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LA PRIMA GUERRA MONDIALE - La Grande Guerra, La posizione dei socialisti, Il fronte interno, Dalla guerra di movimento alla guerra di posizione, L’int

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LA PRIMA GUERRA MONDIALE

La Grande Guerra

Le tensioni imperialistiche e nazionaliste provocarono la Grande Guerra, che si combatté dal1914 al 1918: fu così chiamata perché oltre agli eserciti coinvolse anche le popolazioni civili. Il conflitto ebbe origine il 28 giugno 1914 con l’attentato di Sarajevo, in cui uno studente irredentista serbo uccise l’erede al trono d’Austria, Francesco Ferdinando, e sua moglie.

L’Austria dichiarò guerra alla Serbia e provocò inaspettatamente la mobilitazione generale della Russia. Il 1° agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia. Anche la Francia mobilitò il suo esercito e la Germania chiese al Belgio il consenso di attraversare il suo territorio per poter attaccare la Francia. Il consenso fu negato, ma il 3 agosto la Germania invase comunque il Belgio e dichiarò guerra alla Francia. Il 4 agosto, la Gran Bretagna entrò in guerra in difesa della Francia, mentre l’impero ottomano si schierò con la Germania e l’Austria-Ungheria.



La posizione dei socialisti

La guerra provocò uno sconvolgimento in politica, soprattutto nell’area socialista. Il partito socialdemocratico tedesco era il partito-guida dei socialisti europei, ma questo ruolo fu messo in crisi dall’invasione del Belgio, paese neutrale, da parte della Germania: questo atto, infatti, era una violazione del diritto internazionale, ma non suscitò una consistente opposizione interna, nemmeno da parte di quei socialisti che facevano del pacifismo uno dei punti fondamentali dei loro programmi.

Allo scoppio della guerra, i legami nazionali prevalsero su quelli internazionali; ogni partito socialista giustificò l’abbandono ai principi della seconda Internazionale indicando nei nemici del proprio paese, i nemici del progresso. Soltanto alcuni gruppi minoritari si opposero alla guerra e con scarso successo.

L’Internazionale socialista si mostrò impotente: con il conflitto molti socialisti si schierarono per l’unità nazionale.

Il fronte interno

la Grande Guerra provocò un rafforzamento dello stato. Esso agì con la proanda per gestire l’appoggio dell’opinione pubblica interna. Ci fu una tendenza all’autoritarismo con l’introduzione della censura. In campo economico prevalse il dirigismo: fu privilegiata la produzione militare e i consumi furono indirizzati in modo da necessitare il meno possibile degli scambi commerciali internazionali.

Importante fu il ruolo della donna nella guerra: oltre alle crocerossine e alle madrine di guerra, appartenenti perlopiù all’alta società, le donne trovarono impiego nell’amministrazione pubblica e nelle fabbriche, dove gli uomini partiti per il fronte avevano lasciato molti posti vuoti. Anche se al termine della guerra la situazione tornò indietro, fu un modo per ampliare gli orizzonti delle donne.

Dalla guerra di movimento alla guerra di posizione

La prima offensiva fu sferrata dalla Germania, che sperava in una guerra di movimento da concludersi entro breve tempo; l’invasione del Belgio per entrare in Francia fu un successo dal punto di vista militare perché consentì di cogliere di sorpresa i francesi e di avvicinarsi a Parigi, ma fu un errore sul piano politico perché la Germania fu subito additata per non aver rispettato la legalità internazionale.

I francesi organizzarono la difesa sulla Marna e passarono alla controffensiva. Iniziò così sul fronte occidentale una lunga guerra di posizione, combattuta dietro le trincee, in cui un’avanzata di poche centinaia di metri costava migliaia di morti. La guerra di posizione andava particolarmente a svantaggio di Austria e Germania, isolate al centro dell’Europa.

Sul fronte orientale, in un primo momento, i tedeschi riuscirono a condurre la guerra di movimento e sconfissero in due battaglie i russi, ma gli alleati austriaci furono fermati sia dalla Russia che dalla Serbia.

Sul fronte marittimo, la potente flotta tedesca si scontrò con quella inglese in una battaglia che comportò perdite elevate per entrambe, mentre importanti furono le vittorie riportate dalla Germania nella guerra sottomarina.

L’intervento dell’Italia

Allo scoppio della guerra, l’Italia faceva parte della Triplice Alleanza. Essa prevedeva la preventiva consultazione degli alleati nel caso che uno dei membri avesse deciso di procedere ad atti di guerra e prevedeva anche che gli alleati sarebbero intervenuti soltanto se uno di loro fosse stato attaccato. L’Austria tuttavia non fece alcuna consultazione e la Germania attaccò senza essere stata aggredita; per queste ragioni l’Italia non entrò in guerra.

