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L’IMPERO ZARISTA E LE RIVOLUZIONI IN RUSSIA - LE CAUSE DEL CROLLO DELL’IMPERO ZARISTA, LA RIVOLUZIONE DEL 1905, LA RIVOLUZIONE DI FEBBRAIO E LA CADUTA

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L’IMPERO ZARISTA E LE RIVOLUZIONI IN RUSSIA

LE CAUSE DEL CROLLO DELL’IMPERO ZARISTA

Nel febbraio 1917 uno sciopero operaio e un’insurrezione di soldati fecero crollare il plurisecolare impero degli zar, costringendo lo zar Nicola II all’abdicazione (avvenuta il 15 marzo). Le cause della caduta dell’impero furono diverse: è necessario innanzitutto notare come il processo di modernizzazione della Russia, avviato nel 1861, avesse portato all’abolizione della servitù della gleba e all’affrancamento di milioni di contadini, appartenenti a diversi gruppi etnici. Ciò favorì una parziale modernizzazione del sistema produttivo agricolo, testimoniata da un significativo incremento delle esportazioni di cereali. Tuttavia, la società era caratterizzata da profonde disuguaglianze sociali, che vedevano da una parte i poverissimi contadini, e dall’altra i pochi proprietari terrieri e i kulaki, ovvero i contadini agiati, che possedevano da soli quasi la metà delle terre coltivabili. Alle grandi masse dei lavoratori delle camne, poi, si affiancava una classe operaia, che era però ancora poco numerosa; infatti, la Russia non si stava ancora avviando a diventare un Paese industriale, in quanto mancava una diffusa mentalità imprenditoriale, poiché le poche industrie, concentrate principalmente a Mosca e San Pietroburgo, erano sorte grazie a capitali stranieri, oppure erano sostenute dallo stato. Inoltre, le condizioni in cui erano costretti a lavorare gli operai erano disumane.

Quanto al versante politico, la Russia nei primi del Novecento era un Paese autocratico, in cui il potere dello zar si riteneva legittimato da Dio e in cui non esisteva un parlamento, mentre l’attività politica era sottoposta ad uno stretto controllo poliziesco. Nonostante ciò si andarono formando partiti politici di opposizione. ½ era, ad esempio, il partito costituzionale-democratico, che mirava alla formazione di un parlamento su stampo occidentale. Nel 1901 nacque poi il partito socialrivoluzionario, che perseguiva un programma di ridistribuzione della terra, mentre di orientamento marxista era il Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR), secondo cui solo un ulteriore sviluppo del capitalismo industriale avrebbe creato le condizioni di un processo rivoluzionario. All’interno di questo partito, però, dal 1903 si verificò una frattura tra i menscevichi, più moderati, e i più rivoluzionari bolscevichi, capeggiati da Lenin. Secondo i bolscevichi, il partito doveva essere costituito da un ristretto gruppo di rivoluzionari fortemente centralizzato, mentre i menscevichi sostenevano che dovesse essere aperto a tutti i simpatizzanti. Le divergenze riguardavano inoltre le possibilità di realizzazione della rivoluzione, che secondo Lenin sarebbe dovuta essere guidata dalla classe proletaria, mentre secondo i menscevichi sarebbe dovuta essere guidata dalla borghesia.



LA RIVOLUZIONE DEL 1905

Nel gennaio 1905, a San Pietroburgo un’imponente sciopero operaio fu seguito da una grande manifestazione popolare in cui si chiedeva un miglioramento delle condizioni dei lavoratori e la convocazione di un’assemblea costituente. La reazione delle truppe zariste fu brutale, poiché spararono sulla folla provocando moltissime vittime. Nell’ottobre dello stesso anno, sotto la pressione di nuovi scioperi, lo zar fu poi costretto a concedere l’istituzione di un parlamento, definito Duma, dotato di poteri legislativi ed eletto da tutte le classi sociali. A questo punto i liberali si distaccarono dai rimanenti partiti di opposizione, che sostenuti dalla mobilitazione popolare chiedevano riforme più sostanziali. Lo zar allora tornò all’attacco in maniera repressiva, limitando i poteri della Duma per poi scioglierla. Nel 1907 questa fu però rieletta a suffragio più ristretto, in modo che venissero garantiti gli interessi dei grandi proprietari e prevalesse una maggioranza conservatrice. La rivoluzione del 1905 confermò il giudizio del bolscevichi riguardo la borghesia russa, che, di fronte al rischio che lo scontro con l’assolutismo zarista potesse trasformarsi in una rivoluzione sociale proletaria, preferì allearsi con le vecchie classi aristocratiche.

