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Un pranzo particolare

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Un pranzo particolare

Se proprio dovessi descrivere un pranzo particolarmente gustoso, parlerei sicuramente di quello della mia prima comunione.

I miei genitori decisero di festeggiare l’avvenimento in casa, senza andare in qualche anonimo ristorante. Così mia madre poté far sfoggio della sua più raffinata arte culinaria che rispolvera solo nelle più grandi occasioni, che a dire il vero, sono assai rare.

Il pranzo lo ricordo così bene perché successero due tre cosette che ne resero indelebile memoria - I processi di memorizzazione dall’acquisizione al richiamo - Studi comparati" class="text">la memoria. Inoltre mi è venuto in aiuto il menu, scritto da me stesso in bella calligrafia per l’occasione e che cpnservo nel mio cassetto dei ricordi.

Tanto per iniziare, furono serviti come antipasti una fantasia di vol-au-vent con funghi, gamberetti e piselli e dei crostini con pate di fegato.

Ricordo ancora quel pate, così spumoso ed amarognolo, forse un po’ salato per la generosa dose di capperi. Aveva un sapore robusto, e provocava un leggero e non fastidioso pizzichio in bocca. Il pane era delicatamente croccante, friabile. Sapeva da bruciacchiato quel tanto che si addice a un crostino casereccio.

I vol-au-vent di piselli erano talmente delicati da sfiorare l’insipido. Per fortuna compensava il gusto marino di quelli ai gamberetti.

E qui accadde un primo imprevisto. Chissà come, mia madre sbagliò i tempi di cottura e così, per dar tempo di finire gli antipasti, il risotto arrivò in tavola un po’… passato.

Il sapore e il profumo erano buoni, ma la consistenza lasciava a dir poco a desiderare.

Per fortuna che gli educati ospiti fecero buon viso a cattiva sorte, rivolgendo la loro attenzione alle fumanti tagliatelle col coniglio.

Dei secondi ricordo ben poco. Ero già sazio e, tutto sommato, mi interessava solo aprire i regali. Rammento solo il filetto alla Wellington, più salto fuori, più dolce dentro per la senape di Digione spalmata sopra la carne. La giallognola crosta di pasta sfoglia che si era formata era prelibata: dolcemente croccante, passava da una fase in cui sembrava dolciastra per poi trarre al salato.

Mi ripresentai a tavola solo per il dessert: la panna cotta con salsa di fragole. Quella fu la prima volta che la assaggiai e ne rimasi subito entusiasta. Che bontà sopraffina!

Non so perché, ma mi pareva di mangiar nuvole. Sì, doveva essere quella la consistenza delle nuvole: soffice e schiumosa. Era appena appena dolce, con un lievissimo profumo di mandorle che si ripercuoteva in un tono amarognolo al gusto, e si metteva in netto contrasto con la prorompenza della crema di fragole, dolcissima.

Pochi istanti dopo mi deliziai con una fetta di torta, l’uncia cosa non preparata in casa. Era una millefoglie, la mia preferita. La pasta sfoglia produceva un allegro cigolio sotto i denti. La crema, morbidissima, riempiva squisitamente la bocca.

Il pranzo era sul finire e mi fu magnanimamente concesso di provare la mia nuova bicicletta, la desiderata mountain bike.

Ma, ahimè, successe l’irreparabile: per colpa di mia cugina feci un “super capitombolo”, distruggendo camicia nuova, pantaloni nuovi e… il mio vecchio e buon naso.

Sento di nuovo il sapore dolciastro e nauseabondo del sangue che mi colava in gola. Per lo spavento, ma soprattutto per la vergogna, mi rinchiusi nel bagno. Narrano gli storici che ci rimasi fino a tardo pomeriggio.

Le lacrime sgorgavano copiose finché, un po’ alla volta, il gusto salato cancellò il dolce del sangue.

Fu proprio un pranzo che non dimenticherò mai.

 






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