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ITALIA ordinamento dello stato

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ITALIA ordinamento dello stato

La struttura istituzionale

A seguito del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, l'Italia cessò di essere una monarchia e divenne una repubblica. La successiva Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, ha stabilito i principi istituzionali cui i massimi organi dello stato devono attenersi, e che sono quelli classici delle democrazie liberali, fondati cioè sulla netta distinzione e indipendenza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Al vertice dell'ordinamento è posto il presidente della Repubblica, che è quindi il capo dello stato e rappresenta l''unità nazionale'.



Il potere legislativo spetta al Parlamento, formato da due Camere, entrambe elette ogni 5 anni a suffragio universale (le donne ottennero il diritto di voto solo nel 1946) e diretto: la Camera dei rappresentanti, che conta 630 membri, e il Senato, che conta 315 senatori eletti. A questi si aggiungono alcuni senatori a vita; sono tali per diritto tutti gli ex presidenti della Repubblica, cui si aggiungono altri senatori di nomina del capo di stato: nel 1997 i senatori erano 325. Bisogna aver compiuto 18 anni per poter eleggere i membri della Camera dei deputati e 25 anni per essere eletti; bisogna avere almeno 25 anni per poter eleggere i membri del Senato e 40 anni per essere eletti.

Il potere esecutivo spetta al governo, formato dal presidente del Consiglio dei ministri e dai vari ministri; per entrare in carica il governo deve ottenere il voto di fiducia del Parlamento, quindi esprime la volontà della maggioranza degli elettori.

In genere il presidente del Consiglio è a capo del partito che detiene la maggioranza alla camera dei Deputati.

Tra i ministri alcuni sono detti 'senza portafoglio'; essi prendono parte alle riunioni e alle decisioni del Consiglio dei ministri di cui fanno parte in modo assolutamente paritario ai loro colleghi 'con portafoglio', ma svolgono compiti solo politici: sono cioè privi di quel complesso di uffici della pubblica amministrazione (il 'portafoglio') attraverso i quali si riescono concretamente a mettere in atto su tutto il territorio nazionale i programmi governativi.

Le due Camere in seduta congiunta, unitamente a tre delegati per ogni regione (un solo delegato per la Valle d'Aosta), eletti dai rispettivi Consigli regionali, così da garantire la rappresentanza delle minoranze, eleggono ogni sette anni il presidente della Repubblica, che può essere rieletto alla scadenza del suo mandato. Anche se non può intervenire direttamente nel determinare gli indirizzi politici ed economici del paese (come, ad esempio, è consentito al presidente degli Stati Uniti o della Francia), tuttavia non ha solo compiti di rappresentanza e ricopre anche l'incarico di capo delle Forze armate.

La Costituzione italiana, oltre ad attribuire al presidente della Repubblica una funzione importante in ambito giudiziario, in quanto presiede il Consiglio superiore della magistratura, gli consente di intervenire, in particolari circostanze, sia in ambiti che attengono al potere legislativo, sia in ambiti relativi al potere esecutivo. Se ad esempio il presidente della Repubblica ritiene impossibile il normale funzionamento del Parlamento, egli può scioglierlo in qualsiasi momento e indire nuove elezioni (eventi che si sono più volte verificati); è inoltre il presidente della Repubblica a scegliere il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di quest'ultimo, a nominare i vari ministri.

Del tutto indipendente e autonomo, come si è detto, è il potere giudiziario. L'amministrazione della Giustizia è affidata, per la maggior parte, a magistrati di professione, scelti per concorso e retribuiti dallo stato.

Spetta al già citato Consiglio superiore della magistratura da un lato tutelare la reale indipendenza dei giudici dal potere legislativo e giudiziario, impedendone le eventuali interferenze, dall'altro decidere su assunzioni, promozioni, trasferimenti, provvedimenti disciplinari che riguardino i giudici. Il Consiglio superiore della magistratura è eletto ogni quattro anni: due terzi dei membri sono eletti dagli stessi magistrati, un terzo dal Parlamento.

