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Ugo Foscolo, Tra Romanticismo e Classicismo, La “rivolta” delle illusioni, I sonetti maggiori, Alla musa

Ugo Foscolo, Tra Romanticismo e Classicismo, La “rivolta” delle illusioni, I sonetti maggiori, Alla musa
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Ugo Foscolo

La biografia del Foscolo è la biografia di un anticonformista, del tutto antitetica a quella tradizionale del letterato italiano, servile e cortigiano. Per trovarne una analoga bisogna risalire a Dante, perché dal Petrarca a Monti si può dire che quasi tutti i letterati italiani, per ragioni storiche, sono stati al servizio dei potenti.

Ugo Foscolo nacque a Zante (l’antica Zacinto, la più meridionale delle isole Ionie) nel 1778 da Andrea, di famiglia veneziana, e da Diamantina Spathis, di origine greca. Il suo nome di battesimo era Niccolò, ma poi da poeta assunse il nome di Ugo in onore di Ugo Bassville.

Studiò prima a Zante e a Spalato, poi, dopo la morte del padre, si trasferì a Venezia insieme alla sua famiglia, formata dalla madre, dai fratelli Giulio e Giovanni, poi morti suicidi, e dalla sorella Rubina.

A Venezia il Foscolo si mise subito in vista per le sue idee democratiche perciò, divenuto sospetto al governo conservatore della repubblica, si allontanò dalla città e si rifugiò sui colli Euganei.



All’arrivo dei Francesi in Italia, si arruolò tra i cacciatori a cavallo a Bologna dove compose l’ode a Bonaparte Liberatore, auspicando la libertà della patria e dell’Europa dall’assolutismo.

Caduta la repubblica, il Foscolo ritornò ancora a Venezia, dove fece parte della municipalità, ma, quando con il trattato di Campoformio del 1797 Venezia fu ceduta all’Austria, egli, deluso dalla politica napoleonica, lasciò Venezia e riparò a Milano.

Tuttavia tornò a combattere con i francesi contro gli austro-russi nella camna del 1799 e fu tra gli assediati a Genova. Dopo la caduta di Genova, il Foscolo andò in Francia e tornò in Italia solo dopo la battaglia di Marengo. Fu nuovamente in Francia quando Napoleone preparava l’invasione della Gran Bretagna.

A Valenciennes conobbe una giovane inglese, Sofia Emerytt, dalla quale ebbe una lia, Floriana, che allietò gli ultimi anni della vita del poeta.

Tornato in Italia, divenne professore di eloquenza all’università di Pavia, incarico che dovette lasciare dopo pochi mesi, perché erano state abolite le cattedre relative a questa materia.

Dopo la caduta di Napoleone, il Foscolo fu invitato dall’Austria a dirigere una rivista letteraria, che poi prenderà il nome di Biblioteca Italiana, ma egli rinunciò ed andò in esilio dapprima in Svizzera poi in Inghilterra, per non giurare fedeltà al governo austriaco, e in Inghilterra, a Turnham Green, presso Londra, morì nel 1827.

Compiuta l’unità d’Italia, le sue ossa furono traslate dal cimitero di Chiswich in Italia e tumulate nel tempio di Santa Croce a Firenze.

In Inghilterra il Foscolo visse collaborando a riviste letterarie con scritti sulla letteratura italiana e con l’aiuto di alcuni amici inglesi, come lord Holland; ma, spirito romantico quale egli era, non ebbe il senso della realtà e della misura: sperperava facilmente i suoi guadagni illudendosi di essere ricco, contraeva debiti, cadeva sempre di più nella miseria. Un’ultima illusione di ricchezza la ebbe quando ritrovò la lia Floriana, che dalla nonna materna aveva ricevuto in eredità tremila sterline.

