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L'assolutismo di Luigi XIV, La religione asservita al potere del re e intolleranza religiosa, Il mercantilismo di Colbert, LUIGI XIV, IL RE SOLE

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L'assolutismo di Luigi XIV

Luigi XIV (1643 - 1715), il Re Sole, impostò la sua politica sull'assolutismo del sovrano. Il soprannome con cui è passato alla storia, si addice proprio a ciò che cercò di realizzare: uno stato nel quale il re fosse sciolto dalle leggi (legibus solutus), essendo il suo potere superiore a qualsiasi altro all'interno dello stato, che doveva essere dipendente dal suo. Ma come rese dipendenti tutti gli altri poteri dello stato? Riducendo alla servitù la nobiltà, risultato che non erano riusciti a raggiungere neppure sergenti di ferro come Richelieu o Mazzarino, precettore del re sole fino al 1661, anno della sua morte.
Il sistema adottato da Luigi XIV per ridurre all'obbedienza la nobiltà, che storicamente ostacolava la monarchia per paura di perdere i suoi privilegi, fu semplicemente geniale e diabolico: costruì una sfarzosa reggia a Versailles e obbligò i nobili a trasferirsi là, lasciando i propri possedimenti. Lì i nobili, a amento, sostenevano una vita sfarzosa, con ricevimenti, danze, passatempi nobiliari e così via. Essendo già avvezzi al parassitismo, a differenza degli attivissimi lord inglesi, accettarono di buon grado un'esistenza del genere, facendo buon gioco al progetto del sovrano. Infatti egli in questo modo tolse loro il potere politico, inviando a governare i loro possedimenti dei funzionari di fiducia, costituendo così una borghesia molto forte e moderna. Contemporaneamente ridusse l'autonomia dei parlamenti locali e non convocò più gli Stati Generali.
Sembra quasi un ritorno ad regime di tipo teocratico del tipo 'A deo rex, a rege lex'. Infatti Luigi XIV scrisse nelle sue 'Memorie' che l'unica via possibile per il raggiungimento della felicità di uno stato fosse riposta nel concentrare tutto il potere decisionale nelle mani del sovrano. E usa una metafora per questo concetto, ovvero quella del corpo umano, dove alla sola testa spetta di decidere per il bene di tutto il corpo, ma poi tutte le membra le devono ubbidire. Quindi il re, continua Luigi XIV, è dato da Dio perché sia rispettato dai sudditi. In questo modo egli coincide con lo stato e quindi emana la legge e ne è allo stesso tempo superiore. Per questo indicava la monarchia inglese come imperfetta, visto che il re non era legibus solutus, ma era vincolato dal parlamento e anzi poteva essere messo sotto processo (impichment). Questa teoria fu poi affermata dal filosofo J.B. Bossuet, che affermò che il potere regio deriva da Dio e non dal popolo.
Nonostante questo ritorno al medioevo, Luigi XIV creò uno stato moderno, che basa il suo funzionamento su una burocrazia capillare ed efficiente al servizio dello stato stesso e non fine a sé stessa. Del sistema politico che il re sole creò, denominato Ancien Régime, rimase, dopo la Rivoluzione Francese, rimase solo la fortissima burocrazia e uno stato accentratore. Ancora oggi la burocrazia francese è efficientissima e ci sono delle scuole universitarie destinate a 'sfornare' i burocrati del domani, alle quali si accede dopo un anno di scuola preparatoria e un esame molto difficile, che assicura la partecipazione solo ai migliori, perché la burocrazia deve essere efficientissima. Allo stesso modo anche oggi è radicato in Francia repubblicana il centralismo statale, retaggio proprio dell'Ancien Régime. Ciò invece non esiste in altri stati che hanno cominciato tardi il loro cammino di unificazione, come la Germania, che prima della riunificazione sotto la Prussia era sempre stata divisa in tanti staterelli, o come l'Italia, che sta ora cercando di uscire dal centralismo per dar potere alle autonomie locali (federalismo amministrativo).