Il sistema giudiziario italiano è impostato sull'assunto che l'imputato di qualsiasi reato ha diritto a due processi, o per meglio dire a un doppio livello di giurisdizione, di Primo grado e di Appello; è inoltre prevista la possibilità di ricorrere a un terzo organo giudicante, la Corte di Cassazione, se si hanno fondati motivi di ritenere che, durante il primo o il secondo grado del processo, siano stati compiuti dai giudici errori di applicazione e interpretazione di quanto stabilito dalla legge.

Un ruolo di particolare importanza viene infine svolto dalla Corte Costituzionale, formata da 15 giudici (5 nominati dal Parlamento, 5 dal presidente della Repubblica, 5 dalle altre supreme autorità giurisdizionali), che durano in carica per nove anni. Alla Corte Costituzionale è affidata, come dice il nome, la suprema tutela della Costituzione, cioè il compito di assicurare la conformità alla Costituzione delle varie leggi votate dal Parlamento; spetta inoltre alla Corte Costituzionale decidere sui conflitti che possono eventualmente insorgere tra i vari organi dello stato.

 

Ordinamento amministrativo e decentramento dei poteri

L'Italia è, dal punto di vista amministrativo, ripartita in venti regioni, di cui quindici (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto) sono dette a 'statuto ordinario', mentre cinque (Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta) sono dette a 'statuto straordinario', poiché dotate di ampia autonomia, sia per motivi geografici in quanto aree di frontiera (e 'di frontiera' in certo senso sono anche, per la loro insularità, la Sardegna e la Sicilia), sia per motivi etnici, culturali e linguistici.

Comunque tutte le regioni, anche quelle a statuto straordinario, trovano limiti alla loro attività nei principi giuridici generali dello stato. L'Italia rimane quindi uno stato fortemente centralizzato. Non a caso, mentre le regioni a statuto straordinario furono istituite poco dopo la nascita della stessa Repubblica, le altre divennero operative solo nel 1970, quindi con un ritardo molto grave rispetto al preciso dettato della Costituzione.

A loro volta le regioni sono ripartite in province, attualmente in numero di 103; le province sono suddivise in comuni, in numero di 8102. Solo alle regioni spetta un pur limitato potere legislativo, di base costituzionale nelle regioni a statuto straordinario, soggetto al potere centrale in quelle a statuto normale; ai comuni e alle province competono solo atti di natura amministrativa. Lo stato è rappresentato in ogni capoluogo di regione da un commissario del governo, incaricato di funzioni di controllo, e in ogni capoluogo di provincia da un prefetto.

Comuni, province e regioni hanno propri istituti: un presidente (il sindaco per i comuni), un consiglio e una giunta esecutiva. In particolare, in base all'importante legge sulle autonomie locali entrata in vigore nel 1990, comuni e province rappresentano le comunità locali e ne amministrano le risorse. Sono retti da organi eletti dai cittadini residenti, cioè dai consigli comunali e provinciali (i parlamenti locali), capeggiati i primi dai sindaci e i secondi dai presidenti delle province; questi procedono invece a nominare il proprio 'governo', cioè le giunte comunali e provinciali.

Dal 1993 vengono eletti direttamente dalla popolazione i sindaci di tutti i comuni (in precedenza solo quelli con meno di 15.000 abitanti); oggi pertanto i sindaci delle grandi città, Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e così via, sono divenuti importanti protagonisti della vita politica nazionale.

La spinta a ottenere maggiori poteri autonomi corrisponde d'altronde a richieste di decentramento amministrativo avanzate sin dal secolo scorso, cioè da quando si posero le basi per l'unità d'Italia, da parte di molti storici o uomini politici (da Carlo Cattaneo in modo assai lucido); essi sollecitarono la formazione di uno stato non centralizzato ma federale, sull'esempio degli Stati Uniti o della Svizzera, nei quali al governo centrale spettano solo alcune funzioni, ad esempio la politica estera.

Attualmente, tra le forze politiche italiane è in atto la ricerca di una soluzione in senso federalista per la riforma dello stato.Per oltre centocinquant'anni le proposte federaliste non furono prese in considerazione; solo di recente, e per l'iniziale pressione della Lega Nord, governo e Parlamento cominciano ad avanzare programmi di federalismo consistenti nell'assegnazione alle regioni di molti dei poteri e dei compiti tuttora svolti dallo stato.



