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APOLLODORO DI DAMASCO

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APOLLODORO DI DAMASCO

C'è un buon motivo per dedicare un'attenzione specifica a questo personaggio che raramente e nei libri di storia: Apollodoro è l'unica ura di architetto (potremmo dire di artista) dell'intera storia romana di cui possiamo ricostruire, sia pure per rapidi tratti, l'individualità.

Sappiamo che Apollodoro accomnò l'imperatore Traiano nelle camne daciche in qualità di ingegnere militare. In questa occasione progettò un ponte sul Danubio, lungo più di un chilometro e rimasto famoso per l'arditezza delle soluzioni tecniche: possiamo ancor oggi vederne una rafurazione in uno dei rilievi della Colonna Traiana. Competenze nel campo dell'ingegneria militare sono tipiche di molti architetti antichi, e lo stesso Apollodoro scrisse trattati in questo campo. Secondo quanto riferisce uno storico più tardo, Apollodoro sarebbe stato condannato a morte per aver messo in ridicolo alcuni dilettanteschi progetti architettonici dell'imperatore Adriano. La sua morte avvenne forse intorno al 125 d.C. Il suo ritratto ci è rimasto in un busto risalente all'età traianea e forse in una rafurazione della stessa Colonna Traiana.

Come si vede, possiamo dire poco sulla vita del nostro personaggio. Ma questo poco è moltissimo se lo confrontiamo con il nulla che avvolge le ure di altri grandi architetti e artisti romani. Di coloro che progettarono alcuni tra i più grandi capolavori dell'architettura mondiale non ci è rimasto neanche il nome: non sappiamo, per esempio, chi furono gli autori del Pantheon, del Colosseo, di Villa Adriana. Il fenomeno ha un motivo ben preciso. Basta riflettere sulla parola: architectus (dal greco architèkton) vuol dire letteralmente "capocostruttore". Le competenze dell'architetto rimandano, nel nome stesso, alle funzioni di un capomastro che dirige e coordina il lavoro degli operai. Uno stesso termine riduttivo indicava pertanto sia l'artista coltissimo, capace di progettare un capolavoro architettonico, sia un modestissimo tecnico che curava la realizzazione materiale dell'opera che gli era stata commissionata, lavorando a stretto contatto con i manovali e gli scalpellini.



Quella dell'architetto era una ura ambigua. Vitruvio (un architetto dell'età di Cesare e Augusto che ci ha lasciato un trattato su questa materia) esaltò entusiasticamente l'altissimo ruolo intellettuale del suo mestiere, ma egli era appunto un architetto, e le se opinioni non riflettono le opinioni generali. Queste ultime oscillavano tra il moderato apprezzamento di chi affermava che il mestiere dell'architetto aveva una qualche dignità (anche se non paragonabile alle arti liberali, quali l'oratoria, la filosofia, la poesia) e la netta condanna di chi vedeva nell'architettura un'attività indegna di un gentiluomo. Questa incertezza circa il valore da attribuire alla ura dell'architetto ha sommerso di oblio - proprio come è capitato a molti artisti - la personalità degli architetti antichi.

Gli edifici non portavano il nome di chi li aveva ideati. La personalità dell'architetto si dissolveva nell'esecuzione dell'opera, e nessuna iscrizione ricordava il suo nome. Per i Romani, il vero "autore" dell'opera era l'imperatore o il magistrato che ne avevano ordinato o curato l'esecuzione; veniva anche ricordato il nome dei cittadini che - da buoni evergeti - avevano dato il loro contributo. La legge non ammetteva eccezioni. Significativo, anche se fantasioso, l'aneddoto riguardante due architetti, di nome Sauros e Batrachos, che costruirono due templi nel portico di Ottavia. Avendo chiesto inutilmente di essere ricordati in un'iscrizione, riuscirono comunque a lasciare traccia di sé: fecero infatti scolpire alla base delle colonne una lucertola (in greco sàuros) e una rana (in greco bàtrachos).

Torniamo ad Apollodoro di Damasco, rarissimo "personaggio" in una folla di anonimi. Gli storici dell'arte romana hanno notato la straordinaria armonia esistente tra il complesso del Foro di Traiano, opera sicura di Apollodoro, e i rilievi della Colonna Traiana, opera di uno dei massimi scultori di tutti i tempi. La poliedrica ura dell'architetto antico - ideatore, ingegnere, scultore, capomastro - rendono possibile l'ipotesi (solo un'ipotesi) che a scolpire i rilievi sia stato lo stesso Apollodoro.

Quale che sia l'opinione al riguardo, la sensibilità moderna, abituata da alcuni secoli al culto dell'artista, ha difficoltà ad accettare l'idea che in quei rilievi che per centinaia di metri avvolgono la Colonna Traiana non fosse stata accolta la "firma" dl genio che li ha scolpiti, o che negli enormi spazi del Foro di Traiano nessuna lapide ricordasse il nome del grande architetto Apollodoro di Damasco. Ma quello che per noi è strano, per i Romani era assolutamente naturale. Ancora una volta constatiamo che lo studio del mondo antico è una continua scoperta di "differenze". È un scoperta preziosa, perché se non vedessimo quelle differenze non capiremmo veramente nemmeno noi stessi.





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