La religione asservita al potere del re e intolleranza religiosa

Luigi XIV ritenne necessario ridurre all'ubbidienza la chiesa francese per poter continuare il suo disegno politico assolutistico. Essa era già molto indipendente, sia dalla Chiesa di Roma sia dal re. Inoltre essendo l'assolutismo regio a livello teorico diretta emanazione della volontà divina, egli doveva in qualche modo comandare anche la chiesa francese. Riuscito in questo intento, la sua politica religiosa mirò ad utilizzare la religione cattolica come elemento unificante della popolazione e pertanto si irrigidì nei confronti di posizioni di dissenso rispetto al cattolicesimo dominante.
Ciò lo condusse a lottare contro il giansenismo, una corrente inserita all'interno del cattolicesimo ma che predicava il ritorno ad una semplicità spirituale, alla povertà dell'uomo, ad un codice comportamentale più rigido aderente alla norme del vangelo, contro una religione troppo permissiva nei confronti della mondanità. I due monasteri che vennero fondati in Francia da questo movimento, Port-Royal de Paris e Port-Royal des Champs erano aperti anche ai laici che volevano meditare questa dimensione religiosa più profonda, e tra questi vi fu il filosofo Blaise Pascal, che contribuì alla diffusione del giansenismo in Francia.
Ma la posizione giansenista venne considerata troppo vicina al protestantesimo, e il re, spinto dal fanatismo e dal ricordo delle guerre di religione, decise di eliminare questo elemento di destabilizzazione, chiudendo e poi distruggendo il monastero di Port-Royal des Champs. Ma nonostante ciò il giansenismo si diffuse e si identificò con coloro, borghesi e nobili, erano antimonarchici.
Luigi XIV si scagliò anche contro gli ugonotti, convinto dai suoi consiglieri che il numero di seguaci del calvinismo era esiguo, ritirò la libertà di culto concessa con l'editto di Nantes con l'editto di Fontainbleau. Ma i calvinisti non erano così pochi, e si lasciò quindi andare a persecuzioni che costrinsero molto ugonotti ad abbandonare il paese, con un grosso danno economico per l'industria, visto che portarono via la loro professionalità, che invece confluì nei paesi confinanti.

Il mercantilismo di Colbert

Luigi XIV ebbe anche il merito di dare origine grazie al suo ministro del tesoro Colbert al mercantilismo, alla base anche della politica degli stati prima assolutisti e poi moderni, fino all'avvento del capitalismo. Infatti uno stato moderno si basa sulla burocrazia, ma più è efficiente più è costosa, Inoltre lo stato di Luigi XIV doveva sostenere ingenti spese per are la sfarzosa vita della corte. Colbert si basò sulla convinzione che la ricchezza della nazione dipendesse dalla quantità di valuta preziosa (oro o argento) circolante. L'unico modo per incrementarla è avere una bilancia commerciale positiva, ovvero con importazioni minori di esportazioni. Pertanto Colbert favorì le importazioni di materie prime e osteggiò invece l'importazione di prodotti finiti per favorirne una produzione all'interno della nazione. I prodotti finiti venivano rivenduti o all'interno del paese o all'esterno, con grande guadagno. Inoltre, sempre per favorire la lavorazione delle materie prime in Francia, egli impedì la loro esportazione. Per di più favorì lo sviluppo del commercio interno, unificando per quanto possibile pesi e misure e abolendo i dazi interni.
Con questi accorgimenti ben presto le casse statali si riempirono di oro e argento, ma a differenza della Sna, invasa dall'oro delle colonie che però non venne investito nel settore produttivo ma sperperato, Colbert fece investire questo denaro per realizzare maggiori guadagni. E comprese che il settore che ne prometteva di più era l'industria e non l'agricoltura. Pertanto favorì investimenti sulle industrie e la nascita di industrie gestite dallo stato stesso con capitali propri. Nacque così l'intervento statale nell'economia del paese, che in Italia venne largamente utilizzato anche in tempi recenti, con lo stato imprenditore che si faceva carico di creare posti di lavoro con le proprie industrie (Alfa Romeo, Alemagna, Enel, Sip, ecc.).
Fra le industrie di stato più famose ricordiamo gli specchi Saint-Gobain, industria che ancora oggi fornisce vetri di pregiata qualità impiegati fino a poco tempo fa sulle autovetture del gruppo Fiat. Ma questo modello dimostrò i suoi limiti perché l'iniziativa non era in mano al privato ma allo stato. Pertanto i guadagni che si potevano realizzare erano maggiori di quelli effettivamente realizzati, visto che è si è meno determinati a investire, a rischiare, a proporre idee nuove quando i capitali non sono propri ma statali. E così si verificò il fallimento delle Comnie coloniali francesi, gestite dallo stato e non dai privati, come quelle inglesi e olandesi, che indubbiamente realizzarono maggiori guadagni. Lo stesso è accaduto in Italia nell'ultimo mezzo secolo, dove lo stato imprenditore ha sostanzialmente fallito ed è stato costretto a privatizzare via via tutte le sue industrie, che in mano ai privati hanno fruttato molto di più.
Comunque nel complesso la politica di Colbert aiutò riuscì nei suoi scopi iniziali e fu da modello economico per gli stati moderni successivi, bisognosi di sempre maggiori introiti per mantenere l'apparato burocratico in piedi senza dover spremere oltre le proprie possibilità i cittadini con le tasse.

