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IL DOPOGUERRA: UN NUOVO SCENARIO MONDIALE - IL NAZIONALISMO ARABO E LE ORIGINI DELLO STATO DI ISRAELE, IL DECLINO DELL’EUROPA: CRISI ECONOMICA, RICONV

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IL DOPOGUERRA: UN NUOVO SCENARIO MONDIALE

IL NAZIONALISMO ARABO E LE ORIGINI DELLO STATO DI ISRAELE

Il governo inglese scelse un linea di compromesso nei confronti delle spinte indipendentiste del mondo arabo. La Francia invece rimase fedele ai canoni del colonialismo ottocentesco ed impose un governo centralistico che privava dell’autonomia le emergenti classi dirigenti locali. Scoppiarono violente rivolte in Siria (1925-26) e Marocco (1921-26) che l’esercito francese sedò a fatica. In Medio Oriente il nazionalismo arabo si afferma come forza politica decisiva nella definizione dei nuovi equilibri della zona. Il movimento sionista, intanto, aveva favorito la colonizzazione ebraica della Palestina creando un nuovo elemento di tensione per l’Europa ed in particolare per la Gran Bretagna. Nel 1917 infatti gli inglesi si erano proclamati sostenitori del movimento sionista che rivendicava la “terra promessa”. Nel 1921 viene stipulato un accordo che prevedeva la formazione dello stato ebraico della Transgiordania mentre una parte della Palestina restava in mano agli arabi. L’accordo resse fino agli anni ’30 quando l’avvento del nazifascismo di Hitler fece crescere la pressione dei coloni ebrei in fuga dall’Europa. La convivenza tra ebrei e arabi diventa sempre più difficile giungendo a lotte e scontri armati che tutt’ora proseguono nonostante nel 1994 il governo di Israele abbia riconosciuto il diritto dei palestinesi di occupare la Palestina e gli arabi abbiano riconosciuto la legittimità dello stato ebraico.



IL DECLINO DELL’EUROPA: CRISI ECONOMICA, RICONVERSIONE INDUSTRIALE, INFLAZIONE

Nei primi anni ’20 il processo di spostamento del centro del mondo all’infuori del vecchio continente era ormai praticamente compiuto. Lo sforzo economico compiuto dai singoli stati per sopperire alle necessità imposte dal conflitto aveva accelerato il declino europeo in favore degli Stati Uniti e del Giappone. L’economia europea in generale era sull’orlo del tracollo. Il principale fattore di crisi era senza ombra di dubbio legato alla necessità di attuare in tempi abbastanza ristretti una riconversione industriale. Bisognava riportare le industrie ai loro settori produttivi originari, momentaneamente alterati durante il corso del conflitto. Molte aziende non riuscirono a riconvertirsi e fallirono; questi processi occorsero in tutta Europa ma in particolar modo investirono le nazioni sconfitte. Le aziende fallirono per un difficile approvvigionamento di capitali dovuto essenzialmente ai grossi risarcimenti di guerra e ai debiti contratti con gli Stati Uniti. Anche il sistema degli scambi era in crisi e di conseguenza di sviluppo una forte inflazione alimentata da un enorme quantitativo di cartamoneta emessa per sostenere i costi della guerra.

L’EGEMONIA ECONOMICA DEGLI USA E LA NUOVA DIVISIONE DEL LAVORO MONDIALE

Lo sforzo bellico aveva prosciugato le casse di tutti gli stati entrati nel conflitto. Su economia così disastrate gravavano anche i debiti contratti con gli USA, dal punto di vista economico, unici vincitori del conflitto. Alla crisi economica europea si opponeva questa nazione che ha accresciuto notevolmente il proprio potenziale economico e finanziario. Oltre a riscattare i titoli americani in mano a capitalisti stranieri, gli USA si possono permettere di essere la nazione che ha in pugno il destino del mondo in quanto l’unica ad essere in grado di sovvenzionare gli stati europei in cerca di ripresa economica.

SCONTRO SOCIALE E RUOLO DELLO STATO NELLA CRISI EUROPEA: LE TEORIE CORPORATIVE

La crisi economica degnerò in scioperi ed agitazioni degli operai fino ad arrivare ad una sorta di rottura rivoluzionaria.

In una situazione così grave lo stato assunse un ruolo centrale come promotore e regolatore dell’economia. Nascono nuove teorie fondate sul principio che l’iniziativa privata, la concorrenza, il mercato e il conflitto tra classi lasciate al loro libero sfogo possano diventare letali sul piano economico. Queste dovevano di conseguenza essere subordinate allo stato, espressione di una volontà superiore in grado di finalizzare lo sviluppo delle forze produttive negli interessi della nazione. I primi ad abbracciare queste teorie sono i movimenti di destra (fascismo tedesco e italiano).



LA DISSOLUZIONE DELLA CULTURA OCCIDENTALE: IL NUOVO POTERE CESARISTICO

Il corporativismo, generato da una nuova cultura, sostiene la necessità di superare il parlamentarismo basando il sistema politico attorno al ruolo di una ura guida in grado di esprimere i bisogni e soprattutto le aspettative della massa.

Secondo il filosofo Spangler, c’è bisogno di grandi individualità dominanti in grado di controllare dispoticamente gli uomini e le forze sociali di una società in dissoluzione. Questo potere cesaristico non doveva originarsi dal consenso delle libere elezioni ma doveva essere legato alle pulsioni delle razze e alle aspirazioni delle nazioni.

CRISI ECONOMICA E MOBILITAZIONE DELLE MASSE: LA FRAGILITA’ DELLE ISTITUZIONI LIBERALI

La crisi non era solo economica ma anche politica, in particolare delle istituzioni liberali e democratiche. Tra i reduci serpeggiavano la delusione, l’insoddisfazione e l’impotenza. Dopo aver sacrificato la propria vita vengono ricambiati con la disoccupazione e un difficile reinserimento nella vita civile mentre l’inflazione logorava oltre che il potere d’acquisto della moneta, anche i salari degli operai. Nacquero associazioni di ex-combattenti per mantenere vivi i valori della solidarietà, di cameratismo consolidati nel periodo bellico. Disoccupazione e inflazione si fondono generando violente lotte sociali. Tutti i movimenti si ispirano al disprezzo nei confronti del sistema parlamentare. La libertà del cittadino doveva essere sacrificata alle esigenze della nazione; il rapporto stato-popolo doveva essere mediato da un capo carismatico.





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