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La scoperta di Persepoli

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La scoperta di Persepoli

Devastata dall’incendio di Alessandro, riparata con interventi modesti in periodo post-achemenide, Persepoli viene abbandonata e evitata da tutti come se un maleficio incombesse sulla città. Persepoli diventa un mito, un’idea, un’utopia.

Splendente o distrutta, Persepoli è rimasta sempre un luogo segreto, mai menzionata dagli autori classici prima di Alessandro Magno, nemmeno da Erodoto che ha descritto dettagliatamente la Persia nei libri delle “Storie”.

Nel 1618 l’Ambasciatore snolo alla corte dei sovrani Safavidi di Isfahan, Garcia Silva ueroa, sente parlare di maestose rovine nei pressi di Shiraz nella regione del Fars. ueroa è il primo occidentale a giungere a cavallo in un luogo chiamato Takht-e Yamshid (“Trono del re Yamshid”) che egli identifica con il sito di Persepoli, basandosi sulle descrizioni dello scrittore latino Quinto Curzio Rufo, autore di una voluminosa “Storia di Alessandro”. Tornato in Europa, ueroa pubblica le sue impressioni su Persepoli descrivendo “la bellezza delle colonne che tendono verso il cielo.” I suoi disegni costituiscono le prime testimonianze sui bassorilievi e sulla scrittura cuneiforme della Persia.



La sua scoperta trascinerà molti esploratori nelle terre del Fars.

Nel 1621 il viaggiatore e letterato italiano Pietro della Valle soggiorna a Persepoli e studia i rilievi ed i segni di scrittura; nel Settecento appaiono le prime incisioni delle rovine ed alcune fantasiose immagini di re e sacerdoti persiani, adoratori del fuoco; nel 1714 il viaggiatore olandese Cornelis Le Brun sosta tre mesi a Persepoli e copia immagini e iscrizioni che vengono scambiate per segni misteriosi. Tuttavia in quegli anni viene coniata la parola “cuneiformes” e all’inizio dell’Ottocento gli studiosi riconoscono a quei “segni” il carattere di lettere. Una delle prime parole decifrate è “shahinshah” - Re dei Re.

La svolta, non soltanto per Persepoli ma per l’archeologia in Persia, arriva solo nell’800 con Henry C. Rawlinson. Giunto a Persepoli, trascrive pazientemente i segni cuneiformi incisi sulle pietre della piattaforma del palazzo. Basandosi sulla decifrazione dei nomi dei Re Achemenidi compiuta dai professori Grotefend e Niebuhr, Rawlinson è convinto di poter ricostruire la storia di Persepoli e dei suoi Re attraverso la lettura delle iscrizioni rupestri.

Calandosi con una fune sospesa sulla gigantesca rupe di Bisotun, tra Ecbatana e Persepoli, Rawlinson copia nel 1839 l’iscrizione cuneiforme scolpita in cima alla roccia dagli scribi di Dario I. La decifrazione è lenta e laboriosa, ma infine i segni assumono un senso: Rawlinson ha scoperto il “testamento” del Re Achemenide fondatore di Persepoli. Si tratta di un proclama, un “dossier” scritto in persiano e babilonese con il quale Dario spiega la legittimità della sua ascesa al trono, dopo aver sconfitto i principi nemici, confortato e aiutato dal Dio Ahuramazda.

Rawlinson, nonostante gli attacchi del mondo accademico, è considerato lo scopritore morale della storia di Persepoli e dei suoi Re.

Alla sua morte, nel 465 a.C., Serse lascia alle future generazioni degli Achemenidi un impero immenso e potente, ma vulnerabile. Incapacità politica e scarso impegno militare hanno provocato la sollevazione di molte satrapie e diversi popoli si sono proclamati indipendenti. Tuttavia, all’interno della Persia, continuano i fasti di corte. La prima capitale degli Achemenidi, Pasargade, è stata abbandonata e serve esclusivamente come sede per la cerimonia di incoronazione. Ora, su tutte le città, domina Persepoli, fondata da Dario e ampliata da Serse, proibita agli stranieri e residenza preferita dei Re dei Re.

Susa, la capitale invernale, è sede della corte e degli amministratori. La città era stata costruita da Dario nel 521 a.C. su modello di Persepoli, con grandi palazzi e l’Apadana sorretta da una foresta di colonne con protomi zoomorfe e possenti mura di cinta. Ecbatana, la prima capitale strappata ai Medi da Ciro il Grande, nel 559 a.C., funge da centro militare e politico. Quando, nel 336 a.C., l’ultimo achemenide Dario III Codoman siede sul trono di Persepoli, sul paese incombe la minaccia dell’esercito macedone che avanza vittorioso in Asia Minore.