La politica espansionistica di Luigi XIV

Luigi XIV ebbe successo in politica interna, ma non si può dire altrettanto in politica estera, dove, forte delle risorse messegli a disposizione dalla politica economica di Colbert, mise in atto una strategia aggressiva che comportò quasi cinquant'anni di guerre, da quella di devoluzione del 1667 a quella di successione snola, 1714, nelle quali, pur avendo ottenuto modesti ampliamenti territoriali, consumò tutto quello che Colbert era riuscito ad accumulare, lasciando alla Francia un esercito ormai logoro e una disastrosa situazione economica e finanziaria, portatrice di quella crisi sociale che darà origine alla rivoluzione francese. Quindi tutto quello che di buono era riuscito a fare verrà poi quasi distrutto da lui stesso, e alla fine il regime assoluto che era riuscito ad instaurare, avrà già i protomi della crisi che sfocerà nella rivoluzione del 1789 a causa della sua politica estera sostanzialmente errata ed ottusa.



LUIGI XIV, IL RE SOLE
Tanti amori, una sola passione: Versailles

Luigi XIV nacque a Saint Germain - en - Laye il 5 settembre 1638, da Luigi XIII e Anna d'Austria. Alla morte del padre, avvenuta nel 1643, fu nominato Re, ma rimase sotto la reggenza della madre fino a quattordici anni, quando venne proclamato maggiorenne. In quel momento la Francia era nel pieno dei tumulti provocati dalla Fronda, guerra che si combatté in Francia dal 1648 al 1653. La Fronda ebbe origine dal tentativo del parlamento parigino di trasformarsi da corte giudiziaria in assemblea politica, per sostituirsi agli Stati Generali e per sorvegliare il potere reale. Prudentemente, in quanto ancora molto giovane, si tenne alla larga dalle cose dello Stato, lasciandole in mano sia alla regina madre sia al formidabile cardinale Mazzarino (Pescia, Abruzzo, 14 luglio 1602 - Vicennes 9 marzo 1661). Quest'ultimo, ambizioso ed abilissimo diplomatico, riuscì, poco dopo la firma della 'Pace dei Pirenei' nel 1659, a combinare il matrimonio tra il suo reale pupillo e Maria Teresa, lia del re di Sna Filippo IV. Alla cerimonia era presente l'intera corte francese, i cui membri più giovani, amici del re, risero malignamente alla vista della sposa. Infatti, Maria Teresa non si poteva definire una bellezza: aveva bei capelli biondi e bella carnagione, bianca come porcellana, ma i lineamenti del viso erano volgari e la ura tozza. Parlava male il francese, adorava consumare enormi quantità d'aglio ed aveva i denti scuriti dal consumo di maggio 1668: la Francia restituì la Franca Contea, ma tenne alcune città delle Fiandre. Poco dopo, nel parco di Versailles, una magnifica festa (costata ben 100.000 scudi), per celebrare la vittoria, riunì tutta la nobiltà francese e, in quell'occasione, fu reso noto il nome della nuova favorita del re: Athenaïs Rochechouart de Mortemart, marchesa di Montespan. Costei era amica della duchessa La Valliere che l'aveva pregata di ravvivare, con la sua conversazione brillante, le viste del re. Athenaïs era l'opposto di Louise: bellissima, vistosa, vivacissima, sarcastica ed ambiziosa. Luigi, dapprima diffidente verso un carattere così aggressivo, col tempo iniziò ad apprezzare la prepotente personalità della bella marchesa e se ne innamorò: aveva tutte le sectiune in regola per essere la degna amante del re Sole. Tuttavia rimaneva un problema: la malinconica duchessa di La Valliere non poteva essere ripudiata ufficialmente a causa del marito di Atenaïs.
Enrico Pardillan, marchese di Montespan, aveva un'indole tutt'altro che accomodante, non era disposto a condividere la moglie con nessuno, tantomeno con il re. Quando iniziarono a circolare i pettegolezzi sulla marchesa, fece continue scenate, arrivò perfino a schiaffeggiare la moglie in pubblico. Una volta fermò la carrozza davanti al cancello del cortile di Versailles e urlò ai presenti che non poteva passare dall'ingresso principale perché le sue corna erano troppo lunghe! Dopo altre simili imbarazzanti esplosioni, il re 'fu costretto' ad allontanare il collerico marchese e lo esiliò nelle sue terre in Guascogna. Ormai Atenaïs aveva campo libero e trionfava. Spendacciona, amica delle arti, gran