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Il boom economico

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Il boom economico

Il boom economico iniziò nei primi anni ’50 e riguardò principalmente il settore industriale (industria meccanica, siderurgica, elettromeccanica), mentre l’agricoltura rimaneva arretrata. L’industrializzazione fu indirizzata al Nord del paese e portò alla nascita di grandi imprese (Fiat, Olivetti, Pirelli), ma anche di piccole e medie imprese aiutate da:

-          Manodopera a basso costo e scarsa attività industriale          prezzi competitivi nel mercato estero

-          Aiuti da parte dello stato e dal piano Marshall



-          Stabilità monetaria ed assenza di controlli fiscali

-          Aumento della manodopera grazie alla emigrazione dei contadini del sud al nord

-          Cooperazione economica europea con la nascita del MEC.

Conseguenze dell’arretratezza dell’agricoltura italiana:

i provvedimenti presi per far nascere una borghesia agricola non furono sufficienti a causa delle poche risorse produttive e dalla logica del clientelarismo dietro gli aiuti economici della cassa per il Mezzogiorno. Di conseguenza l’agricoltura italiana, basata sul sistema fondiario e non tecnologicamente avanzata, non bastava a soddisfare i bisogni del paese e ad impegnare la manodopera del sud costretta ad emigrare verso il nord.

 

L’Italia non possedendo così un’agricoltura meccanizzata, al contrario dell’Europa e degli Usa, era costretta ad importare le derrate alimentari.


Crescita del divario tra nord e sud

Verso la metà degli anni ’50 ci fu un incredibile sviluppo sia dell’industria leggera privata sia di quella a partecipazione statale, che portò alla produzione dei nuovi beni di consumo di massa (automobili, elettrodomestici), portando l’Italia con i suoi prezzi competitivi tra i primi produttori mondiali.


Aumento del benessere italiano, principalmente al nord, nascita del turismo di massa e aumento della scolarizzazione

Accanto al triangolo nord-ovest nacque una “terza” Italia del centro-nord-est .Oltre all’industria leggera e pesante conobbe un importante sviluppo quella edilizia, non sottoposta a controlli.

L’intervento dello stato

Fu elevato e raggiunse grandi fette del prodotto interno lordo. Dopo una fase liberale della ricostruzione, lasciata in mano alla libera iniziativa privata; nel 1953 nacque l’ente nazionale degli idrocarburi (ENI), importante nella gestione delle risorse energetiche fornendo alle industrie e ai privati energia a basso costo. Gestito dal democristiano Enrico Mattei, l’ENI aveva un gruppo dirigente costituito da tecnici di alto livello e si interessò a diversi settori. Nel frattempo Oscar Sinigagliia ideò un piano di ristrutturazione dell’industria siderurgica e meccanica con la creazione della finmeccanica, per disporre di acciaio a prezzi competitivi. L’IRI estese il proprio controllo al settore cantieristico, siderurgico, alla navigazione, all’elettricità e alla telefonia. Nel 1953 fu varata la legge per lo sviluppo ed il credito industriale del Mezzogiorno con lo scopo di gestire la distribuzione dei fondi della Cassa per il Mezzogiorno. Si crearono così dei nuovi “poli di sviluppo” (Bari, Brindisi, Taranto, Cagliari) dell’industria siderurgica e petrolchimica. Tuttavia a  causa degli sprechi e della gestione clientelare dei fondi e la poca manodopera utilizzata, queste non servirono a migliorare l’economia meridionale.




Nel 1956 fu creato il Ministero delle Partecipazioni statali con il compito di coordinare le aziende sostenute dallo stato o dello stato stesso.

Le contraddizioni del boom economico:

-          Soppressione dei diritti dei lavoratori e delle libertà sindacali

-          Poca sicurezza e tutela nel lavoro, che portarono a dei duri trattamenti verso gli operai da parte degli imprenditori, estenuanti ritmi lavorativi e morti sul lavoro

-          Molte famiglie erano arretrate economicamente e legate all’acquisto dei soli beni di sussistenza

-          Nessun investimento economico nei servizi pubblici

-          Nessuna redistribuzione dei redditi come nei paesi europei


Crisi economica alla fine degli anni ’50 a causa anche dell’aumento degli operai, che portò sia ad una ripresa dell’attività sindacale sia ad un aumento dei salari dei lavoratori con il conseguente aumento dei prezzi che fece perdere la competitività ai prodotti italiani.


Nel 1961 ci fu uno sciopero degli elettromeccanici milanesi, a cui seguirono aumenti salariali.






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