In realtà, l’eventuale partecipazione dell’Italia alla guerra era impensabile come membro dell’Alleanza; le forze interventiste, infatti, chiedevano che ci si schierasse contro l’Austria. Tra gli obiettivi degli interventisti c’era quello di completare l’unità nazionale con l’annessione di Trento e Trieste. Furono proprio questi territori, insieme a Gorizia, l’Istria, la Dalmazia, il porto di Valona e alcuni possedimenti africani, che furono proposti da Francia, Inghilterra e Russia, in cambio dell’intervento dell’Italia al loro fianco. Il governo italiano, presieduto da Calandra, accettò con gli accordi di Londra del 1915, ma doveva superare le resistenze dei neutralisti che occupavano numerose file in Parlamento.  Tra i neutralisti si trovavano i socialisti, i cattolici e i liberali giolittiani. In un primo momento sostenitore del neutralismo fu anche Mussolini, allora direttore dell’Avanti, tuttavia l’atteggiamento dei socialdemocratici tedeschi gli fece capire che l’ipotesi di una rivoluzione socialista era ormai tramontata e perciò si schierò a favore degli interventisti vedendo nella guerra uno strumento per rompere gli equilibri esistenti. Un altro contributo all’interventismo fu dato dall’oratoria militare di D’Annunzio, primo uomo di destra a stabilire coi comizi un contatto diretto con la folla. Giolitti, al contrario, con la sua camna anti-interventista in Parlamento riuscì a far dimettere il governo Salando nel maggio 1915, ma il re non accettò le dimissioni e il 23 maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria.



La guerra dal 1915 al 1917

Il fronte italiano nel 1915. Sul fronte italiano, lungo il confine con l’Impero austriaco, si combatté dall’inizio una guerra di posizione, in un terreno favorevole solo alla difesa e ampiamente fortificato dagli Austriaci.

Il capo di stato maggiore, Cadorna, adottò una tattica d’assalto alle trincee austriache che comportava tantissime perdite umane per guadagnare anche solo pochissimo territorio, come nelle quattro battaglie, chiamate “le battaglie dell’Isonzo”.

All’incapacità dei comandi supremi, si aggiunse la scarsa preparazione degli ufficiali e dei soldati, quasi tutti di leva provenienti dalle camne (gli operai per la maggior parte erano rimasti nelle fabbriche per la produzione di guerra), e il fatto che l’armamento era inferiore a quello austriaco.

Le grandi battaglie del 1916. Il blocco navale attuato dall’Intesa faceva mancare gli approvvigionamenti essenziali all’Austria e alla Germania; quest’ultima tentò con i sottomarini di impossibilitare a sua volta i rifornimenti di Francia e Gran Bretagna, ma fallì.

Agli inizi del 1916, la Germania tentò nuovamente l’offensiva sul  fronte occidentale, ma furono fermati nella battaglia di Verdun.

A luglio partì la controffensiva dell’Intesa: francesi e inglesi attaccarono sul fiume Somme, ma non riuscirono a sfondare le linee tedesche.

Verdun e Somme si risolsero entrambe in un massacro, senza essere battaglie decisive.

Sul fronte italiano, fallì un’offensiva sferrata dagli Austriaci(Strafexpedition- spedizione punitiva per aver abbandonato la Triplice Alleanza). In agosto l’Italia dichiarò guerra alla Germania e attaccò cercando di aprirsi la strada verso Trieste, ma conquistarono solo Gorizia.

Nemmeno la Russia ottenne successi decisivi, tra le truppe serpeggiava la rivolta, il malcontento cresceva tra operai e contadini.

Vacillava il fronte interno anche in Germania e ancora di più in Austria, dove riaffioravano le aspirazioni indipendentiste delle varie etnie dell’impero.

Il 1917,l’anno decisivo tra russi e americani. Agli inizi del 1917 due avvenimenti di segno opposto cambiarono il corso della guerra: La rivoluzione russa e l’intervento americano.

A Pietrogrado, una rivolta portò alla nascita di un governo democratico che ridusse l’impegno bellico, consentendo così all’Austria e alla Germania di spostare truppe dal fronte orientale a quello occidentale.

Nello stesso momento, però la situazione fu riequilibrata dall’ingresso degli Stati Uniti a fianco dell’Intesa. Il presidente americano Wilson, pacifista, giustificò l’intervento ricordando le navi americane affondate dai sottomarini tedeschi, che colpivano tutte le navi in prossimità delle coste inglesi o francesi, anche se di paesi neutrali.  C’erano inoltre sia ragioni legate ai rapporti che legavano tradizionalmente usa e Gran Bretagna, sia la volontà di acquisire sul piano internazionale un peso politico adeguato a quello economico.  L’apparato militare americano fu messo a disposizione delle necessità belliche dei paesi alleati. Si creò così un’immensa retrovia che isolava gli imperi centrali.