giocatrice d'azzardo, arrogante, era la complice ideale di Luigi XIV quando si trattava di assecondare la sua smania di costruire o di apportare abbellimenti alla reggia. Il re era incapace di negarle qualsiasi cosa: per lei fece erigere un piccolo castello, isolato da giardini, vicino al villaggio di Trianon, in una strano stile cinese che andava di moda all'epoca. Ma all'ambiziosa marchesa non bastava, sperava in qualcosa di più 'adatto a lei'. Nel 1674 il re ordinò la costruzione, a Clagny, di un castello per la sua amante: affidò i lavori ad un giovane e promettente architetto J. Mansart. Nel frattempo Lousie chiese al re il permesso di ritirarsi in convento: aveva solo ventitré anni e alle spalle una storia d'amore splendida e travagliata. Al vedere quella bellezza ormai consunta, appassita il re acconsentì: la duchessa di La Valliere, madre di quattro bastardi reali, divenne sorella Luisa della Misericordia in un convento di Carmelitane.
Quattro anni più tardi Luigi trasferì ufficialmente a Versailles la sede del governo. Si resero necessari altri lavori d'ingrandimento: anche questi furono affidati a Mansart che aggiunse, alla costruzione voluta da Le Vau, altre due ali in lunghezza e due in profondità che formarono il 'cortile dei Ministri'. La reggia di Versailles assunse così un aspetto simile a quello definitivo (che risale al 1829). Lo stabilirsi della corte nella nuova reggia non fu un caso, ma era l'esito di un preciso piano del re: voleva avere tutta la nobiltà vicino per poterla controllare ed evitare una nuova Fronda. Inoltre, la vita dei cortigiani era costosissima: per ogni minimo avvenimento era obbligo indossare un nuovo abito, che la moda voleva essere sfarzosissimo, per questo si spendevano somme ingenti. Per far fronte a queste continue spese le entrate dei cortigiani erano insufficienti, specie quando si aggiungevano le perdite al gioco. Entravano allora in ballo le cariche a corte, la liberalità del re, traffici di privilegi, tutte cose che vertevano sulla persona reale e sulla necessità di un'assidua presenza a corte. Inoltre, molto difficilmente Luigi XIV accordava ai cortigiani il 'permesso di ritirarsi nelle loro terre' per rimpinguare le finanze.
Nel 1672 scoppiò la guerra contro l'Olanda, già nei guai per le lotte intestine, nel 1678 la pace di Nimega riconobbe alla Francia la Franca Contea. Ma Luigi XIV rivendicò i diritti sull'Alsazia e sulla Lorena ed occupò Strasburgo. Contro la Francia si formò, ad Augusta nel 1681, una Lega per contrastare la potenza francese. Ne conseguì un'altra guerra, 'Contro la Lega di Augusta' che si concluse con la Pace di Ryswick (20 settembre 1697): la Francia dovette restituire il Lussemburgo e la Lorena, ma conservò Strasburgo.
Nel frattempo Madame de Montespan aveva affidato la cura dei li avuti dal re (otto, in tutto), all'amica Françoise Scarron D'Aubigné (Niort, 1635 - Saint Cyr, 1719), di cui aveva apprezzato sia l'avvenenza fisica, sia la serietà e la devozione. Al re riuscì poco simpatica, tanto che la definì 'intellettuale e cavillosa'; dovette ricredersi quando constatò l'abilità e la discrezione della giovane donna, rendendosi conto dell'amore che aveva verso i bambini e della sua abilità nell'educarli. Dal canto suo Françoise era affezionata ai piccoli molto più della loro stessa madre che, molto spesso, li trascurava per lungo tempo. Nel tempo, Luigi continuò ad apprezzare sempre di più la giovane donna, dotata di una notevole intelligenza, con cui si poteva parlare di argomenti molto più seri delle frivole banalità della sua amante. Per ringraziarla della devozione che dimostrava nello svolgere i suoi compiti, il re le regalò il castello di Maintenon, vicino Chartres: Françoise Scarron divenne marchesa de Maintenon. Subito le malelingue della corte iniziarono a spettegolare e Madame de Montespan si preoccupò. Dopo l'ultima gravidanza era sgraziata e grassa, soggetta sempre ad un pessimo umore che si alternava a momenti di ilarità affettata, con il risultato di allontanare il re, che si dedicò ai lavori di Versailles e ad altre donne. Prima ebbe una relazione con la principessa di Soubise, poi con la marchesa di