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L’Europa dopo la Grande Guerra - Il fascismo al potere in Italia

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L’Europa dopo la Grande Guerra

Il fascismo al potere in Italia

1 La crisi del dopoguerra

L’Italia uscì vincitrice dal primo conflitto mondiale, ma ben presto si diffuse un grande senso di delusione per la cosiddetta “Vittoria Mutilata”.

La polemica tra interventisti e neutralisti riprese con violenza dopo la guerra. Si erano,  infatti, formati due “blocchi psicologici”: essere italiani e patrioti, significava essere dannunziani o interventisti; essere democratici significava essere rinunciatari e “caporettisti”.

Alla conferenza di Parigi, l’insoddisfazione aveva portato i rappresentanti italiani ad abbandonare polemicamente la riunione. I più accesi interventisti rivendicavano la Dalmazia, Fiume, ampie zone dell’Anatolia e un adeguato spazio coloniale per il paese.



Alle tensioni derivanti dalle irrisolte questioni territoriali, si aggiungevano quelle conseguenti ai disagi sociali.

I reduci avevano sacrificato anni di trincea con la promessa di un rinnovamento sociale, credendo nella possibilità di costruire un Paese più equo e progredito. Il reinserimento dei combattenti nella vita sociale risultò molto difficoltoso a causa dello scarseggiare del lavoro.

Il deficit di bilancio dello Stato era enorme. L’inflazione e la perdita di potere d’acquisto della lira producevano il declassamento della piccola e media borghesia. La paura della proletarizzazione e della disoccupazione, era per questi ceti una realtà che veniva accolta con irreparabile ingiustizia. In questa realtà, la piccola borghesia, vedeva allontanarsi la possibilità di raggiungere gli standard economici e di vita della grande borghesia.

Per quanto riguarda il proletariato, l’accrescimento industriale, aveva prodotto una maggiore capacità organizzativa a difesa dei propri diritti.

Immutata era la condizione di braccianti e contadini, soprattutto nel Meridione. Lo Stato si era impegnato ad attuare una riforma agraria, ma alla fine della guerra essa rimase incompiuta.

Si inasprirono così i conflitti sociali tra la classe dirigente e le forze popolari. I sindacati e il Partito socialista organizzarono manifestazioni così vaste che il periodo tra il 1919 e il 1920 venne chiamato “biennio rosso

Le terre incolte e le fabbriche furono occupate dai lavoratori. L’idea della realizzazione in Italia di una rivoluzione sul modello di quella sovietica era molto diffusa e determinava una clima di grave preoccupazione. La classe dirigente faceva fatica ad adeguarsi alle novità sociali ed ideologiche del dopoguerra: i grandi partiti di massa rappresentavano ormai la maggioranza della popolazione. Nel 1919 si svolsero le elezioni politiche, e per la prima volta con il sistema proporzionale. In questo modo veniva accresciuto il peso elettorale dei partiti di massa, come il vecchio Partito socialista e il neonato Partito Popolare, fondato in quell’anno da Don Luigi Sturzo. Esso rappresentava forze cattoliche e proponeva istanze del cattolicesimo democratico e si batteva per una riforma dello stato liberale nel senso di una maggiore apertura alle esigenze sociali dei ceti deboli. Si accomnava anche l’esigenza di una riforma agraria in modo da eliminare nel Sud il sistema del latifondo.

Il Partito popolare condivideva con i socialisti la necessità di mettere in atto una riforma fiscale e una legislazione a tutela dei lavoratori.

Il Partito socialista uscì fortemente potenziato dalle elezioni. Al suo interno, però, si viveva una profonda lacerazione. La maggioranza riformista non condivideva l’interpretazione del marxismo data dalla rivoluzione bolscevica, mentre la minoranza, fondata da Antonio Gramsci, vedeva nel modello sovietico l’unica possibile traduzione concreta delle teorie marxiste.

Nel 1921 Gramsci operò una scissione, fondando il Partito comunista d’Italia.


