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1970 - 1980 - LA CRISI DEL CENTRO SINISTRA

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1970 - 1980 - LA CRISI DEL CENTRO SINISTRA

Nei primi anni ‘70, la debolezza del sistema politico apparve in tutta la sua evidenza. Il 12 dicembre 1969, in pieno autunno caldo, una bomba esplosa a Milano, in Piazza Fontana, nella sede della Banca nazionale dell’agricoltura, provocò 17 morti ed oltre 100 feriti. Si parlò allora di strategia della tensione messa in atto dalle forze di destra per incrinare le basi dello Stato democratico. L’impotenza dimostrata, rifletteva anche profonde divisioni all’interno dello schieramento di governo. Mentre DC e PSDI tendevano a farsi interpreti di un’opinione pubblica moderata, il PSI mirava apertamente ad equilibri più avanzati, cioè al progressivo coinvolgimento del PCI nelle responsabilità di governo. Il ricorso ad elezioni politiche anticipate nel ‘72 si rivelò inutile così come nel ‘73 e nel ‘74. Alla fine del ‘73, le difficoltà economiche furono aggravate dalle conseguenze della guerra arabo-israeliana del Kippur: l’aumento del prezzo del petrolio provocò un calo della produzione industriale e l’avvio di un processo inflazionistico. Alle difficoltà economiche si aggiungeva un crescente disagio morale provocato da scandali in cui furono coinvolti numerosi esponenti della maggioranza. La rapida adozione nel ‘74 di una legge sul finanziamento pubblico dei partiti rappresentati in Parlamento non servì a sanare la frattura fra società politica e società civile. Quando nel 1974, la nuova legge sul divorzio fu sottoposta a referendum abrogativo per iniziativa di gruppi cattolici appoggiati dalla DC e dal MSI, si assistette ad una grande mobilitazione che era appoggiata dalle forze laiche, ma il netto successo dei divorzisti mostrò chiaramente che la società italiana era cambiata, che il sistema politico doveva ‘aggiornarsi’ e che il peso della Chiesa come ispiratrice della vita privata dell’individuo era fortemente ridimensionato. I mutamenti trovarono ulteriore riscontro in due leggi approvate nel ‘75: la riforma del diritto di famiglia, che anciva la parità giuridica fra i coniugi; e l’abbassamento della maggiore età, cui era legato il diritto di voto, da ventuno a diciotto anni. Nel ‘78, dopo un acceso dibattito che vide ancora una volta la DC opposta alle sinistre ed ai partiti laici, il Parlamento approvò la legge che legalizzava e disciplinava l’interruzione volontaria della gravidanza. Intorno alla metà degli anni ‘70, sull’onda del successo nei referendum, le forze del cambiamento parvero in ascesa. A cogliere i frutti politici di questa situazione fu soprattutto il PCI che già nel ‘68 aveva dato di sé un’immagine diversa e che nel ‘73 prospettò un importante mutamento strategico. Il suo segretario, Berlinguer, sostenne la necessità di giungere ad un compromesso storico, cioè ad un accordo di lungo periodo fra le forze comuniste, socialiste e cattoliche. Lo spostamento a sinistra delle elezioni regionali accentuò i dissensi fra DC e PSI; si giunse così, nel ‘75, al disimpegno socialista del governo che segnò la fine dell’esperienza del centrosinistra.



L’esito delle elezioni del giugno ‘76 lasciava aperto un problema: visto che i socialisti non erano disponibili ad una riedizione del centrosinistra e che non esistevano i margini per un ritorno al centrismo, l’unica soluzione praticabile stava in un coinvolgimento del PCI nella maggioranza. Si giunse così alla costituzione di un governo monocolore democristiano guidato da Andreotti, che ottenne l’astensione in Parlamento di tutti gli altri partiti esclusi MSI e Radicali.

