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IL CANTO XIII DELLA GERUSALEMME LIBERATA

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IL CANTO XIII DELLA GERUSALEMME LIBERATA


            Sebbene la Gerusalemme liberata sia composta da venti libri e quindi si possa pensare che il fulcro della vicenda sia collocato proprio nel mezzo di questi, il Tasso, nel suo scrivere, ha spostato il baricentro dell’opera collocandolo per l’appunto nel tredicesimo canto. La questione è facilmente confermabile: basta leggere la trama di qualsiasi letteratura (compresa la nostra) per notare che sebbene questa sia sempre ridotta, una cospicua parte è dedicata agli avvenimenti che si svolgono in questo canto.

            In breve: la selva di Saron, dove i cristiani si approvvigionano di legna, è stata fatta oggetto di un maleficio da parte di Ismeno, mago della corte di Aladino, che la popola di demoni. I fabbri di Goffredo vengono respinti da uno strano timore  e tornano indietro. Immediatamente Alcasto, spavaldo si reca nel bosco ma anche la sua impresa è destinata a fallire. Infine Tancredi si reca nella selva e resiste alle prime apparizioni che gli si parano innanzi, con coraggio percuote una pianta con la spada. Da quest’ultima sente la voce di Clorinda, ed ecco che alla fine alzandosi un vento impetuoso, anche Tancredi desiste. Tornato al campo e dopo aver raccontato a tutti l’accaduto, viene rincuorato da Pietro l’Eremita che comunica a tutti che l’ora della caduta di Gerusalemme è vicina. Nel frattempo il campo dei cristiani viene afflitto dalla siccità e alcuni, capeggiati dal duce dei Greci Tatino, decidono di lasciare il campo. A questo punto Goffredo volge al cielo una preghiera che viene ascoltata da Dio. In chiusura di canto, Dio ordina che cessi la persecuzione dei demoni contro i cristiani e manda un’abbondante pioggia.

            In questo canto più che mai si sente l’influenza del contrasto fra il codice centrifugo (rappresentato dal male) e quello centripeto (proprio dei cristiani e del bene). Il clima generale di tutta l’opera, in quanto mosso da intenti cristiani, è preferibilmente centripeto ( tanto è vero che l’azione non si sposta mai eccessivamente da Gerusalemme), i cristiani sono riuniti sotto i santi segni

(come narrato alla prima ottava del proemio ai versi 7-8: “Il Ciel gli diè favore, e sotto ai santi/segni ridusse i suoi comni erranti.”).

            Dicevo che particolarmente in questo canto si sente l’opposizione tra questi due codici perché a causa del maleficio di Ismeno alcuni cristiani abbandonano il campo. Alla fine comunque è sempre il “centripetismo”, espressione dei valori aggreganti del cristianesimo, che prevale nel brano. Infatti alla fine del canto tutto si risolve con l’intervento di Dio (che può sembrare quasi un deus ex machina).

            Per quanto riguarda il codice geometrico del canto. Il Raimondi, trattando la dispositio dell’opera evidenza alcune tra le strutture chiastiche più comuni ai versi della Gerusalemme. Una delle dislocazioni frequenti era la seguente: ABBAC, e Raimondi sottolineava la presenza dell’iperbato narrativo rappresentato dall’elemento C .Uno dei versi analizzati è: “umane(A) membra(B), aspetto(B) uman (A) si finse(C)” (I, 13). La stessa struttura si può adattare al canto tredicesimo. Infatti questo comincia con un intervento delle forze malvagie rappresentate dal maleficio di Ismeno (A), continua con gli interventi oppositori di Alcasto (B) e Tancredi (B), per finire con l’intervento della fede benigna cristiana a opera di Goffredo (A) e con l’intervento di Dio (C). Ecco che allora si può pensare che anche in questo canto, come nei versi analizzati dal Raimondi, il Tasso abbia in un certo senso voluto evidenziare l’importanza dell’elemento C,  in questo caso rappresentato  dalla ura di Dio, che infatti è l’elemento che non trova corrispondenti all’interno della simmetria del canto ed è anche l’intervento che decide le sorti del canto stesso.

            Tornando un attimo ai due codici centripeto e centrifugo, forse anche nella letteratura è valida la legge della fisica per cui due poli opposti si attraggono…



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