Il Foscolo si fece costruire una villa, che chiamò “Diagramma-cottage”, in onore di un suo saggio sul diagramma eolico scritto in quel tempo, ma nella villa abitò pochi mesi. Per i debiti accumulati conducendo una vita dispendiosa, dovette lasciarla e ridursi ad abitare in una casa ben più modesta. Come fu disordinato nella vita pratica, così fu disordinato nei suoi amori che furono innumerevoli.

Tra le donne amate dal poeta, dobbiamo ricordare Isabella Teotochi-Albrizzi, Isabella Roncioni, Antonietta Fagnoni-arese, Quirina Molenni (la donna gentile), Eleonora Pandolfini, Cornelia Martinetti, Maddalena Bignami, Carolina Russel (Calliroe).

La personalità

Il Foscolo è il primo poeta a mostrare il carattere romantico nella storia della letteratura italiana, appassionato, impetuoso, ricco di vizi e di virtù, come egli stesso si definisce nel sonetto-autoritratto.

Tra Romanticismo e Classicismo

Due sono gli elementi che spiccano nella sua personalità, il primo è un immediato abbandono agli impulsi del sentimento e delle passioni che agitarono ininterrottamente la sua vita, il secondo, in contrasto con il primo, è l’esigenza di un ordine, di una disciplina, di un’armonia interiore.

Il Foscolo si divertiva a trovare l’etimologia del suo cognome e lo divideva in due parti, cioè in jvs [fòs], che in greco vuol dire “luce', e in colh’ [cholè], che vuol dire “bile, collera, sdegno” (quasi ad indicare la vittoria della luce sulle tenebre dello sdegno e delle passioni).

Interpretando così il suo cognome, egli non faceva che esprimere l’esigenza di disciplinare le passioni, di vincere, insomma, la disperazione di Jacopo Ortis con il sereno distacco di Didimo Chierico. Tuttavia soltanto nella poesia egli riuscì a rappresentare l’armonia interiore alla quale aspirava, nella vita pratica, infatti, da autentico romantico, si lasciò trasportare dalle passioni.

Il pensiero

Le dottrine materialistiche del ‘700

Il Foscolo, nella sua concezione del mondo e della vita, segue le dottrine materialistiche e meccanicistiche dell’Illuminismo, secondo le quali il mondo è fatto di materia sottoposta ad un processo incessante di trasformazioni secondo leggi meccaniche, senza un fine ideale. Anche l’uomo è soggetto alla stessa legge di dissolvimento della materia, perché anch’egli è solo e tutto materia, perciò compiuto il suo ciclo biologico, la materia di cui è fatto si disgrega ed egli si annulla completamente come individuo.

Per i filosofi del ‘700 una tale concezione materialistica della realtà e dell’uomo era un motivo di serenità perché liberava l’animo dalle superstizioni, dalla paura della morte e dalle credenze paurose dell’aldilà e lo induceva a vivere più serenamente secondo natura e ragione.

Il pessimismo

Ma il Foscolo, pur riconoscendo la validità razionale di tale dottrina, invece di trovarvi un motivo di serenità e di ottimismo, vi scopre un motivo di forte pessimismo e di disperazione. La visione materialistica della realtà lo porta a considerare l’uomo come prigioniero della materia, il quale, compiuto il suo ciclo vitale, piomba con la morte nel nulla eterno, come un qualsiasi animale o una qualsiasi pianta, dopo una lunga catena di sofferenze senza senso.

La ragione, quindi, esaltata dagli illuministi come fugatrice di tenebre ed indagatrice di verità, per il Foscolo non è affatto uno strumento di liberazione e di felicità, ma un dono malefico della natura, che da una parte ci ha dato l’istinto tenace della conservazione per farci ubbidire alle sue leggi, dall’altra ci ha fornito di ragione per farci conoscere tutte le nostre calamità, ignorando sempre il modo di ristorarle.

È meglio, dunque, non nascere, e, una volta nati, è meglio troncare la vita con il suicidio.