Il cadetto britannico Henry C. Rawlinson (1810-l895), arruolato giovanissimo come cadetto nella British East India Company, è un personaggio molto lontano dall’immagine del classico studioso. Campione di polo, sportivo e mondano, conduce la vita tipica del gentiluomo inglese residente nelle colonie, ma con una differenza: Rawlinson è ambizioso e pieno di sete di sapere. Privo di studi universitari, impara privatamente il greco, il latino e il persiano (verrà messo in prigione per aver rubato i soldi allo scopo di comprare i testi di studio). Nel 1833 inviato come ufficiale in Persia per organizzare l’esercito di quel paese, parte per il Fars, dove la sua prima meta è Persepoli. Basandosi sulla trascrizione e l’interpretazione delle steli cuneiformi - scrittura che aveva appreso a Baghdad, tenta di ricostruire la storia dei Re Achemenidi. Nel 1843, dopo aver rifiutato una promozione per per poter tornre in Persia, si stabilisce a Baghdad. Nel 1845-46 collabora con la Royal Asiatic Society.



Contestato dagli scienziati, Rawlinson subisce angherie e invidie e, quando per una disgrazia perde tutti i suoi libri in mare, è costretto a ricostruire i suoi appunti a memoria. Le sue ricerche saranno corrette e completate dagli orientalisti negli anni successivi, eppure Rawlinson rimane il “padre” della storia di Persepoli e dei suoi Re.

Al tempo degli Achemenidi la lingua e la scrittura delle classi colte erano il persiano antico, l’elamita e il babilonese, mentre come lingua franca era adottato l’aramaico. La più antica iscrizione in persiano antico, in lettere cuneiformi, è stata trovata ad Ecbatana e risale ad uno dei primi Re Achemenidi, Ariaramne (VII sec. a.C.), e recita così: “Il re dice che questo è il paese dei Persiani, che io possiedo, ed è dotato di bei cavalli e di uomini buoni ed è stato il grande dio Ahuramazda che mi ha donato tutto questo. Io sono il re di questo paese.”

Le iscrizioni dei re achemenidi, a partire da Dario I, sono scritte in due o tre lingue, mentre in epoca sassanide si diffonde anche il greco come testimoniano numerose iscrizioni sui rilievi rupestri. Gli annali, le cronache ed i proclami degli Achemenidi venivano incisi su grandi lastre di pietra in cima ai monti, sulle mura,  sui palazzi cittadini e sulle tombe, visibili a tutti. Tuttavia, a Persepoli, vennero trovate delle tavolette in oro e argento con tracce di scrittura cuneiforme persiana, appartenenti al tesoro dell’Apadana.

Dopo Rawlinson passerà circa un secolo prima che le missioni archeologiche scientifiche si mettano all’opera: all’inizio del Novecento, l’antica Ecbatana giace ancora sotto le casupole della città moderna di Hamadan, a Susa (la persiana Shush) lavora un’equipe francese diretta dall’archeologo Jacques de Morgan e a Persepoli giunge l’orientalista tedesco Ernst Emil Herzfeld (1879-l948), che guiderà negli Anni Trenta gli scavi della città per conto dell’Oriental Institute dell’Università di Chicago, proseguiti dall’archeologo Ernst Schmidt.

Herzfeld si trova davanti ad un ammasso confuso di rovine, stele divelte, mura con tracce di incendio, colonne, capitelli e rilievi spezzati, detriti e sabbia che coprono le strutture. La sua prima preoccupazione è di poter individuare i diversi edifici e la loro funzione e di collocare nel posto originario le sculture e le colonne sparse. Viene così ridisegnata la pianta della terrazza di Persepoli con l’Apadana, i Palazzi di Serse e Dario, la Sala delle Cento Colonne, la Tesoreria, gli ambienti riservati alle donne, i Propilei e le Porte.

Herzfeld, seguendo scrupolosamente le cronologie e le descrizioni dei testi antichi, riesce a risistemare, in parte, i rilievi delle Porte e a dare un nome alla provenienza etnica dei personaggi rappresentati sulla scalinata dell’Apadana. Dopo aver trovato minuscole pigmentazioni di colore sulle ure dei Re e sul Disco Solare alato (simbolo del Dio Ahuramazda), Herzfeld procede ad un’ipotetica ricostruzione cromatica, usando il verde, il blu e il rosso.

