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FALLIMENTO DEI MOTI MAZZINIANI ED AFFERMAZIONE DELLE CORRENTE LIBERAL-MODERATA

FALLIMENTO DEI MOTI MAZZINIANI ED AFFERMAZIONE DELLE CORRENTE LIBERAL-MODERATA
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FALLIMENTO DEI MOTI MAZZINIANI ED AFFERMAZIONE DELLE CORRENTE LIBERAL-MODERATA

Il fallimento dei moti del ’31 aveva mostrato la debolezza del movimento settario, che non aveva saputo coinvolgere le masse popolari, e l’esigenza di nuove vie per il Risorgimento italiano; una di queste fu rappresentata dalla corrente mazziniana.

Mazzini ebbe il merito di aver fondato per primo in Italia un’organizzazione largamente popolare, dando impulso ad un movimento democratico che, pur non raggiungendo i suoi obiettivi, avrebbe contribuito in modo decisivo alla formazione dell’unità nazionale; ebbe inoltre il merito di aver rifiutato ogni forma di dittatura, per quanto rivoluzionaria. Il programma di Mazzini presentò però, sul piano operativo, alcuni elementi di debolezza. Mazzini subordinava la soluzione dei problemi sociali a quella dei problemi politici affrontando solo marginalmente la questione operaia e trascurando la questione agraria. Di conseguenza i contadini, che costituivano la parte preponderante della popolazione, rimanevano sotto l’influenza della proanda moderata e clericale, o addirittura reazionaria. Questo fu un forte limite del pensiero di Mazzini e pose le premesse dell’insuccesso della sua azione.

Il fallimento dei moti mazziniani e la ripugnanza della borghesia per le tesi democratico- rivoluzionarie favorirono l’affermarsi di correnti liberali- moderate, che trovarono ampi consensi tra la borghesia e l’aristocrazia progressista. I liberali moderati avevano come obiettivo riforme, da attuarsi per opera di sovrani, che portassero al superamento delle barriere doganali e promuovessero lo sviluppo culturale e scientifico necessario all’economia.



I moderati furono in maggioranza cattolici liberali che, sull’esempio dell’analogo movimento francese, ritenevano che la Chiesa dovesse rinunciare all’ideologia dell’alleanza tra il trono e l’altare e favorire l’elevazione dei ceti popolari.

Il neoguelfismo fu un’importante corrente del cattolicesimo liberale ed ebbe com'esponente Gioberti, ex mazziniano. Egli esaltava il “primato” dell’Italia poiché sede del papato ed affidava la realizzazione della rinascita nazionale non ad una rivoluzione, ma a riforme politiche ed amministrative per opera di principi, che avrebbero dovuto costituire una federazione di Stati italiani presieduta dal Papa. Nonostante rimanesse aperto il grave problema della presenza austriaca nel Lombardo –Veneto, al suo pensiero aderirono strati consistenti d'opinione pubblica, attratta dalla speranza di conciliare religione e patria, evitando nel frattempo la rivoluzione.

Un federalista piemontese, Cesare Balbo, propugnava una federazione di Stati sotto la guida del Piemonte, che avrebbe dovuto espandersi nel Lombardo –Veneto per via diplomatica; l’Austria avrebbe dovuto cercare, infatti, compensi nei Balcani a spese dell’Impero Ottomano.

Tra i moderati piemontese sabaudisti spicca Massimo d’Azeglio che denunciò il malgoverno pontificio e polemizzo contro i metodi rivoluzionari, proponendo varie riforme da attuarsi all’interno dei singoli Stati.

Contrapposta al neoguelfismo e al federalismo piemontese, venne formandosi in Lombardia una corrente federalista, democratica e repubblicana rappresentata da Carlo Cattaneo. Egli riteneva possibile un rinnovamento per l’Italia attraverso una federazione di repubbliche, sul modello degli Stati Uniti e della Svizzera, fondate sulla sovranità popolare e sull’uguaglianza sociale. Alla tesi unitaria, Cattaneo proponeva l’esigenza di salvaguardare le caratteristiche storiche ed economiche delle singole regioni.

Comune a tutte queste correnti politiche fu, come nel caso del mazzinianesimo, la mancata considerazione dei problemi del mondo contadino. Tuttavia il dibattito politico risorgimentale contribuì al maturare della coscienza nazionale in Italia, in concomitanza con le aspirazioni al progresso economico-sociale nella borghesia; non a caso il sentimento nazionale fu più sentito là dove esisteva un più attivo ceto imprenditoriale, che avvertiva la necessità di superare il frammentismo politico ed economico sancito a Vienna.




Nel 1850 d’Azeglio chiamò al governo il conte Camillo Benso di Cavour, già distintosi nel dibattito sulle leggi Siccardi, come ministro dell’agricoltura, delle finanze e della marina. Sul piano politico –sociale sostenne un liberismo moderato ed avversò il socialismo, perché riteneva che solo la libera iniziativa individuale potesse portare ad una società dinamica e progressista. Al tempo stesso fu sostenitore del parlamentiamo, cioè di un sistema in cui il governo è politicamente responsabile di fronte al Parlamento. Nei primi anni del suo governo non ebbe come meta l’unità politica nella penisola, ma l’esclusione dell’Austria dai territori italiani, da realizzarsi per opera dello Stato sardo, che doveva ampliarsi fino a costituire un regno d’Alta Italia.

Mettendo a confronto le due grandi ure di Mazzini e Cavour emerge che, mentre il primo temeva l’invadenza della Francia, Cavour non credeva che il riscatto d’Itala potesse nascere spontaneamente dallo spirito di sacrificio del popolo, senza l’aiuto della potenza francese. Inoltre Mazzini temeva che il Piemonte pensasse solo egoisticamente ad ingrandirsi, mentre Cavour vedeva proprio nel Piemonte lo Stato- guida d’Italia.

Tuttavia, senza il rivoluzionarismo di Mazzini, la diplomazia cavouriana non avrebbe potuto illustrare la questione italiana a livello internazionale. Con l’unificazione d’Italia nel 1861, il movimento democratico era ormai sconfitto: il più gran successo del partito d’Azione, l’impresa dei Mille, era servito in definitiva alla causa del liberismo moderato di Cavour.






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