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“Tornerò disteso sullo scudo, piuttosto che con lo scudo e sconfitto” - Il concetto di areté nelle Olimpiadi

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“Tornerò disteso sullo scudo, piuttosto che con lo scudo e sconfitto”

Il concetto di areté nelle Olimpiadi


Lo sport presso i Greci ebbe una parte importantissima nella vita sociale: esso fu scuola di bellezza, di forza e di coraggio, fu educazione al raggiungimento dell’equilibrio delle forme, preparazione militare, sviluppo della forza fisica e degli elementi culturali, etici, religiosi, riassunti nell’espressione “Kalos kai Agaqos  (“Bello e buono”).

Il desiderio di vittoria nelle Olimpiadi era fortissimo. Infatti il Greco gareggiava per vincere, per misurarsi con altri uomini ed affermare la propria forza e abilità. I vincitori guadagnavano la stima e l’affetto dei concittadini, ma  erano esaltati in tutto il mondo greco e spesso celebrati dai poeti, come Simonide, Bacchilide e Pindaro. Per questo motivo le gare sportive erano per i Greci attività serie e competitive, per cui valeva la pena rischiare persino la vita, pur di dare prova del proprio valore, ossia l’arete. Come gli eroi omerici, anche gli atleti aspiravano al kleos, la “fama”, conseguente al loro successo nelle gare: entrambe sono caratteristiche di una “cultura della vergogna”. Ciò è dimostrato dal fatto che gli atleti prima dell’inizio delle gare chiedevano a Zeus “o la vittoria o la morte”. Questo concetto può essere paragonato all’amore che gli Ateniesi nutrivano per la patria. I soldati Ateniesi, infatti, dicevano: “Tornerò disteso sullo scudo, piuttosto che con lo scudo e sconfitto”. Per loro, quindi, era un onore morire in guerra per la patria, piuttosto che tornare a casa sconfitti. Sicché si tratta del concetto di gloria, molto importante nella civiltà greca, e l’opposto era l’oblio, la totale dimenticanza che cadeva su coloro che non erano riusciti a conquistare la vittoria. La sconfitta, perciò, significava vergogna.

Questo spirito agonistico ellenico era in antitesi con gli ideali di fraternità e di disinteresse che hanno ispirarono al barone De Coubertin il ripristino nel 1896 delle antiche Olimpiadi, cadute in disuso a partire dal 393 d.C. Il barone, in effetti, aveva formulato un messaggio che egli stesso citava durante la cerimonia d’apertura dei Giochi: “La cosa più importante nei Giochi Olimpici non è vincere ma partecipare, poiché la cosa più importante nella vita non è il trionfo, ma la lotta. La cosa essenziale non è conquistare, ma combattere bene.” Queste parole avrebbero enormemente sorpreso gli atleti greci. Poiché l’obiettivo che essi perseguivano affonda le sue radici nel principio opposto: solo chi vince ottiene la gloria, mentre gli sconfitti tornano a casa derisi e vergognosi, “per obliqui sentieri nascosti”, come diceva Pindaro.






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