Le forze armate

L'Italia appartiene, assieme alla maggior parte dei paesi dell'Europa occidentale, con Stati Uniti e Canada, alla NATO (Organizzazione del trattato dell'Atlantico del Nord), sin dalla sua fondazione, nel 1949.

Quanto alle forze armate italiane, sono in atto programmi che da un lato tendono alla riduzione dell'intero apparato militare, dall'altro a una maggiore modernizzazione nel settore degli armamenti. Anche le funzioni delle forze armate stanno cambiando e ampliando i loro ruoli; oggi le unità vengono ampiamente distribuite sul territorio nazionale, anche con compiti di ordine pubblico, oppure sono appositamente addestrate per partecipare a missioni internazionali, anche in aree assai distanti (in Somalia, ad esempio, con una forza multinazionale su mandato dell'ONU nei primi anni Novanta).

L'Esercito dispone di circa 230.000 effettivi, la Marina di circa 45.000, l'Aeronautica di circa 75.000. Il servizio di leva, che è obbligatorio (ma che può essere sostituito, nei casi di obiezione di coscienza, da servizi sociali), durava sino a tutto il 1996 dodici mesi; dal 1997 è stato ridotto a dieci mesi. Nello stesso anno è stato esteso il servizio militare anche alle donne che ne facciano richiesta; queste rimangono però escluse dal partecipare a vere e proprie operazioni belliche.

Unione europea o UE Organizzazione sovranazionale dei paesi europei, volta a rafforzare l'integrazione economica e la cooperazione tra i paesi membri, istituita il 1° novembre 1993 con la ratifica del trattato di Maastricht da parte delle dodici nazioni della Comunità europea (CE) (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Sna) oggi divenuti membri dell'Unione europea.

In base al trattato di Maastricht, ai cittadini di ciascuno stato membro viene riconosciuta la cittadinanza europea e, con essa, il diritto di vivere, lavorare o studiare in qualsiasi stato membro. La garanzia di poter circolare liberamente in Europa ha comportato anche una riduzione dei controlli alle frontiere doganali (vedi Accordo di Schengen).

Origini

La storia dell'Unione europea è strettamente legata a quella della Comunità europea, un'organizzazione esistita fino al novembre del 1993 cui facevano capo tre distinte organizzazioni confluite nella Comunità europea nel 1967: la Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA), creata nel 1951, la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea per l'energia atomica (Euratom), entrambe istituite nel 1957. La sede principale della Comunità europea è a Bruxelles.

Organizzazione

L'amministrazione dell'unione è affidata a istituzioni comuni: la Commissione europea, il Parlamento europeo e il Consiglio dei ministri che, anche se con ruoli e poteri diversi, partecipano al processo decisionale; la Corte di giustizia delle comunità europee si pronuncia invece su questioni legali o su controversie esistenti tra istituzioni comunitarie o tra queste ultime e gli stati membri.

Commissione europea

La commissione, composta di 20 membri, è l'organo esecutivo dell'unione, elabora le proposte programmatiche da sottoporre all'esame del consiglio dei ministri e rappresenta l'unione nelle relazioni economiche con altri paesi o organizzazioni internazionali. In ambito amministrativo la commissione gestisce i fondi comunitari e gli aiuti agli altri paesi.

Consiglio dei ministri

Il consiglio dei ministri, principale organo legislativo dell'unione, è composto dai ministri del governo dei paesi membri ed è affiancato dal comitato dei rappresentanti permanenti.

Consiglio europeo

A partire dal 1975, il consiglio europeo riunisce almeno due volte l'anno i capi di stato o di governo, organizzando un incontro nel paese che ha assunto la presidenza del consiglio dei ministri. Il consiglio europeo è entrato a far parte della struttura organizzativa comunitaria nel 1987.

Parlamento europeo

Il Parlamento europeo, un tempo organo puramente consultivo al quale il trattato di Maastricht ha attribuito i poteri legislativi, è l'unico organo comunitario composto da membri eletti direttamente dai cittadini appartenenti agli stati membri. La sede del parlamento è a Strasburgo, anche se la maggior parte del lavoro delle commissioni parlamentari viene svolto a Bruxelles; il segretariato generale si trova invece a Lussemburgo. I seggi del parlamento europeo sono 626, ripartiti in base alla popolazione di ciascuno stato membro: nel 1994 la Germania aveva, con 99 seggi, il maggior numero di rappresentanti.