2 La fondazione dei fasci di combattimento

In questo contesto di instabilità, nacque nel 1919 il movimento dei Fasci di combattimento, fondato da Benito Mussolini, che fin da giovane aveva militato fra le forze socialiste. Aveva, infatti, partecipato alle iniziative del Partito socialista. Egli fu un fiero oppositore della guerra in Libia.

Allo scoppio del primo conflitto mondiale le sue posizioni assunsero una netta linea bellicista. Fu così espulso dal Partito socialista a causa delle sue posizioni interventiste.

Fra il 1915 e il 1917 combatté nell’esercito.

Al rientro si impegnò in favore dei reduci di guerra e dei lavoratori. Il suo programma, detto di San Sepolcro, venne reso pubblico nel marzo 1919. Gli aderenti al movimento erano prevalentemente reduci della guerra e appartenenti ai ceti medi, delusi e colpiti dalla crisi economica. Nel programma di Mussolini trovavano spazio rivendicazioni socialiste, un anticlericalismo radicale e istanze nazionalistiche. I Fasci di combattimento cercavano di dar voce alle numerose manifestazioni di malcontento sociale e politico.

3 Dal governo Nitti alla marcia su Roma

In seguito alle elezioni del 1919, il governo rimase appannaggio dei rappresentanti liberali, i quali si trovarono in grande difficoltà nell’affrontare l’emergenza sociale e politica. Francesco Saverio Nitti guidò il governo dal giugno 1919. Egli doveva gestire la situazione interna e cercare di concludere le questioni rimaste insolute dopo i trattati di pace.



In particolare doveva essere risolta la questione di Fiume. La città di Fiume era stata dichiarata città libera, con le proteste di italiani e slavi. Nel settembre 1919 Gabriele d’Annunzio occupò la città con dei volontari, proclamando l’annessione di Fiume all’Italia. Le forze politiche italiane avevano assunto posizioni diverse al riguardo: i socialisti condannarono d’Annunzio, mentre nazionalisti e fascisti lo esaltarono.

Al posto di Nitti, i liberali richiamarono al governo il vecchio Giolitti.

In politica estera, egli ebbe cura di ricomporre la frattura diplomatica causata dalla spedizione di Fiume, che era stata condannata dalla Società delle Nazioni. Giolitti rinunciò al mandato italiano sull’Albania di cui venne riconosciuta l’indipendenza. Vennero anche definiti con il trattato di Rapallo, i confini contesi con la Jugoslavia: l’Italia ottenne l’Istria e Zara, rinunciando a parte della Dalmazia, mentre Fiume rimase città libera, ma sarebbe dovuta divenire territorio italiano entro il 1924.

I provvedimenti di politica interna crearono al governo molti problemi. La legge sui titoli azionari attirò molte ostilità al governo. Si decise anche di abolire il prezzo politico del pane, ma tale provvedimento venne ancora contrastato dai socialisti e appariva impopolare.

In realtà, Giolitti non riusciva a intuire le profonde novità della lotta politica e sociale. Egli individuava nei socialisti il pericolo maggiore per la democrazia liberale. Il movimento fascista, dopo la delusione elettorale del 1919, aveva rivisto le proprie posizioni e andava schierandosi contro i sindacati, organizzando squadre paramilitari, allo scopo di aggredire scioperanti e sindacalisti, con l’appoggio dei proprietari terrieri e degli industriali.

Squadre paramilitari: organizzazioni armate irregolari, non rico-

nosciute ufficialmente, strutturate come un piccolo esercito.

I metodi violenti e antidemocratici dei fascisti trovavano ampio consenso presso i vertici delle forze armate e presso la piccola e media borghesia.

Giolitti pensò di utilizzare i fascisti in funzione antisindacale e antisocialista.

I Fasci di combattimento si trasformarono così in Partito nazionale fascista. Questo partito si proponeva come obiettivo la difesa dello Stato dall’anarchia, la tutela della tradizione e della famiglia. Il fascismo era ora diventato una forza conservatrice, antisocialista e antiliberale.