Era questa pur sempre una risposta unitaria al dilagarsi del fenomeno terrorista. Opposti fra loro nella matrice ideologica, i due terrorismi, quello nero e quello rosso, erano diversi anche nel modo di operare. Il tratto distintivo del terrorismo di destra fu il ricorso ad attentati dinamitard in luoghi pubblici :Strage di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia e alla Stazione di Bologna.

Il principio della lotta rossa era da tempo un elemento portante di tutte le ideologie estremiste rivoluzionarie che il movimento del ‘68 aveva contribuito a mitizzare ed a divulgare. Per i terroristi l’azione armata si presentava come un atto esemplare, destinato essenzialmente alla classe operaia, al fine di mobilitarla per il rovesciamento del sistema capitalistico e dello Stato borghese. Seguirono, fra il ‘72 ed il ‘75, sequestri di dirigenti industriali e di magistrati. Gli autori di queste azioni appartenevanp aòòe Brigate Rosse, il primo ed il più pericoloso gruppo terrorista di sinistra, attivo fino al 1988.

Il malessere giovanile si epresse nel 1977 quando un nuovo movimento di studenti universitari diede luogo ad occupazioni di università ed a violenti scontri di piazza. Protagonisti di questi scontri furono i gruppi di Autonomia operaia. Bersaglio principale della contestazione fu la sinistra tradizionale, soprattutto il PCI ed i sindacati. L’inevitabile delusione seguita all’ondata del ‘77 si risolse per molti col passaggio alla militanza terroristica.

Nel 1978 le Brigate Rosse misero in atto il oro progetto più ambizioso: il 16 marzo, il girono stesso della presentazione in Parlamento di un nuovo governo Andreotti, monocolore democristiano appoggiato dal PCI, un commando brigatista rapì Aldo Moro, presidente della Dc uccidendo tutti gli uomini della sua scorta. Il 9 maggio Moro fu ucciso ed il suo cadavere abbandonato in una strada del centro di Roma. Nel non facile clima politico creatosi dopo l’assassinio di Moro, il muovo governo di solidarietà cercò di avviare il risanamento dell’economia. La situazione finanziaria diede segni di miglioramento, grazie all’adozione della riforma fiscale varata nel ‘74. Fu varata una riforma sanitaria che sanciva la gratuità delle cure per tutti e riordinava la medicina pubblica, affidandone la gestione ad appositi organismi dipendenti dalle regioni. Nel complesso la politica di solidarietà nazionale non produsse risultati adeguati. L’ingresso dei comunisti nella maggioranza non servì a mettere in moto un processo di trasformazione sociale ed a risanare la vita pubblica. Gli scandali giunsero a toccare la presidenza della Repubblica costringendo alle dimissioni, nel ‘78, il capo di Stato, il democratico Leone. Al suo posto fu eletto il socialista Sandro Pertini. Si andava esaurendo l’esperienza della solidarietà nazionale. Il nuovo corso impresso da Craxi alla politica socialista, in aperta polemica col PCI, rendeva sempre più difficile la collaborazione all’interno dellamaggiornaza e ricreava le condizioni per una ripresa dell’alleanza fra il PSI ed i partiti di centro (interrotta nel ‘75 per volontà degli stessi socialisti).