La disfatta di Caporetto.

Il cedimento del fronte russo e il conseguente spostamento delle truppe tedesche fu sfavorevole all’Italia. La nuova offensiva di Cadorna era stata fermata e aumentava il numero di morti e feriti fra i soldati. In agosto scoppiarono moti violenti contro la guerra e il partito socialista accentuò le sue linee pacifiste.  Quando in ottobre ci fu la disfatta di Caporetto, la colpa fu attribuita a tale proanda disfattista. I principali responsabili furono, invece, i comandi militari, che invece accusarono le truppe di viltà per nascondere le loro responsabilità.

Il 30 ottobre si formò un nuovo governo guidato da Vittorio Emanuele Orlando  che richiamò la nazione all’unità contro la minaccia di invasione del territorio e di tutta la pianura padana.

Nuove e vecchie armi




L’artiglieria, gli aerei, i carri armati e i sottomarini

Durante la Grande guerra si adoperarono armi vecchie perfezionate e armi nuove.

Tra le prime ,importante l’artiglieria, usata molto più massicciamente che in passato e che si prestava sia all’attacco sia alla difesa delle trincee.  Anche la mitragliatrice giocò un ruolo decisivo nella difesa.

Le nuove armi che ebbero un impiego di massa furono gli aerei, i carri armati ed i sottomarini.

Gli aerei furono utilizzati sia per i rifornimenti sia per i bombardamenti, tuttavia i duelli erano legati alle singole abilità degli aviatori e non ebbero l’importanza che invece acquisirono nella seconda guerra mondiale.

Nel 1916 ci fu l’ingresso in scena dei primi carri armati in Francia, ma non ebbero un ruolo paragonabile a quello avuto dai sommergibili, il cui uso ebbe anche conseguenze diplomatiche. Soprattutto per quanto riguarda la Germania che li utilizzò negli oceani.

Impiego di armi proibite:i gas

Entrambi gli schieramenti fecero uso saltuariamente di gas tossici, violando le norme della conferenza per la pace del 1899. tuttavia la loro scarsa efficacia ne ridusse l’uso, che però colpì molto l’immaginario collettivo.

L’uso di armi di distruzione di massa provocò un senso di alienazione dei soldati, che non collegavano più l’idea di guerra con quella di sacrificio per la patria.

La conclusione del conflitto

L’appello di Benedetto XV e i 14 punti di Wilson

Con l’intervento americano le sorti della guerra sembravano ormai concluse a favore dell’Intesa e si ebbe la sensazione che un prolungarsi della guerra fosse un’inutile strage.

Nell’agosto del 1917, il papa Benedetto XV rivolse un appello ai capi delle nazioni in guerra perché si procedesse verso la pace ed il disarmo sulla base di rapporti internazionali fondati sulla giustizia. Questa sua presa di posizione si scontrò con le correnti nazionaliste, ma ebbe il favore del popolo.

I fronti interni stavano cedendo in tutti i paesi, ma l’Intesa era vicina alla vittoria e non vi voleva rinunciare. L’uscita della Russia dalla guerra fece sperare Austria e Germania in un capovolgimento delle sorti, ma la proanda sovietica contro la guerra minava i loro fronti interni.

Il presidente degli USA Wilson nel gennaio 1918 presentò una proposta di pace in 14 punti: non si trattava delle condizioni di pace dell’Intesa, ma di un progetto democratico universale in cui potevano riconoscersi sia vincitori che vinti.

Il cedimento della Germania e dell’Austria

Austria e Germania decisero di giocare la carta militare prima che fosse troppo tardi. Nei primi mesi del 1918 le truppe tedesche avanzarono verso il fiume Marna, ma non lo superarono, mentre gli austriaci non riuscirono a superare il Piave. In agosto l’Intesa riuscì a sfondare le linee tedesche.

Ad ottobre il nuovo governo tedesco chiese la pace fondata sui 14 punti di Wilson. Il 17 ottobre l’Austria-Ungheria si trasformò in uno stato federale, segno dell’imminente dissoluzione.  Anche le truppe italiane passarono alla controffensiva e giunsero a Trento e Trieste il 3 novembre, giorno in cui l’Austria firmò l’armistizio.

La rivoluzione in Germania

In ottobre i marinai della flotta tedesca insorsero e anche in Germania si costituirono consigli operai. Un governo rivoluzionario il 7 novembre proclamò a Monaco la nascita della Repubblica bavarese; a Berlino Liebknecht guidava un’insurrezione di spartachisti.

La socialdemocrazia tedesca riuscì ad evitare la rivoluzione, fece abdicare Guglielmo II e proclamò la repubblica, di cui fu primo presidente Ebert.