Nel frattempo il Partito socialista si indebolì ulteriormente per la fuoriuscita del gruppo moderato guidato da Giacomo Matteotti.

Alla divisione del fronte socialista corrispondeva un forte incremento del volontariato fascista.

Giolitti a questo punto, istituì nuove elezioni nel maggio 1921, perché riteneva che le forze liberali avrebbero consolidato la propria presenza in parlamento. Il partito di Mussolini venne inserito nelle alleanze liberali, in quanto Giolitti aveva pensato di poter utilizzare i voti fascisti per consolidare la maggioranza di governo, per poi liberarsene in condizioni di raggiunta stabilità. Tuttavia i risultati elettorali andarono a favore di Mussolini, e a scapito dei partiti liberali.

Si susseguirono in questo periodo due governi ancor più deboli di quelli precedenti, sotto il consiglio di Ivanoe Bonomi e di Luigi Facta.

Il Parlamento non era più in grado di esprimere alcuna linea politica ed era incapace di affrontare la situazione. I fascisti costituivano ormai un nucleo di potere in grado di imporsi, rafforzato inoltre da un sempre più ampio consenso raccolto anche tra i moderati.

Fu proprio in base a questo crescente consenso che i fascisti organizzarono un colpo di stato paramilitare: la marcia su Roma delle milizie fasciste.

L’organizzazione dell’azione fu affidata a un quadrumvirato, di cui faceva parte anche Italo Balbo. Mussolini, gestiva l’operazione senza compromettersi direttamente, infatti attendeva a Milano l’esito dell’azione. Il 28 ottobre 1922, le “camicie nere” fasciste affluirono a Roma da tutta Italia.

Vittorio Emanuele III chiamò Mussolini a Roma, incaricandolo di creare e guidare un nuovo governo di coalizione. La marcia su Roma si era rilevata quindi un successo.

4 La costruzione del regime

Il primo governo Mussolini si basò su un compromesso con la vecchia classe dirigente. Mussolini poteva però contare sul sostegno dei ceti imprenditoriali, di quelli agrari, delle gerarchie dei militari, della burocrazia statale e anche di ampi settori della Chiesa. L’esecutivo si presentava come espressione di forze in grado di ristabilire l’ordine sociale e civile. Tuttavia, Mussolini era considerato un male necessario per ristabilire l’ordine del Paese. Egli manifestò un deciso orientamento a favore della grande impresa e degli agrari: abolì il controllo fiscale sulle aziende e bloccò ogni tentativo di riforma agraria. La tendenza al ribasso dei salari venne accentuata. Venne frenata la violenza dello squadrismo in quanto Mussolini voleva porsi come garante dell’ordine pubblico.

Egli seppe mantenere abilmente un equilibrio tra le diverse tendenze che rappresentava: esaltava la forza originaria del movimento fascista, restringendo progressivamente la libertà di espressione e imponendo la propria volontà; allo stesso tempo si dimostrava formalmente fedele alle istituzioni e al sovrano. In realtà Mussolini cercò di svuotare le istituzioni dall’interno. Fin dal dicembre 1922, tramite l’uso dei decreti legge, esautorò progressivamente il parlamento dai suoi compiti legislativi.




Nel 1923 venne creata una Milizia volontaria per la sicurezza nazionale.

Sempre nel 1923, il ministro della Pubblica Istruzione, Giovanni Gentile, realizzò un’importante riforma della scuola superiore, che introdusse il principio dell’esame di Stato, uniformando e razionalizzando i criteri di giudizio.

Venne approvata inoltre una nuova legge elettorale che introdusse un sistema maggioritario. I partiti conservatori si presentarono alle elezioni del 1924 coalizzati nel cosiddetto “listone” governativo. Le elezioni si tennero in un clima di violenza e di intimidazione nei confronti degli oppositori del fascismo. Il listone ottenne il 65% dei consensi, dando a Mussolini una maggioranza schiacciante.