Thianges, sorella di Atenaïs, ed infine con mademoiselle de Fontanges che aveva solo diciotto anni. La vita a corte stava diventando sempre meno piacevole, anche perché iniziarono a venire a galla scandali di ogni tipo. Prima ci fu la questione delle messe nere. Fu scoperto che moltissimi cortigiani erano soliti recarsi da una certa Caterina Monvoisin, detta La Voisin, donna dalle molteplici attività: procurava aborti, era esperta in veleni ed afrodisiaci (il confine tra entrambi era molto esile), prediceva l'avvenire, celebrava messe nere con la complicità di un vecchio abate traviato, risolveva problemi amorosi e 'sistemava questioni d'eredità' (non è difficile immaginare come). La stessa Madanme de Montespan era una sua cliente abituale, s'era valsa del suo aiuto molte volte, con messe nere e con 'pozioni magiche'. Quando lo seppe, Luigi rimase esterrefatto dalla gravità della situazione, non osava credere che la sua ex amante fosse arrivata a tanto. Nel frattempo la vita a Versailles proseguiva, ogni giorno scandita da orari rigidissimi: di mattina il re si alzava e veniva vestito con un rituale immutabile cui erano ammessi, in ordine di rango, i cortigiani, poi seguivano la messa e le ore di lavoro. Nel pomeriggio tutti erano costretti a seguire il re nella passeggiata quotidiana, in cui gli uomini avevano l'obbligo di restare a capo scoperto, eccetto il re, ma guai a dimenticare il cappello: Sua Maestà poteva richiederlo in qualsiasi momento. La sera era dedicata al pasto principale composto da quattro primi, tre secondi a base di carne, insalate, frutta e dolci canditi. Il re aveva un appetito formidabile: mangiava tutte le portate, il suo piatto preferito erano le uova, cotte in qualsiasi modo. Madame de Maintenon partecipò raramente alla vita di corte, disprezzava quell'ambiente in cui 'la dissolutezza regna sovrana, l'omosessualità è un fatto comune che il re non può estirpare in pieno, perché colpirebbe direttamente il proprio fratello. Aggiungiamo a questo il vino, visto che a tarda notte sono quasi tutti ubriachi fradici'. E' facile capire perché, in questo clima, Luigi desiderasse avere una dimora sua, personale, in cui poter ricevere solo gli amici più cari: fece abbattere il Trianon di porcellana voluto per la marchesa di Montespan e fece costruire, sempre da Mansart, il Trianon di Marmo, in pietra gialla e marmo rosa circondato da uno splendido giardino. Essere invitati al Trianon costituiva, per i cortigiani, un onore altissimo, ad esserne esclusi si era prossimi alla disgrazia. Verso la fine del secolo la regina Maria Teresa morì e, due anni dopo, Luigi sposò in nozze private la marchesa de Maintenon, che, ormai cinquantenne, conservava un gradevole aspetto fisico ed uno humor raffinato. Con la sua influenza molte regole della vita di corte cambiarono: non si poteva giocare durante la quaresima, furono banditi, con pena di morte, tutti i giochi d'azzardo, era vietatissimo parlare, sia pure sottovoce, durante le funzioni religiose. In poco tempo la novella sposa si creò numerosi nemici ed altrettante antipatie. Con il nuovo secolo due lutti colpirono la famiglia reale: nel 1701 morì il fratello Filippo, dopo una violenta lite con il re, nel 1707 morì la marchesa di Montespan; nel 1711 un'epidemia di vaiolo fece strage tra i cortigiani, una della vittime fu il Gran Delfino, l'erede al trono. L'anno seguente morì anche il lio di quest'ultimo, a soli trent'anni. Dopo simili avvenimenti la corte divenne un luogo malinconico, senza più feste, anche perché le finanze del regno erano dissestate. Nel mese di agosto del 1715 Sua Maestà iniziò a lamentare forti dolori alle gambe, ma i medici non seppero trovare la causa, non riusciva più a camminare e rimase confinato nel suo letto, da dove continuò a dirigere la vita di corte o, almeno, di quel che ne restava. Quando i medici scoprirono che la causa del male era una cancrena, Luigi XIV si sentì vicino alla fine che giunse la sera del 1 settembre. Morì circondato dai cortigiani il cui rango consentiva di assistere sia alla nascita sia alla morte di un re dell'Ancien Régime basato sulla grazia divina, che tramontava definitivamente.