È questo il momento più acuto del pessimismo foscoliano, rappresentato idealmente dal suicidio di Jacopo Ortis, un suicidio che è insieme una liberazione e una protesta: una liberazione dal dolore e una protesta contro la natura che ha destinato l’uomo all’infelicità.



La “rivolta” delle illusioni

Tuttavia, il Foscolo non soccombe al pessimismo e alla disperazione ma reagisce vigorosamente, creandosi una nuova fede in valori universali che danno un fine ed un significato alla vita dell’uomo. Questi valori universali sono la bellezza, l’amore, la libertà, la patria, la virtù, l’eroismo, l’arte, la poesia e la gloria, tutti i sentimenti che i filosofi materialisti e scettici chiamano “illusioni”, cioè idee vane, inconsistenti, ma che sono verità validissime per il poeta, che le considera necessarie per sé e per gli altri, perché hanno l’ufficio di legare l’uomo alla vita e di dare uno scopo all’esistenza, sono i miti, le idee di forza che promuovono il progresso, la civiltà dei popoli e dell’umanità.

Tra le illusioni, quella più grande è per il Foscolo la gloria, l’ansia tutta romantica di vincere l’oscurità e la morte e di lasciare il segno del nostro passaggio sulla Terra nell’eredità di affetti che lasciamo agli altri, nella fama delle azioni magnanime ed eroiche. Egli che ha perduto la fede cristiana nell’immortalità dell’anima, vede nell’illusione della gloria il mezzo di sopravvivenza ideale dopo la morte. Così all’immortalità trascendente della religione tradizionale, egli sostituisce l’immortalità immanente nelle azioni, degli uomini, nella storia che le raccoglie e le tramanda, nella poesia che le celebra e le addita come esempio e stimolo a compiere altre imprese magnanime ed eroiche. Non è immortale, secondo il Foscolo, l’anima dell’uomo, ma sono immortali le azioni che egli nobilmente e generosamente compie. Il ricordo di lui vive perenne nel cuore di parenti ed amici e, se ha onorato la patria, la scienza e l’arte, vive nel cuore della nazione e dell’umanità.

Tenendo presente la sua fede nelle illusioni, ci spieghiamo molte vicende biografiche del Foscolo, che riscattano le sue umane debolezze e miserie, innanzitutto ci spieghiamo i suoi innumerevoli amori, che erano altrettanti modi di vivere intensamente, di realizzarsi nella sua impetuosa individualità. Ci spieghiamo poi il suo attivismo politico, militare, giornalistico, la sua attività di insegnante a Pavia, l’impegno di poeta civile, la scelta coraggiosa dell’esilio, per fierezza e coerenza di carattere.

I limiti delle illusioni

La fede nelle illusioni, tuttavia, non valse a dare al Foscolo una serenità stabile, perché, non essendo essa ancorata ad una realtà metafisica, come la fede cristiana, ma a dei sentimenti del tutto umani e terreni, era soggetta agli entusiasmi e agli scoramenti del momento.

Le illusioni insomma non furono mai per Foscolo una realtà assoluta, ma spesso erano accomnate, come la luce e l’ombra, dalla consapevolezza dei limiti della natura umana e dalla minaccia sempre incombente della morte e del nulla eterno.

Questo sentimento della vita con le sue armonie e bellezze congiunto con l’idea di dolore e della morte conferisce alla poesia foscoliana un tono di malinconia. Si tratta, però, di malinconia non querula, che porta all’apatia e all’ignavia, ma virile ed agonistica, una sorta di pessimismo della ragione e di ottimismo della volontà operosa e costruttiva.

Le opere

Le opere più importanti del Foscolo sono: le Ultime lettere di Jacopo Ortis, le Odi, i Sonetti, i Sepolcri, le Grazie.