I risultati elettorali del ‘79 e dell’83 segnarono alcuni significativi mutamenti nel panorama politico. Il PCI registò una secca perdita di consensi; la DC subì una netta sconfitta nelle elezioni dell’83; il PSI, nonostante il dinamismo di Craxi raccolse risultati deludenti. Chiusa la parentesi della solidarietà nazionale, l’unica strada praticabile fu il ritorno alla coalizione di centrosinistra (DC, PSI, PSDI, PRI), allargata anche al PLI. La novità più importante fu il fatto che la Dc, per la prima volta dopo l ‘45, cedette la guida del governo al segretario repubblicano Spadolini e nell’83 al leader socialista Craxi. Fra gli atti più significativi del governo Craxi va ricordata la firma nell’84 di un nuovo concordato con la Santa Sede che ritoccava gli accordi del ‘29 (Patti Lateranensi), lasciandone cadere le clausole più anacronistiche. Per la Dc la perdita della presidenza del Consiglio fu lo sbocco seguita all’uccisione di Moro, ma anche l’inizio di un rinnovamento legato alla segreteria di De Mita. Irrisolta era ancora la questione del controllo della spesa pubblica; queste difficoltà vennero in parte compensate da una certa ripresa dell’economia che, a partire dall’84, superava la fase recessiva degli anni ‘82-’83 grazie all’aumento delle esportazini ed al profondo rinnovamento tecnologico di alcuni settori industriali. Nel complesso, il sistema economico italiano manifestava nel decennio 8’-90 una vitalità notevole, al di là di quanto non apparisse dai dati ufficiali sull’andamento della produzione e del reddito. Il fenomeno si spiegava con la crescita della cosiddetta economia sommersa, ossia quella miriade di piccole imprese disseminate nella provincia italiana e caratterizzate da alta produttività, da bassi costi e da una notevole capacità di adattamento alle esigenze del mercato. Lo sviluppo del terziario, il dinamismo di alcuni settori produttivi e la rinnovata competitività dei prodotti italiani sui mercati internazionali erano sintomi di vitalità del Paese. Essi furono però accomnati da minifestarsi di gravi fattori degenerativi: il fenomeno della corruzione politica rivelòun nuovo inquietante volto all’inizio degli anni ‘80, con lo scandalo della Loggia P2: una branca segreta della massoneria inserita nel mondo politico e nei vertici militari, sospettata di perseguire il fine di una ristrutturazione autoritaria dello Stato. Se la risposta dello Stato alla criminalità mafiosa non conseguì risultati decisivi, esiti ben più positivi ottenne la lotta contro il terrorismo di sinistra. La svolta si delineò nel 1980 quando alcuni terroristi arrestati decisero di denuciare i comni in libertà.




L’esaurirsi dei sistemi di valori fondati sul primato dell’impegno politico contribuiva a perpetuare il distacco fra classe politica e società civile, a rafforzare la diffidenza nei confronti dei partiti: la lentezza delle procedure parlamentari, l’instabilità di una maggioranza troppo composta e la mancanza di alternative alla coalizione di governo. Nell’85 l’elezione alla presidenza della Repubblica, con una larghissima maggioranza del democristiano Cossiga non evitò il riproporsi di contrasti in seno al pentapartito: c’era poi la rivalità di fondo fra i due maggiori partner della coalizione, socialisti e democristiani. Si giunse così nell’87 alla crisi del lungo ministero Craxi. Le elezioni segnarono un’affermazione del Psi ed un nuovo calo dei comunisti, cui fece riscontro un certo progresso della Dc. Ma la maggiore novità delle elezioni fu l’apparizione di nuovi gruppi fra cui spiccò quello degli ambientalisti, i Verdi. Dopo le elezioni, la maggioranza di pentapartito si ricostituì faticosamente grazie ad un accordo dul programma che consentì la formazione di due successivi governi a guida democristiana: il primo guidato da Dora, il seconda da De Mita; entrambi non raggiunsero i risultati prefissati. De Mita fu così costretto a lasciare la guida del governo. La lunga crisi apertasi con le dimissioni di De Mita si risolse con la ricostruzione dell’alleanza a cinque e la formazione di un nuovo governo a guida democristiana, affidato ad Andreotti, ma nemmeno questo governo riuscì a riportare la compattezza nella maggioranza.

Alla fine degli anni ‘80 si era sviluppato nell’opinione pubblica e nelle convinzioni dei singoli, il rifiuto dei criteri che fin allora avevano regolato la vita politica in Italia: era il sistema politico nel suo insieme ad essere ora messo sotto accusa.






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