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SOFOCLE

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SOFOCLE

    Di ricca famiglia, lio di un fabbricante di scudi, coltivò  musica e ginnastica, prese parte alla vita politica di Atene: fu stratego con Pericle e Nicia. Dalla moglie Nicostrata ebbe un lio, Iofonte, anch’egli poeta tragico; da Teoride un altro lio, Aristone. A diciassette anni, nel 480, guidò il coro di giovani che celebravano la vittoria di Salamina e nel 468 vinse il suo primo agone tragico. L’attività principale di Sofocle fu quella di tragediografo. Gli si attribuiscono 130 drammi. Le esigenze didattiche nel periodo ellenistico favorirono scelte dei drammi ritenuti i migliori. A una di queste antologie doveva appartenere il gruppo di tragedie che ci è pervenuto. Esse sono sette: Aiace, Elettra, Edipo re, Antigone, Trachinie, Filottete, Edipo a Colono. Gli antichi gli attribuirono alcune innovazioni tecniche della tragedia: l’introduzione del terzo attore, l’aumento dei coreuti da dodici a quindici, perfezionamenti dei costumi teatrali.

     Mentre i suoi tragediografi contemporanei, Eschilo e Euripide, si erano entrambi domandati se gli dei che mandano all’uomo il dolore sono giusti, Sofocle non ebbe mai dubbi: gli dei sono sempre giusti e misericordiosi.



Piuttosto egli si domandò il modo in cui attuano la giustizia divina. Soffrono Aiace, Eracle, Antigone, Filottete. Le tragedie di Sofocle sono quasi tutte religiosamente ispirate. Il tema della colpa lo troviamo nell’Antigone, dove la lia di Edipo è condannata per aver sepolto, contro il volere del re Creonte, il fratello Polinice. La morte sembra colpire in lei, non l’innocente e generosa fanciulla che accetta di perire per amore dei morti, ma la lia dell’incestuoso Edipo. Fa spicco la magnanimità dell’eroina nel suo contrasto con Creonte, che esce vinto spiritualmente dalla “debole” fanciulla.

     La grandezza della poesia di Sofocle nasce dal dilemma in cui l’uomo viene a trovarsi. Esistono come due piani distinti e tuttavia complementari: il piano del tempo, in cui l’uomo vive i pochi e dolorosi giorni della sua vita, e quello dell’eterno, che dà pace e gloria. Per la subordinazione del tempo all’eterno, tutto quello che l’eroe subisce nel tempo, gli è inevitabile, perché il dolore provvidenziale è la prova per cui egli si svela degno degli dei. Infatti conquista l’eternità solo chi soffre con magnanimità la propria pena quotidiana, anche la più smisurata. Gli dei, proprio quando sembrano più avversi, sono in realtà più misericordiosi, perché il dolore che impongono all’uomo è solo lo strumento del loro amore.

      Lo stile di Sofocle presenta una straordinaria complessità e ricchezza. Il sobrio ricorso alle metafore, più che servire alla visualizzazione dell’azione drammatica, è in funzione della psicologia dei personaggi; anche l’impiego dei vocaboli composti si inquadra  nell’operazione di approfondimento interiore e ideologico dei personaggi; non esiste il puro gusto degli effetti coloristici. La dizione è alta, con frequenti echi omerici. Sofocle utilizza anche la lingua parlata come nelle sprezzanti reazioni di Creonte di fronte ad Antigone e crea, col guardiano dell’Antigone la ura del popolano che vorrebbe adeguarsi al nobile parlare del signore e si esibisce in una imitazione approssimativa di costrutti eleganti. Il poeta è anche abilissimo nel “dire e non dire”, nel far trapelare e alludere, nel servirsi del doppio significato (anfibologia).




Nella sfera della vita domestica, si ripropone con forza in Sofocle il consueto rapporto di dipendenza della donna dall’uomo, specialmente nelle Trachinie. Alla donna compete la reclusione domestica, il compito di allevare i li e di custodire i beni. È dell’uomo la libera azione nel mondo. La donna è preda: quando azzarda l’azione, scatena il dramma. Se la donna sceglie, è inevitabile che compia passi falsi. Perciò l’iniziativa femminile è sempre guardata come innaturale, sospetta.  Altri rapporti di subordinazione di ordine sociale emergono dall’analisi schiavo/libero, popolano/nobile, barbaro/greco. Questa tendenza sofoclea ad allinearsi su posizioni conservatrici ha chiaro riscontro negli spunti politici. Nella lotta tra “costituzione democratica” e “stato tribale”, il tragico elabora un’eloquente proanda a favore di quest’ultimo. In tale prospettiva riacquista nuovo sapore il celebre duello dell’ANTIGONE tra leggi non scritte  e leggi dello Stato. Le prime impongono di onorare i culti tradizionali. Nel caso della saga tebana, prescrivono all’eroina di seppellire il corpo del fratello Polinice. L’altra legge, di cui è autore Creonte  antepone la sicurezza della comunità politica ai dettami dei vincoli familiari di sangue. L’interpretazione tradizionale di  questo conflitto faceva di Antigone l’innocente martire di una fede religiosa in principi divini, assoluti e superiori (appunto le leggi non scritte) calpestati dalla violenza umana che osa anteporvi norme contingenti, ribelli alle leggi soprannaturali.

L’impostazione etica  è solidale con queste premesse. Il messaggio morale pare essere quello di non valicare i limiti imposti a ciascuno dalla natura umana e dall’ordinamento divino. I protagonisti sofoclei sono individui che fruiscono di doti in sé positive, ma sono trascinati dall’eccezionalità del loro valore in un gorgo di sofferenza scatenato dagli dei, che non ammettono squilibri nel cosmo umano.


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