L’Ortis è un romanzo epistolare e psicologico. Il cognome Ortis appartiene ad uno studente universitario di Padova, Gerolamo Ortis, morto suicida per motivi sconosciuti. Nello scrivere l’Ortis il Foscolo fu influenzato da I dolori del giovane Werther di Goethe, ma quest’influenza fu limitata, infatti, il Werther di Goethe è ossessionato solo dalla passione amorosa, Jacopo Ortis, invece, oltre che dalla passione amorosa è dominato anche dalla passione politica, che tende a prendere il sopravvento.

I Sepolcri, altra opera importante del Foscolo, vennero composti in un’occasione politica particolare, in occasione dell’editto di Saint-Cloud, entrato in vigore in Francia nel 1804 ed esteso in Italia nel 1806. Questo editto prescriveva che, per ragioni prettamente igieniche, le sepolture dei morti non dovevano avvenire in città ma nei cimiteri pubblici. Per un materialista come il Foscolo, però, il problema non sussisterà: sepolto in chiesa o in un pubblico cimitero, il corpo è solo materia che tornerà alla materia. L’anima morirà con il corpo, ma resteranno eterne le azioni generose e magnanime dell’uomo, delle quali la tomba è insieme testimonianza e incitamento ai vivi a vivere in maniera distinta.

I Sonetti

Caratteristiche generali

Pur essendo contemporanei all’Ortis, i Sonetti rappresentano il secondo momento dello svolgimento spirituale ed artistico del Foscolo, quello del superamento del pessimismo e della virile accettazione della realtà.

Considerati sotto questo aspetto, tra i sonetti va fatta però una netta distinzione non soltanto di contenuto, ma anche per il valore poetico. Essi sono complessivamente dodici, e si dividono in due gruppi.

Il primo è il più consistente e comprende i sonetti più antichi, che sono assai vicini all’Ortis per l’impetuosità dei sentimenti e l’enfasi espressiva, e pertanto sono poeticamente scadenti. Essi sono complessivamente otto e furono pubblicati a Pisa nel 1802.

Hanno tutti un contenuto amoroso e sono ispirati all’amore per Isabella Roncioni, tranne il primo sonetto, scritto contro la proposta di sopprimere l’insegnamento del latino nelle scuole della repubblica cisalpina, e il sonetto dell’autoritratto, di imitazione alfieriana (non son chi fui, che stai? Te nudrice alle muse, e tu né carmi, perché taccia, così gl’interi giorni, meritamente, solcata ho fronte).

Nei sonetti maggiori aggiunti ai precedenti nell’edizione definitiva e pubblicati a Milano nel 1803, il Foscolo appare mutato, più controllato ed equilibrato, rassegnato e disposto ad accettare virilmente la realtà ed il dolore.

I sonetti maggiori

I sonetti maggiori sono quattro: Alla musa, A Zacinto, In morte del fratello Giovanni, Alla sera.




Nel sonetto Alla musa, il poeta lamenta l’inaridirsi della sua vena poetica, che pure un giorno, con la sua abbondanza di ispirazione, aveva confortato gli anni giovanili e che ora, con quel poco che gli è rimasto, non lo aiuta più a sfogare il dolore e gli affanni che lo travagliano.

Nel sonetto A Zacinto, il poeta si duole di non poter più rivedere l’isoletta nativa, memorabile per le bellezze naturali e i ricordi di personaggi mitici, Venere, Omero, Ulisse, che pure dopo tante peregrinazioni, “baciò la sua petrosa Itaca”. Al Foscolo, che è il moderno Ulisse, non toccherà questa gioia, perché il fato gli prescrisse una sepoltura illacrimata in terra straniera.

Nel sonetto In morte del fratello Giovanni, il Foscolo lamenta il destino avverso toccato alla famiglia e riafferma il presentimento della morte in terra straniera.

Nel sonetto Alla sera, il poeta dice che la sera gli è cara, perché è l’immagine della morte e del nulla eterno, al cui pensiero sente placarsi in sé l’animo ardente di passioni tempestose.