L’11 novembre la Germania firmò l’armistizio e dovette cedere tutto l’armamento pesante e le conquiste in Polonia e in Russia. Il13 novembre abdicò anche Carlo IV d’Asburgo e fini l’impero austriaco.

I trattati di pace

I trattati di Versailles e di Saint-Germain

I trattai di pace furono discussi nel 1919 alla Conferenza di Parigi. Quello con la Germania fu firmato a Versailles il 28 giugno e la Francia riuscì ad imporle condizioni durissime. Il testo fu elaborato dalle potenze vincitrici, ma la delegazione italiana ebbe un ruolo minoritario.



Il pesante diktat imposto alla Germania suscitò malcontento e ostilità verso i vincitori. Il trattato segnò la fine dell’impero coloniale tedesco, in quanto tutte le sue colonie furono affidate alla Francia e all’Inghilterra. La Germania perse anche l’Alsazia e la Lorena, cedute alla Francia. Alcune zone furono smilitarizzate e furono imposti ingenti riparazioni di guerra.

La Polonia fu ricostruita e tornò uno stato indipendente.

Nei trattati con l’Austria e con l’Ungheria si tenne conto del disfacimento dell’impero. Fu creato lo stato della Cecoslovacchia e quello della Jugoslavia. Nel 1920 fu proclamata l’indipendenza dell’Albania, che aveva subito diverse occupazioni nel corso della guerra. La nascita di nuovi stati nell’Europa centro-orientale senza il pieno adempimento del principio di nazionalità gettò il seme di future tensioni ed instabilità.

Il trattato di Sèvres e la fine dell’Impero ottomano

Nel 1920 fu firmato a Sèvres il trattato con l’impero ottomano, costretto ad accettare la neutralizzazione degli stretti e la perdita di gran parte dei suoi territori (Iraq, Palestina, Siria e Germania) che passarono alla Gran Bretagna. L’impero fu ridotto alla sola Turchia, con capitale ad Ankara. Le dure condizioni di pace rafforzarono i sentimenti nazionalistici, guidati da Ataturk, che nel 1921 depose il sultano Maometto VI e pose fine all’Impero ottomano. La Turchia diventò una repubblica laica e moderna, con presidente Mustafà Kemal.

Il 24 luglio 1923 fu firmato il trattato di Losanna in cui si stabilivano nuove regole e confini riguardanti la Turchia, cui furono attribuite le regioni dei Curdi. Agli Armeni non fu concessa l’indipendenza e fu anzi attuato uno sterminio nei loro confronti nel periodo della guerra. Gli Armeni del Caucaso crearono una repubblica indipendente riconosciuta col trattato di Sèvres.

Gli stati Uniti non ottennero vantaggi territoriali, ma il loro prestigio internazionale raggiunse livelli mai avuti prima. Anche a livello economico ne uscirono vittoriosi.

La nascita della Società delle Nazioni e gli accordi tra le grandi potenze

La Società delle Nazioni

I 14 punti di Wilson erano di difficile applicazione e i rapporti tra gli stati si basavano ancora sulla forza. Il primo dei 14 punti chiedeva la formazione di una Società delle Nazioni, il cui statuto fu approvato nel 1919. Essa era composta di un’assembla, di un consiglio e di un segretariato; gli stati membri si impegnavano a non stipulare accordi segreti, a procedere al disarmo e ad avviare l’indipendenza delle colonie. Ma la Società delle Nazioni non aveva la forza di imporre le sue decisioni.

Malgrado le pressioni di Wilson, il parlamento americano decise di non occuparsi delle vicende europee e di non ratificare il trattato di Versailles, escludendosi volontariamente dalla Società delle Nazioni.

L’Unione Sovietica e la Germania ne rimanevano escluse per il momento. Queste assenze toglievano quel carattere universale che poteva far si che la Società delle Nazioni prevenisse successivi scontri mondiali.

Le conferenze di Genova, Locarno e Parigi

Alcune potenze cercarono appoggi in accordi esterni alla Società delle nazioni.

Nel 1922 si riuni a Genova una conferenza per esaminare i problemi economici della Russia e della Germania, a cui parteciparono vincitori e vinti. La Russia e la Germania si impegnarono a stringere rapporti diplomatici e a rinunciare alle reciproche rivendicazioni.

La posizione internazionale della Germania restava debole e nel 1923 vide occupata la Ruhr da francesi e belgi fino al 1925, anno in cui entrò a far parte della Società delle Nazioni col trattato di Locarno.

Nel 1924 Italia e Gran Bretagna riconobbero l’Unione Sovietica, che ristabilì contatti diplomatici internazionali.

A Locarno era rimasta irrisolta la questione dei confini della Germania






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