Le commissioni parlamentari esaminano le proposte di legge presentate dalla commissione europea e spesso propongono degli emendamenti prima di sottoporle all'esame del consiglio dei ministri.

Il parlamento europeo esercita, di concerto con il consiglio dei ministri, i poteri in materia di bilancio, ovvero adotta il bilancio annuale e ne controlla l'esecuzione. Per alcune decisioni di particolare importanza, il consiglio per pronunciarsi deve ottenere il parere conforme del parlamento.

Comitati

Il trattato sull'Unione europea ha mantenuto invariata la funzione consultiva di alcuni organi sussidiari, tra cui il Comitato economico e sociale e il Comitato delle regioni. Il primo, uno dei più importanti, è composto da 189 membri, nominati dal consiglio dei ministri per un periodo di quattro anni, in rappresentanza di imprenditori, lavoratori e altri gruppi d'interesse; pur esercitando un ruolo puramente consultivo, il comitato deve essere obbligatoriamente interpellato dal consiglio dei ministri e dalla commissione europea su numerose questioni legislative.

Il Comitato delle regioni, con i suoi 189 membri, è stato creato dal trattato di Maastricht per avvicinare l'Unione europea ai cittadini e per dare voce alle autorità locali e regionali; questo comitato non ha potere legislativo, ma deve essere consultato sulle questioni riguardanti problematiche economiche e sociali.

Corte di giustizia delle comunità europee

La Corte di giustizia delle comunità europee, organo giudicante di ultima istanza, è composta da quindici giudici nominati per un periodo di sei anni; è competente sia per le controversie tra istituzioni comunitarie e tra queste ultime e i paesi membri sia per i ricorsi in appello contro le direttive e i regolamenti emanati dall'Unione.




Su richiesta di un tribunale nazionale, la corte si pronuncia anche sulla validità e l'interpretazione delle disposizioni del diritto comunitario (vedi Diritto europeo). Le sue sentenze costituiscono un precedente e divengono parte del quadro giuridico di ciascuno stato membro.

Storia

Al termine della seconda guerra mondiale, quando l'economia europea viveva una situazione drammatica, in alcuni ambienti europei si diffuse la speranza che la ricostruzione dell'Europa occidentale potesse sfociare in un accordo per la creazione di uno stato europeo unificato: il progetto s'indebolì però con l'inizio della Guerra Fredda. Due statisti francesi, Jean Monnet e Robert Schuman, erano tuttavia convinti che Francia e Germania avrebbero potuto superare il loro atavico antagonismo, e dunque cooperare, di fronte alla prospettiva di ricevere incentivi economici: nel maggio del 1950 Schuman propose allora la creazione di un'autorità comune per regolamentare l'industria del carbone e dell'acciaio; la proposta fu accolta da Germania, Belgio, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi che, insieme al governo francese, firmarono il trattato di Parigi nel 1951, dando vita alla Comunità europea del carbone e dell'acciaio, operativa a partire dall'agosto 1952. Il governo britannico, invece, contrario alla natura sovranazionale della CECA, decise di non partecipare all'iniziativa.

Nel giugno 1955 i ministri degli Esteri dei sei paesi fondatori della CECA decisero di esaminare la possibilità di ampliare le basi della cooperazione economica: ebbe così inizio il processo che portò alla conclusione dei due trattati di Roma del marzo 1957, istitutivi della Comunità economica europea e della Comunità europea per l'energia atomica. Quest'ultima si rivelò però di minor importanza poiché i singoli governi continuarono a esercitare un pieno controllo sui propri programmi nucleari.

Comunità economica europea

Dal punto di vista economico, il trattato CEE prevedeva l'eliminazione entro dodici anni delle barriere doganali tra stati membri, lo sviluppo di un sistema comune di dazi doganali per le importazioni provenienti dal resto del mondo e la creazione di una politica agricola comune. Dal punto di vista politico, il trattato rafforzava sia il ruolo dei governi nazionali sia la natura sovranazionale della CEE rispetto alla CECA.