Persepoli sta per rinascere e riesce a conservare in situ l’immenso tesoro delle sue opere d’arte - un’esperienza assai rara per quegli anni, quando le sculture ed i reperti orientali venivano letteralmente strappati dalla loro terra d’origine per riempire i musei occidentali.

Dal 1964, per più di dieci anni, il Governo iraniano ha affidato il restauro di Persepoli all’IsMEO (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente), condotto da un’equipe guidata dagli archeologi Giuseppe e Ann Britt Tilia e dall’architetto Giuseppe Zander. A quell’epoca la capitale segreta dei Re Achemenidi si presentava come una pianta architettonica: bisognava rilevare e ricomporre i monumenti e ricostruire la città in verticale, fin dove i resti lo permettevano.




Iniziò lo studio dei materiali - pietre, marmi, mattoni smaltati - e la ripulitura di colonne, capitelli e rilievi. Porte, mura e pilastri erano sprofondati nel terreno, molti rilievi e capitelli giacevano spezzati in più parti e le Porte mancavano di architravi. Tutta la piattaforma doveva essere consolidata. Sul piano tecnico, il restauro era complesso per l’enorme mole delle pietre.

Il lavoro di ricerca e di restauro col tempo venne ampliato, comprendendo tutta l’area intorno a Persepoli, fra cui le tombe rupestri di Naqsh-e Rostam e Naqsh-e Rajab, Pasargade, i Templi del Fuoco. A partire dagli Anni Ottanta, le camne di scavo, restauro e conservazione vengono proseguite dagli archeologi iraniani.

Dopo Ciro il Grande, che si era fatto seppellire in una tomba maestosa, ma facile preda di ladri, i Re Achemenidi scelsero un luogo inaccessibile per i loro sepolcri, scavando dei veri e propri templi funerari nella parete rocciosa di Naqsh-e Rostam, a metà strada tra Pasargade e Persepoli.

In alto, sul costone della montagna, si affacciano le tombe reali di Dario I, di Serse I, di Artaserse I e di Dario II, molto simili tra di loro, a forma di croce, con grandi portali scolpiti a rilievo che rafurano i popoli sconfitti dalle gesta eroiche dei Re. I sovrano stessi sono rappresentati nell’atto di adorare il sacro fuoco del Dio Ahuramazda.

Ai piedi del monte sorge una torre di pietra, chiamata “Kaaba-e Zardusht” (cuba di Zarathustra), uno dei pochi templi che testimonia il legame degli Achemenidi con la religione di Zarathustra, ripresa alcuni secoli dopo dalla dinastia dei Sassanidi.

Credendosi i veri eredi degli Achemenidi, i re sassanidi Shapur, Ardeshir e Bahram fecero incidere tra il III e il IV sec. d.C. una serie di rilievi sotto le tombe achemenidi, che rappresentano le battaglie vittoriose dei Persiani contro i Romani e i Parti. Da sempre Naqsh-e Rostam è stato considerato un luogo sacro, come dimostra la scoperta di un rilievo del XII sec. a.C., quando la regione del Fars apparteneva al Regno Elamita.

Nel 546 a.C. Ciro stabilì la sua capitale a Pasargade, “il campo dei Persiani”, che rimase sede politica e amministrativa degli Achemenidi anche dopo la fondazione di Persepoli. Gli scavi del sito iniziarono nel 1939 ad opera di un’equipe iraniana. All’esterno delle mura cittadine si trova la tomba megalitica di Ciro, costruita sul modello delle ziqqurat mesopotamiche. Il luogo era considerato magico dagli Iraniani che lo chiamavano “Trono della Madre di Salomone”. Quando vi giunse, nel 1923, l’archeologo Herzfeld, la tomba era incorporata in una moschea - poi smantellata - dove le donne appendevano degli ex voto ai pilastri e i pastori facevano girare per tre volte intorno al sepolcro le loro greggi e bagnavano di latte le sue pietre.

Lo storico Strabone riferisce che sul basamento della tomba erano incise queste parole: “Passante, io sono Ciro. Ho dato un impero ai Persiani e ho regnato sull’Asia. Non invidiarmi, quindi, questa tomba.” Sappiamo che nonostante questa raccomandazione, Alessandro Magno trovò la tomba violata.

I palazzi di Pasargade, di cui sono rimaste poche rovine degli ambienti reali, erano costruiti alternando pietre bianche a pietre nere. La città possedeva un Tempio del Fuoco e un recinto sacro all’interno della cittadella fortificata sulla collina. L’esistenza di questi edifici sacri contraddice le affermazioni di Erodoto, il quale scrisse che i Persiani costruivano magnifiche città e palazzi, ma non conoscevano l’edificazione di templi.






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