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La religione romana nel periodo di Augusto

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La religione romana nel periodo di Augusto

La religione dei Romani ha conservato sempre una fisionomia fondamentale, che resta inalterata durante tutti i secoli della sua storia. Essa ci appare come la religione di un popolo da agricoltori in assiduo contatto con la terra, che ha bisogno di essere continuamente sistemata e sottratta con imponenti opere collettive di drenaggio all’insidioso impaludamento; che deve essere coltivata con diuturna[1] fatica e preservata, con tutti i riti e le cerimonie che il rituale conosce e prescrive, dai pericoli che minacciano la vegetazione ad ogni epoca dell’anno. Questa religione fu dunque fatta per soddisfare le esigenze di un popolo agricoltore, intento alle sue necessità e alla difesa del suo assiduo lavoro, si presenterà povera di quella fantasia coloritrice degli scambi con genti lontane, ma ricca di precisazioni etico-giuridiche che diano a ciascuno, uomo o nume che egli sia, ciò che gli spetta e garantiscano sia i confini della proprietà e i rapporti personali, sia anche la buona armonia tra il mondo degli dei e quello degli uomini, quella pax deorum che fu la più costante preoccupazione del culto pubblico dei Romani. Al romano importa soprattutto conoscere non tanto la ura, quanto l’azione di queste potenze, per poterle sollecitare a vantaggio del suo raccolto e del suo bestiame. Da questo modo di concepire i rapporti tra l’uomo e la divinità, segue che il sacerdote non è tanto il portavoce della divinità stessa, ma bensì il tecnico del rituale, “l’esperto” che è presente per garantire la perfetta esecuzione degli atti religiosi, i quali in realtà venivano compiuti solo dal capo della comunità: pater familias nella casa, magistrati dello stato, generali dell’esercito. Altra caratteristica della religione romana è di essere pervasa[2] di senso sociale, di guisa[3] che più che soddisfare all’anelito[4] dell’anima individuale essa provvede a regolare le varie attività dello stato, affinché tutto si compia secondo il beneplacito degli dei. Questo spiega l’importanza religioso-politica data all’auspicio, l’organizzazione statale del sacerdozio sotto la presidenza del pontefice massimo, la permanenza immutata del culto pubblico anche quando per il progresso culturale e politico si erano venute modificando le antiche concezioni religiose.



Le più antiche divinità romane. Il calendario. - Le divinità più antiche ufficialmente venerate dai Romani sono quelle il cui nome si trova elencato a grossi caratteri nel calendario, il quale dall’epoca anteriore alla riforma di Cesare fino a tutta l’epoca imperiale si è mantenuto invariato, segno evidente che esso era stato fissato a un dato momento della storia religiosa di Roma, anteriore alla fondazione del tempio di Giove modulino, perché questa non è menzionata nel calendario stesso. Di tutte però, le divinità più venerate, come si rileva dal numero di giorni festivi, sono Giove e Marte. Giove, divinità non solo latina, ma indoeuropea, simboleggiante il cielo padre da cui soprattutto dipende la vita di un popolo agricoltore; Marte, dio protettore della vegetazione primaverile, che deve fecondare il lavoro dei campi e preservare questi dalla calamità della guerra. Anche le altre divinità sono tutte esclusivamente proprie di un popolo di agricoltori e di pastori e le loro feste si raggruppano bene secondo il ritmo delle stagioni.

Il culto privato – Il culto privato merita una particolare menzione, perché, essendo fuori dall’influenza politica dello stato, riproduce alla perfezione la fisionomia dell’antica religione romana. Le divinità a cui si dirige il culto domestico sono i Lari, spiriti degli antenati, i Penati custodi dell’economia familiare, il Fuoco che ha illuminato il volto e ricevuto l’offerta degli avi, il Genio in cui s’impersona la virtù fecondatrice del capo della famiglia. Le immagini di queste divinità sono poste nell’atrio della casa, o collocate nell’interno della medesima e in appresso viene loro dedicata una vera e propria cappella. Tutti gli avvenimenti della vita domestica ricevono dal focolare la loro consacrazione. Nove giorni dopo la nascita, il neonato viene cosparso d’acqua lustrale e riconosciuto dal padre che gli impone il nome. All’epoca della pubertà vi è la deposizione degli abiti infantili e la presa della toga virile conclusa da un sacrifizio. Il matrimonio è la più solenne delle cerimonie del culto domestico, e si compie in tre momenti: la traditio in casa della sposa, dove il padre di lei la scioglie dai vincoli della religione familiare e lòa consegna allo sposo; la deductio in domum o corteo nuziale nel quale la sposa, velata, s’avvia alla nuova dimora; la confarreatio o unione religiosa nella quale davanti al focolare del marito i due sposi mangiano una focaccia di farro.