La rivoluzione del 1905 portò ad un’importante conseguenza, ovvero la nascita dei cosiddetti soviet dei lavoratori, che rappresentavano circa 250000 operai. La vita dei soviet fu breve, in quanto presto vennero arrestati i maggiori esponenti, tra cui Trockij, ma la loro nascita bastò a dimostrare che la classe operaia poteva diventare la nuova avanguardia della rivoluzione socialista, alleandosi con l’immensa massa dei contadini poveri.

Il nuovo governo era consapevole che l’arma della repressione non avrebbe potuto avere un successo duraturo se non fosse stata accomnata da una politica riformatrice intorno alla questione della terra. Così il primo ministro Stolypin varò una serie di leggi volte a favorire la formazione di un ceto medio agrario che rilanciasse la produzione agricola. Fino ad allora le terre appartenevano o ai grandi proprietari fondiari, oppure ai mir, le comunità di villaggio, dove le terre erano lavorate dai contadini membri della comunità, i quali venivano retribuiti dalla comunità stessa. Con la riforma, veniva consentito ad ogni capofamiglia di appropriarsi della parte di terra che gli era stata assegnata dalla comunità. La riforma di Stolypin ebbe però un risultato negativo e inaspettato, in quanto i contadini, privi dei mezzo economici per far fruttare la propria terra, furono costretti a cederla nuovamente, ai grandi proprietari terrieri o a contadini più ricchi. I veri beneficiare della riforma furono quindi i kulaki; la riforma determinò quindi una concentrazione della terra non più solamente nelle mani degli aristocratici, ma anche di un’emergente borghesia agraria. I contadini, invece, privati ora anche delle terre comuni, senza lavoro e senza mezzi per sopravvivere, furono costretti a diventare braccianti o a riversarsi nelle città in cerca di lavoro, che però le poche fabbriche non potevano offrir loro. In questo modo si sviluppò una vasta disoccupazione seguita da un largo malcontento popolare.

LA RIVOLUZIONE DI FEBBRAIO E LA CADUTA DEGLI ZAR

Allo scoppio della guerra, il regime zarista si trovò del tutto impreparato e vide forti opposizioni nelle nazionalità minori (che dovevano sostenere l’urto delle operazioni militari sui loro territori), nelle formazioni socialiste e nei soldati. I tre anni di guerra costarono alla Russia gravissime perdite di mezzi e uomini, a causa di un’insufficiente organizzazione logistica, e videro il rincaro dei prezzi dei beni di prima necessità, fatto che determinò il sempre più forte dissenso popolare.

Nei primi mesi del 1917 la situazione precipitò e una rivolta di operai e soldati scoppiata a Pietrogrado l’8 marzo, appoggiata dalle truppe della capitale che si rifiutarono di sparare sulla folla, portò all’abdicazione dello zar Nicola II. La rivolta si trasformò poi in una vera e propria rivoluzione politica, che vide la creazione di due organismi di governo: il Governo provvisorio e il soviet di Pietrogrado. Il governo provvisorio era controllato dai liberali moderati, mentre il soviet, ovvero il consiglio dei rappresentanti degli operai e dei soldati, era controllato dai socialrivoluzionari, dai menscevichi e dai bolscevichi (le due frange del partito socialdemocratico). Il programma del governo provvisorio prevedeva il proseguimento della guerra a fianco dell’Intesa e la creazione di un’Assemblea costituente, mentre il soviet di Pietrogrado premeva per la pace immediata e per la ridistribuzione delle terre. Anche all’interno del soviet, tuttavia, non mancavano i contrasti: allo scoppio della rivoluzione di febbraio Lenin e molti rappresentati bolscevichi erano in esilio e i menscevichi guidavano il soviet, pensando che la rivoluzione di febbraio fosse il massimo ottenibile nella Russia rovinata dalla guerra. I bolscevichi erano invece convinti che uno stato democratico potesse crearsi solo con il rovesciamento radicale del governo. Nell’aprile del 1917 Lenin tornò in Russia e, inneggiando alla rivoluzione socialista mondiale, lesse il suo programma esposto nelle Tesi di Aprile. Il nucleo fondamentale del pensiero di Lenin era la necessità di far passare il potere nelle mani del proletariato e della classe contadina più povera. Egli era inoltre convinto della necessità di far terminare la guerra e di creare una repubblica di soviet, guidata da deputati operai e contadini. Lenin ottenne l’appoggio dei delegati del soviet facendo approvare una mozione in cui si condannava il governo provvisorio e si affermava la necessità di un passaggio di tutti i poteri al soviet.



