio e fare partecipi gli altri di una “esperienza nuova”, di un modo nuovo di vedere le cose, di rapportarsi col mondo e le persone. L’esperienza nuova, conurata nel racconto, si profila allora come il messaggio che riceve il lettore e che si scontra con la sua esperienza quotidiana, con la sua visione del mondo, con la sua vita. Il racconto, cioè offre al lettore un mondo che egli potrebbe abitare. Ne consegue che il lettore può rileggere se stesso alla luce di quel mondo e, così, anticipare le proprie scelte, le proprie valutazioni, i propri progetti. In questo senso, la letteratura diventa per Ricoeur un “laboratorio etico” in cui l’artista “realizza” e offre al lettore una “sperimentazione” con i valori, un laboratorio in cui delle “convenzioni” e “convinzioni” devono essere demolite, ma soprattutto dei problemi devono essere risolti in via ipotetica. Ricoeur parla accettando un espressione di Hans Georg Gadamer, di “fusione di orizzonti”, di “intersezione del mondo del testo con il mondo del lettore”. Afferma il Nostro inoltre che “è proprio alle opere di finzione che noi dobbiamo in gran parte la dilatazione del nostro orizzonte di esistenza”[6]; esse “ rappresentano la realtà accrescendola” grazie al loro raggiungere le radici dell’esistenza; esse riescono a svelare aspetti dell’essere della realtà che noi , indaffarati nella nostra vita quotidiana, non riusciamo a vedere, e così ci consentono di approfondire la nostra conoscenza del mondo, delle cose, ma soprattutto di noi stessi.    



[1] Paul Ricoeur, Tempo e racconto 1, Jaca Book, Milano 1986, . 91.

[2] Ibidem, . 98.

[3] Ibidem, . 102.

[4] Ibidem, . 110.

[5] Ibidem, . 124.

[6] Ibidem, . 130.






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