In risposta alla CEE, nel 1960 la Gran Bretagna e altri sei paesi europei non membri costituirono l'EFTA; nel 1961, in seguito all'evidente successo economico della CEE, ebbero tuttavia inizio i negoziati per l'ammissione della Gran Bretagna. Il presidente della repubblica francese Charles de Gaulle, preoccupato dagli stretti legami tra Gran Bretagna e Stati Uniti, nel gennaio 1963 si oppose tuttavia alla richiesta di ammissione inglese, cambiando parere solo nel 1967.

Nascita della Comunità europea

La nascita della Comunità europea risale al luglio del 1967, quando le tre comunità (CEE, CECA ed EURATOM) confluirono in un'unica organizzazione denominata Comunità europea (CE). Nessun ampliamento della CE o qualsiasi altro progetto innovativo fu tuttavia possibile prima delle dimissioni, nel maggio 1969, del presidente De Gaulle, al quale succedette Georges Pompidou, favorevole invece ad appoggiare nuove iniziative in ambito comunitario.

Su proposta del nuovo presidente francese, nel dicembre 1969 venne allora convocata all'Aia una riunione dei capi di stato dei paesi membri per preparare il terreno a un accordo sul sistema di finanziamento permanente della CE, per lo sviluppo di una struttura di cooperazione in materia di politica estera e per l'apertura dei negoziati sull'ammissione di Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca e Norvegia.

Sviluppo della Comunità europea

Gli accordi di adesione dei quattro paesi richiedenti furono firmati nel gennaio del 1972, dopo quasi due anni di negoziati e, a partire dal 1°gennaio 1973 Danimarca, Gran Bretagna e Irlanda entrarono a far parte della Comunità europea; la Norvegia ritirò invece la richiesta in quanto un referendum popolare interno l'aveva bocciata.

La Grecia entrò a far parte della CE nel 1981, mentre nel 1986 fu la volta di Sna e Portogallo. Negli anni Settanta e Ottanta vi furono anche altri importanti sviluppi: l'intensificazione degli aiuti comunitari ai paesi meno sviluppati, in particolare alle ex colonie un tempo controllate dagli stati membri, la costituzione del sistema monetario europeo, volto a garantire una certa stabilità nei rapporti di cambio tra le monete dei paesi membri e la graduale realizzazione del mercato unico europeo attraverso la riduzione delle barriere doganali.

Sistema monetario europeo

Nel marzo 1979 la costituzione del Sistema monetario europeo (SME) rappresentò il primo passo verso la realizzazione dell'unione economica e monetaria, inizialmente prevista per il 1980. In realtà questa previsione si rivelò ben presto ottimistica: la situazione era piuttosto complessa innanzitutto a causa dell'andamento fluttuante di ciascuna moneta europea nei confronti delle altre; la svalutazione di alcune monete finì poi col rappresentare un ostacolo alla crescita economica e col determinare un livello di inflazione piuttosto elevato.

Obiettivo dello SME era stabilizzare i tassi di cambio e porre un freno all'inflazione, limitando il margine di fluttuazione di ciascuna moneta a un piccolo scostamento rispetto a un valore di riferimento, chiamato parità centrale: qualora questo margine, pari a +/- 2,25%, non fosse stato rispettato, le banche centrali dei rispettivi paesi erano obbligate a intervenire liquidando la valuta più forte e acquistando quella più debole. I governi dei paesi membri s'impegnarono inoltre a realizzare interventi adeguati di politica economica per evitare continui spostamenti della propria moneta dalla parità centrale. Con lo SME si propose anche d'introdurre una moneta unica europea, l'ECU, il cui valore fosse definito in base a un paniere di monete ponderato rispetto all'importanza economica di ciascun paese membro. Questo sistema monetario contribuì sia alla riduzione dei tassi d'inflazione sia all'attenuazione della congiuntura economica degli anni Ottanta, caratterizzata da ampie fluttuazioni valutarie.

