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SAGGIO BREVE:GIOVANNI GIOLITTI:”IL MINISTRO DELLA MALAVITA”

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SAGGIO BREVE:GIOVANNI GIOLITTI:”IL MINISTRO DELLA MALAVITA”.

Giovanni Giolitti,grande statista politico nato a Mondovì nel 1841,e nella scena politica italiana nel 1889 come ministro del Tesoro nel governo Crispi.Dal 1891 al 1893 sostituì Crispi nella guida del governo fin quando non fu travolto dallo scandalo della Banca di Roma. In questo biennio non assunse una politica repressiva nei confronti delle classi meno abbienti che rivendicavano i loro diritti e rifiutò di reprimere i fasci siciliani. Dopo lo scandalo di Roma riparò all’estero tornato in Italia ribadì i suoi ideali democratici:con il nuovo secolo cominciò un periodo durato circa quindici anni chiamato “Età giolittiana” per l’impronta che egli diede alla storia italiana .In questo periodo si susseguirono i governi di Giolitti dal 1903 al 1905,dal 1906 al 1909 e dal 1911 al 1914. Nel corso della sua era politica Giolitti lasciò libero corso alla protesta del proletariato,rifiutando di usare il potere come strumento repressivo dei ceti superiori;in uno dei suoi discorsi extraparlamentari affermò infatti che la via della reazione contro i tumulti sarebbe stata fatale per le istituzioni  perché gli avrebbe attirato controre “forze più vive e irresistibili della società moderna” (Giolitti “Discorsi extraparlamentari”,Torino,1952). Esclusa quindi la possibilità di un programma reazionario l’unica alternativa per scongiurare i pericoli della società del tempo rimaneva il programma liberale che si proponeva di eliminare le cause del malcontento con un profondo mutamento di indirizzo nel metodo di governo;lasciò,tuttavia,che le proteste provocassero,stancando l’opinione pubblica (molti sono i giudizi non sempre positivi sulla sua ura),l’impopolarità delle sinistre,che fu pronto a sfruttare politicamente,con l’accorta scelta del periodo in cui indire le elezioni (1904) e con uno spostamento a destra del suo asse politico e governativo.Tale spostamento ebbe di certo un valore tattico più che ideologico:egli continuò infatti il dialogo con i socialisti invitandoli a scendere sul piano del riformismo,che poi era quello sul quale faceva avanzare concretamente il Paese. E’ durante il suo ultimo governo che viene approvato il suffragio universale maschile e comincia l’ impresa in Libia (la cui conquista non si rivelerà poi così strategica per l’Italia).Pose inoltre le premesse per l’inserimento delle masse nella comine statale utilizzando quelle cattoliche come contrappeso di quelle socialiste a lui avverse,cresciute di numero grazie alla presa di coscienza che la guerra in Libia era stato un inutile sforzo economico per il Paese. Da abile stratega quale egli era,per evitare l’avanzata dei socialisti alle elezioni dell’ottobre del 1913 stipula il patto Gentiloni con i cattolici secondo il quale i liberali si impegnavano a non appoggiare iniziative anticattoliche in  Parlamento in cambio del voto. A tale proposito De Rosa scrive ne “La crisi dello stato liberale in Italia” (1955) che da buon politico Giolitti aveva avvertito che ormai era opportuno che si arrivasse ad una connivenza nella tolleranza  con la Chiesa di Roma e che era opportuno porre fine all’inutile frangia dell’anticlericalismo.



Nel quadro liberale e distensivo della politica interna giolittiana,s’ingrandì la macchina del malcostume politico,praticato soprattutto nel mezzogiorno,con favoritismi,pressioni di varia natura,interventi di prefetti e di “mazzieri” nelle elezioni. Questo fenomeno,unito al malcontento di molti schieramenti politici riguardo la politica di Giolitti , diede vita  a numerose considerazioni negative sull’influenza che la politica giolittiana ebbe sulla società italiana nel corso del primo quindicennio del ‘900. Le opposizioni all’operato di Giolitti provennero da quasi tutti gli schieramenti politici. Il più eminente e accanito dei suoi oppositori fu Gaetano Salvemini del fronte socialista e repubblicano:Salvemini nel  1910 scrive “Il ministro della malavita”,dove accusa Giolitti di essere un corruttore e in dittatore,che la sua tattica è sempre stata quella di “far la politica conservatrice per mezzo dei condottieri e dei partiti democratici”,lusingando,addomesticando e corrompendo politici arrivando perfino alle nomine senatoriali (Salvemini “Il ministro della malavita e altri scritti sull’Italia giolittiana”,Feltrinelli,Milano,1962). Per  Salvemini lasciò  immutati i costumi elettorali del settentrione mentre li peggiorò nell’Italia meridionale. Dal mondo liberale Calandra,Sonnino,Albertoni ritennero Giolitti un pragmatico,un affarista e un mercanteggiatore con le forze politiche opposte,pronto a cambiare fronte pur di raggiungere i propri scopi;gli economisti liberisti come Einaudi,De Viti De Marco,Pareto non condivisero la sua politica protezionista e l’intesa con l’opposto fronte socialista. E ancora Meridionalisti come Fortunato e lo stesso Salvemini,sindacalisti rivoluzionari come Mussolini e intellettuali italiani del primo ‘900come Amendola e Croce non videro di buon occhio la politica giolittiana.Da abile stratega e uomo politico Giolitti era munito di una grande disinvoltura nel giostrare la maggioranza in parlamento,nell’assicurarsi in modi più o meno leciti i voti dei deputati pronti a vendersi per ottenere favori,ed era dotato di una certa spregiudicatezza nel predeterminare i risultati elettorali. Comunque,come dice Togliatti ne “Momenti della storia d’Italia (Roma,1955) non si può negare che tra gli uomini politici del tempo egli sia stato quello che più di tutti aveva compreso la direzione in cui la società italiana avrebbe dovuto muoversi per risolvere tutti i propri problemi.









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