BIOGRAFIA:

LUIGI XIV il Grande, detto il Re Sole
(Saint-Germain-en-Laye 1638 - Versailles 1715)


Re di Francia (1643-l715). Primogenito di Luigi XIII e di Anna d'Austria, regnò fino al 1651, anno in cui entrò nella maggiore età, sotto la reggenza della madre, alla quale dovette soprattutto la propria educazione religiosa; e fino al 1661 sotto il governo effettivo del cardinale Giulio Mazzarino, tutore paterno e lucido, che gli inculcò le nozioni pratiche necessarie a un re per ben governare.
Visse fino al 1649 al Palais-Royal, donde, nella notte del 6 giugno, divenute pericolose le agitazioni frondiste, venne fatto fuggire a Saint-Germain: quella fuga e la vita errabonda della corte durante la Fronda gli lasciarono una profonda diffidenza nei confronti dei Parigini, del parlamento e dei Grandi, ai quali ultimi non affidò mai cariche politiche. Insediatosi al Louvre il 21 ottobre 1652 (e cioè dopo la fuga del Gran Condé a Bruxelles), ebbe per governatore il maresciallo di Villeroi, e due precettori dai quali apprese pochissimo: paradossalmente, il 'gran secolo' fiorì nel segno d'un re di scarsa cultura. Il 9 giugno 1660 sposò, a suggellare il trattato dei Pirenei (1659), l'infanta Maria Teresa d'Absburgo-Sna, la quale rinunciò ai diritti sull'eredità snola in cambio di una dote di 500.000 scudi d'oro che non le venne mai versata. Il 10 marzo 1661, ossia il giorno successivo alla morte di Mazzarino, convocò il cancelliere Séguier e il Consiglio per significar loro il divieto di decidere o intraprendere alcunché senza avergliene prima riferito. Iniziò da quel momento il suo regno personale: una sorpresa per tutti, perfino per la madre. Invero di quel giovane sovrano silenzioso, apparentemente apatico e dedito soprattutto agli amori più o meno facili (serio, peraltro, era stato quello per Maria Mancini, nipote di Mazzarino), si ignoravano l'intimo vigore, l'eccezionale capacità di lavoro, le ambizioni smisurate, il senso dello Stato della responsabilità, della regalità. Diversamente dal padre, si rivelò, come il nonno, Enrico IV, un gaudente: le sue grandi favorite si chiamarono Louise de La Vallière, che gli diede quattro li, e la marchesa di Montespan, che gliene diede otto (gli uni e gli altri, poi legittimati), mentre dalla regina ebbe un solo erede, il Gran Delfino, cui sopravvisse. Nonostante le esortazioni di Bossuet, del père La Chaise e della Maintenon, considerò sua norma l'adulterio; ma nel 1684, vedovo, mirò ad assicurarsi la salute eterna sposando, morganaticamente, la 'Messaggera della Provvidenza': la Maintenon. Equilibrato, riflessivo, sempre padrone di sé, prudente, prediligeva le intelligenze limpide e analitiche: di qui la fortuna di Jean-Baptiste Colbert; ma tanta e orgogliosa fiducia aveva in sé da ritenersi convinto della propria 'infallibilità': 'Solo la prudenza del principe forma i buoni ministri'. Di qui l'intimo isolamento, di cui testimonia il consiglio al futuro Filippo V di Sna, suo nipote: 'Non affezionatevi mai a nessuno'; di qui l'amaro, anzi drammatico, egotismo: 'Mi sembra che mi si privi della mia gloria quando altri può ottener gloria senza di me'. Persuaso della natura divina del suo potere (credenza codificata in dogma da Bossuet nel trattato Politica e desunta dalla Sacra Scrittura), ebbe dell'autorità monarchica un concetto quasi faraonico: 'La volontà di Dio è che chiunque nasca suddito ubbidisca senza discernimento'.






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