Il sistema dei tassi di cambio, meccanismo principale dello SME, collassò però nel settembre del 1992 in seguito a forti speculazioni attuate sul mercato dei cambi e provocate dagli elevati tassi d'interesse stabiliti dalla banca centrale tedesca dopo la riunificazione delle due Germanie. Italia e Gran Bretagna furono allora costrette a uscire dallo SME (l'Italia vi è rientrata nel 1996).

Verso il mercato unico

La graduale realizzazione di un mercato unico europeo può essere considerata una delle evoluzioni più significative avvenute in ambito comunitario nel corso degli anni Ottanta; le iniziative a favore del mercato comune furono guidate da Jacques Delors, ex ministro delle Finanze francese e presidente della commissione europea dal 1985 al 1995. Su proposta della commissione, il consiglio dei ministri approvò quindi un piano per rimuovere entro sette anni quasi tutte le restanti barriere doganali tra i paesi membri; il tentativo di raggiungere l'obiettivo del mercato unico entro il 31 dicembre 1993 determinò quindi un'accelerazione del processo di riforma della CE, rafforzò la cooperazione e l'integrazione in Europa e, alla fine, portò alla costituzione dell'Unione europea.



La Politica agricola comunitaria (PAC), valutabile negli anni Ottanta intorno ai due terzi della spesa comunitaria annuale, rappresentò tuttavia uno degli ostacoli principali alla piena realizzazione dell'integrazione economica europea. In base alla PAC, la Comunità europea si impegnava infatti ad acquistare alcuni beni agricoli prodotti in eccedenza, sovvenzionando così l'attività agricola di alcuni paesi a spese di altri. Durante una riunione al vertice nel 1988, i capi di stato dei paesi membri concordarono allora sulla necessità di limitare questi sussidi, tanto che, per la prima volta a partire dagli anni Sessanta, le sovvenzioni all'agricoltura previste dal bilancio comunitario del 1989 ammontarono a meno del 60% della spesa complessiva comunitaria.

Atto unico europeo

Il termine previsto per l'entrata in vigore del mercato unico evidenziò l'esigenza di conferire alla Comunità europea poteri decisionali più ampi, indispensabili per affrontare e risolvere tutte le questioni riguardanti l'eliminazione delle barriere doganali; fino a quel momento, infatti, le decisioni del consiglio dei ministri dovevano essere approvate all'unanimità dai suoi membri, ciascuno dei quali poteva dunque rallentare il processo decisionale esercitando il proprio diritto di veto.

Con l'Atto unico europeo, entrato in vigore nel 1987, furono dunque definite alcune importanti modifiche nella struttura della comunità, tra cui l'introduzione di un sistema di votazione a maggioranza in grado di contribuire all'accelerazione del processo di realizzazione del mercato unico, e furono apportati anche considerevoli cambiamenti: il Consiglio d'Europa entrò formalmente a far parte delle istituzioni comunitarie, i poteri decisionali del Parlamento europeo furono ampliati e venne istituito un Tribunale di primo grado, destinato a occuparsi dei ricorsi contro la normativa comunitaria presentati da individui, organizzazioni o società.

Gli stati membri concordarono inoltre l'adozione di politiche comuni in diversi settori, dalla politica fiscale a quella occupazionale, dall'assistenza sanitaria alla tutela ambientale e decisero di allineare il più possibile la propria politica economica e monetaria a quella dei paesi confinanti.

Cambiamenti in Europa e nella Comunità europea

La proposta, avanzata da alcuni sostenitori dell'Unione economica e monetaria, di limitare le restrizioni ai trasferimenti di denaro per agevolare il libero flusso di capitali fu accolta dalla commissione europea, che elaborò un programma d'intervento. La commissione si occupò contemporaneamente della stesura di una carta dei diritti umani, la Convenzione europea dei diritti umani. In entrambe le occasioni la Gran Bretagna si oppose al progetto comunitario, temendo che un ampliamento dei poteri della CE potesse rappresentare una minaccia alla propria sovranità; soltanto in seguito, di fronte ai rapidi cambiamenti politici ed economici verificatisi in tutta Europa, il progetto per la realizzazione dell'unione monetaria ottenne l'approvazione del governo inglese.