Durante la nuova legislatura, il deputato socialista Giacomo Matteotti denunciò in Parlamento le violenze avvenute durante le elezioni. Pochi giorni dopo, il 10 giugno, Matteotti venne rapito e il 16 agosto venne ritrovato il suo cadavere. L’opposizione reclamò giustizia e la protesta popolare si fece sentire con forza. Tuttavia l’unica iniziativa di protesta concreta attuata dall’opposizione parlamentare fu il ritiro sull’Aventino. Ancora una volta fu determinante il mancato intervento del re.

Il 3 gennaio 1925 Mussolini affrontò il Parlamento con un discorso in cui si assumeva in prima persona la responsabilità di quanto era accaduto e dichiarò l’intento di porre fine a ogni opposizione in modo fermo ed energico. Il fascismo diveniva ora una vera e propria dittatura. Furono emanate una serie di leggi, le cosiddette leggi fascistissime, che distruggevano ogni forma di libertà politica, di espressione, di associazione. Tuttavia Mussolini riuscì ad attuare una radicale trasformazione del Paese senza provocare fratture formali troppo vistose.

Il 24 dicembre 1925 il presidente del consiglio diveniva capo del governo. Questa nuova ura era di nomina regia, disponeva di pieni poteri di controllo sui propri ministri, e rispondeva del suo operato solo al re.

Nel 1926, una serie di leggi aboliva le autonomie locali e riconduceva la loro gestione al potere centrale. Ai sindacati e ai consigli comunali o regionali venivano sostituiti i podestà di nomina governativa.

L’occasione per un attacco definitivo alle forze politiche non fasciste fu l’attentato a Mussolini, compiuto a Bologna il 31 ottobre del 1926. Il governo sciolse d’autorità tutti i partiti politici. Gli organi di stampa dell’opposizione vennero chiusi. Venne ristabilita la pena di morte per i reati politici. Venne anche istituita una polizia segreta di Stato. Per i dissidenti politici, venne istituito il confino di polizia.

Nel giro di pochi anni ogni opposizione venne debellata e il Partito fascista divenne il controllore di ogni potere pubblico.

La situazione nel resto d’Europa

2 La repubblica di Weimar

Nel novembre del 1918, nella sconfitta Germania, veniva proclamata la Repubblica. Il 9 novembre, il cancelliere tedesco Max von Baden, affidava il governo nelle mani del socialdemocratico Friedrich Ebert, che si impegnò ad indire le elezioni per l’assemblea costituente. Il Comitato centrale del Consiglio degli operai e dei soldati diede il proprio appoggio ad Ebert, a patto che egli costituisse un governo di commissari del popolo.

Nonostante l’ampio consenso ricevuto, Ebert si trovò in grave difficoltà nella normalizzazione della vita sociale, economica e politica tedesca.

Infatti, già l’11 novembre era nata la Lega di Spartaco, di ispirazione comunista, i cui dirigenti incitavano le masse proletarie alla rivoluzione sovietica.

La situazione era carica di tensione e ogni pretesto causava episodi di violenza. Nel gennaio 1919 si svolsero manifestazioni di protesta contro l’esonero di un esponente della sinistra, dalla carica di Capo della polizia di Berlino. In quel caso gli spartachisti cercarono di avviare un processo rivoluzionario. La repressione governativa fu durissima, infatti gli spartachisti vennero arrestati o uccisi.

Le elezioni per l’assemblea costituente diedero la maggioranza ai socialdemocratici, ma essi dovettero collaborare con i maggiori partiti, come quello del Zentrum, di orientamento cattolico conservatore, o quello liberale. Così nasceva la Repubblica di Weimar, dal nome della città sede dell’assemblea costituente.

La costituzione diede alla repubblica una forma democratica e federale. Tuttavia esisteva una forte contraddizione nella definizione dei ruoli di potere: il potere esecutivo venne affidato ad un governo responsabile di fronte al Parlamento, mentre il Presidente della Repubblica era nominato direttamente dal popolo. Questo poteva far si che Presidente della Repubblica e Governo non fossero dello stesso orientamento politico.