LA RIVOLUZIONE DI OTTOBRE E L’USCITA DALLA GUERRA

Le possibilità di realizzare il programma di Lenin aumentarono quando, nel luglio 1917, l’offensiva in Galizia portata avanti dal governo provvisorio fallì. L’esercito si disgregò e i contadini, che non avevano visto risolta la questione della terra, aumentarono gli attacchi alle proprietà signorili. Nel frattempo l’inflazione saliva velocemente, insieme al malcontento popolare, che vide molti soldati rifiutarsi di partire per il fronte, segno inequivocabile della debolezza del governo provvisorio sostituitosi a quello zarista. Nel settembre di quell’anno si svolsero le elezioni per la Duma di Mosca, che videro la vittoria dei bolscevichi, il cui maggior rappresentante, Lenin, aveva sintetizzato il proprio programma in diversi punti: il passaggio del potere ai soviet, l’immediata uscita dalla guerra senza indennità, la distribuzione di terre ai contadini e la liberazione delle nazionalità oppresse. Su questo programma, il 10 ottobre 1917 si riunì il comitato centrale bolscevico, che approvò una soluzione rivoluzionaria. I soviet, nel vuoto di potere legale causato dall’impotenza del governo provvisorio, erano diventati l’unico punto di riferimento politico nel quale la popolazione poteva riconoscersi. I bolscevichi, nella notte del 7 novembre di quell’anno, guidati da Trockij, si impadronirono, grazie anche all’appoggio dei soldati e degli operai, della città di Mosca. Il governo provvisorio, che aveva sede nel Palazzo d’Inverno, venne sciolto e venne instaurato il Consiglio dei Commissari del Popolo. Venne poi instaurato un nuovo governo presieduto da Lenin, in cui spiccavano anche le ure di Trockij e Stalin.

Nel novembre 1917 furono poi promulgate le prime disposizioni che stabilivano di giungere al più presto ad una pace, di sopprimere le grandi proprietà spartendo la terra tra i contadini, di istituire il controllo di operai e soldati sulle fabbriche e di riconoscere l’uguaglianza di tutti i popoli della Russia. Alla fine del mese, inoltre, si votò per l’Assemblea Costituente, che alla prima riunione, però, non approvò il nuovo governo e venne immediatamente sciolta. Il potere dello stato venne affidato ai soviet, in quanto organi di autogoverno popolare e strumento di democrazia, anche se in realtà le redini del potere erano affidate al partito bolscevico, che dal marzo 1918 prese il nome di Partito Comunista.

Il 3 marzo dello stesso anno fu poi firmata l’uscita dalla guerra della Russia, con la pace di Brest-Litovsk, con la quale però lo stato bolscevico perse molti territori e fu costretto a riconoscere l’autonomia di diverse zone. Lenin però pensava che queste perdite fossero necessarie per affrontare in modo più diretto la crisi nella quale si trovava il Paese e per andare in contro a quella che sembrava un’imminente guerra civile.

IL COMUNISMO DI GUERRA

Immediatamente dopo la presa di potere del governo bolscevico, la Russia si trovò a dover affrontare gravi problemi sia internamente che esternamente. Tra il 1918 e il 1921 si sviluppò una guerra civile sanguinosa, che però vide il prevalere del partito di Lenin, che assunse l’effettivo controllo dello stato, nonostante molte opposizioni. Si opponevano al governo rivoluzionario i grandi proprietari terrieri aristocratici e i kulaki, oltre ad alcune regioni, come la Siberia e la Georgia, che erano mosse da ragioni nazionalistiche. Oltre a ciò, gli alleati esterni di un tempo, che temevano il proandarsi della rivoluzione nei propri Paesi e intendevano vendicarsi dell’uscita dalla guerra da parte della Russia, intervennero portando aiuto alle armate bianche, ovvero le truppe che si opponevano a quelle dell’esercito rivoluzionario, le armate rosse. Nel dicembre 1917, Francia e Inghilterra stabilirono le rispettive zone di intervento in Russia, dove giunsero anche truppe giapponesi, americane e italiane. Tra il 1918 e il 1919 le armate bianche, supportate da reparti degli eserciti stranieri, puntarono su Mosca e Pietrogrado, ma l’Armata Rossa, guidata da Trockij, sconfisse le armate controrivoluzionarie. A ciò si aggiunse uno scontro con la Polonia, intenzionata a conquistare l’Ucraina, con cui venne però sancito il trattato di Riga, che oltre a definire le controversie sul fronte russo-polacco, dimostrò alle altre nazioni l’impossibilità di vincere la rivoluzione russa con l’intervento armato.




