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LISIA

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LISIA

L’orazione “Contro Eratostene,che era uno dei Trenta” rappresenta per noi una fonte preziosa di notizie. Dopo un’attenta lettura, traccia un quadro degli avvenimenti in cui sono coinvolti Lisia e i componenti della sua famiglia, descrivendone separatamente le vicende.

È stato definito come il più grande oratore attico del V secolo a.C., ma lo è diventato per costrizione e non per scelta. Così si presenta la ura di quest’uomo che fin dalla nascita ha dovuto subire l’ingiustizia di essere un diverso, un “meteco”, uno che si trovava ad abitare una terra che non era la propria e per questo, secondo la costituzione di Atene, sua città adottiva, non poteva godere dei diritti politici. Ma in alcuni momenti della sua vita anche fu privato anche dei diritti civili. Infatti, durante la democrazia di Pericle, la sua esistenza fu tranquilla, agiata. Poté compiere degli studi, che lo portavano ad essere ritenuto degno di considerazione anche da parte dei personaggi più ragguardevoli del tempo. E non è un caso che Socrate e Platone fossero suoi amici. Dopo la morte del padre però la sua condizione di vita cambiò inevitabilmente.



Con il fratello Polemarco decise di andare a vivere in Magna Grecia e, precisamente, nella colonia di Turii. Anche qui, tuttavia, per questioni politiche (gli abitanti del posto non vedevano di buon occhio i filoateniesi) dovette andar via e ne approfittò per tornare ad Atene.

La situazione politica in quella città, però, era totalmente cambiata. Al governo democratico di Pericle si era sostituito quello semi-oligarchico dei trenta tiranni, che non facevano altro che seminare terrore negli animi degli spiriti liberi dei cittadini ateniesi. Ma non finisce qui. Il desiderio di ricchezza e la bramosia di potere avevano reso ciechi i nuovi governanti della città, tanto che costoro iniziarono una persecuzione contro i meteci. Ufficialmente il motivo fu quello di punire coloro che si lamentavano o erano contrari al nuovo governo, ma la vera causa era il desiderio da parte di questi di impadronirsi delle ingenti ricchezze delle persone in questione. Nelle liste di proscrizione furono inseriti trenta nominativi e tra questi c’erano anche Lisia e suo fratello.

Il grande logografo riuscì a salvarsi, anche grazie alla sua astuzia e alle sue ingenti ricchezze che gli permisero di corrompere Pisone, il tiranno che era venuto ad arrestarlo. Gli offrì del denaro, un talento d’argento e questi accettò di collaborare. Fece anche un giuramento nel quale invocava su se stesso e sui componenti della sua famiglia la maledizione degli dei nel caso fosse venuto meno alle sue promesse. Lisia, fidatosi in condizioni così estreme, aprì il cofano nel quale era conservato il denaro e stava per porgergli il dovuto, quando si vide sottrarre dai servi di questo tutto il contenuto del bauletto: neppure il giuramento divino era riuscito ad impaurire il terribile ed empio tiranno.

Ma non finirono qui le sue disavventure. Infatti, proprio mentre egli stava per fuggire via incontrò Melobio e Mnesiteide, altri due tiranni, che gli ordinarono di seguirlo a casa di Damnippo. Anche in questa occasione Pisone gli assicurò che sarebbe andato a salvarlo, forse per non fargli denunziare l’avvenuto amento di una spropositata somma di denaro, in cambio della libertà, di fronte ai suoi comni. Ma venne meno anche a questa promessa.

Damnippo era un suo vecchio amico e gli chiese aiuto. Tuttavia, questo contrappose il valore e l’importanza di una vecchia amicizia al favore dei Trenta e andò a chiedere il parere di un altro tiranno che si trovava sempre in casa sua.

L’astuzia e la perspicacia di Lisia gli forniscono gli strumenti necessari per fuggire: tanto coraggio e una fredda e razionale lucidità. Ormai in salvo e appresa la notizia dell’arresto del fratello s’imbarcò per Megera.

Qui appoggiò finanziariamente l’impresa di Trasibulo che voleva diventare il nuovo governante di Atene, e una volta restaurata la democrazia ottenne per un breve periodo di tempo la cittadinanza, revocatagli successivamente per un difetto procedurale. Una volta tornato ad Atene il suo scopo principale era quello di evitare che Eratostene diventasse membro della Bule, il tribunale ateniese, in quanto questo, che precedentemente era stato uno dei trenta, aveva ucciso suo fratello. È ignoto l’esito di questo processo.




Fu proprio in questa occasione che Lisia diede sfogo di tutta la sua bravura nella formulazione di orazioni giudiziarie, come si addice ad un buon retore. E molto probabilmente quest’evento gli procurò la fama che in seguito gli sarebbe stata utile per intraprendere l’attività di logografo. Il suo patrimonio, infatti, era stato per gran parte dimezzato dai tiranni e dalle varie opere di corruzione che aveva operato per salvare se stesso e i suoi presunti diritti.

Il padre di Lisia doveva essere stato un abile uomo, dalle brillanti qualità imprenditoriali: era, infatti, riuscito ad allestire una fabbrica, con più di cento schiavi, che aveva un altissimo fatturato annuo. La sua situazione economica doveva essere quindi delle più floride. Non è un caso, infatti, che Pericle in persona abbia invitato Cefalo, questo era il suo nome, a trasferirsi in Atene.

Il fratello di Lisia, Polemarco, da come ci viene presentato dal logografo stesso, sembra essere per lui non solo un freddo e insignificante fratello, ma un comno di vita, uno dei suoi migliori amici. Questi, infatti, avevano trascorso fin da ragazzi periodi di prosperità e di malessere in comune, avevano condiviso esperienze, erano, insomma, cresciuti l’uno al fianco dell’altro. Per motivi di vario genere, Polemarco non riuscì a salvarsi dalle liste dei Trenta e pertanto perse la vita. Lisia descrive con crudo realismo quanto avvenne al fratello nei suoi momenti sulla terra. Anzitutto specifica che fu costretto a bere la cicuta, pratica che ricorda in modo evidente la celeberrima morte del grande Socrate. Nel descrivere le fasi successive, il logografo si sofferma a sottolineare l’enorme amoralità dei tiranni i quali, seppure notevoli fossero le ricchezze del fratello, non gli permisero una morte onorevole e degna di un tale personaggio. Celebrarono, infatti, il suo funerale in una baracca e lo ricoprirono con cuscini, lenzuola e altri tessuti di poco valore. I Trenta non rispettarono neppure il dolore della moglie: le sottrassero, infatti, anche gli orecchini d’oro che indossava il giorno del funerale, non soddisfatti delle innumerevoli ricchezze che già gli avevano rubato.

 

 






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