Nel febbraio 1919 Ebert fu nominato Capo del Governo. Nasceva ora una coalizione tra SPD (Socialdemocratici), il Zentrum e il DDP (Democratici).



Gli anni successivi all’approvazione della costituzione videro una forte instabilità istituzionale. I vari governi non disponevano del consenso necessario per affrontare la disastrosa crisi economica e finanziaria.

Le elezioni del 1920 diedero un forte segnale ai socialdemocratici, in quanto il Zentrum manteneva le sue posizioni, mentre quel che rimaneva della Lega di Spartaco, ottenne un buon risultato elettorale, e l’SPD arretrava nei consensi.

Tuttavia, nel 1921 i socialdemocratici formarono un nuovo governo di coalizione con Zentrum e DDP.

La crisi economica tedesca

Nel 1922 l’esercito francese occupò i bacini produttivi della Ruhr e della Saar. La tensione fra tedeschi e francesi era fortissima.

La crisi economica si manifestò in uno spaventoso processo inflazionistico. Nel 1923 la situazione monetaria tedesca risultava ingestibile, infatti, il valore del marco era in caduta libera.

L’incapacità del governo di risolvere questi problemi favorì la nascita di movimenti estremisti rivoluzionari, che trovarono una guida ed un’organizzazione nella ura di Adolf Hitler. Egli non aveva un programma definito, ma raccoglieva consensi con vaghe promesse di occupazione, stabilità, rivincita militare e anticomunismo. Nel 1923 tentò un’insurrezione a Monaco. Il tentativo fallì ed Hitler venne arrestato e condannato a 5 anni di carcere, nei quali diede vita al testo base della sua ideologia nazista.

Il governo passò nelle mani di una grande coalizione di forze democratiche, guidata da Stresemann, che fondò il suo programma su precisi punti:

·         Riallacciare le relazioni diplomatiche con la Francia;

·         Decretare lo stato di emergenza e usare i pieni poteri contro l’eversione;

·         Emettere un nuovo marco per far fronte alla crisi economica;

·         Ridurre la spesa pubblica per consentire un processo deflazionistico.

Dopo il 1923 la situazione economica della Germani migliorò, anche grazie al fatto che gli USA attuarono un articolato piano finanziario di aiuti in suo favore.

3 La Francia e la Gran Bretagna

La Francia e la Gran Bretagna avevano goduto di ampi vantaggi grazie al successo militare e al controllo delle trattative di pace. I loro sistemi politici apparivano, ormai, consolidati e stabili.

In Francia si affermò nel 1919 un governo che attuò una politica economicamente favorevole allo sviluppo dell’iniziativa imprenditoriale, ma poco attenta agli interessi dei ceti più deboli. Nel 1924, il successo della sinistra venne presto travolto da una crisi economica e finanziaria. Dal 1926 al 1929 il paese fu sotto la guida del moderato Poincaré, che riuscì a stabilizzare la situazione. Tuttavia il peso dei sacrifici della ripresa, cadeva ancora una volta sui ceti meno abbienti.

La Gran Bretagna conobbe nel dopoguerra una ridefinizione dei suoi rapporti con le colonie. Nel 1926 Canada, Australia e Sudafrica entrarono a far parte del Commonwealth e della rete di rapporti privilegiati tra le ex colonie e la madrepatria. In India andava intanto sviluppandosi un forte movimento indipendentista.

Sul fronte interno nacquero forti tensioni relativamente alla questione dell’indipendenza irlandese. Inoltre lo spettro della recessione economica minacciava gli equilibri sociali nel Paese.

Gli altri due paesi occidentali, Sna e Portogallo, che non avevano partecipato alla guerra, subirono un’involuzione in senso autoritario. In entrambi i paesi, infatti si imposero vere e proprie dittature.


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