Alla fine degli anni Ottanta, di fronte al fallimento dei regimi comunisti, molti paesi dell'Europa orientale si sono rivolti alla CE per ottenere assistenza politica ed economica. La Comunità europea ha accettato di fornire aiuti militari e di concludere accordi con molti di questi paesi, ma ne ha escluso l'ammissione in qualità di membri; l'unica eccezione ha riguardato la Germania dell'Est, automaticamente incorporata nella comunità con il compimento della riunificazione tedesca.

 Durante una riunione al vertice nel 1990, Francia e Germania orientale proposero allora la costituzione di una conferenza intergovernativa per rafforzare l'unità europea sulla scia dei rapidi mutamenti politici, conferenza che iniziò a elaborare una serie di accordi poi confluiti nel trattato sull'Unione europea.

Trattato sull'Unione europea

Nel 1991 i delegati dei paesi membri della CE presero parte ai negoziati sul trattato dell'Unione europea, cercando di definire le condizioni per l'attuazione del progetto; il consiglio dei ministri, riunitosi a Maastricht, nei Paesi Bassi, il 7 febbraio del 1992, firmò la versione finale dell'accordo istitutivo, ratificato dagli stati membri nel 1993. L'Unione europea fu costituita con l'entrata in vigore del trattato di Maastricht a partire dal 1° novembre dello stesso anno.

Prospettive future

Per quanto nel corso degli anni è stato possibile raggiungere una maggiore coesione economica tra i paesi membri dell'Unione europea, la creazione di un unico stato federale europeo, immaginata originariamente dai promotori della cooperazione economica in Europa, è stata abbandonata da tempo. La ragione principale di tale abbandono è forse nell'eterogeneità dei paesi che vanno via via aderendo all'unione.

Nel 1995 Austria, Finlandia e Sa sono infatti entrate a far parte dell'Unione europea, mentre un altro referendum ha invece nuovamente bocciato l'ingresso della Norvegia.

 Il numero degli stati membri è comunque destinato a salire entro la fine del decennio, dato che altri paesi hanno presentato la richiesta di ammissione (la Turchia nel 1987; Cipro e Malta nel 1990). La Svizzera ha invece ritirato la propria domanda per non violare la posizione neutrale che da sempre la caratterizza.

Nel 1991 la Comunità europea ha inoltre concluso un accordo con l'EFTA per creare un mercato unico per le merci, i servizi e i capitali; con l'entrata in vigore dello Spazio economico europeo (SEE), dal 1° gennaio 1994 sono dunque state eliminate le barriere al commercio tra Unione europea e stati membri dell'EFTA.

Comunità europea per l'energia atomica (EURATOM, European Atomic Energy Community), organizzazione per la promozione e lo sviluppo dell'energia nucleare a scopo non militare tra alcuni paesi dell'ex Comunità economica europea (CEE) ora membri dell'Unione europea (UE). Istituita con un trattato firmato a Roma nel 1957, l'Euratom diventò operativa dal 1° gennaio 1958, promuovendo progetti di ricerca realizzati presso l'istituto centrale di Ispra, in provincia di Varese, in collaborazione con centri situati in altri paesi.

Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA) Associazione economica sovranazionale europea volta a creare un mercato comune nei settori del carbone e dell'acciaio. Fu istituita col trattato di Parigi del 18 aprile 1951, entrato in vigore il 27 luglio 1952, da Belgio, Francia, Germania Ovest, Lussemburgo, Italia e Paesi Bassi. Ideatore e primo presidente della CECA fu il francese Jean Monnet, la cui proposta di favorire l'integrazione delle industrie carbosiderurgiche della Germania Ovest e della Francia, attraverso la creazione di un unico organismo sovranazionale preposto a sovrintenderne lo sviluppo, fu recepita dal Piano Schuman del 1950. Tale organismo fu l'Alta Autorità della CECA, con ampi poteri già sotto la presidenza di Moult (1952-56) di rilanciare su grande scala l'industria carbosiderurgica dei paesi aderenti e di operare un drastico abbattimento delle rispettive barriere doganali.

Il successo della CECA fece quindi da battistrada ai trattati di Roma del 1957 istitutivi della Comunità economica europea (CEE) e dell'Euratom dando vita al sistema delle Comunità europee, le cui istituzioni furono unificate dal 1° luglio 1967 sotto il coordinamento della Commissione europea.






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