Intanto in molti Paesi occidentali si sviluppavano frequenti rivolte e insurrezioni operaie, che avevano lo scopo di creare rivoluzioni simili a quella Russa. Queste non ebbero però successo, anche grazie a un cordone sanitario creato tra le potenze europee e i governi anticomunisti dei Paesi confinanti con la Russia. Nonostante ciò, nel 1919 il Partito bolscevico diede vita alla Terza Internazionale o Komintern, per poter meglio organizzare le spinte insurrezionali dei partiti operai internazionali. Intanto, lo stato bolscevico si avvicinava sempre più ad una situazione di governo totalitario, in cui il potere era fortemente concentrato nelle mani del leader del Partito, che progressivamente si impose come partito unico. Ben presto questo prese una serie di provvedimenti, tra cui la requisizione di tutta la produzione agricola, che furono designati con l’espressione “comunismo di guerra” e che andarono a danneggiare i contadini più poveri, proprio quelli che il partito rivoluzionario avrebbe dovuto proteggere. Si sviluppò un forte malcontento tra gli operai e i contadini, che cominciarono a sviluppare un forte senso di avversità verso la rivoluzione.

LA NASCITA DELL’URSS

Nel 1921, sconfitte le forze antirivoluzionarie ed eliminato il pericolo delle aggressioni straniere, il regime comunista potè aprire una fase di stabilizzazione interna che si tradusse prima di tutto nell’abbandono del comunismo di guerra e nell’attuazione di una politica economica definita Nep, poi nella definizione dell’assetto istituzionale federale dello stato, che assunse la denominazione di Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. In questa struttura federale, le varie repubbliche avevano i medesimi diritti della repubblica russo, che da sola occupava circa la metà del territorio dell’Unione. Nel corso dei primi anni venti, poi, l’Urss cominciò ad essere riconosciuta dai vari stati occidentali. Per quanto riguarda la Nep, questa venne attuata a partire dal 1921 per mano del governo russo, in quanto a partire dal 1914 la produzione agricola era fortemente diminuita (a causa di periodi di siccità e di problemi nei trasporti) e ciò aveva portato a gravi carestie. Secondo Lenin, il processo di socializzazione era avanzato troppo velocemente rispetto alle risorse del Paese . La introdusse diverse novità: ad esempio sostituì un’economia centralizzata con una di mercato, nella quale i contadini potevano liberamente vendere i propri prodotti, una volta ata un’imposta annuale. Un’altra importante reintroduzione della Nep fu quella della proprietà privata, che venne ripristinata, seppur parzialmente (infatti, rimasero sotto il controllo statale solo le aziende maggiori). Con la Nep lo stato arrivò a controllare i vertici dell’economia e le industrie maggiori, ma consentendo in larga misura il commercio privato per il profitto privato.

Questa nuova politica economica consentì di risanare le finanze dello Stato e, nel 1927, di arrivare ad una condizione di superamento dell’inflazione. Il maggior teorico della Nep fu Bucharin, il quale sosteneva una teoria secondo cui la nuova economia doveva partire dalle camne, dove i contadini dovevano arricchirsi ed accumulare abbastanza risorse da innescare un processo di richiesta dei prodotti industriali, in quanto, fino ad allora, i contadini tendevano a produrre il minimo indispensabile per sopravvivere e non vi era così scambio di merci e prodotti agrari. Alla Nep si opposero le forze estremiste di sinistra, capitanate da Trockij, che sosteneva, al contrario, una forte politica di rapida industrializzazione da realizzarsi attraverso l’attuazione di una politica economica fortemente centralizzata. La nuova politica economica favorì soprattutto i kulaki, e consentì il sorgere di una nuova classe commerciale di ricchi neoborghesi, la cui esistenza sembrava però vanificare una società senza classi. Nel 1926 non erano stati raggiunti molti progressi, ma i danni maggiori della rivoluzione erano stati superati.

Alla morte di Lenin, avvenuta nel 1924, Pietrogrado venne chiamata Leningrado e si sviluppò una sorta di senso di divinizzazione nei confronti di Lenin. Alla sua morte, i comni del Partito lottarono per il controllo di questo; ci si domandava se Lenin considerasse la Nep una politica permanente o limitata ad un breve periodo di tempo. All’interno del Partito si stavano intanto mettendo in luce Stalin e Trockij, il quale tra il 1925 e il 1926 sviluppò una forte polemica contro l’infiacchimento del socialismo e contro la Nep, la quale, con la sua tolleranza nei confronti dei kulaki e dei neoborghesi, suscitava il suo disprezzo. Egli sviluppò allora una teoria della rivoluzione permanente e si propose come esponente della cosiddetta rivoluzione mondiale, nonostante l’opposizione degli altri membri del Partito Comunista che volevano prima risolvere le questioni della Russia.






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