Il culto pubblico - Il culto più antico dei romani si svolse nei boschi ritenuti dimora delle divinità. Infine furono costruiti come dimora degli dei veri e propri edifici sacri chiamati a seconda dell’importanza aedes o templum. Il templum è quello spazio ideale che l’augure circoscriveva con il lituo[5] sulla terra per riscattarlo da qualunque obbligazione sacra potesse gravarvi sopra, o nel cielo, per fare entro quei limiti le sue osservazioni riguardo al volo degli uccelli. La condizione essenziale perché un dato luogo sia un templum è che l’augure l’abbia delimitato e consacrato, sicchè un luogo può essere tempio senza che sia dedicato al culto. L’aedes invece è un edificio destinato a contenere il simulacro della divinità, non per raccogliere il popolo. La forma è in genere rettangolare, ma talora anche rotonda, come le capanne dell’agricoltore e le urne cinerarie laziali.

I riti e le reghiere - Il modo più ordinario con cui i Romani si mettevano in relazione con la divinità era la preghiera. Alla quale, purchè fatta secondo le prescrizioni del rituale, essi attribbuivano un valore sacro-magico connesso con le parole stesse, che perciò non si potevano mai cambiare, né furono di fatto mutate anche quando o per la lingua o per il sentimento erano troppo arretrate. La preghiera si faceva in piedi, con il capo velato dal lembo della toga, per la preoccupazione animistica di non veder facies hostiles che avrebbero profanato il rito. Il sacerdote diceva ad alta voce, leggendola nel rituale, la formula della preghiera, il magistrato che funzionava da officiante la ripeteva scrupolosamente per evitare qualunque errore. La divinità si salutava portando la mano alla bocca e, a preghiera finita, si rivolgeva il capo a destra (dextroversum) che è la regione di buon augurio. Nella preghiera romana non vi è misticismo[6], ma brevità e accortezza; reverenza calcolata, non slancio del cuore: senso del debito che si contrae verso gli dei, non offerta pia del sentimento.

La morte e l’oltretomba – Secondo i Romani, l’anima dopo la morte vive una vita umbratile[7] o nella tomba o in una regione comune situata sotto la terra. La condizione delle anime nell’altra vita dipende dal trattamento fatto alla spoglia mortale. Dovere principale della famiglia superstite è dunque provvedere alla sepoltura, fornendo il defunto degli utensili già adoperati in vita e apprestandogli banchetti funebri. La più terribile pena che potesse colpireun uomo era quella di essere privato della sepoltura, come la colpa più grave era non darla. Perciò a chi non aveva avuto una tomba reale (naufraghi, dispersi, ecc…), s’innalzava un tumulus inanis chiamando tre volte a gran voce l’anima vagante perché venisse ad abitare la dimora per lei costruita. La dimora sotterranea delle anime non era totalmante separata dal mondo dei vivi: esisteva una fossa rituale, il mundus, situata sul colle Palatino, in comunicazione col mondo infero, e coperta da una pietra che tre volte all’anno veniva tolta dando la possibilità ai morti di uscire nel mondo a ritrovare i vivi. Gli spiriti dei defunti, detti in genere Lares potevano essere buoni o cattivi a seconda del trattamento ricevuto: da qui deriva la duplice concezione di spiriti buoni e placabili, e di spiriti tormentatori che popolano l’aria attorno alle abitazioni e impauriscono i vivi.




La restauraziona augustea – Augusto fu un uomo che intese la necessità di restaurare le condizioni politiche e morali dell’impero, cominciando dalla religione. Tutto il regime è diretto a giustificare il fatto ormai compiuto della trasformazione di Roma da repubblica in impero, cioè da città dominatrice di province rese schiave in un grande aggregato statale, in cui si tende a eguagliare le province alla capitale, ponendo leggi fisse là dove era l’arbitrio, dando a tutti, Romani e provinciali, un solo padrone, capace di accogliere i reclami e fare giustizia. Egli cominciò con l’accettare nel 27 a.C. il titolo di Augusto, epiteto[8] religioso che implica consacrazione e santità della persona o cosa che n’è investita; nel 13, divenuto pontefice massimo restaura i templi fatiscenti; compie personalmente le funzioni religiose del culto pubblico, risuscita cerimonie e sacerdozi andati in disuso come l’Augurium Salutis e il flaminato diale, il sacerdozio dei luperci, le ferie dei Lari compitali; dà un particolare rilievo a tre divinità del pantheon che erano legate alla sua persona o alla sua casa e cioè Venere, genitrice mitica della casa Giulia, Marte Ultore ossia  vendicatore della morte di Cesare, il cui tempio godette particolari prerogative, e soprattutto Apollo, per cui ebbe speciale devozione e a cui edificò sul Palatino un tempio famoso. Inoltre sfruttando abilmente l’entusiasmo del popolo per la sua persona permise che nella festa dei Lari compitali che cadeva due volte all’anno e si celebrava ai crocicchi dei vici la ura del Genius Augusti urasse in mezzo alle statuette  dei Lari compitali.



[1] DIUTURNA Che dura a lungo, continua.

[2] PERVADERE Invadere, diffondersi ovunque.

[3] GUISA Modo, maniera.

[4] ANELITO Desiderio ardente.

[5] LITUO Antica tromba simile alla buccina.

[6] MISTICISMO Tandenza religiosa o spirituale a intensificare, nella vita religiosa, l’esperienza diretta del divino o trascendente.

[7] UMBRATILE Che è in ombra, che è pieno d’ombra.

[8] EPITETO Sostantivo, aggettivo o locuzione che qualifica un nome indicandone le caratteristiche.






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