La struttura del sonetto foscoliano

Una caratteristica particolare dei migliori sonetti foscoliani è la loro particolare struttura, che differisce da quella di stampo classico, la quale risale soprattutto al Petrarca e fu imitata nel corso dei secoli da altri poeti italiani e stranieri.

Il sonetto della tradizione petrarchesca ha una struttura equilibrata e simmetrica, in esso quasi sempre il periodo logico coincide con il periodo strofico. Spesso c’è un forte distacco fra il contenuto delle due quartine ed il contenuto delle due terzine. Ne risulta un ritmo cadenzato, in cui la rima finale dei versi ha un posto di rilievo.

Il sonetto foscoliano, invece, per la sovrabbondanza dell’ispirazione, si svolge più liberamente, in amplissime volute musicali, in cui il periodo logico va oltre il singolo verso e la singola strofa. Nel sonetto A Zacinto, ad esempio, un solo ampio periodo comprende le due quartine e la prima terzina. Questo procedimento ha l’effetto di variare ed ampliare il ritmo e di assorbire le rime nell’armonia dell’insieme.

Ne risulta un ritmo meno cadenzato, ma nuovo, originale, più fuso e suggestivo. Il prolungarsi del periodo logico nei versi e nelle strofe successive, fu una novità tecnica introdotta nel ‘500 da monsignor Giovanni Della Casa. Era detta allora “inarcatura”, poi, con il prevalere in Europa del classicismo francese nel ‘600 e nel ‘700, fu detto, e si dice tuttora, “enjambement”.

A Zacinto

Il sonetto svolge due motivi strettamente congiunti: la rievocazione nostalgica della patria lontana ed il presentimento della “illacrimata sepoltura”.

Il primo motivo (vv. 1-l1) si estende per quasi tutto il sonetto.

Il poeta ha il presentimento di non rivedere più Zacinto, dove visse la sua fanciullezza. Il ricordo della patria lontana richiama alla mente del poeta la bellezza di Zacinto e narrò le peregrinazioni di Ulisse, l’eroe perseguitato dal destino, che finalmente approdò e baciò la sua Itaca, un lembo di terra rocciosa, arida, povera, ma cara al suo cuore, perché era la patria.

Il secondo motivo è lo sviluppo logico del primo e occupa gli ultimi tre versi del sonetto.

Il ricordo di Ulisse fa ripiegare il poeta su se stesso e gli fa avvertire l’analogia del proprio destino con quello dell’eroe greco: anche egli, infatti, si sente perseguitato da una sorte avversa e crudele, ma poi ha il presentimento della diversità della sua conclusione. L’Ulisse omerico riuscì finalmente un giorno a rivedere la sua patria, l’Ulisse moderno, il Foscolo stesso, ha il presentimento della morte in terra straniera, in assoluta solitudine, non confortata dal pianto dei congiunti e degli amici.

In morte del fratello Giovanni

È un sonetto scritto in memoria del fratello Giovanni, Dionigi che si era suicidato a Venezia l’8 dicembre 1801, con una pugnalata al cuore, sotto gli occhi della madre, per un’accusa di furto. Egli era sottotenente di artiglieria e del Genio e, avendo perduto al gioco, aveva ottenuto un prestito da un funzionario, il quale aveva preso il denaro dalle casse del reggimento, ma, non avendone ottenuto la restituzione, lo aveva denunciato come ladro. Di qui il suicidio “per sfuggire infamia”, come lo stesso Foscolo dice.

I biografi narrano che, alla notizia del suicidio del fratello, il poeta giudicò aspramente il suo gesto. Più tardi, però, nel 1802, probabilmente nel primo anniversario di morte, idealizzò il suicidio in questo sonetto, che svolge il motivo romantico della morte, invocata e desiderata, perché è il solo porto di quiete e di pace.

Giovanni Dionigi ci appare così il “fratello ideale” di Jacopo Ortis, perseguitato anch’egli dalla sorte, che solo dopo la morte raggiunge la pace, quella pace a cui anela profondamente il Foscolo stesso. Pertanto, una vicenda particolare viene elevata a significato universale, a simbolo della condizione tragica dell’uomo, contro la quale unico rimedio è la pace eterna della morte.

Ma accanto al motivo della morte, vista come liberazione e pace, ci sono altri motivi non meno importanti: l’esilio, nel fuggire di gente in gente, la pietà per la giovinezza tragicamente stroncata dal fratello e per il dolore della madre, il sentimento della tomba, intesa come nodo d’affetto tra i familiari e l’estinto, l’ulissismo romantico, la coscienza cioè di essere vittima di un destino ugualmente avverso, gli affanni di una vita agiata, in contrasto con i sogni –di amore, eroismo, gloria- che animarono i primi anni giovanili.

Dei sonetti maggiori, questo è pertanto il più ricco di motivi. Contiene, infatti, tutti i motivi essenziali della poesia del Foscolo (mentre il sonetto A Giacinto sviluppa esclusivamente il motivo dell’esilio e dell’illacrimata sepoltura, e Alla sera propone la riflessione del poeta sulla sera, vista come simbolo della pace e della morte).

Il Foscolo stesso dovette giudicare perfetto ed esemplare questo sonetto, perché lo riportò, solo fra tutti gli altri, nel Saggio sulla storia del sonetto italiano.

Il sonetto si può dividere in tre parti.



Nella prima parte (vv. 1-4), il poeta promette al fratello che, se un giorno cesserà il suo peregrinare di esule di terra in terra, verrà anche lui a piangere sulla sua tomba. Per ora, dice il poeta nella seconda parte (vv. 5-l2), soltanto la madre piange sulla tomba del fratello morto e parla a lui dell’altro lio lontano (il poeta stesso) che invano spera di andare a vivere con lei, perché si sente perseguitato dallo stesso destino avverso e sente la stessa pena di vivere che ebbe il fratello, e lo stesso desiderio di quella pace che si gode soltanto nel grembo della morte.

Fallite le dolci speranze della giovinezza (la libertà della patria, l’amore, l’eroismo, la virtù, la gloria, ecc.), non rimane al poeta che la speranza nella pace eterna della morte. “Questo di tante speme oggi mi resta!”, dice lo stesso Foscolo.

Il sonetto, iniziato con il tema dell’esilio (un dì, s’io non andrò sempre fuggendo di gente in gente), si conclude con il presentimento della morte in terra straniera.

Il poeta, infatti, nella terza parte, costituita dall’ultima coppia di versi, rivolge alle genti straniere la preghiera di restituire le sue ossa, dopo la morte, alla madre, perché la sua tomba possa avere almeno il conforto del pianto dell’amore materno.

Nel sonetto ci sono molte reminiscenze letterarie, tratte da Catullo, Virgilio, Petrarca. Tuttavia, esse perdono ogni peso di erudizione, perché sono assolutamente assorbite e fuse con il sentimento sincero del poeta. Anzi, mentre esse nei testi originari hanno un tono elegiaco, nel componimento del Foscolo vibrano di un tono drammatico, tipicamente foscoliano.

Gli elementi classici più importanti sono la struttura lineare, la limpidezza espressiva, la compostezza del sentimento, il tono pacato e misurato.

Gli elementi romantici coincidono con i motivi stessi del sonetto: il peregrinare del poeta di gente in gente, l’ulissismo, il senso drammatico della vita, il contrasto tra la realtà e le illusioni della giovinezza, il desiderio della morte sentita come porto di quiete.

Alla sera

Ritroviamo qui la caratteristica dei sonetti maggiori del Foscolo la tendenza ad universalizzare i propri sentimenti, a trasformare cioè un’esperienza personale in un tema di meditazione sul comune destino di dolore degli uomini.

Il poeta, rivolgendosi alla sera, dice, nelle due quartine, che essa, con l’atmosfera di silenzio e di pace che diffonde intorno, gli è sempre cara in ogni stagione, perché gli suggerisce il pensiero della pace eterna della morte e l’idea del nulla eterno, in cui si dissolvono le passioni e gli affanni della vita umana.

Dalla pace della sera e dalla meditazione sul nulla eterno deriva (nelle due terzine) dall’animo del poeta un senso di ristoro e di pace. Egli sente infatti placarsi ed assopirsi momentaneamente il tumulto dei sentimenti e delle passioni, nel quale trascorre la vita. Mentre guardo la tua pace –egli conclude- dorme quello spirito guerrier ch’entro mi rugge.

Il sonetto è d’intonazione romantica, perché svolge il motivo della meditazione sul destino umano, il motivo della morte sentita come porto di quiete, il motivo dell’animazione romantica della natura, alla quale vengono attribuiti i sentimenti umani della letizia (liete son le nubi estive, sereni i venti) o del dolore (inquiete sono le tenebre).

Classica è, invece, al di là dell’uso dei termini latini (imago, aere, torme, cure), la linearità della struttura, la pacatezza dell’espressione, il dominio dei sentimenti.

Alla musa

È l’ultimo dei sonetti maggiori del Foscolo, composto, come gli altri, tra il 1802 ed il 1803. In essi ritroviamo la materia incandescente e caotica dell’Ortis, ma essa è già controllata e disciplinata dallo sforzo del poeta di ristabilire in sé il dominio dei sentimenti e delle passioni, favorito dall’incipiente virile accettazione della realtà, del destino di dolore e di morte a cui soggiacciono tutti gli uomini. Ciò spiega, da una parte, la tendenza a fare delle proprie esperienze un argomento di meditazione universale, dall’altra, la pacatezza del linguaggio e dello stile, che perdono la tensione e l’enfasi dei primi sonetti ed acquistano un tono più intimo ed accorato.

In questo sonetto il Foscolo si lamenta che la Musa, che negli anni giovanili gli era stata largamente prodiga d’ispirazione, ora, nell’età matura (nientemeno, a venticinque anni!), lo ha allontanato e gli fa giungere appena un’eco fioca del suo spirito, comunque insufficiente a placare il dolore che lo travaglia.

La Musa, a cui è diretto questo sonetto, è chiamata Aonia, perché in Grecia era particolarmente venerata nell’Aonia (o Boezia).

Nelle quartine, il poeta si lamenta che la Musa, un tempo generosa dispensatrice d’ispirazione, ora lo ha abbandonato lasciandogli appena una favilla, una piccolissima parte, della sua ispirazione (prima parte).

Eppure tu, o Musa, una volta sulle mie labbra versavi un’abbondanza vivificatrice (alma) di ispirazione, quando passava il primo tempo di giovinezza, e intanto ad esso seguiva il tempo attuale (vale a dire l’età matura), che fra pianti e dolori discende verso la silenziosa riva del Lete, verso il silenzio della morte. Ora imploro il tuo aiuto, sebbene io non sia ascoltato come una volta, ahimè! Della tua ispirazione in me è rimasta solo una minima parte (una favilla, appunto).

Nella seconda parte, costituita dalle terzine, il poeta confessa l’insufficienza di quel poco di ispirazione a sfogare il dolore che fatalmente alberga in lui.

Anche tu fuggisti insieme con le ore, o Dea! Anche tu mi lasci con i miei tristi ricordi (membranze) e con l’oscuro timore del futuro: perciò mi accorgo non valgono ad alleviare il dolore che fatalmente deve travagliarmi per tutta la vita.

Tutti gli studiosi giudicano inopportuno e stonato l’incisivo e mel ridice Amore. Solo tre anni dopo Alla musa Foscolo ritroverà la sua vena poetica. Nasceranno, quindi, i Sepolcri.






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